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Jurij Druznikov: è scomparso ieri uno dei più grandi scrittori russi del Novecento

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 16, 2008






E’ scomparso ieri Jurij Druznikov

uno dei maggiori scrittori russi del Novecento

autore del classico Angeli sulla punta di uno spillo
e del romanzo Il primo giorno del resto della mia vita,
appena pubblicato da Barbera Editore.



È scomparso ieri, all'età di 75 anni, Jurij Druznikov, considerato dalla critica uno dei più importanti scrittori russi del Novecento, candidato al Nobel per la letteratura nel 2001 e menzionato nello stesso anno come autore del miglior romanzo in traduzione (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera 2006) dall'Unesco. Druznikov, che viveva negli USA dal 1985, è morto nella sua casa di Davis, California, per le conseguenze di una grave polmonite che lo aveva colpito due settimane fa.
La partecipazione di Druznikov al Festivaletteratura di Mantova nel 2006 e la costante attenzione che la stampa italiana gli ha dedicato lo hanno reso noto anche in Italia, dove le sue opere sono state pubblicate solo di recente da Barbera Editore.
Scrittore, critico letterario, pedagogista, autore teatrale, Druznikov aveva pubblicato le sue prime opere durante il regime stalinista. Subito bollato come dissidente, era stato più volte censurato ed era vissuto per anni sotto lo stretto controllo del KGB. Nonostante fosse stato radiato dall'Unione scrittori sovietici, con il conseguente veto alla pubblicazione, continuava a diffondere i suoi scritti clandestinamente, fino al 1985, quando il samizdat (ciclostile) di Angeli sulla punta di uno spillo, il suo capolavoro, fu rinvenuto durante una perquisizione in casa di un amico. Arrestato, stava per essere internato in manicomio criminale, ma fu salvato da una petizione internazionale cui parteciparono intellettuali come Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel. Grazie a queste pressioni Gorbaciov decise di lasciarlo fuggire. Druznikov riparò prima in Italia e poi negli Usa, dove gli fu offerta la cattedra di Letteratura russa all'Università della California, dove ha insegnato fino alla morte.
Le opere di Druznikov, fra cui ricordiamo, oltre che Angeli sulla punta di uno spillo anche i romanzi Il primo giorno del resto della mia vita, pubblicato il mese scorso da Barbera Editore, Passport to yesterday, Superwoman, la raccolta di racconti Là non è qua (Barbera 2007) e i saggi Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov e Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, sono state pubblicate in 14 paesi e tradotte in altrettante lingue, fra cui inglese, russo, italiano, polacco, francese.

Web:

www.barberaeditore.it
www.druzhnikov.com


JURIJ DRUZNIKOV – BIOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA SINTETICA
 
