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AD UN PUNTO CRITICO PER I CRITICI (e per tutti…) di Simone Battig

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 15, 2008


Jekyll


Ad un punto critico per i critici (e per tutti…)




[    Ricevo e pubblico questo pezzo a firma di Simone Battig, pur non condividendo appieno il suo pensiero. Ci sono tuttavia degli spunti interessanti che, a mio avviso, meritano di essere approfonditi e presi in seria considerazione.

Rimane inteso che Simone Battig è l'unico responsabile delle sue dichiarazioni.

Grassetti e corsivi sono stati aggiunti in fase redazionale, al solo scopo di agevolare la lettura.


Buona lettura.
g.i.   ]


 
Dopo aver evitato di commentare il lacunoso saggio New Italian Epic di Wu Ming, sia perché mi trovo d’accordo con quanto argomentato in risposta da Marco Lodoli, sia perché sarebbe come voler commentare un genetista cinese che un mattino si alzasse e dicesse “Ho notato che il mio alluce destro tende a sinistra quando cammino, e siccome l’ho notato anche nei miei amici credo che noi, per i percorsi e le caratteristiche comuni che ci legano, e anche per la nostra solida amicizia, possiamo considerarci gli iniziatori di una nuova evoluzione di ampio respiro che coinvolgerà tutta la nazione”, invito tutti a godersi questa intervista ai critici letterari del giornale “La Stampa” e del giornale “Il Mattino”, Sergio Pent e Giuseppe Lupo. L’intervista la trovate qui: www.booksweb.tv, nella sezione BooksTorino nella sottosezione I mestieri del Libro - critici letterari.
 
Con la poco ammirevole “sincerità dell’esperto”, rispondendo a domande sul loro metodo di lavoro, dopo aver glissato su come si arriva a fare il critico letterario per un grande giornale, Pent e Lupo certificano quello che vado sottolineando da anni e quello che tutti sanno ma vogliono continuare a ritenere normale se non persino giusto: la critica letteraria così condotta non solo è inutile ma è nociva per lo sviluppo di nuove e interessanti generazioni di lettori e scrittori. Lo è, secondo le loro stesse parole, perché condotta in maniera assolutamente parziale (nei molteplici significati di questa parola) e lo è perché, asservita ad una logica che si concentra non sui libri ma sulle varie personalità coinvolte nell’intento di far leggere un libro ai lettori, tradisce la sua stessa natura e i suoi scopi.
 
Pent e Lupo, come critici, sostengono, in ordine sparso, cose come queste:
 
1. Prima di tutto, si leggono i libri degli amici (Lupo).

2.
Se il libro di un amico non è bello io critico non ne parlo, o se sono costretto a parlarne ne parlo solo bene cercando di evidenziarne i pregi facendo una recensione diplomatica (?).
 
3. Dopo gli amici vengono le “segnalazioni”. Di chi non lo dicono, si può ben immaginare sempre di “amici” o di “superiori”.
 
4. Con le segnalazioni o dopo di esse arrivano i libri “di cui sono costretto ad occuparmi”. Costretto da chi? L’ipotesi è che le forze in campo siano talmente varie che non lo sanno neanche loro, comunque possiamo ipotizzare sintetizzando: costretto per convenienza personale e/o lavorativa ad occuparmene. Rimane il fatto che, in generale, una critica “costretta” sarà sempre una critica ristretta e scarsamente interessante e proficua.
 
5. Dopo tutte queste priorità almeno Lupo arriva a dire che si (sia ringraziato il cielo!), “Ho uno spazio di libertà per scegliere i libri”. Malauguratamente quei libri però sono già sul tavolo di casa sua. Pent e Lupo, non nominandolo mai, sono completamente estranei al concetto di andare in libreria e scegliere un libro per leggerlo (del resto con tutti questi “aiuti” con cui amorevolmente vengono assistiti come se fossero incapaci di intendere e volere dubito che sarebbero capaci di orientarsi nelle odierne librerie…). Non fa parte del loro metodo andare in libreria a scegliersi i libri, loro ce li hanno già a casa i libri (ne vengono sommersi….testuale), pre-selezionati e gratis. Ma vogliono assolutamente continuare a spiegare ai lettori cosa dovrebbero cercare in libreria, leggere e addirittura comprare, nonostante appaia evidente che loro stessi non hanno la più pallida idea di perché scelgano un libro piuttosto che un altro e non si sognino nemmeno lontanamente di acquistarli.
 
6. I libri sono talmente tanti che a volte cose buone passano sotto silenzio (peccato poi che sostengano anche che le cose brutte non le recensiscono per non stroncarle, ovviamente tranne gli amici che vanno sempre avanti bene lo stesso. E allora uno si chiede: come può il lettore capire dai loro silenzi se quel libro non è piaciuto loro o non hanno avuto il tempo materiale per recensirlo seppure era un bel libro? Qual è la discriminante?).
 
7. Il sunto è: siamo impiegati al servizio del libro (leggi: degli editori, e io che pensavo che fossero al servizio dei lettori….) dobbiamo fare cose che dobbiamo fare senza mettere in funzione la nostra capacità critica a monte, nelle scelte primarie dei libri (ripetono il verbo “dovere” almeno una dozzina di volte in vari contesti senza motivare questo loro dovere).
 
Pent e Lupo fanno varie altre affermazioni che vale la pena sentire, se non altro per rendersi conto dell’assoluta noncuranza con cui ormai in Italia si perpetrano i comportamenti più assurdi. Ricordo che stiamo parlando di critici affermati, di grandi giornali nazionali, figuratevi le costrizioni a cui vengono sottoposti gli altri e il grado di obbedienza e dedizione che devono dimostrare per poter continuare a fare i critici!
 
