Bio Iannozzi - La pagina personale di Giuseppe Iannozzi - do ut des



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Jerusalem - Frediani Andrea   I silenzi di Joe - Fabio Della Seta   Ivo Mej - Moro rapito!   Laura Costantini e Laura Falcone - Roma 1944




Free Tibet

Free Tibet


Joker

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 19, 2008








Joker
 



di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Che cos’è la morte?
Finire di essere materia animata.
 
 
 
Joker
 
 
Vuoi la testa d’un Giullare?
E che pensi di poterne fare?
Ci giocheresti a palla
O col teschio in mano
t’interrogheresti se sia umano
essere o non essere
in questo mondo di pazzi?
Davvero vuoi la mia testa?
Solo perché ti ho tirato
uno scherzo innocente?
Solo perché ti ho legato
alla Prigione di Stato
mostrando loro lo scheletro
che tieni ben nascosto
nell’armadio e che è mio?
 
Suvvia, non scherziamo!
Non hai ancora posato nuda
per l’Ultimo Scandalo in diretta
e mi vorresti morto e finito?
Non ci credo, non credo
che butteresti un’occasione così
alle ortiche solo per un prurito
che domattina ti sarà già passato
 
Buffona, datti cento colpi di spazzola
prima di morire fra le lenzuola;
e con la prima luce del sole alzati,
va’ al mercato e compera vaselina
e sette palle, una per ogni colore
dell’arcobaleno; poi torna a casa,
non dir niente a nessuno e aspetta
che venga a liberarti dalle tue paure
 
 
 
 
 
La preghiera del Joker
 
 
Guarda,
guarda che hai fatto?
Il trucco sfatto
gocciolante in lacrime
lungo il viso
ancora dal cerone invaso
Ma non c’è redenzione
per un Joker qual io sono:
del Destino son io l’artefice
e la vittima assoluta
Prova a chiedere un po’ in giro
se non è vero - prova! -,
e all’orecchio ti giungeranno
grottesche risate
che persino Thanatos
ne avrebbe subito orrore,
lui che da sempre figlio
di Erebo e Astrèa
mai ha avuto a cuore
una preghiera
 
Guarda,
guarda adesso Chi sono:
uno che cammina lento e veloce
con la scimmia sulla schiena,
con il ghigno in faccia
e il nero che scorre
lungo le vene
senza mai consumarle
sino in fondo
 
Guardami adesso
che la notte ha invocato
il mio nome ma non invano;
dalla mia bocca aperta
alle ferali consegne del Male
inverecondi serpenti nascono
a ogni secondo,
e il tosco diffondono
per più mortali pazzie
in quelle frali carni
che non saprebbero d’essere
senza la cotidiàna dose
 
Guarda,
guardami adesso
e comprenderai
che non poteva finire
in modo diverso
Ma non mostrar pietà
e la risata seppellisci pure
insieme alla mia
 
 
 
 
 
Jazzman
 
 
Tu non sei una brava persona
Hai portato la tua faccia giù in città
dicendo a tutti la tua verità
sui passeri sul cavo del filo elettrico
Hai detto a tutti che sono caduto
e che cadendo mi sono spaccato la testa
Però non sono morto alla tua maniera
 
Tu non sei una persona a modo
Hai detto a tutti quello
che volevano sentirsi dire;
ma per un uomo che cade
cento sporchi negri come me nascono ogni giorno
nei campi di cotone sotto il sole,
con la luna che abbaia e gli morde le chiappe
 
Un giorno, un giorno la verità scorrerà
libera insieme al mio sangue
Un giorno, un giorno avrai paura tu
Quel giorno io non riderò di te,
seppellirò invece i morti per la libertà
E non so quando, i miei figli impareranno
a leggere e scrivere; ma io li metterò sull’avviso
che la cultura non è mai tutto
quando nasci negro in un mondo di bianchi
 