 
Jurij Družnikov (Mosca, 1933 – Davis, California 2008), scrittore e storico della letteratura, è considerato uno dei più importanti autori russi del Novecento. Nato da una famiglia di artisti e cresciuto fra intellettuali e scrittori, molti dei quali furono epurati da Stalin, compie il suo percorso di studi con fatica, essendo stato segnalato fin dalla scuola superiore come un “sottostimatore del ruolo di Stalin durante la guerra civile russa”. Dal 1953 al 1964 lavora come giornalista, fotografo, archivista, insegna letteratura russa in Kazakistan; tornato a Mosca, s’impiega nella stampa come editor, corrispondente e in seguito caporedattore di un quotidiano. Nel 1971 entra nell’Unione degli scrittori sovietici. Nello stesso anno pubblica il suo primo libro, un’antologia di racconti, Never Ever Goes My Way, accomunati dalla presenza ricorrente di personaggi tratti dalla vita quotidiana del popolo russo, e destinati al cronico  fallimento.
Nel 1974, dopo la pubblicazione e il conseguente ritiro di due saggi sull’educazione degli adolescenti (Boredom Prohibited e Never Stop Asking Questions, Boys ), mentre gli scritti di Družnikov sono rifiutati da editori di libri e di riviste perché considerati pericolosi (la raccolta di racconti del ’71 era stata pesantemente mutilata dai tagli della censura), il caporedattore della rivista Novy Mir decide di pubblicare i racconti Valedictory e February the Thirtieth, tornando poi sui suoi passi con la motivazione che la quota di testi di critica sociale concessa alla rivista era già stata esaurita con la pubblicazione dei racconti di Solzhenitsyn. Sempre nello stesso anno, la rivista femminile Rabotnitsa pubblica, con ampi tagli, un estratto da Money Goes ‘Round, un altro suo racconto. Ciò gli procura la stigmatizzazione dalle pagine del quotidiano Izvestiya, che lo accusa di essere un calunniatore del popolo sovietico.
Nonostante le censure e i tagli, Družnikov prosegue nella sua strada d’investigazione del ruolo dell’ideologia nella letteratura e nella cultura sovietica, affrontando un gran numero di argomenti controversi, che porteranno il regime a un sistematico blocco di tutte le sue opere. Caso esemplare è quello del suo primo romanzo, uscito letteralmente mutilato dai tagli nel 1976, con il titolo, imposto dalla censura, di To Sacrifice This Very Bird. Nel frattempo, viene proibita la rappresentazione della sua commedia Teacher in love.
Nel 1977 Družnikov viene definitivamente radiato dall’Unione degli Scrittori Sovietici ed è  dichiarato “traditore della patria” per aver partecipato al movimento sovversivo di pubblicazioni samidzat e per altre attività “illegali”. Così, durante gli anni Ottanta, il suo nome viene rimosso da tutte le pubblicazioni sovietiche. Družnikov descriverà queste vicende nelle memorie The Cancellation of Writer n. 8552, pubblicate dal Washington Post. Infatti, nonostante la censura, i suoi libri circolano fra gli oppositori del regime e vengono fatti uscire clandestinamente dall’Unione Sovietica, verso l’Occidente, dove sono divulgati. Družnikov stesso, come attivista del movimento samidzat, oltre a far circolare i suoi scritti clandestinamente, passa testi di autori proibiti a editori occidentali e organizza laboratori di scrittura clandestini. Lo scrittore riesce persino ad aprire una sua casa editrice, che viene tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia.
Nel 1985, non potendo far cessare le sue attività sovversive in altro modo, il KGB impone a Družnikov la scelta fra l’internamento in un campo di lavoro e quello in manicomio. Solo le proteste di scrittori occidentali fra cui Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel, la mobilitazione di associazioni umanitarie e dello stesso Congresso americano lo salvano dall’arresto. Ma egli non desiste dalla sua linea dissidente e nel 1987 organizza una mostra dal titolo I dieci anni di un non-scrittore. L’iniziativa, ovviamente illegale, gli causa l’esilio definitivo.
Dopo aver lasciato l’Urss si stabilisce a Vienna e poi, definitivamente, negli Stati Uniti, dove tiene corsi di scrittura e lavora alla radio. Nel frattempo esce  Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov, il libro scritto in segreto e già diffuso capillarmente in Russia dal movimento samidzat. Questo saggio analizza e smaschera la creazione del mito di regime di Pavlik Morozov, che secondo la propaganda staliniana sarebbe stato ucciso dai controrivoluzionari kulaki, ma che in realtà, secondo Družnikov, morì per motivi molto diversi dalla politica.
Il più noto e acclamato romanzo di Družnikov, Angels on the head of a pin (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera Editore 2006), allude ironicamente al topos accademico “Il numero di angeli che possono stare sulla capocchia di uno spillo è pari alla radice quadrata di 2”, usato durante il regime sovietico per descrivere l’incalcolabile numero di dissidenti pronti a scatenare una rivolta. La vicenda si svolge intorno alla redazione di un quotidiano nazionale, Trudovaya Pravda (La verità dei lavoratori), nel momento più duro della reazione brezneviana, e nell’arco di 67 giorni: dal momento dell’infarto del redattore capo del giornale, Makartsev, fino alla sua morte, il 30 aprile 1969. La sua rovina inizia dal momento in cui trova sulla sua scrivania una traduzione del celebre (e proibitissimo) resoconto del viaggio in Russia, effettuato nel 1839 dal diplomatico francese Marchese de Custine. Il libro, considerato oggi uno dei più importanti documenti storici sulla Russia zarista, è stato a lungo censurato in Russia. Perciò, la scoperta della copia tradotta clandestinamente e recapitata chissà da chi e chissà come nel suo ufficio, getta Makartsev nel panico: ciò lo compromette irrimediabilmente col regime. Un infarto, dovuto probabilmente allo stato d’ansia in cui quell’episodio l’ha gettato, peggiora la situazione. Mentre i sospetti si addensano sulla sua testa, il controllo del giornale gli sfugge sempre più di mano, fino all’epilogo e alla conclusione del romanzo, che si chiude con l’arresto del giovane giornalista che aveva tradotto di nascosto De Custine e con la morte di Makartsev nel giorno stesso in cui tenta di reinsediarsi alla direzione del giornale.
Sotto il regime sovietico, il manoscritto di Angeli sulla punta di uno spillo non sarà mai pubblicato, a causa del suo contenuto pesantemente satirico nei confronti del meccanismo della propaganda e della censura. Una copia microfilmata viene avventurosamente portata fuori dalla Russia e pubblicata nel 1989 a New York, in russo. È quindi incluso nella lista dei “migliori dieci romanzi russi del XX secolo”. Ma, nonostante questo, né la glasnost né la perestroika  riescono a infrangere il muro di silenzio calato in patria sugli scritti di Družnikov. Qui il romanzo  uscirà solo nel 1991, dopo il colpo di stato di Mosca.
Alcuni anni dopo, l’edizione inglese viene inclusa nella lista dei migliori romanzi in traduzione dall’UNESCO, mentre arriva anche la candidatura al Nobel per la letteratura nel 2001.
I critici occidentali attribuiscono a Družnikov l’invenzione di un nuovo genere: il microromanzo. Brevità, ma completezza e organicità della trama, vasta, profonda, critica analisi sociale ne sono i caratteri salienti.
Družnikov ha iniziato a pubblicare microromanzi negli anni Settanta. Molti dei suo lavori sono poi stati raccolti nella raccolta Micronovels (New York 1991). I protagonisti dei microromanzi di Družnikov sono personaggi tratti dal quotidiano russo e americano; l’assurdità dell’esistenza, la mancanza di uno scopo e di speranza sono tratti comuni di queste storie.
Nell’ambito della storia e della critica della letteratura, due sono le opere fondamentali di Družnikov: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, una psicobiografia del grande autore russo, e Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (pubblicato in russo nel 1995  e in inglese nel 1999), un’analisi polemica dello sviluppo della letteratura russa negli ultimi due secoli.
Fra i libri di memorie pubblicati da Družnikov, oltre al già citato  Cancellation of Writer n. 8552, ricordiamoanche I was born in a line, uscito sul Washington Post nel 1979. Anche quest’opera, successivamente pubblicata in russo, racconta le difficoltà con la censura, i rischi per la propria incolumità, l’attività clandestina.
Dal 1985, anno della sua fuga in Occidente, ad aprile 2008, Druznikov ha insegnato Letteratura russa all’Università di Davis, California.
 