Entrambi sono naturalmente anche scrittori, e pur avendo il privilegio di poter vedere la critica letteraria da entrambi i punti di vista sono giulivi nel continuare in tale modo la loro opera in entrambe le posizioni. L’idea che un critico e ancor di più uno scrittore forse dovrebbero comportarsi diversamente non li sfiora neppure. Del resto entrambi godono dell’amicizia del Pent-critico e del Lupo-critico, quindi secondo il loro brillante metodo tutto torna…
 
Prego ognuno di voi di ascoltare attentamente quello che Pent e Lupo dicono, e come lo dicono. La mia non è un’accusa a loro in particolare, dato che per la mia più che decennale e personale esperienza essi rappresentano il pensiero del 95% dei critici letterari e “operatori culturali” vari. Questa è la solita notifica che faccio anche a me stesso per dire che tutti noi abbiamo il dovere di cambiare questo stato di cose.
 
In questi ultimi due anni mi sono astenuto da segnalazioni così plateali per evitare di incorrere nell’accusa di ricerca di pubblicità, avendo due libri in libreria. Accusa ridicola visto il massacro a cui ogni volta mi espongo (rif. http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/05/messaggio_grett.html  oppure i miei appunti a Saviano per Gomorra). Cercassi pubblicità farei quello che fanno tutti: andrei alle fiere, farei incontri con l’Autore, presentazioni, interviste… ho comunque continuato in privato a ripetere le stesse cose.
 
Colgo l’occasione per ribadire che, dopo quindici anni dall’esplosione del fenomeno incontri con l’Autore, fiere, reading, per non parlare dei corsi di scrittura creativa.. etc etc…, è evidente e certificato dalle statistiche ufficiali che questi “giochini narcisistici” non servono a promuovere i libri. In Italia ci sono sempre meno lettori e sempre più scrittori, grazie a questo tipo di promozione del libro. Provate a seguire la logica coatta di Pent e Lupo, e vi apparirà chiaro il perché. In questi eventi non si cercano i libri ma gli autori, una sostanziale differenza che tutti quelli coinvolti nel mondo dell’editoria hanno fomentato senza rendersi conto che così facendo non aprivano nuovi spazi commerciali ai libri, ma li chiudevano. Un vero suicidio anche per gli adoratori del marketing. Non voglio rubare tempo spiegando perché sia così, ci può arrivare facilmente chiunque usando la testa per ragionare. Se poi non si vuole usarla, allora buttiamola, questa testa, che è inutile.
 
Ultima cosa. Qui parlo da lettore, prima di tutto. Un lettore molto stanco, a cui stanno rubando una delle sue più grandi passioni. Avendo il privilegio di poter osservare la situazione da due punti di vista sento anche il dovere di dire quello che penso a più persone possibili, comportandomi di conseguenza. Ma sono anche piuttosto stufo di sentire la mia voce e non ho la vocazione al martirio. Spero che prima o poi persone più autorevoli di me intervengano per dire: adesso basta, i libri vanno resi liberi da questo sistema soffocante, anche solo per il fatto che è un sistema ingiusto e vergognoso per tramandare ai nostri figli la conoscenza.
 
La crisi della nostra società ha le stesse motivazioni psicologiche a tutti i livelli, ma che la cultura non trovi il coraggio di reagire è il sintomo peggiore di tutti. Non basta più dire “E’ così, lo sanno tutti”, e nessuno rimpiange tempi andati, qui è il momento di mettere in gioco quello che siamo e quello che vogliamo diventare, perché siamo un popolo culturalmente travolto. Ogni giorno di più.
 
Se siamo già morti ora o se possiamo ancora pensare liberi con le nostre teste e non con le nostre paure, questa è la scelta.
 
Ho deciso di scrivere questo articolo proprio perché sono d’accordo con Pent quando dice: “Se non si dialoga, in positivo o in negativo, allora la critica non ha senso”. E dato che viviamo tempi di pensiero unico dominante continuo a pensare che sia giusto opporre le mie idee a quelle di Pent e Lupo.
 
La speranza mia è di non sentire più interviste culturalmente agghiaccianti come questa di Pent e Lupo, critici-scrittori, due a caso fra tutti, e magari mi auguro che anche loro, rivedendosi, si rendano meglio conto di quello che vanno dicendo.
 
Simone Battig
 
 
Nota: questo testo è riproducibile da chiunque, l’autore ne auspica la diffusione e con questa nota si dichiara concorde con ogni uso del testo fatto da terzi previsto dalla leggi in vigore.
 
 
Simone Battig in rete:

www.myspace.com/simonebattig

www.multimodo.com/simonebattig


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:00 | riflessioni, polemiche, libri, editoria, autori, comunicati stampa, critica, ricevo e pubblico, scrittori, opinionismo | clicca per commentare commenti (25)



La New Italian Epic è una cagata pazzesca

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, maggio 11, 2008



La New Italian Epic è...

Cazzeggi letterari di Lucio Angelini

Questo blog solidàrizza con cazzeggi letterari
di Lucio Angelini che ha l'unica colpa
d'aver detto senza peli sulla lingua
quello che pure noialtri pensiamo,
e cioè che la New Italian Epic
buttata giù dal collettivo Wu Ming
è sostanzialmente una cagata tremenda
usando un lessico puro e fantozziano.