Tu non sei una brava persona
Come sempre hai pulito male
Il sangue è ancora nel punto esatto
dove sono caduto
In sangue è ancora una ics bella grossa
dove credevi fossi morto alla tua maniera
senza lasciare alcuna eredità
 
Quando il sole sarà più alto di Dio
mio figlio scriverà il mio nome
proprio sopra la croce che mi segna morto
Quando il sole sarà oscurato dal fumo degli indiani,
lui saprà la verità che il bianco è più cattivo di chiunque
Quando la luna riposerà nel grembo dei lupi
io non sarò morto invano
perché non sono morto alla tua maniera
Perché non sono morto alla tua maniera
Perché non sono morto alla tua maniera
 
Alla tua maniera…
Alla tua maniera…
Alla tua maniera…
 
 
 
 
 
Sguardi di te
 
 
Bambina, in questo giorno di pioggia
i tuoi passi seguono le mie scarpe
 
I giardini pensili di Babilonia
Ah che gioia la vecchia 500...!
Abbiamo così tanto da dirci
e la notte tarda a venire
 
Quei tuoi sguardi come fanali
Il solito comizio politico,
non ce la fa più scoppia in tv
 
Tempo di proteggere, di capire
di guardarti le spalle sotto le stelle
per i tuoi adornos - marco stretto
Attiro i tuoi seni al mio petto
 
Ah il vecchio carosello senza cervello
Manca tutto eccetto il dopobarba
Manca tutto - marco stretto stretto
 
Bambina, in questo giorno di pioggia
scrivo lettere d’amore e cambiali
- calamaio e penna del mio vecchio
 
Bambina, così funziona tra noi
Ma tu usa pure la macchina per scrivere

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:58 | poesia, dark | clicca per commentare commenti (6)



la morte vi salverĂ  tutti - do ut des

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, maggio 13, 2008



do ut des - la morte vi salverĂ  tutti

la morte vi salverà tutti - do ut des


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:20 | dark, artedigitale | clicca per commentare commenti (8)



Scherzo da prete - con un'illustrazione di Chatterly,

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008


Revealed by Chatterly

Revealed è Opera originale di Chatterly *



Scherzo da prete
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 




 
Fernando gettò una fredda occhiata all’intorno soffocato nel buio più pesto.
Non s’udiva alcun umano suono, solo il pesante respiro del compagno di cella, di quel grasso giovane seminarista, e quello lì era tutto fuorché un essere umano. Mangiava e s’abbeverava come un porco, il piatto lo spazzolava più e più volte con la lingua porcina, poi ruttava e rideva, e solo alla fine sputava un “grazie a Dio!” Era un porco, consapevole di far ribrezzo e per questo ancor più portato a mostrare senza reticenze la sua natura, scusandosi appena quando una scoreggia troppo fracassona o un rutto mefitico gl’uscivano con veloce fretta dai pertugi: “Perdonatemi, ma tutto quello che viene dal corpo umano, meraviglia da Dio creata, è divina, o no?” Nessuno osava controbattere: in teoria il seminarista aveva una porca santa ragione, cosicché non uno metteva in discussione che vomito e merda fossero agl’occhi di Dio inequivocabili segni della grandezza che Egli aveva donato ai suoi figli. Imbarazzati anche i porporati più anziani chinavano il capo impotenti, tossendo con la mano scheletrica davanti alla bocca, ma di più non potevano fare davvero.
Il seminarista dormiva profondo. Fernando aveva più d’un motivo per odiarlo, ma bastava il solo fatto che in quel giovane grosso e grasso, pasciuto e scostumato, vedesse il simbolo della corruzione. Poi non era per niente casto: lui lo sapeva che andava per postriboli, l’aveva visto coi suoi occhi ridere insieme a una vecchia maitresse contrattando lo spicciolo, l’aveva visto entrare dentro il rosso fiammingo delle pesanti tende a mascherare le Prostitute di Babilonia, aveva udito le risate delle femmine. Un essere così non era degno di servire l’Altissimo. L’invidia, più della rabbia, gli rodeva il fegato. Fernando doveva fargliela a tutti i costi. Ad un certo punto il seminarista cominciò a biasciare nel sonno, e fu allora che gli venne l’idea. Era un piano semplice, seppur disgustoso, ma l’avrebbe attuato per amore dell’Altissimo: così si giustificava di fronte alla sua coscienza, che nuda già gli si mostrava puntandogli l’indice contro, chiedendogli come aveva potuto arrivare sino a tanto. Per amore dell’Altissimo, solo per amore…
 