In Italia le sue opere sono pubblicate da Barbera Editore, che lo ha fatto conoscere ai lettori e alla critica con le due edizioni (rilegata ed economica) di Angeli sulla punta di uno spillo (2006) e con le due opere più recenti, la raccolta di racconti Là non è qua e il romanzo Il primo giorno del resto della mia vita, terminato a febbraio 2008 e uscito in anteprima mondiale nell’edizione italiana in aprile.
Altri scritti di Druznikov – racconti e saggi di politica russa.

 
BIBLIOGRAFIA SINTETICA

Raccolte

Sobranie sochinenii, 6 voll. (VIA Press, Baltimore, 1998);
Izbrannaya proza, 2 voll. (Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Izbrannoye, 2 voll. (U-Factoria, Yekaterinburg, 2001);

Narrativa e saggistica 

Chto takoe ne veziot. Collection of Short Stories
(Molodaya Gvardiya, Moscow, 1971);
Donoschik 001, ili Voznesenie Pavlika Morozova (OPI, London, 1987; Moscow, 1995);
Angely na konchike igly (Liberty, New York, 1989; Kultura, Moscow, 1991);
Microromany (Word, New York,1991);
Uznik Rossii. Cronicle One (Antiquary, Connecticut, 1992);
Dossier begletsa. Cronicle Two (Hermitage, New Jersey, 1993);
Uznik Rossii. Cronicle One and Two (Izograf, Moscow, 1997);
Kanikuly po-chelovecheski (APP, Moscow, 1992);
Russkie mify (Liberty, New York, 1995; Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Ya rodilsia v ocheredi (Hermitage, New Jersey, 1995; Chroniker, Moscow, 2002);
Informer 001 (Transaction, New Jersey, 1997);
Viza v pozavchera (Hermitage, New Jersey, 1998);
Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (Edwin Mellen, New York, 1999);
Prisoner of Russia: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism (Transaction, New Jersey, 1999);
Vtoraya zhena Pushkina (Vagrius, Moscow, 2000);
Smert' izgoya (Seagull Press, Baltimore, 2001);
Duel s pushkinistami (Khroniker, Moscow, 2001);
Angels on the Head of a Pin (Peter Owen, London, 2002);
Uznik Rossii Trilogy (Golos Press, Moscow, 2003);
Superzhenshchina (Parad, Moscow, 2003).
 
 
 
