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Visconte di Lascano Tegui, "Sogno senza fine", Barbera editore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, marzo 11, 2008





Visconte di Lascano Tegui

Sogno senza fine


Il crimine, il sesso, il desiderio
d’un dandy nel mezzo della Senna


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
“Di stupore in stupore si resta soggiogati. Meravigliati. Un libro cinico e brutale. Disincantato e visionario. Le mosche, la sifilide, i gesuiti, i gobbi, consentono al Visconte digressioni tanto stravaganti quanto spassose”. (Le Canard Enchainé)
 
“Ha il dono letterario di sorprendere il lettore, passando impercettibilmente da un‘osservazione apparentemente banale a una imprevedibile.” (Le Monde)
 
 
 
Si faceva chiamare Visconte di Lascano Tegui, ma Visconte non lo era. Fu soprattutto un dandy, anche se non al pari di Oscar Wilde o del più nostrano Gabriele D’Annunzio; ciò nonostante riuscì ad avere una certa notorietà per la sua epoca, soprattutto grazie a un romanzo, “Sogno senza fine”, che sarebbe più giusto indicare come metaromanzo. Il libro gli attirò subito alcune simpatie, in particolare fra i circoli letterari: “Sono estremamente imbarazzato a parlare di questo libro, che [….] è sicuramente una delle cose più originali, più singolari che abbia mai letto. In cosa consiste la sua originalità? Io sento che in queste pagine c’è qualcosa di inafferrabile, che sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi spiegazione”. Francis de Miomandre, nel 1930 con queste parole presentava la sua traduzione dell’edizione francese di “Sogno senza fine”. Miomandre fu un celebre ispanista: si fece in quattro per difendere Louis-Ferdinand Céline quando venne accusato di turpiloquio, e non si risparmiò quando promosse all’attenzione della critica e del pubblico autori monumentali quali Claudel, Valéry, Proust e Gide. Miomandre nel 1908 ricevette il prestigioso premio Gouncort per il suo lavoro più celebre, “Ecrit sur de l’eau”. Viene così ammesso tra i grandi letterati del tempo e ha la possibilità d’incontrare artisti quali Jean Cocteau, Debussy, Paul Valéry, Oscar V. Milosz, e molti altri. Miomandre inizia a collaborare per riviste importanti, Nouvelles littéraires e Cahiers du Sud, alternando l’attività di pubblicista con quella di traduttore. Muore quasi del tutto dimenticato, nonostante il grande impegno di tutta una vita per promuovere artisti e cultura. Solo negli ultimi anni alcuni illuminati intellettuali lo stanno risollevando dall’ingiusto oblio in cui fu precipitato dagli intelletti del suo tempo. Tuttavia, nel 1930, Francis de Miomandre era una voce autorevole che veniva ben accolta e ascoltata: “Sogno senza fine” ottenne visibilità proprio grazie a Miomandre che lo presentò ai francesi curandone in prima persona la traduzione.
Lascano Tegui nacque in un paesino della provincia argentina di Entre Ríos. Di famiglia assai modesta, presto si trasferì a Buenos Aires. Emilio Lascano Tegui (1887-1966), oltre che scrittore, fu traduttore per L’Ufficio internazionale delle Poste. Viaggiò parecchio, soprattutto a piedi, in Francia, Italia e Nord Africa. Proprio in Nord Africa si attribuì il titolo di Visconte e pubblicò la sua prima opera, una raccolta di versi, che subito venne accolta con discreto entusiasmo dagli intellettuali del suo tempo. Nel 1913 fu a Parigi e qui strinse amicizia con Apollinaire e Picasso. Non gli bastò: per sbarcare il lunario fu costretto a svolgere diversi mestieri, venditore ambulante, arredatore, meccanico, dentista, e nell’intanto esponeva alcuni suoi dipinti presso importanti mostre collettive. Uno spirito bizzarro, un dandy ma anche un instancabile viaggiatore modernista. Fu in seguito un diplomatico i cui incarichi lo portarono a Boulogne Sur Mer, Cherbourg, Parigi, Caracas (dove realizzò un gigantesco murale) e Los Angeles. Di lui si dice che fu squisito maestro dell’arte culinaria e bon vivant. Collaborò a importanti pubblicazioni in patria e all’estero, e senz’ombra di dubbio fu uno dei precursori della nuova sensibilità modernista.