Non esiste difatti nessuna svolta narrativa,
né una rinnovazione del concetto di narrativa
- o di letteratura che dir si voglia.
Esiste invece una collettiva smania onanistica
nel voler a tutti i costi ottenere
un miracolo sottovuoto
da Nostra Signora di Lourdes.





qui la discussione in corso a Neo Epiche Reazioni

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:09 | segnalazioni, satira, blogosfera, critica, blogger, solidarietà, bullshits | clicca per commentare



poesie a mano

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 10, 2008






poesie a mano
 



di Giuseppe Iannozzi
 


 
Questo scritto, che è a mio avviso puntuale e precisa critica, è stato lasciato nel box dei commenti da Lord Ninni. Non meritava di rimanere recluso nel box, ragion per cui mi sono permesso di liberarlo e portarlo in questo post, ringraziando con profonda stima e amicizia Ninni Raimondi.

g.i.




Mi è sembra opportuno parlare di poesia introspettica leggendo la tua raccolta, caro Giuseppe. Concetto che tanto fascino esercitò sulla fantasia dei post-romantici e troppo spesso dimenticata da noi tutti. Inizio subito dicendo che credo fermamente non esista un tipo di poesia che si possa definire ingenua, cioè un dettato poetico popolare immediato, privo di ogni riferimento culturale. L'equivoco potrebbe sorgere dalla mancata definizione del concetto di cultura. Per troppi secoli sotto questo vocabolo si è celata la tradizione scritta classica, scientifica, storica e filosofica, per cui esso divenne sinonimo di tutto quel bagaglio di pensiero consegnato alla posterità dai libri.

Questa visione è parziale: ogni famiglia, ogni clan, ogni popolo possiede una sua cultura: il linguaggio stesso ne rappresenta una forma embrionale così come i modelli di comportamento, il pensiero religioso, le fiabe, i racconti, gli indovinelli, le stornellate, i canti, le filastrocche, gli usi, i costumi e le cerimonie che riguardano i diversi momenti dell'esistenza. Si tratta solo di livelli diversi. Per questo motivo è improprio parlare di popolo immediatamente poeta, di Naturpoesie ossia di poesia di Natura contrapposta a poesia di cultura, Kulturpoesie. Sarebbe meglio parlare di tradizione culturale diverse, di diversi tipi di figure, di diverse forme metriche. Nel passato sono state considerate originali alcune opere soltanto perché si sono sviluppate in settori culturali sconosciuti, come i poemi omerici, le Chansons de geste medioevali, i Lieder o canti popolari, la poesia dialettale ecc. Al contrario la metrica o le figure retoriche sono state ritenute sinonimo di cultura.
Non concordo con tale ipotesi, perché la metrica preesiste e crea la cultura ufficiale e non viceversa.

Mi ricordo di alcuni versi che la nonna di un mio amico mi ripeteva quando ero ragazzo: Non si era mai occupata di problemi di metrica né di figure retoriche, come quella dell'equivoco, ma era consapevole dei risultati che si proponeva.

Si deve, dunque, concludere che anche gli antichi cantori, bardi, trovatori e giullari possedevano un determinato grado di cultura, come lo possiedono anche le persone che non sanno né leggere né scrivere e che non sono venute a contatto con le lettere ufficiali. E questo concetto va riferito anche ai cosiddetti popoli primitivi. Il carattere di spontaneità che vi possiamo trovare è determinato dal fatto che essi si esprimono in modi diversi da quelli per noi consueti.
Lo stesso concetto deve essere applicato allo sviluppo culturale di una persona: verso i sei o sette anni già si raggiunge un livello tale di conoscenze che, quando si vuole esprimere un pensiero, inevitabilmente si ricorre alla cultura appresa. Soltanto il particolare rapporto determinato dalla psicologia infantile causerà accostamenti che possono sembrare nuovi.

Come ogni realtà dell'uomo, anche la cultura poetica è contemporaneamente mezzo e strumento e a questa condizione non si può sfuggire. Il grande spirito saprà servirsene per esprimere il proprio mondo, il vero poeta, il cantore, il bardo che in te alberga, supplisce alla superficialità che ci circonda ricercando l'eccentricità e non la banalità, che diviene fonte d'ispirazione da raggiungere e regalare in una condivisione di immagini al tuo cuore prima, ai lettori affezionati e a quelli che, passando velocemente, si fermano ammirati da tanta proprietà e sincerità evocativa di sentimenti palesi o sottaciuti, ma troppo spesso dimenticati.

Ninni Raimondi (aka Lord Ninni)

Ninni Raimondi


 
Poveri e felici
 
a Vany
 
 
Pesciolina, preparati
Ti porto al mercato
sul mio bel motorino
Fatti bella
Legati bene dietro
Vedi di non cadere
Non ho l’assicurazione
Legati alla mia vita
Con le mani
però non mi fare
il solletico,
altrimenti cadiamo
l’uno sull’altro
e domani avremo
come minimo un’altra
bocca da sfamare
Io ho solo il motorino
di mio padre
Siamo poveri,
poveri in canna mia cara
Ma così tanto felici
 
 
 
 
 
Pioggia di te
 
 
Piovimi addosso
come una pioggia
o una cascata di sole,
e ti raccoglierò
fra le braccia
rubandoti a Dio,
alla sua superbia
di crederti sua
 
 
 
 
 
Viola
 
 
a Vany
 
 
Mi sovvengono sempre storie
mentre attraverso i tuoi giardini
di rose di crisantemi, di gioie
sospese fra torpori e dolori.
 
Il capo chino tieni sull’arcolaio;
piano il disegno va formandosi
di te giovane sposa, bianco cigno
perso nelle profonde note del lago.
 