Bibliografia su Jurij Družnikov
 
John Glad, ed. Literature in Exile (Duke University Press, Durham, 1990): 149-151;
Martin Tucker, ed., Literary Exile in the Twentieth Century (Greenwood, New York, 1991): 215-216;
Vladimir Svisky. Proza Yuria Druzhnikova (Challenge, Washington, 1994);
Staffan Scott. Lenins alskarinna (Hjalmarson, Stockholm, 2000): 92-97;
Russkie pisateli 20 veka. Biograficheskii slovar' (Bol'shaya Rossiiskaya Entsiklopedia, Moscow, 2000): 245-247;
Fenomen Yuria Druzhnikova (Intercontact, Moscow-Warsaw, 2000);
Krizis ili metamorfpozy: sud'ba romana na rubezhe vekov. Na metarialakh pomana Druzhnikova “Angely na konchike igly” (Slavica Orientlia, Warsaw, 2001);
Lola Zvonareva, Wieslawa Olbrych. Sostoyavshiis'a vne tusovki: tvorchestvo i sud'ba pisatel'a Yuria Druzhnikova (Academia, Moscow, 2001);
Lev Anninsky. Russkie pl'us (Algoritm, Moscow, 2001): 13-20;
Istoria v zerkale literatury i literaturovedenia (Granit, Gdansk-Warsaw, 2002);
Ivailo Petrov. Yuri Druzhnikov: literaturnoe protivostoyanie (Axios, Bulgaria, 2004).
Zoya Mikhailova, ed. Yuri Druzhnikov: knigi i sud'ba. Bibliografocheskii ukazatel' (Ul'anovsk, 2002).
Perekrestki epoch. Almanac No.4, Moscow, 2003.
Kartina mira i cheloveka v literature i mysli russkoi emigratsii. Sbornik statei. Krakov, 2003.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:03 | segnalazioni, esteri, letteratura, personaggi famosi, cronaca, editoria, autori, rassegna stampa, comunicati stampa, cronaca nera, prima pagina, scrittori, ultime notizie, cronaca vera, last news | clicca per commentare commenti (3)



Nicola Tommasoli è morto e Gianfranco Fini assolve i neofascisti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008


Gianfranco Fini assolve i neofascisti!
Nicola Tommasoli è morto
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
Durante il notiziario Studio Aperto, uno dei due amici che era con Nicola Tommasoli, vittima del pestaggio a morte da parte di cinque neofascisti, ha raccontato: “C’erano i ragazzi, noi stavamo passeggiando, ci hanno chiesto una sigaretta, anche con un tono un po’ strano. Noi abbiamo risposto di no e abbiamo continuato a camminare per la nostra strada senza fermarci. Quando ho fatto per girarmi, uno mi ha sferrato un pugno, da lì è cominciato tutto. Due minuti di panico, faccio fatica adesso perché ho preso tante botte, mi tiravano per i capelli, sono caduto più volte e ho cercato di difendermi come potevo, per fortuna mi sono girato, altrimenti potevo essere lì al posto del mio amico. Cosa ci dicevano? No, non insulti, ci davano le botte ma non dicevano niente. Erano delle bestie, non c’è un motivo né niente”. La vittima-testimone ribadisce l’aggressione alle spalle: “Se Nicola si fosse girato probabilmente non sarebbe lì - dice l’amico, riferendosi alla rianimazione - si sarebbe potuto difendere, avrebbe avuto solo qualche botta”.
 
E’ clinicamente morto Nicola Tommasoli, il giovane ricoverato all'ospedale Borgo Trento di Verona dopo essere stato picchiato a sangue la notte del primo maggio. Alle 18 il collegio medico dell’ospedale ha concluso il periodo di osservazione per l'accertamento della morte. I genitori di Nicola hanno espresso il desiderio di donare organi e tessuti.
 
Vincenzo Stingone, il questore di Verona, si è così espresso: “Il pestaggio non è avvenuto per motivi politici ma per motivi futili. Per quel che ne sappiamo fino adesso il motivo scatenante è stato proprio quella sigaretta negata ai cinque giovani ultras”.

Altri due ragazzi della provincia di Verona sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta sull’aggressione a Nicola. I due arrestati sono Guglielmo Corsi, 19 anni, e Andrea Vesentini, 20 anni, entrambi di Illasi, un paese poco distante dal capoluogo. Il primo è metalmeccanico, l’altro è promotore finanziario.
Secondo quanto accertato, Corsi e Vesentini erano insieme a Raffaele Dalle Donne, il giovane veronese arrestato per primo da polizia e carabinieri nel corso dell’inchiesta. Dalle Donne si è costituito. Raffaele, già conosciuto alle forze dell’ordine come tipo violento e aggressivo, era fuggito in tuta da ginnastica dopo il pestaggio e non era tornato a casa fino all’alba della mattina dopo. Quando è venuto a cambiarsi, il padre l’ha convinto a costituirsi e lui lo ha fatto, accompagnato dall’avvocato di famiglia.
Corsi e Vesentini, quando in nottata la polizia è venuta a prenderli a casa, non hanno opposto alcuna resistenza e hanno ammesso subito di aver fatto parte del gruppo di aggressori di Tommasoli. Peri e Tarabuio, anche loro ricercati per l’aggressione, hanno invece preso la macchina della madre di uno dei due per fuggire all’estero. Il questore di Verona, Vincenzo Stingone, ha lanciato un appello perché gli aggressori latitanti si consegnino agli inquirenti. I latitanti sono soprannominati "Peri" e "Tarabuio", sono scappati probabilmente in Austria, e gli inquirenti, pur non rivelandone l’identità, hanno spiegato che potrebbero consegnarsi spontaneamente alle forze dell’ordine nelle prossime ore.
 