Oltre a “Sogno senza fine”, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1925, nel 1936 diede alle stampe altri due romanzi piuttosto singolari, “El libro celeste” e “Album de famiglia”, e nel 1954 i versi di Muchacho de San Telmo. Dandy, provocatore, cosmopolita, morì a Buenos Aires. La sua opera, riscoperta negli ultimi anni dalla critica, ha avuto edizioni in Francia, Olanda e Germania.
“Sogno senza fine” è senz’altro l’opera più conosciuta del Visconte, un racconto lungo che nelle sue quasi centotrenta pagine dispiega una storia difficilmente inglobabile in un genere letterario, in quanto accoglie in sé briciole di storia, di aneddoti, di scienza, di sapienza andata perduta, ma anche un fortissimo spirito di ribellione e di iniziazione al sesso e al crimine.
In quest’opera il protagonista scopre il sesso, con le donne dei postriboli, con ragazzetti facili a darsi, e diventa suo malgrado un Don Giovanni sifilitico, un poeta dell’amore carnale e soprattutto un poeta del crimine artistico.
Il giovane protagonista lo incontriamo quand’è ancora un bambino: senza temere le acque della Senna, si getta nei suoi gorghi per recuperare i cadaveri che affiorano a pelo dell’acqua e che nessuno osa portare a riva. Questo suo “lavoro di salvataggio” gli permette di ottenere il rispetto dei coetanei, che non possono non guardarlo con rispetto e paura, perché chi altri, a parte lui, oserebbe gettarsi nelle acque della Senna e trascinare a riva le salme pesanti e gonfie, perché siano da tutti viste e ammirate per poi esser alfine seppellite? Nessun altro. Il rispetto gl’è dunque dovuto. Il ragazzo cresce e nell’arco degl’anni viene a contatto con personaggi a dir poco bizzarri, un cocchiere ex prete sconsacrato che racconta storie trasudanti spirito vittoriano, vecchi amici dei bei tempi lungo la Senna, e uomini e donne senza morale eppur tutti ammantati d’una poesia fragile quanto maligna. E c’è la prima donna, non il primo amore, che è la prima avventura completa, non solo sessuale: lei è già avanti con gl’anni quando il giovane protagonista finisce nel suo letto, è una spiritista ed è una vedova il cui marito è morto annegato nel fiume. E’ poi il turno della sgualdrinella Gabriela, animo tormentato e più che mai shakespeariano, che la dà a tutti da quando il padre, proprio di fronte a lei, completamente sbronzo s’è tagliato l’uccello, lasciando di sé vivo uno zampillo di sangue e l’assenza dell’organo sessuale. Incubi e fole, intrecci impossibili che solo la raffinatissima penna del Visconte di Lascano Tegui poteva tenere assieme.
Un racconto, un romanzo breve, per un’opera che non accetta la prigione d’un genere letterario: la materia narrativa in “Sogno senza fine” è magma bollente, che completa la schizofrenia di José Lizama Lima e di Gabriel Garcia Márquez, Nelle pagine di quest’opera è tracciata la via verso il Capolavoro: crimine, sesso e desiderio confluiscono tutti nelle vene del dandy, che noi lettori conosciamo quando ancora ragazzino impegnato lungo il fiume a recuperar cadaveri e che abbandoniamo a malincuore nel momento in cui è Don Giovanni fatto, pronto a scrivere le sue memorie, ma non prima d’aver vergato col sangue la sua poesia più bella completa e matura, in uno stile che è al tempo stesso vittoriano e decadentista.
“Sogno senza fine” è imperativo che venga letto: per troppo tempo, come pecore al pascolo, abbiamo brucato l’erbetta innocua e scevra di stile di tanti scrittorucoli contemporanei - che hanno avuto l’adire di spacciarsi per bon vivant tra le chiacchiere degli showmen e dei talk-show -, è dunque giunta l’ora di affrontare il Visconte di Lascano Tegui e rifarsi il palato. L’alternativa è la vergogna di continuare a vivere una dieta d’ignoranza.
 
 
Sogno senza fine - Visconte di Lascano Tegui – Barbera Editore – Collana Radio Londra - Isbn: 88-7899-204-7 – 132 pagine – 14,50 Euro


   Leggi l'incipit del romanzo in formato pdf

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:45 | recensioni, libri, letteratura, fiction, editoria, scrittura, critica, in libreria, prima pagina, decadentismo, artisti, scrittori, ultime notizie, casi letterari, novità in libreria, dannunzianesimo | clicca per commentare commenti (4)



Werther e gli altri

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, novembre 21, 2007





Werther e gli altri
 


 
di Giuseppe iannozzi
 
 