Il piè accosto alla tua porta,
col pugno basso busso ma il core
in petto forte batte, d’aguglia
sulla tenera preda tiene il desio.

Osa sì tanto l’amore quando meno
viene ‘l coraggio della povera mente;
e sono già accanto al tuo rossore
sulle gote diffuso, proprio come ieri.
 
Imperituro il sentimento che ci lega
al di là del tempo dello spazio, Viola.
 
 
 
 
 
Eternità diabolica
(di G. Iannozzi e Chatterly)
 
 
Così vengo,
dal sogno cangiato,
in punta di piedi
nella notte nuda
eppur scura,
grembo dove ogni cosa
poco o niente dura;
umano affetto
o semplice diletto
ugual sorte all’alba
urleranno,
e non è detto
che flebile eco
di loro vivrà
in eterno
o per un momento
soltanto.
Ma dicevo...
che complice la notte
vengo,
vengo innamorato
seguendo del tramonto
la linea sottile
di sangue rossa,
lasciando
che ‘l suono delle campane
i sensi inebri;
vengo
e nascosto rimango
coll’orecchio pronto
a carpire dell’amore
i lamenti e i vagiti
più profondi,
oppur mi mostro alle vittime
togliendo
di mezzo la speme
spremendo
presto loro il core,
perché Diavolo, sì, io sono
e innamorato
- per Dio! -,
sì, innamorato
di tutto quello
che per l’eternità
ho combattuto.
Condannato
a non avere,
a non ricevere,
che mi resta
se non questa
vendetta
di dilaniare
coll’unghie e coi denti
i corpi belli, assopiti
dopo l’agitato
congiungersi delle membra
e dello spirito?
Cos’altro mi resta
se non questo?
 
Sbalordito il Diavolo
rimase quando
comprese quanto
osceno fosse
il Bene e vide
la Virtù
nello splendore
delle sue forme
sinuose...
 
Ma eccolo
l’epitaffio scritto
sulla mia tomba
col mio stesso sangue!
Anche questa volta
dal Bene raggirato.
 
Anche questa volta!
 
Di me,
di me ora non resta
niente di niente, non l’eco
né il suo spreco.
 
 
 
 
 
Nel tuo cielo
 
 
a Gail
 
 
Sei ancora lì
come allora
che mi aspetti
Sei ancora lì,
piccola
uguale a un uccellino
che ha perso le ali
volando
 
Ti ho lasciata ieri
che eri già donna
E ti ritrovo oggi
bambina
uguale a un uccellino
che aspetta
a bocca aperta
il cielo, il suo destino
 
Ti ho cercata tanto
Per molto poco
sono caduto
Non te lo nascondo,
mi sono ferito
a un ginocchio
e ho pianto tanto;
non per il male
né per la caduta,
ma per quel tuo bacio
mai arrivato
a curare l’egoismo
d’averti a me accanto
 
Sei ancora che aspetti
Io mi lecco come posso,
fingo amori a più non posso
poi a sera mi chiudo in me
stanco - accendo l’illusione
che per un po’ sei stata mia,
che per un giorno almeno
hai amato il mio volto
e non il nome che porto
e non sopporto
 
Seno ancora qui,
solo più vecchio
uguale a un povero diavolo
che ha perso le ali
cercando il cielo
per arrivare da te
 
 
 
 
 
Un poeta
 
 
Il poeta illude - e s’illude -,
uguale a un giocoliere
più spesso a un prestigiatore
che con la bibbia in mano
crede di poter far miracoli
e altre stramberie così.
 
Gli vengono presto gl’anni
a reclamare il pesante dazio
per gl’istanti di gioia portati
in illusione a un po’ tutti,
quasi non avesse mai avuta
coscienza et esperienza
che dare per dare è inutile,
inutile vanteria. Così il capo
infine china, più piccolo
d’un clown, e in solitudine
egli attende che la falce
gli porti via dalle pupille
le lacrime gentili.
 
 
 
 
 
Poesie a mano
 
 
a Vany
 
 
Porcellina mia, sono innocente
Mi credi, non mi credi? Sono nudo
mentre qui te lo confesso
che non ti ho fatto niente
Accanto mi sta la doccia fuori uso
Puzzo più di Giuda, come un serpente
morto per colpa del suo stesso veleno
Tengo il sesso moscio cascante
in mezzo alle gambe, e questo è quanto
Te lo giuro sul buon Bambin Gesù
che sono innocente, che non ho sprecato
il mio amore per darlo in pasto ai maiali
Perché il mio amore è troppo bello
per sprecarlo a tarda notte davanti alla tivù
Certo tu mi rimproveri che non ho perle
né diamanti da portarti in dono,
ma solo scalcagnate poesie
d’infima qualità, scritte a mano
con l’aiuto dell’amica Federica
pensando però sempre e solo a te;
è tutto quel che ho, tutto quel che ho
Accettalo, accettalo, prendilo, prendilo!
Sono il meglio che ho le poesie a mano
Sono il meglio che ti posso promettere
Per tutto il resto, Porcellina mia,
ci sta il sesso il teatro e la felicità
 
 
 
 
 
Luna Cattiva
 
 
a Lady Luna
 
 
Cattiva Luna
Luna cattiva
Ti pensavo buona
Invece ami un altro,
un altro Valentino
che non sono io
Così sono costretto
a lasciarti
al tuo pallore
Sognerai ogni notte
quel tuo Valentino
da strapazzo
in impennate mozzafiato;
ma di me non saprai più
se ancor vivo perché e con chi,
per che cosa butto via
il mio fiato