In punta di piedi, scalzo, si avvicinò al letto dove ronfava il seminarista.
Ce l’aveva davanti.
Continuava a parlare nel sonno.
Era oscena quella bocca, aveva qualcosa di maligno, rossa e grassa pareva una vagina di femmina sfondata.
Se Dio gl’aveva dato la voce, quel giorno non doveva esser stato troppo in sé, pensò Fernando subito scacciando il pensiero, quasi offeso per averlo pensato perché quel porco nel letto poteva essere solo il figlio del Demonio.
Vincendo il disgusto per sé stesso soprattutto, lentamente gli calò giù i calzoni quel tanto che bastava affinché glielo potesse prendere bene in bocca.
Non sarebbe stato difficile farlo eiaculare. L’aveva letto da qualche parte che le polluzioni notturne vengono facili.
Il buio era fitto ma il pene non era difficile da trovare: era simile a una grossa salsiccia rosa.
Lo toccò con le punta delle dita: non era flaccido come credeva di trovarlo, era invece quasi in erezione. Il lavoretto che s’apprestava a fargli si sarebbe rivelato più veloce ed economico. Doveva solo vincere la ripulsa e prendere il glande in bocca fino a farlo sborrare.
Si fece il segno della croce. Ma non ebbe cuore d’invocare Dio o Gesù perché l’aiutassero, nonostante di secondo in secondo si convincesse sempre di più ch’era per servire l’Altissimo e non per vizio. Lui era il soldato di Dio che nel buio combatteva perché il Demonio fosse sconfitto. Poco importava che nessuno avrebbe saputo del suo sacrificio: i Santi sono tali perché agiscono senza mai pensare al plauso che il popolo gli potrebbe tributare se solo venisse a conoscenza dei loro immani sacrifici. Forse un giorno qualcuno avrebbe saputo e l’avrebbe detto santo. Ma non ora. Non ora. Era troppo presto. Contava solo d’agire al buio, senza il conforto di alcuno, nemmeno della speranza che un domani il suo sacrificio potesse esser svelato e così ricompensato dalla caritatevole mano della Chiesa. Doveva agire e in fretta, perché non c’era altro da fare e il grassone avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro se il Diavolo l’avesse voluto. Doveva farlo e basta, senza indugi.
Vincendo la riluttanza, serrando gl’occhi fino a farseli lacrimare, finalmente il pene gli fu in bocca. Pur non avendo alcuna esperienza prese a lavorarglielo di gran lena: gli veniva istintivo, come godere d’una patata bollente in bocca, cercando di non scottarsi la lingua, arrivando però al suo cuore butirroso con la punta per scavarlo e infine inghiottirlo.
Ebbe l’impressione netta che il seminarista gl’avesse sorriso. Non poteva essere! Se l’era sicuramente immaginato. Eppure sentì uno sguardo addosso. Inghiottì ancora, a vuoto. Non gli riusciva di staccare la bocca da quel pene: con orrore e sorpresa gli ci volle un momento per capire che gli piaceva prenderlo in bocca. L’orrore durò pochi secondi, subito sostituito da quanto piacere avrebbe potuto raccogliere negli anni a venire ora che conosceva la sua natura. Pregò che quel pene da cui non riusciva a scollare la bocca gli regalasse ancora del seme. Ma niente. L’aveva esaurito.
 