 
Werther
 
 
ad Angelika Karamella,
perché mi ha asportato
dal suo tenero cuoricino
 
 
Tu non m’ami più
Solitario nel traffico delle strade
il mattino chiude i suoi occhi su me
Non servono i semafori a fermare
la frana dell’anima mia
né il gatto nero a farmi sperare
in un domani un po’ migliore
L’erba grassa cresce alta e verde
- un incubo cosmico alieno
di quando questa terra era
di folli vertigini di fuoco
e freddi siderali all’improvviso
 
Cancellato dalla tua memoria
vago in cerca d’un riparo
o almeno d’un vuoto dove vivere in oblio
per quel tempo che la vita m’ha riservato
Ma sta un poeta a un tavolo
seduto a guardare il cielo
quasi tra le nuvole potesse scorgere
il mistero della creazione:
s’inebria per ogni pecorella
che il vento commuove,
poi un raggio di sole lo prende in fronte
et allora abbassa lo sguardo sul caffè ormai freddo,
sospira ma sotto i baffi se la ride
 
E pensare a tutte quei versi
E pensare a tutte quelle gioie
così piccole, eppur in un tempo
neanche poi troppo lontano
importanti
E adesso, che è rimasto di tutto questo?
L’alito freddo del verno
che scardina le giunture dell’alma
mentre tutto le gira attorno
- quanti folletti di vetro fanno a gara
per la risata più alta e stonata
che costringa al muro l’infelice
 
Così preme l’acceleratore il piede
Il resto del corpo è morto da tempo
Non si cura lo sguardo di sapere
che cosa c’è al di là del parabrezza
e della nebbia che le lacrime han dato agl’occhi
Muore un uomo cadendo
nella tromba delle scale,
l’eco dell’urlo inumano si diffonde
insieme all’ululato dell’ambulanza
Il pittore si taglia l’orecchio
e il pennello tinge nel sangue
per iscrivere il suo nome
nel registro degli indagati
 
La fanciulla legge il Werther
davanti alle lingue di fuoco,
un po’ ne ride, un po’ s’annoia
Però fuori è il regno del freddo
così resiste con lo sguardo posato
sugli scarafaggi delle parole
infilzate l’una dopo l’altra
Lei non sa che Napoleone amò
e amò Goethe sino a Sant’Elena
 
Tu non m’ami più
Sol questo conta e il piede paralizzato
congelato sulla folle velocità
cui unica verità è in fondo...
 
è in fondo null’altro
che l’ultimo atto di disperato coraggio,
di strapparsi gl’occhi dalle orbite ossute
e non pensarci più all’amor donato
e a quello creduto
per un momento soltanto domato
 
 
 
 
 
Il mio pianto
 
 
Io piango la luce delle stelle
Il mio sangue l’hai già bevuto
Non ho altro da offrirti
tranne questo mio corpo vuoto
d’anima
 
 
 
 
 
Uffa! Uffa! Uffa!
 
 
a Vany Romanticaperla,
che coi suoi giochetti di malizia
m’irretisce ben bene
 
 
Non sono mai contento?!
Ma per dio, mi hai ficcato
su per il culo tutta la ramazza
manico in legno di noce compreso
E io che dovrei dire?
Un male cane
che non auguro a nessuno
Eppure sopporto, sopporto, sopporto
seppur con l’orecchio mozzato
come un cane bastardo
o l’ennesima vittima del cazzo
di Mafia e Costanzo Show!
 
Sono forse venuto a chiederti
di metterci d’accordo e andare
dalla De Filippi a dare spettacolo?
No, non mi sembra
Me ne sto nel mio angolo,
mangio dalla ciotola vuota
e annuso le tue ciabattine
Però non piango, io non piango
Sopporto e supporto la mia schiavitù
 
Ti faccio le feste
e tu neanche te ne accorgi
Mi faccio prendere sotto dalle macchine
per suscitare in te un po’ di pena,
e tu non scoppi neanche in una risata,
non un urletto né un “Povero bastardino!”
 