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:20 | poesia, amore, amicizia, dediche, critica, duets, iannozzi and friends | clicca per commentare commenti (18)



Trudi Birger. Ho sognato la cioccolata per anni. Piemme, bestseller

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 03, 2008


Trudi Birger -- Ho sognato la cioccolata per anni



Trudi Birger


Ho sognato la cioccolata per anni
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Trudi Birger, sopravvissuta agli orrori dell’Olocausto, alla fine della guerra si è trasferita a Gerusalemme dove ha vissuto con la sua numerosa famiglia. Derubata della giovinezza, ha scelto di dedicarsi con tutte le sue forze ai bambini più poveri, di qualunque etnia e religione fossero, fino alla sua morte, nel 2002. “””Ho sognato la cioccolata per anni”, il racconto della sua esperienza nei campi di concentramento, è stato tradotto in tutto il mondo, suscitando grande commozione. Il seguito della sua storia è narrato in “””Da bambina ho fatto una promessa”. Entrambi i titoli sono disponibili nel catalogo Piemme, più volte e giustamente ristampati in diverse edizioni.
 
“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger, un romanzo autobiografico sì, ma per molti versi esemplare e unico nel suo genere, di denuncia degli orrori nazisti contro gli Ebrei.
Nella scrittura di Trudi Birger non ci sono inutili impronte del book in progress, come invece avviene per autori quali Mauro Covacich e Franz Krauspenhaar.
La Birger ci consegna, con assoluta modestia, un grandissimo libro che ci parla dell’Olocasuto, della guerra, delle proprie radici, di una madre e di una figlia che nel mezzo del dramma giurano a sé stesse di essere persone migliori nella speranza che un domani ci sarà. Una storia che guarda sì all’Olocausto ma con particolare attenzione alle radici della famiglia oltre che del proprio popolo. Questa pecularietà, dove la materia narrativa attinge direttamente al solipsimo, restituisce al lettore una emozione proiettata verso la Storia. L’azione balsamica, o terapeutica per usare un aggettivo molto di moda oggidì, grazie alla penna di Trudi Birger non è fine a sé stessa, congeniale al solo rapporto scrittore-lettore, ma al contrario si consegna alla Memoria, con commozione e autentica Pietas. La testimonianza della Birger ci insegna che mai ci si deve arrendere all’odio. Nella prefazione a firma di Jeffrey M. Green si legge: “Questa è la storia eccezionale di un essere umano: Trudi Birger, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, strappata alla morte poco prima di essere spinta nel forno crematorio del campo di concentramento di Stutthof. [...] Intenzione di questo libro non è semplicemente l’esposizione di una serie di fatti, quanto quella di far rivivere il vissuto personale dell’esperienza di Trudi”.
 
La rabbia, dovuta all’ingiusta e inclemente reclusione, una rabbia umana che è la forza di rimanere aggrappate alla vita nonostante tutto, la fame che scandisce i giorni ma non divora mai la speranza che un giorno gli Alleati metteranno a tacere l’orrore nazista, viene descritta dall’Autrice con sofferta emozione che non cede mai all’autocommiserazione:
 
“Al campo ero sempre affamata. Di notte sognavo tazze fumanti di cioccolata e croccanti panini con tanto burro. Erano sogni così intensi da sembrare reali e in pieno contrasto con le piccole quantità di cibo che ci venivano date. Malgrado le disumane condizioni della vita, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ancora ostinatamente attaccata alla vita e lottavo per tenere alto il morale mio e di mia madre. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli Alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno”.
 
Aleggia delicato il desiderio di rimuovere l’accaduto; e non accade, perché Trudi sa che quei cinque anni della sua vita fanno oramai parte non solo della sua vita ma della Memoria, e non sarebbe giusto dimenticare dimenticando così chi meno fortunato non ce l’ha fatta a vedere la luce del sole fuori dai campi di concentramento: 
 
“Ancor oggi una parte di me dice... Cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un’altra parte in me dice che cancellare il passato è un’offesa alla memoria di chi ha sofferto e all’immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell’Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell’Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c’è ancora chi la può raccontare”.
 
La storia di una bambina che viene strappata dalla quotidianità di Francoforte per trovarsi presto rinchiusa, come animale in gabbia, nel ghetto di Kosvo, in attesa di finire nel campo di concentramento di Stutthof. La storia di una bambina per l’appunto, la cui vita era appena all’inizio, di una bambina armata solo della sua innocenza. La storia di un grande coraggio là dove speranza non regna: la protagonista si lega alla madre, a tutto ciò che essa rappresenta per lei, per la Memoria del popolo ebraico intero. Un’intensità dolorifica e salvifica esposta senza censure né ritrosie, neanche quando annichilita nel corpo, ma non nello spirito, nuda e rasata a zero viene accompagnata verso il forno crematorio.

“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger non posso fare a meno di consigliarlo a chiunque oggi tenta, bene o male, di parlare dei drammi personali e mondiali che si sono consumati prima durante e dopo la IIa Guerra Mondiale, per la lezione di umano coraggio, per la Pietas che in questa storia c’è, per la forza dilagante di non dimenticare mai le proprie radici familiari, e non da ultimo perché alto esempio di scrittura autobiografica però senza strascichi di ottusità lialesca, di book in progress.
 
 
Ho sognato la cioccolata per anniTrudi Birger - Piemme - Collana: Bestseller - Pagine 191 - EAN : 9788838488344 - € 9.00

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:15 | recensioni, cultura, libri, editoria, nazismo, autori, critica, in libreria, capolavori, casi letterari, nazisti, nazifascismo, capolavori contemporanei | clicca per commentare commenti (8)



Ivo Mej: Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 05, 2008







Ivo Mej



Moro rapito!