Tornò nel suo letto, sempre inseguito dall’impressione d’esser stato osservato.
Che cosa aveva creduto di fare? Gl’aveva staccato un pompino per ricattarlo? E come? Dicendogli forse che lui, Fernando, mentre dormiva gl’aveva fatto un bel lavoretto? La verità era che lui Fernando aveva agito perché mosso dalla fregola, perché lui desiderava il pene di quel giovane nella sua bocca, perché desiderava il corpo, la carne del giovane, perché avrebbe voluto quel porcello grasso tutto per sé. Ora gl’era chiaro: se solo avesse potuto tappare tutti i carnali pertugi di quel giovane grasso seminarista con il suo uccello! L’erezione era così intensa che gli faceva male il pisello.  
 
Per Fernando fu una notte d’inferno.
 
Al mattino fu svegliato da un urlo bestiale.
Dapprima non capì. Poi tutto gli fu chiaro… la trappola era scattata e non c’era modo di salvare la pellaccia. Oramai era finito, tutto era finito per lui, meglio sarebbe stato se le fiamme dell’Inferno l’avessero consumato durante il sonno.
L’urlo echeggiò nel dormitorio.
Era il seminarista. Gridava come un tenore, tirando certe note di petto da far venire giù Babele.
Fernando crollò il capo, sconfitto, pronto a dichiararsi colpevole e a pagare per quel che aveva fatto.
 
* * *

Gl’anni passarono come per tutti e anche Fernando invecchiò ma non il suo vizio: non aveva mai messo radici in una curia, ma in Vaticano tutti sapevano che tra i chierichetti sceglieva sempre i più butirrosi e innocenti. Non appena qualche voce cominciava a diffondersi nel circondario, la Chiesa pensava bene di spostare Fernando in un’altra parrocchia. Non aveva fatto carriera. Troppe maldicenze, molte vere, giravano sul suo conto e prima che potesse rendersene conto era invecchiato, un peso che la Chiesa si teneva in seno per chissà quale strana naturale perversione. Fernando non voleva conoscere il motivo per cui in tanti anni non era mai stato formalmente accusato né minacciato: si limitavano a trasferirlo, e morta lì. Cogl’anni s’era convinto che un angelo, on un démone, gli tenesse bordone preoccupandosi di far sì che lui potesse continuare ad esercitare in veste di parroco e che avesse per giunta sempre a disposizione una nutrita fila di giovinetti d’avviare lungo la strada del vizio.
Ne era passato del tempo da quando era un semplice seminarista bilioso. Ricordava perfettamente quando aveva scoperto i truschini di Giovanni P., di come amava ficcarsi fra le tette delle donnine allegre. Aveva ancora il sapore del suo seme in bocca, un sapore che cogl’anni non s’era affatto stemperato e che s’era invece acuito. Giovanni P. aveva fatto un’eccellente carriera, mentre lui era rimasto ai margini ma forse divertendosi di più. Però una volta morto nessuno si sarebbe più ricordato di lui, neanche per esser stato una spina nel fianco, un ciucciacazzi; ed invece Giovanni P. era ormai chiaro che poteva aspirare a diventare il prossimo Pontefice. Il tempo gl’aveva ammorbidito i tratti del viso un tempo volgari: il volto grassoccio ma un po’ scavato sulle gote, le rughe intorno agl’occhi, i capelli bianchi e radi sulle tempie, gli conferivano un’aura angelicata. Pareva fosse intervenuta la mano stessa del Signore a modellare quel corpo un tempo tanto sgraziato: non era più grasso come da giovane, era invece quasi longilineo. Teneva poi un passo lento ma sicuro, e tutti dicevano che c’era della santità in Giovanni P. Il suo ex compagno di studi era stato baciato in fronte dal Signore, non c’era dubbio alcuno, o dal Démonio in carne e ossa, poca differenza faceva agl’occhi di Fernando perché P. un giorno avrebbe occupato lo scranno papale mentre lui si sarebbe spento in qualche chiesetta di campagna pregando un giovinetto qualsiasi d’accendergli l’antica fiamma del vigore.
 