Io taccio, taccio sempre
Non mi lamento
Resto al mio posto
Ti sto accanto soltanto quando tu lo vuoi
e non m’importa se alle tue amiche
mi presenti col collare che mi soffoca
Rimango buono e zitto, cianotico
ad ascoltare le tue chiacchiere
A casa vago in cerca d’un po’ di calore,
ti vengo sotto
mentre ti passi lo smalto sulle unghie,
e ci ricavo solo che mi sbrodoli con l’acetone
 
E tu, “Uffa! Uffa! Uffa!”
Un giorno di questi mi troverai morto
spacciato sotto il tuo lettino,
ridotto a una mummia
Basterà un tuo sospiro di profonda noia
perché subito cada in polvere
anche il ricordo del relitto di me
 
E tu, “Uffa! Uffa! Uffa!”
Non la pianti mai con il tuo “Uffa!”
Mi dimentichi legato a una cassa del supermercato
Mi pesti la coda fingendoti distratta
Divento il bersaglio preferito delle nonne
che mi tirano calci in culo e biscottini in bocca
I bambini mi cacciano le dita negl’occhi
e calci nella pancia, e a me mi scappa di cagare
Ma non la faccio davanti a tutti
per non far fare a te una brutta figura
Soffro in silenzio
E tu non cambi mai disco, solo “Uffa!”
 
Non sono mai contento?!
Metti su ogni santa mattina gli Abba
Dovrei essere io ad abbaiare un “uffa!”
e invece niente, perché io so stare al mio posto
 
Non sono mai contento?!
 
Hai mai provato a chiedermi
se ho un desiderio per quanto innocuo e piccino?
No, e allora col fiato che mi rimane
te lo confesso, sopporto tutto ma proprio tutto
perché di te sono cotto e stracotto
E anche se lo so bene che mai m’amerai
io sopporto, io sopporto, io sopporto
solo per restarti accanto e soffrire ogni dì
un po’ di più
 
Uffa! Ma sei proprio un cane bastonato,
sempre a lamentarti e a compiangerti:
invece di sentirti così giù
coccolati un po’ di più
Smettila di leggere i quotidiani
ci sono sempre brutte notizie,
regalati un corso in palestra,
anche se so che odi sudare!
Cercati una bella personal-trainer
che venga ad esercitare a domicilio
e fatti insegnare esercizi lenti e dolci
per poi fare acrobazie nel salotto di casa tua!
… brutto bastardino!
 
 
 
 
 
Lettera
 
 
C’è una lettera in volo
con un piccione viaggiatore,
Fogliolina di the
dispersa in un mare bollente
di acqua fumante
e di barche senza un porto
a cui attraccare
 
 
 
 
 
Sigfrido
 
 
Se mi ami
allora spogliati
di tutti i pensieri
Lascia scivolare
la sottoveste
fino alle caviglie,
e mostrami
com’è bella
una donna
che ama e ama me,
un Sigfrido destinato
a morire prima
d’aver consumato
tutto l’amore






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Silvio Berlusconi ha scoperto "il punto G delle donne"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, novembre 04, 2007


Silvio Berlusconi

ha scoperto il “punto G delle donne”
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 
L’ultima sparata dell’ex premier Silvio Berlusconi mette di buon umore, difatti parla di donne e lo fa a modo suo, cioè da imprenditore. “Ho scoperto che cos’è il punto G delle donne... E’ l’ultima lettera di shopping”.
Una semplice battuta o una sacrosanta verità?
Il Cavaliere al termine di un breve giro tra gli stand della Fiera dell’Antiquariato a Verona dice la sua sulle donne, quasi avesse avuto un’illuminazione. C’è da dire anche che il Cavaliere, mai pitocco, ha regalato un bel bracciale in oro e corallo alla moglie di Alfredo Meocci, ex dirigente Rai ma oggi vicesindaco della Città.
 
Il Cavaliere sprizzava felicità da un po’ tutti i pori, ha persino scherzato insieme ad alcune signore piuttosto in età: “Vi vedo un po’ birichine, fate le brave con i vostri fidanzati”.
 
Poi qualcuno ci ha provato a rovinargli la giornata: “Presidente, lei è così allegro, ma il Milan…?” Inattaccabile, il Cavaliere non si è fatto rannuvolare e subito ha risposto: “Aspettate che torni Ronaldo e Pato e non ce n’è per nessuno”.
 
Sia come sia, per le sorti del Milan, questa volta Silvio Berlusconi ha espresso una sacrosanta verità, una verità che solo un uomo della sua levatura poteva cogliere: il punto G delle donne è l’ultima lettera di shopping. Non c’è dubbio alcuno che sia proprio così, ne so bene qualcosa anch’io che non mi posso permettere di portare ogni graziosa a fare shopping… e il risultato ultimo per me è quello che potete tristemente immaginare, facendovi una grossa risata alle mie spalle!





by Vany


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:29 | cronaca, sesso, umorismo, saggi, erotico, attualità, società, curiosità, società e politica, notizieflash, last news, dannunzianesimo, al maschile | clicca per commentare commenti (36)



Christine: tra adulterio, ilarità e dannunzianesimo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, settembre 14, 2007







Christine
 

tra adulterio, ilarità e dannunzianesimo
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Pensieri dannunziani
 
 
Sono solo una povera donna, ma anelo al ruolo di primadonna a letto perlomeno.
 