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi. (Aldo Moro)
 
Il motto, l’idea, lo scopo della lotta armata, tutto per le Brigate Rosse è riassumibile nel loro motto, nel tragico slogan che ancora riecheggia nell’aria: “Colpiscine uno per educarne cento”. Le BR, di matrice marxista-leninista, fondate da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970, non sono morte: brigatisti nuovi di zecca sono a piede libero, e molti di quelli di vecchia data indicati come ex brigatisti sono o latitanti o nascosti chissà dove, e quasi certamente imprendibili. Nel giugno del ’77 Indro Montanelli viene gambizzato da Franco Bonisoli, che è legato al giornalista da un vincolo di amicizia, come si appurerà in seguito alla cattura del brigatista. Sul finire del 1999, neanche poi troppo a sorpresa, le nuove Brigate Rosse fanno la loro apparizione: Massimo D’Antona nel 1999 viene freddato; non passano tre anni che Marco Biagi, nel 2002, fa la stessa fine. Nel 2003 le Brigate Rosse occupano ancora le colonne dei giornali: due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti della Polizia Ferroviaria sono nel bel mezzo del fuoco delle pistole. Galesi e l’agente Emanuele Petri moriranno.
Nella storia italiana c’è una data che non sarà dimenticata, il 16 marzo 1978: quel giorno il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, era al suo battesimo. In via Fani un commando delle BR assalì l’auto con a bordo Aldo Moro. Moro non arrivò mai alla Camera dei Deputati, né la sua scorta. Furono uccisi tutti: i brigatisti non risparmiarono pallottole. Il presidente della Democrazia Cristiana fu sequestrato. Dopo 55 giorni il cadavere di Moro fu ritrovato nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani: l’auto era posteggiata nei pressi di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, ovvero vicino alla sede nazionale della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.
Dopo il 16 marzo l’informazione, il modo di fare informazione è cambiato: se non proprio radicalmente, ha però smesso di essere quello di Peppone e Don Camillo. Il perché ce lo dice Ivo Mej nel suo saggio “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: l’autore analizza nel profondo la notizia e come essa è stata trattata da giornalisti e testate giornalistiche. Il rapimento di Aldo Moro intercetta le coscienze assopite degli italiani e le proietta in una centrifuga mediatica, dove le notizie arrivano veloci e sconnesse, animate dall’apprensione, senza che dietro ci sia uno spirito del tutto razionale. L’emotività diventa parte integrante della notizia. La notizia, suo malgrado, diventa anche sensazionalità. Ivo Mej fa un’accurata analisi del fenomeno “terrorismo”, delle notizie che vengono portate all’opinione pubblica e come essa reagisce.
C’è più di un valido motivo per leggere il saggio di Ivo Mej, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: ci aiuta a comprendere la notizia e come essa viene confezionata e poi distribuita, ci indica in maniera netta come è cambiato il modo di fare informazione dopo il rapimento di Moro. Cambiare la Storia non è mai possibile; è però possibile comprenderla meglio, senza distorsioni, ed è appunto quanto si prefigge l’autore in questo saggio su Moro e l’informazione.  
 
Ivo Mej è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. All’attività letteraria e saggistica unisce quelle di fotografo, cuoco e sportivo. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.
 
Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti. - Ivo Mej - Prefazione: Francesco Cossiga – Barbera editore – collana Planet - Isbn: 88-7899-202-3 - Pagine: 143 - 15,50 €
 
 
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Intervista a



Ivo Mej



Moro rapito!

 
Personaggi. Testimonianze. Fatti
 
  
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
1. Una data, una sola per l’Italia, il 16 marzo 1978: quel tragico giorno il modo di fare e distribuire l’informazione è cambiato radicalmente. E se non fosse stato Aldo Moro a essere rapito, se fosse stato un qualsiasi altro personaggio politico, oggi nel nostro Paese l’informazione sarebbe quella che conosciamo, o sarebbe uguale a quella che si usava fare negli anni Sessanta e Settanta?
 
Se fosse stato rapito, per esempio, Andreotti, credo che il libro avrebbe avuto la medesima valenza. Il cambiamento del mondo dell’informazione e della società sarebbero stati assolutamente i medesimi, stante la rottura della “messa cantata” all’interno del rito informativo bolso e antico che vigeva nel nostro Paese. Certo, il fatto che sia stato rapito il fautore dell’allargamento del Governo ai Comunisti ha segnato in maniera diversa la Storia.
 
 
 
2. Nel tuo saggio, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”, esponi la teoria degli pseudo-events di Daniel Boorstin. Spieghi inoltre che “le BR sanno perfettamente che il giornalista, date certe premesse di produzione della notizia, si trova invischiato nella sua professionalità che lo porta a dire tutto, di tutto comunque”. Le BR di allora, che tipo di messaggio intendevano portare ai mass media, alla democrazia, all’Italia, rapendo e uccidendo Aldo Moro? E: sono riuscite nel loro intento di mettere a soqquadro le coscienze degli italiani?
 