* * *
 
Accadde un giorno che in gran stile una delegazione di porporati venisse a trovare Fernando, oramai vecchio e sconsolato, ma mai troppo solo nell’intimità. I porporati si fecero annunciare e Fernando li ricevette subito, immaginando che avevano da dirgli che avevano scoperto il suo vizio, che sarebbe stato portato alla gogna, che era la vergogna del Vaticano, e giù di questo passo. In fondo era riuscito a farla franca per un tempo ben più che modesto: era dunque giunto il momento di pagare per i giorni felici goduti sull’innocenza altrui! Già s’immaginava la faccia del Pontefice, di quel Giovanni nel portarlo alla gogna, accusandolo di pedofilia, di essere il canchero della Chiesa, la vergogna di tutti i preti. Suo malgrado una risata isterica eruttò dalla sua vecchia gola, proprio mentre la delegazione entrava e gli si poneva di fronte.
 
Rimasero a colloquio con Fernando per un’ora buona, dopodiché scivolarono via dalla sagrestia in completo silenzio. In fila indiana i porporati scesero i pochi scalini della chiesa; ad attenderli c’era una macchina nera, una limousine tirata a lucido che sia Dio sia il Diavolo avrebbero potuto usare per specchiarsi.
Fernando una volta rimasto solo si avviò verso l’altare, con passo strascicato e il fiato grosso.
Chi l’avrebbe mai detto? Tutti quegl’anni a servire Dio, o il Diavolo, e nessuno che l’avesse mai accusato di niente. Eppure tutti sapevano, sin dall’inizio. Gliel’avevano detto chiaro e tondo ch’era un ciucciacazzi, che la Chiesa sapeva con esattezza quanti bigoli gl’erano finiti in bocca. Si erano limitati a cambiarlo di curia quando le voci si facevano troppo pressanti, e la Chiesa aveva cucito poi le bocche di tutti pagando in moneta forte tutte le vittime. E adesso il Pontefice gl’assicurava che alla sua morte non sarebbe stato condannato all’Oblio, perché in tutta segretezza già era stata avviata la pratica per la sua canonizzazione, di Fernando. Porca puttana! L’avrebbero fatto Santo. Non gli restava che attendere e tirare le cuoia. Sulle prime, quando i porporati gl’avevano spiattellato la cosa in faccia così, senza mezzi termini, Fernando era scoppiato a ridere più che mai convinto che si trattasse di uno scherzo da prete. Ma i porporati di fronte a lui rimasero glaciali, e dopo un minuto buono Fernando si ricompose e capì che nessuno lo stava prendendo per i fondelli: il Vaticano, o meglio ancora il caro e buon vecchio Giovanni P., il Papa stesso, voleva con tutto sé stesso che Fernando diventasse Santo, perché Giovanni P. era certo che alla sua morte sarebbe stato canonizzato e accanto sé voleva Fernando.

Gettò uno sguardo vuoto alla navata vuota. Non c’era un cane, nemmeno un mendicante.
Lasciò schioccare la lingua contro il palato, mentre con la mente tornava a quando lo prese in bocca per la prima volta a quel giovane seminarista ora diventato Papa. Il sapore del seme di Giovanni ce l’aveva ancora in bocca, ma anche le urla belluine che lui Fernando aveva creduto segnassero per sempre la sua fine. Ricordava tutto alla perfezione. Giovanni aveva urlato come un ossesso, a Fernando gli s’era fermato il cuore in petto per almeno un secondo, ne era certo. Era accorsi tutti. Giovanni non si dava pace, gridava, gridava, gridava: qualcuno gl’aveva rubato i soldi, ma cosa più grave un’immagine sacra cui lui teneva più della sua stessa vita, essendo un regalo della madre morente che la donna gl’aveva donato affinché lo proteggesse sempre dopo la sua dipartita. Chiaramente aveva mentito: nessuno aveva rubato i suoi averi, men che meno l’immagine sacra, che con tutta probabilità non era mai esistita. L’allora giovane seminarista Giovanni aveva fatto tutta quella scena per far prendere un colpo a Fernando. E c’era riuscito! Se l’era fatta letteralmente sotto, il magro materasso era tutto bagnato di calda gialla urina. Gli ci vollero giorni e settimane perché la strizza gli passasse almeno un pochetto.
Quanti anni erano trascorsi da allora, quanti, per Dio! E adesso la promessa che alla morte non sarebbe stato dimenticato. Il suo nome, il suo volto, le sue reliquie sarebbero rimaste eterne. Sarebbe diventato Santo, sì, un Santo come tanti altri, perché così aveva comandato il Papa Giovanni P.
Fernando gettò una fugace occhiata al crocifisso e gli sorrise pensando fra sé e sé: “Gesù Cristo, non sei stato capace di rimanere al passo coi tempi: oggi il Diavolo fa sia le pentole che i coperchi!”