Gli scontri e le contestazioni della sinistra radicale contro la Fiera del Libro di Torino “sono molto più gravi” di quanto accaduto a Verona. Lo sostiene Gianfranco Fini, a Porta a porta, talk-show politico condotto da Bruno Vespa. “L’aggressione dei naziskin veronesi e la violenza dei centri sociali torinesi sono due fenomeni che non possono essere paragonati”. A giudizio di Fini, in sostanza, se dietro l'aggressione di Verona non c'è alcun “riferimento ideologico”, a Torino le frange della sinistra radicale “cercano in qualche modo di giustificare con la politica antisionista”, un autentico antisemitismo, veri e propri “pregiudizi di tipo politico-religioso”.
“Nel momento in cui tutti dovrebbero piangere la morte di un ragazzo e chiedere la massima punizione per gli assassini assistiamo, invece, ad una serie di basse speculazioni politiche”. Questo il commento di Iacopo Venier, della segreteria nazionale del Pdci, secondo cui “tra queste la più grave è certo quella del presidente della Camera che assolve i picchiatori fascisti e si prepara a scatenare nuove repressioni violente come quelle che egli comandò a Genova nel 2001”. Per Salvatore Cannavò, esponente di Sinistra critica, le parole di Fini sono “allucinanti e incredibili”: “Mettere sullo stesso piano l’incendio di una bandiera con un barbaro omicidio non solo costituisce una assoluta mancanza di rispetto per il dolore di due genitori a cui la barbarie ha strappato il figlio, ma il sintomo della cultura di fondo del neo presidente della Camera”. E Walter Veltroni, giustamente, rincara la dose: “Io sono per non stabilire mai priorità su questi temi. Sono due fatti diversi: nel primo caso c’è la vita di un ragazzo che è stata spezzata ed è un episodio molto grave e sottovalutarlo sarebbe un errore molto serio. Il secondo episodio è altrettanto grave e stabilire delle priorità è assolutamente sbagliato. Bisogna contrastare ogni forma di violenza e intolleranza. Quando poi diventa una violenza fisica nei confronti di un ragazzo ucciso a bastonate, è necessario avere un giudizio molto severo”. Rosy Bindi invita Fini a usare maggiore “prudenza” nel commentare l’uccisione del ragazzo a Verona: “Siamo in presenza di una morte, inviterei il presidente della Camera ad una certa prudenza, credo sia veramente pericoloso stabilire delle gerarchie di gravità tra bruciare le bandiere di un Paese e aggredire una persona fino a sopprimerne la vita”. La presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, si chiede: «Cosa c'è di più grave dell'omicidio di un ragazzo innocente?”.
 
Dopo questa sparata del neopresidente della Camera Gianfranco Fini, si può solo augurare una cosa al nuovo governo: che cada al più presto possibile, che non abbia neanche la durata di uno sputo.


I commenti su questo post sono chiusi a Tutt*, senza eccezioni, in rispetto del dolore della famiglia.

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Parroco vieta “Bella ciao” in chiesa

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -





Parroco vieta “Bella ciao” in chiesa

partigiano sepolto con rito civile




Il parroco vieta Bella ciao dentro e fuori la chiesa, e la famiglia del partigiano annulla i funerali in parrocchia. E’ accaduto a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), roccaforte partigiana della destra Tagliamento. Protagonisti della vicenda sono la famiglia di Egidio Cozzi , 80 anni, ex partigiano, e don Renato D’Aronco , parroco di Castelnuovo. L’anziano partigiano aveva chiesto, prima di morire, che il suo funerale si svolgesse in chiesa e che fossero eseguite canzoni partigiane.

Un pallino per il defunto che aveva espresso più volte il desiderio di avere la banda alle sue esequie, ma il parroco si è opposto, non ha permesso che la piccola orchestra entrasse in chiesa e si è rifiutato anche di farla suonare sul sagrato. La famiglia ha quindi deciso di far svolgere solamente il rito civile, durante il quale sono state eseguite tutte le canzoni patriottiche care all’anziano partigiano.

“E’ stata una cosa poco sensibile e rispettosa del defunto, dei suoi familiari e dei tanti amici che si erano radunati per l’ultimo saluto” ha detto il segretario dell’Anpi di Spilimbergo (Pordenone), Gianni Afro. “Sia i congiunti, sia i soci e i simpatizzanti dell’Anpi - ha precisato Afro - avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa e, quindi, avevano accettato di buon grado di non far suonare la banda nel luogo di culto. Quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato, su quello che è ormai suolo pubblico, è sembrato a tutti un affronto, e si è optato per rinunciare alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile”.

“Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica e degli strumenti all’interno dei luoghi di culto senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire” si è giustificato don Renato D’Aronco, precisando di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. Il sacerdote, che è parroco da 11 anni della piccola comunità friulana, ha anche spiegato che “era impossibile trovare un compromesso come qualche esponente dell’Anpi aveva richiesto. Il rito funebre ha il significato di una comunità cristiana che accoglie e accompagna”.

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Sequestrata Antares, la sauna-gay di Torino

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, aprile 28, 2008





Sequestrata Antares, la sauna-gay di Torino

Era frequentata da diversi vip


Il proprietario accusato di agevolazione della prostituzione


di Giuseppe Iannozzi



Una vero e proprio postribolo di prostituzione gay tra giovani stranieri, che si offrivano a italiani d’ogni età, professione e condizione sociale, in una delle zone più rinomate dell’Augusta Taurinorum. Antares, questo il locale scoperto dalla Polizia a Torino, sotto le mentite spoglie d’una palestra con sauna, ai margini dell’elegante quartiere Crocetta. Il titolare, il settantenne Marco Lo Marco, è stato denunciato per agevolazione della prostituzione.

Quando gli agenti del commissariato San Secondo hanno fatto irruzione nel club Antares, in via Pigafetta 73/D, dopo giorni e notti di appostamenti, hanno trovato 29 uomini, molti dei quali con il solo asciugamano legato alla vita, in compagnia di giovani brasiliani, algerini, romeni, marocchini, molti dei quali clandestini. Giovani che offrivano prestazioni sessuali a pagamento, appartandosi coi clienti nei camerini sui due piani del locale, tra il naif e il decadente. L’ingresso nel locale costava 8 Euro nei giorni feriali, 10 durante i festivi. A quanto pare gli stessi giovani prostituti dovevano pagare per poter accedere al club: riuscivano comunque ad avere anche più di dieci incontri al giorno.

All’appello non mancano il padre missionario, l’ex sindaco di Forza Italia star del Cuneese, il preside dell’istituto superiore in provincia di Torino, ma anche avvocati, medici, giornalisti della tv e della carta stampata; e ancora manager, il noto attore di teatro ottuagenario, tre grandi del palcoscenico, l’intrepido eroe di mille spaghetti-western, il professore universitario e lo scrittore icona nazionale dei gay. E poi: un alto prelato svizzero, un vescovo ortodosso e un paio di attempati calciatori. E per finire: un illustre docente di filosofia, poliziotti e carabinieri, e non pochi pensionati. Sorpresi nudi o quasi, molti si sono fatti prendere da autentiche crisi isteriche, non del tutto immotivate giacché ad attenderli a casa mogli e figli sul piede di guerra, e non solo.

La clientela era davvero molto eterogenea: in prevalenza uomini di mezz’età, sposati e con figli. Molti i vip, ha rivelato il titolare della sauna a la «La Stampa»: fra loro anche attori celebri, calciatori, avvocati, giornalisti, docenti, un prelato straniero e qualche magistrato. Adesso temono lo scandalo e sperano di riuscire a insabbiare l’accaduto. Soprattutto i due prelati temono per sé stessi, ovviamente. Tra l’altro sembrerebbe che nella casa ci fossero anche icone religiose, un Cristo dipinto, un Apollo dorato a grandezza naturale, tappezzeria rossa, oltre a svariati film hard in vhs e su dvd.

Il locale risulta aperto dal 1981 e figurava recensito su moltissime guide per omosessuali anche in lingua inglese, nonché in inserzioni su periodici per gay. Nei locali la polizia ha sequestrato una sessantina di videocassette e dvd a luci rosse, decine di confezioni di preservativi. «Mai avuto problemi in passato» ha sottolineato al quotidiano torinese il proprietario. «Non vorrei che fosse una crociata anti-gay» ha rinforzato il suo avvocato Raffaella Variglia. Lo Marco li ascolta, non stupito, e commenta: «Non davamo fastidio a nessuno, ci hanno chiusi solo perchè è un locale per gay». L’avvocato difensore di Lo Marco, Raffaella Variglia, si dice certa che a breve l’Antares riaprirà: «Le accuse contestate al titolare sono inconsistenti. Se all’interno della sauna i clienti prendevano accordi tra loro per incontrarsi, Lo Marco non c’entra nulla. Non vorremmo che, alla fine, sia in atto una crociata anti-gay».

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La prof. e l’alunno più dotato: "Vince chi ce l’ha più lungo!”

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, aprile 24, 2008





La prof. e l’alunno più dotato

Vince chi “ce l’ha più lungo!”


di Giuseppe Iannozzi



Gareggiavano in classe per premiare il più dotato. Il più dotato sì, non di cervello però.
Che cosa?