Direi che le BR sono arrivate al nocciolo di quanto desideravano politicamente: mettere in ginocchio la credibilità di un’intera classe di governo. Poi, naturalmente, bisogna considerare se le BR fossero o no manovrate (con cognizione o meno) dall’esterno. In questo caso, stabilire chi avesse il potere di manovra consentirebbe di capire anche se gli specifici fini di tali forze siano o meno stati raggiunti. Voglio dire che nel caso di indeterminate “forze reazionarie” (vedi teoria della P2), si può dire che il fine sia stato raggiunto solo parzialmente. I Comunisti non andarono al governo, ma il Paese non ebbe la svolta dittatoriale auspicabile da tali forze. Bisognerebbe sollevare finalmente il segreto di Stato dalle carte, cosa che il Governo Prodi non ha avuto il tempo di fare. Speriamo che lo faccia il nuovo, qualunque sia. Indubbiamente, le coscienze degli Italiani non furono più le stesse dopo il rapimento. Molto più dopo il rapimento che dopo l’assassinio di Moro. Il 9 maggio infatti è stato solo l’atto drammaticamente conclusivo di un processo mediale iniziato il 16 marzo.
 
 
 
3. Nell’introduzione, firmata da Francesco Cossiga, si può leggere: “Debbo dire che la televisione e la carta stampata seguirono gli eventi con grande cura e obiettività (la “dietrologia” fiorì molto dopo, dato che anche i dietrologi del dopo capirono che era il caso che tacessero: CIA, il KGB, il triangolo Stati Uniti-Regno Unito-Germania Occidentale, e in particolare il binomio Kissinger-Schmidt dietro gli avvenimenti dolorosi!).”
Mi sembra una considerazione, per così dire, postuma, poco chiara.
Che cosa intendeva riferire Cossiga?
 
Non mi azzardo certo a formulare ipotesi sul pensiero altrui, specie quello del Presidente Cossiga! Prova a chiedere a lui.
 
 
 
4. La produzione della notizia: come è stata confezionata? Forse con quella obiettività di cui accenna Francesco Cossiga nella prefazione?
 
Cosa intendi per “come è stata confezionata” la notizia? Da parte di chi? La notizia è stata confezionata da ogni testata come ritenevano giusto fare. L’obiettività non esiste neanche tra testimoni oculari come insegna il film Rashomon di A.Kurosawa; esiste solo una maggiore o minore verosimiglianza del fatto a come il fatto viene raccontato. Poi, comunque, nel giornalismo di stampo anglosassone (e l’hanno inventato loro, il Giornalismo!), esistono delle regole famose che non rispettare porta a non produrre informazione.
 
 
 
5. “La prima pagina di un quotidiano è il luogo di massimo risalto della notizia. Quando però l’evento è ricco di varie implicazioni non tutti i suoi aspetti possono trovare spazio in prima e vengono disposti nelle pagine interne in ordine di importanza. […]”
Chi o che cosa va oggi in prima pagina?
Chi decide quali notizie devono andare in prima e quali invece no?
 
In prima pagina dovrebbero andare i cinque-sei fatti caratterizzanti al giornata. Chi decide quali siano normalmente è il Direttore che definisce la rotta del giornale nelle scelte di tutti i giorni, normalmente ispirate ad un piano editoriale presentato al momento dell’insediamento (esempio: un giornale edito da Greenpeace avrà sicuramente un direttore favorevole alle fonti energetiche riciclabili, perciò darà sempre il massimo risalto ad un incidente nucleare rispetto ad un fatto di cronaca nera).
 
 
 
6. Il caso Aldo Moro: quando la notizia è diventata vecchia, se mai lo è diventata?
 
La notizia diventa vecchia quando non ha più una carica di novità riguardo a chi la fruisce. In questo senso la “notizia Moro rapito” è divenuta vecchia immediatamente dopo la sua comunicazione ai fruitori. Il 17 marzo la notizia era “Moro in mano alle BR”, i giorni seguenti la notizia era costituita dai comunicati BR e così via.
 
 
 
7. “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: chi dovrebbe leggerlo?
C’è una fascia di lettori cui questo saggio è maggiormente indicato, e se sì, per quale motivo?
 
Il libro si rivolge in primo luogo a chi studia i mass-media, studenti universitari e liceali. Troverei auspicabile che lo leggessero anche tutti coloro che per motivi anagrafici non hanno idea dell’evento di 30 anni fa. Trovo che sia anche molto interessante per chi, come me, vuole ricordare e avere una documentazione agile e veloce sull’argomento da consultare in futuro. “Moro rapito!” è l’ideale libro da acquistare insieme a qualsiasi altro libro che narra la vicenda Moro sotto altri punti di vista.






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Il Vasco Rossi che non vorrei: il Blasco nazionale rinnega sé stesso

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 27, 2008






Il Vasco Rossi che non vorrei

Il Blasco nazionale rinnega sé stesso
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Dopo Giovanni Lindo Ferretti, dopo il più internazionale e conosciuto Nick Cave, entrambi folgorati dalla luce, ci mancava sol più Vasco Rossi, il Blasco. Anche lui, oramai ben più che cinquantenne, ha visto la luce: «Non si può spingere solo l’acceleratore, bisogna anche frenare... ci si deve accontentare». La dichiarazione del Blasco non dovrebbe sconvolgere nessuno, nemmeno i fan di vecchia data, che oramai dovrebbero essersi abituati alle innumerevoli contraddizioni del Blasco nazionale, di uno che un giorno dice una cosa e quello appresso subito cambia le carte in tavola. Sia questo il motivo per cui non è mai riuscito a sfondare all’estero, a differenza di tanti altri suoi colleghi, più giovani anche? Uno dei tratti più marcati del Blasco è l’incoerenza, portata avanti nel corso degli anni con una certa sfacciataggine, che però piaceva agli italiani, allo zoccolo duro dei suoi ammiratori.
Oggi anche Vasco Rossi non ne vuol più che sapere della “vita spericolata”: viviamo tempi bui in cui anche le canzonette s’inchinano a novanta gradi di fronte alla vecchiaia spacciata per (ri)scoperta spiritualità.
 