Come donna non capisco perché si dice sempre un gran male della prostituzione. Eppure c’è chi fa davvero del male a questo mondo. Posso dire che le strade di notte sono percorse da preti e puttanieri, ma a farci pestare sono solo i primi.
 
Le donne non sanno scrivere, lo dico in virtù della mia femminilità. Quando provano anche solo a vergare un pensierino sul sesso e la morte sul proprio diario non possono fare a meno di cadere in fallo. E’ nella loro natura accogliere al seno ogni scarafone e scrivano in odor di comunista santità.
 
I nobili che ho conosciuto non hanno mai perso una prima de La Traviata, nemmeno nelle peggiori bettole di Parigi.
 
Una donna che scrive è una donna che non scopa. Pessima amante, pessima in tutto il resto che non conosce.
 
L’uomo ama della donna soprattutto la bellezza giovanile. E nient’altro. La donna invece ama il potere del maschio, qualsiasi sia la sua età. Ma ama soprattutto il potere di una donna mascolina, saffica con il pelo sullo stomaco e sulle gambe.
 
La donna è pericolosa nella misura che conviene alla società.
 
Si pensa che le donne siano buone solo a letto. Per Dio, fosse vero almeno questo!
 
Una vera donna non va mai a teatro tanto per andarci e poi farsi soffiare con il flabello da uno schiavo qualunque, ci va per stare sul palcoscenico nel ruolo principale.
 
Una femmina che si rispetti è sempre indecente, in primis a sé stessa ogni qualvolta che si guarda allo specchio per ricordarsi di sé.
 
Una donna incinta è pur sempre più ragionevole di una che non lo è!
 
L’uomo ideale è inflessibile al pari di una donna che dichiara la sua innocenza.
 
Chi non sa dare non sa ricevere.
 
 
 
 
 
Hermann
 
 
Vengo con l’autunno
Gl’occhi bruciati dal vento,
il cuore nel turbine
dello sgomento, non sogno
 
Di brune foglie il corpo,
un sibilo la voce:
penetra tra gl’infissi
crudeli della magione
fino a scavar in fondo
dentro alle ossa
per gelare dell’anima
l’ultimo suo anelito
 
Gelida mano, sfiori la mia
che sì presto sfiorì
Tra gl’avelli spazzati
da freddo sole occiduo,
no, io non vidi mai
bellezza
se non per un istante
Hermann il mio nome
 
sulle pallide labbra, Signora
sfiorite nella stagione
che non è di piena vita
né di completa morte
solo uguale a Purgatorio
 
Con l’autunno Hermann
 
 
 
 
 
Sarò il tuo Homer
 
 
Avanti bimba bella,
avanti, avanti, avanti
Un passo e un altro,
un giro di ventre
Fammi vedere
di che pasta sei fatta
Mandami sulla luna
Scartami
come una ciambella
Mangiami di baci
Sarò il tuo Homer stasera
Non ci sarà tango bolero
o danza del ventre
che mi potrà sfinire
Sono tutto un fremito
Ho la pancia di birra
e il cuore nel tuo
Così innamorato,
così arrapato matto
- giuro su Dio e Babbo Natale -
non lo sono stato mai
Fammi essere vivo,
lasciami entrare in te:
sono Homer, il tuo Homer
Non hai bisogno
d’un altro principe azzurro
 
 
 
 
 
Sfigato
 
 
I miei vetusti
- che dio li abbia in gloria -
non han mai
conservato un bel niente
In soffitta
ho solamente trovato
ragnatele, e scarafaggi
ovviamente in gran quantità
colla pancia all’aria,
sai che gioia!
A pescare poi,
le poche volte che ci vado,
tiro su al massimo
un vecchio scarpone
e un rugginoso uncino,
che tosto gitto
sulla sponda del fiume
Chiudo gl’occhi
e di tutto mi dimentico
cullato dal cristallino rumore
che le onde grattano addosso
ai tanti perigliosi scogli
 
Son proprio sfigato
La mia bella mi dice
“T’amo”,
ma non faccio in tempo
a darle le spalle
che quella già s’è presa
all’àmo d’un altro
E così madido di sudore
mi sveglio,
per sempre scontento


David Sylvian & Robert Fripp - God's Monkey





Leggi Marco Malaspina "La scienza dei Simpson"


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