Sì avete capito bene, la gara era per sapere - a tutti i costi - chi ce l’aveva più lungo, il cazzo ovviamente.
L’insegnante, una quarantenne sostituiva la collega di ruolo giusto per un’ora, ed era in classe con gli allievi, quando è accaduto il gioco del metro. Tuttavia lei giura e spergiura di non sapere nulla al riguardo: “Non me ne sono accorta”. Peccato, perché se davvero non si è accorta di nulla, o non c’è nessuno “molto dotato” o lei è una prof. molto ma molto distratta che non si interessa degli alunni.

E’ accaduto alla scuola media di Sant’Antimo, la Giovanni XXIII di via Piave, a Nord di Napoli. Sembra che non sia neppure la prima volta. C’è chi parla di altri episodi di esibizionismo avvenuti nella stessa classe, e ovviamente il preside allarga le braccia e si affida a San Gennaro, quasi piangendo: “Solo voci. Non ci sono riscontri”.
Ma nell’intanto la professoressa è stata denunciata mentre cinque bambini, tra i 12 e i 13 anni, sono stati segnalati alla procura dei minori. Sarà ora compito dei magistrati capire se è vero che l’insegnante non si è accorta di quello che stavano misurando i suoi alunni. Il ministero per ora tace: e la professoressa continua a insegnare. “Erano chiusi a cerchio in un angolo della classe”, si è giustificata. “Credevo stessero parlando della gita scolastica”. In realtà la gita ci fu, proprio il giorno dopo, a Roma, ma gli sherlock holmes italiani sono poco propensi a credere alla versione della professoressa caduta dalle nuvole. Anche la posizione del preside è non poco imbarazzante, almeno per la polizia di Frattamaggiore. “Sono sconcertato”, piagnucola il preside tirando su un tono più che mai deluso. “Proprio non potevo immaginare che la cosa sarebbe finita in questa maniera, con una denuncia penale alla collega e una segnalazione per i bambini”.

Per il responsabile della scuola è stata poco più che una ragazzata. “Forse lo è stata - dice la madre di uno scolaro -, ma che l’abbiano fatto mentre in classe c’era la professoressa è incredibile”. Lei in quella seconda media neppure insegna. E’ insegnante di Lettere in un’altra sezione; quella mattina sostituiva per un’ora una collega assente.

“Proprio in questa scuola doveva capitare”, si dispera il preside. “In un comune difficile come Sant’Antimo, la nostra scuola è impegnata da anni per aiutare i bambini. Facciamo mille attività collaterali, teniamo aperto il cancello quasi tutto il giorno e poi ci capita ’sta cosa che rovina il buon nome dell’istituto e ci mette in cattiva luce davanti a tutti”.

Chissà chi era poi il più “dotato”: sarebbe utile saperlo, per la scuola, che così eviterebbe di sprofondare nella vergogna, perché potrebbe vantarsi davanti all’Italia intera di accogliere nelle proprie classi il degno erede di John Holmes.

Preghiamo tutti insieme San Gennaro che ci faccia una lunga e dura grazia!

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Padre Pio seppellito nel suo stesso vestiario

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Padre Pio seppellito nel suo stesso vestiario

esposto per la gioia della folla in diretta mondiale

Ed è subito bagno di fedeli e di curiosi



di Giuseppe Iannozzi



E’ durata un paio d’ore a San Giovanni Rotondo, davanti a 15mila fedeli, la cerimonia eucaristica presieduta dal cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi, in occasione dell’ostensione del corpo di Padre Pio. Un evento mondiale seguito in diretta anche da alcune televisioni straniere, ma anche preghiere lette in diverse lingue per i fedeli di tutte le origini.
Alla cerimonia è seguita l’esposizione delle spoglie del santo per la venerazione del popolino. Prima è stato il cardinale Saraiva Martins a sostare in preghiera per diversi minuti davanti ai resti di padre Pio, nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie. La salma del santo è poco visibile, a dire il vero è invisibile: il volto è difatti seppellito in una bella maschera di silicone e il corpo dal pesantissimo abito e dalle scarpe.

«Non cerchiamo clamore, chiasso, letture distorte e avventate, vogliamo onorare e benedire il Signore mirabile nel suo fedele Servo che ha fatto della sua esistenza e del suo corpo segnato dalle stigmate di nostro Signore Gesù Cristo uno strumento alto e leggibile di quella immagine e somiglianza di sé con cui il Dio creatore ci ha plasmati»: così assicura l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico Umberto D’Ambrosio, al cardinal Saraiva Martins. «E’ un giorno di festa - ha detto D'Ambrosio - perché vogliamo celebrare l’immensa santità di Dio che si riverbera e si rende visibile e fecondante nelle creature che sanno accogliere il mistero di Dio e lasciano che il dono del suo spirito le modelli a immagine della sua unica e inimitabile santità».