Vasco Rossi non è sicuramente Mick Jagger. Molto più modestamente è un cantante italiano, che in tanti anni di carriera non è riuscito a sfondare all’estero, e forse non ci ha neanche mai provato consapevole dei suoi limiti. In ogni caso, oggi che deve uscire con un nuovo disco, spiega così il suo voltafaccia alla “vita spericolata”: «La realtà che vedo mi fa schifo, è triste e odiosa. Per questo ho rivalutato i sogni e le illusioni che aiutano a vivere meglio: credere in un amore, una donna, un rapporto, avere una fede, magari non vera o sbagliata. L’importante è crederci. Vivi meglio». Un nuovo disco? Ma per Dio!, credo di non ricordare male, ma solo un anno or sono Vasco Rossi si diceva stanco di fare dischi, che la sua musica l’avrebbe venduta su Internet, tranne poi rimangiarsi tutto. Non è stato il solo: in tanti ci hanno provato a vendere la loro musica esclusivamente su Internet, mettendo a segno un miserabile flop. La gente vuole ancora il disco, il compact disc, e desidera ancor di più i vecchi vinili. Molti rimpiangono le musicassette, il cui suono non era pulitissimo, ma che te le potevi cacciare in tasca, tenere in macchina, sdoppiarle, maltrattarle anche fino alla noia più assoluta. E cancellarle.
 
Oggi Vasco è un signore che ha passato la cinquantina, che sul palco ci sta ancora ma che fatica a trascinarsi da un bordo all’altro: la stanchezza comincia a farsi sentire e non in maniera lieve. Insomma, il Blasco nazionale è uno che oggi, per forza di cose, si deve accontentare, anche se lui dice d’aver fede che alla fine ci sia un angelo o un rock’n’roll ben riuscito. «La realtà è veramente pessima: non solo mortifica moltissimo le aspirazioni umane, ma non pone limiti alla sofferenza. Lo so, è una presa di coscienza un po’ amara. Bisogna accontentarsi. A me la cosa non piace per niente. L’uomo normale non ha scelta, soffre, l’artista si ribella all’idea di non poter spiccare il volo. Io spero solo che alla fine della corsa ci sia un angelo o un rock and roll ben riuscito». Sia come sia, il vecchio Vasco, quello di una “sera al Roxy Bar” è bell’e morto, o perlomeno così ci vuol far credere il cantante, forse per andare incontro a quelle esigenze di mercato per cui il rocker di oggi deve essere una faccia d’angelo che possa piacere tanto a papa Ratzinger quanto a Veltroni e Berlusconi.
 
«I miei genitori sognavano per me una vita sicura, il posto in banca o in comune o statale. Io sognavo invece un avventuroso precariato, una esistenza non garantita. Però neppure io posso vivere come un cartone animato, ma d’altra parte sono insofferente ai limiti che la natura dà all’uomo. E allora ecco che ritorniamo alla rivalutazione dei sogni, i protagonisti di questo disco». In pratica, il caro buon vecchio Vasco, sempre più attempato e con una esagerata calvizie nulla affatto mascherata dai pochi capelli superstiti tenuti esageratamente lunghi, ci dice bellamente che per sé, quand’era giovane, ha sognato di vivere un avventuroso precariato. Ahia! Non c’è artista o politico che oggi non ti parli del precariato come di un’avventura, da vivere. Siamo alla frutta. No, al caffè con la varechina dentro o la diossina, secondo i gusti.
 
Nel nuovo disco, “Il mondo che vorrei”, c’è una canzone, «E adesso che tocca a me»: sulle colonne del Corriere della Sera, Vasco spiega che «in verità mi accorgo che non abbiamo bisogno di cose, oggetti, ma di situazioni ‘dentro’. Ed eccomi qui a ringraziare il cielo e le chitarre. Se stai bene dentro è okay anche una modesta capanna, ma se vivi in una villa grandissima e il tuo riferimento è Bill Gates, sei finito». C’è anche un’altra canzone, «Cosa importa a me», e a questo punto Vasco tira in ballo Cristo, com’era logico aspettarsi: «Dimenticare non è facile, ma perdonare, almeno per me, è impossibile. Gesù Cristo proclamava la necessità del perdono. Ma è qualcosa che sono costretto a lasciare agli uomini grandi. Quelli piccoli come me si sforzano di dimenticare perché a perdonare non ce la fanno». Si potrebbe anche essere d’accordo: il perdono è qualcosa di divino e l’uomo è tutto fuorché un essere divino, quindi al massimo gli è concesso di bruciare un po’ di neuroni e dimenticare ciò che l’ha fatto soffrire. Ma dimentichiamo tutti, alla fine, vuoi per colpa della vecchiaia, vuoi per la troppa stanchezza… Alla fine tutti dimentichiamo, persino chi siamo stati.
 
In ultimo, uno strale il vecchio, vecchissimo Vasco Rossi ce l’ha per i politici: «I politici sono dei tossicodipendenti da potere. Però a loro non li arresta nessuno, ai drogati sì». Che bravo! Il Blasco ha scoperto l’acqua calda, una moda che, ahinoi, non passa mai di moda.
Giacché anche il Blasco nazionale è rimasto folgorato dalla luce, non da quella elettrica però, adesso che si è illuminato per bene non è da escludere che domani o posdomani si porterà davanti a papa Ratzinger per intonare una Ave Maria o un Eterno Riposo.

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