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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:02 | racconti, arte, dark, favole nere, goth, gotico, vm 18, artedigitale, explicit content, iannozzi and friends | clicca per commentare commenti (17)



Ho sgozzato Gozzano

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, aprile 01, 2008





Ho sgozzato Gozzano
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Ho sgozzato Gozzano
 
 
Ho sgozzato Gozzano al chiaro di luna
Avevo un gozzo in gola
che non mi faceva dormire né di notte
né di giorno, tutta colpa di Guido,
di Guido parrucchiere precario e calvo
Sono stato costretto a pelarlo
per benino come una cipolla
per avere sul piatto Stan Kenton
- un ritmo di certo più efficace del solito
Ho sgozzato Guido con il rasoio,
lo stesso che usava per farmi la barba
mentre la radio a tutto volume ogni mattina
urlava le solite vecchie arie della Callas
L’ho sgozzato e non se n’è manco accorto
Ha fatto un sorriso strano, poi ha taciuto
 
 
 
 
Ciao, Lucio
 
 
a Lucio Angelini,
possa tu riposare in pace
 
 
Mi sarebbe piaciuto
piantarti un paletto
nel cuore
bene a fondo,
o anche solo un bastone
tutto su per il culo,
non con malizia però
Avrei voluto indicarti
il tramonto sulle Alpi
e portarti a conoscere
la vecchia capra
che mi ha iniziato al sesso
ormai tanti e tanti anni fa
Mi sarebbe poi piaciuto un sacco
tagliarmi i polsi davanti a te
per dimostrarti una volta
per tutte che anch’io ho sangue
e lagrime nelle vene
come tutti i tuoi personaggi
finiti male in un “C’era una volta...”
Ora tutto questo
non è più possibile
Hai dato le spalle
a nemici amici e committenti
allo stesso modo:
tutti ti hanno visto sculettare via
al pari d’una Marilyn,
e a me non resta
che il ricordo di te,
di com’era bello litigare
e poi ancora litigare
per far infine la pace
senza più scoregge in bocca
 
Vorrei potessi sentire
la rabbia che ho in corpo,
vorrei che la sentissi sul serio:
non hai idea - no che non ce l’hai -
di che meteorismo sono capace
quando m’incazzo e resto solo
con la testa fra le mani a pensare
per ben oltre dieci piani di morbidezza
fino a toccare delle nuvole l’altezza
 
Sei andato via
Ma nell’aria c’è, nell’aria c’è
resistente ancora forte l’odor di te
 
Ciao Lucio, ciao, ciao Lucio ciao
 
 
 
 
La Maestrina
 
 
a Véronique Verge,
che ama un bel scimmiottino
 
 
Conoscevo un tempo
una maestrina
Si svegliava di buon mattino,
un bacio subito gittava
all’uccellino
sul suo eterno ramo di ciliegio;
poi davanti allo speglio
spogliava fantasie
petalo dopo petalo
con lo sguardo perso
- fisso - quasi cercasse
sulla lucida superficie
l’imago d’una grandezza
nel Profondo nascosta
 