Nell’omelia il cardinale Saraiva Martins ha definito Padre Pio «santo della gente» e «padre fecondo di anime». «Avvicinarci, conoscere meglio Padre Pio, diventato ormai il santo della gente, che ora sarà ancora più accessibile, mediante la nuova sistemazione del suo corpo, richiede da parte nostra l’umiltà di riconoscere il mistero. Lui stesso aveva detto di sé, scrivendo il 15 agosto 1916 al suo direttore spirituale e confidente, padre Agostino: “Che dirvi di me? Sono un mistero a me stesso”. Noi oggi veneriamo il suo corpo, inaugurando un periodo particolarmente intenso di pellegrinaggio. Questo corpo è qui, ma Padre Pio non è soltanto un cadavere: infatti egli, che è vissuto in piena unione con Gesù crocifisso, vive adesso nella definitiva comunione con Gesù risorto. E le reliquie sono l’annunzio della nuova creatura che sorgerà in comunione con il Risorto».

Nel pomeriggio una conferenza: partecipano l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D’Ambrosio, frate Aldo Broccatro, ministro della Provincia religiosa Sant’Angelo e Padre Pio dei Frati minori cappuccini, nonché la commissione dei periti che nella notte tra il 2 e il 3 marzo ha riesumato le spoglie. Il 19 marzo il Consiglio dei Ministri, a seguito della richiesta portata alla Prefettura di Foggia e dal Comune di San Giovanni Rotondo, ha dichiarato il 24 aprile «grande evento». Carabinieri, poliziotti e Guardia di finanza per evitare incidenti, una mobilitazione di forze che non ha quasi precedenti nella recente storia d’Italia. Novemila posti letto degli alberghi di San Giovanni Rotondo stracolmi di fedeli e di addetti ai servizi. Si contano 93 testate giornalistiche accreditate ospitate a San Giovanni Rotondo. Accreditate da chi e per che cosa? L’interrogativo c’è e rimane tale.

La faccia di Padre Pio
è stata preventivamente nascosta da una maschera in silicone, l’abito che indossa è stato invece cucito dalle mani delle suore clarisse di clausura del Monastero della Risurrezione di San Giovanni Rotondo. I mezzi guanti e le calze sono quelli che Padre Pio conservava nell’armadio a muro nella cella in cui è stato trovato morto, tra gli indumenti non ancora utilizzati. La stola è di una foggia precedente il Concilio Ecumenico Vaticano II; grossomodo è simile a una «broccatura» su pura seta bianca. La stoffa (cinque metri) è stata tessuta negli anni Sessanta; fu acquistata nel 1987 e conservata in previsione di eventi particolari. Il ricamo evidenzia i dettagli dei melograni (simbolo della fecondità ministeriale nella Chiesa) e dell’uva (simbolo della gloria della vita eterna). La stola conta ben 312 pietre di cristallo di rocca fumee e sferule d’oro; la frangia è stata realizzata alternando elementi gemmati in canutiglia e fiocchi d’oro. Il paramento è costato oltre 200 ore di lavoro. Realizzata da un’azienda di Treviso - la stessa che a suo tempo curò l’abbigliamento liturgico di Papa Giovanni Paolo II e che oggi veste Joseph Ratzinger, nonché i fedeli del Giubileo del 2000 -, la stola non passa inosservata addosso alla mummia di Padre Pio, che così addobbato pare seppellito nel suo stesso vestiario.

«Qui non è un feticismo, è mettere in risalto la dignità, la bellezza del corpo mortale che è un tutt’uno con l’anima»: a gridare è il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D'Ambrosio, sulla riesumazione del corpo di Padre Pio durante la conferenza stampa. «Nella norma della Chiesa c’è il procedere alla ricognizione di corpi mortali, di candidati alla santità o di santi. Solitamente la norma è che si proceda alla riesumazione durante il processo canonico, nella fase diocesana o quando tutto passa alla congregazione delle cause dei santi. Se c’è una differenza per Padre Pio è che ciò non è avvenuto durante la fase canonica». Citando le parole di Paolo VI - che aveva definito la devozione per Padre Pio una “clientela mondiale” -, D’Ambrosio ha sottolineato che con la riesumazione «abbiamo ritenuto procedere alla ricognizione perché abbiamo bisogno anche di questi segni».

Non c’è che dire: è il trionfo assoluto della Morte portata sotto gli occhi dei vivi loro malgrado, presenti e incapaci di levare gli occhi dal più orrido feticismo che si possa immaginare in Terra. E’ il trionfo della Morte e dell’iconoclastia più becera. Padre Pio continua a rimanere sepolto nel suo stesso vestiario. E questo è davvero tutto quel che c’è da sapere.

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