Il core le batteva forte in petto
per un niente o un verso di poesia
Amava i rossi velluti di Valencia
ma anche il grezzo saio di San Francesco
Sempre stupiva
- arrossiva, scoperta
a immaginare il Nudo Peccato
In lei, gli alunni scoprivano tracce...
sul volto d’acqua e sapone,
e ne ridevano di nascosto
più per celia che per malizia,
non conoscendo ancora
della carne la forza
 
Conoscevo un tempo
non lontano una maestrina
che ogni dì faceva la solita strada,
incontrando lungo il cammino
un piccolo prete di campagna
giovane e anche un po’ bello:
pedalava forte in piano e in salita,
ma quando la incontrava
le gambe gli cedevano
e poco mancava che rovinasse
fra ortiche e rampicanti al limite
della strada
 
 
 
 
Nero Grembo
 
 
Viviamo poi solo
per tornare al buio
là dove il Nero ci ha partoriti
 
Siamo qui
con uno scopo
che non è la Primavera
né quella vita eterna
promessa da dio ai figli mortali
Siamo remote ombre
che si nascondono nell’animo
come repellenti tumori:
non conosciamo niente
che sia diverso dalla sete,
dal rosso del sangue
che squarcia il ventre della Luna
Siamo l’Incubo e il Sogno,
Vampiri
che vivono la morte portandola
a chiunque ne abbia desiderio
o meno
 
 
 
 
Punkabbestia
 
 
a Romantica “Pesty” Vany,
lei il perché lo sa!
 
 
Non mi bastano, non mi bastano
Sono o non sono un punkabbestia?
Voglio più coccole e spille da balia
Non mi bastano, voglio più sesso
Ho bisogno di tutto e di niente,
ma delle tue mani sul mio petto
non so fare ancora a meno,
così vedi di portare qui il tuo culetto
Devo straziartelo come conviene
Devo saziarmi per bene
Dammi coccole, mettiti scollata
Fatti bella, fatti notare, fammi dar di matto
e porta qui il tuo bel culetto
 
 
 
 
Bambola, spogliati!
 
 
Bambola, diamo fuoco ai tuoi libri
Bambola, non sono ricco
ma se me la smolli ti giuro
che soddisferò tutti i tuoi capricci
Avrai scarpette di cristallo a volontà
e una pistola carica sette giorni su sette
 
Bambola, che fai, ci pensi su?
Lascia stare! La donna si fa il monaco
e l’apparenza, è meglio che tu mi segua
e non faccia domande cretine
Pensa soltanto a spogliarti, Bambola
A tutto il resto provvedo io
 
Bambola, dimentica la Bibbia
Bambola, dimentica la Barbie
Bambola, dimmi che capricci hai
e dovessi uccidere ti giuro li avrai
esauditi; ma ora spogliati…
il domani è incerto e di sicuro c’è
che è solo un altro cazzo di giorno

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:16 | poesia, amore, dark, amicizia, dediche, avantpop | clicca per commentare commenti (29)



punk

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, marzo 30, 2008






punk
 




di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Voglio il regalo
Lo voglio
E’ mio
Lo pretendo
Voglio il regalo, il regalo, il regalo…
E’ mio, è mio, è mio, lo pretendo
Lo voglio bello grande
Lo voglio
E’ mio, mi aspetta
Mi spetta
Voglio l’erba voglio del vicino
Voglio il regalo, il regalo, il regalo…
Lo voglio adesso
Voglio sesso
Solo sesso, solo sesso, sesso e ancora sesso
L’amore lo lascio di mancia
Io voglio sesso e solo sesso per una botta e via
Voglio solo quella bimba
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
 
Voglio quella bella ragazza fuori di testa
Voglio che mi faccia la festa
La voglio perché è la più bella
La voglio nuda e cruda com’è
E guai a lei si azzarderà a prendere il latte
In ginocchio da lei le farò la festa
se la vedo uscire insieme a un altro
Ma adesso io, io la voglio qui
La voglio perché è nata mia
La voglio perché è mia, dio l’ha creata per me
prima che nascessi in questa valle di lacrime e latte
La voglio perché è giusta giusta per il mio letto
Adesso, adesso solo e solo sesso al buio
Per metà scimmia, per metà uomo, la banana è dura
Sono degno di quella bimba tutta pazza, oh sì
La voglio – centro di gravità con la permanente
E’ lei, è lei che mi succhia l’anima
E’ sempre lei che canta Lili Marlene
La banana è dura, è bella grossa e matura
al punto giusto per questa festa di Beatles e Rolling Stones
Voglio, la voglio adesso, adesso con il sesso depilato
La voglio così, donna e bambina, ingenua e fatale
La voglio perché, perché è proprio una ciliegia bella rossa
Fuori di testa, fuori di testa, fuori di testa, così lei è per me
 
Voglio piangere sulla tomba di Yeats
Voglio tornare ai margini della via Gluck dalle parti del 14
E se qualcuno l’ha raccolto in mia memoria
quel capello di Charlie Brown
Voglio tornare a essere un cazzo di punk
Voglio scioperare e occupare, dare fuoco alla colonna infame
e mandare affanculo il professore e quel citrullo del Manzoni
 
Voglio il regalo, voglio il regalo, lo voglio adesso
Adesso
E’ così tanto che aspetto
E’ così tanto che sospetto
che lei va a prendere il latte insieme a un altro
mentre io piango e canto più di Caruso
dietro la scia d’un’elica
Voglio il regalo, voglio il regalo, lo voglio adesso
Adesso
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
 
Voglio un angelo
Voglio la spada nel cuore, Mogol e Battisti
Voglio un diavolo di angelo, un cuore matto
che mi perdoni tutto quel che faccio
Voglio la verità,
perché la verità, cuore mio, tu non l’hai detta mai
Voglio un diavolo di angelo
che prenda a calci in culo Carver e Warhol
Lo pretendo, lo pretendo, lo pretendo
 
Voglio un angelo matto, un angelo punk
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
 
Voglio un’oca uguale a Paris Hilton
Voglio una topa che non sa fare un cazzo
E’ questo che io pretendo
Voglio il mio regalo, il regalo, il regalo…
Voglio il mio regalo
E’ mio, è mio, è mio
 
Voglio il mio regalo
Lo voglio
E’ mio, mi aspetta
Mi spetta
Voglio le mutandine di quella topa della porta accanto
perché lo so che sono quelle di una vergine in calore
 
Voglio il regalo, il regalo, il regalo…
Lo voglio adesso
Voglio sesso, sesso, sesso
Non voglio dio, voglio solo sesso
Solo sesso, solo sesso, sesso e ancora sesso
L’amore lo lascio di mancia agli sfigati
Io voglio sesso e solo sesso per una botta e via
Voglio solo quella bimba per 24000 mila baci
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta
Mi spetta – Mi aspetta – Mi spetta



Gli auguri di Romantica "Pesty" Vany


Buon compleanno Giuseppe Iannozzi!

Ti auguro di andare nei luoghi dove non sei mai stato,
di avere meno problemi reali e più immaginari,
di mangiare tanti gelati e frittelline di neve
di avere tanti momenti buoni da non perdere mai!
Ti regalo una borsa dell'acqua calda, un paracadute ed un ombrello
un cavallo ed un calesse, un orologio che non segni mai le ore
per far sempre star bene il tuo cuore :)

Buon compleanno!!!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 11:59 | poesia, dark, provocazioni, avantpop, punkmania | clicca per commentare commenti (44)



nihil

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, marzo 29, 2008


Lucifero




nihil
 


di Giuseppe Iannozzi
 


 
Nihil
 
Ci è stata negata la vita.
Ci è stata negata la morte.
Ci è stata negata la parola
e un’anima intelligente.
Speriamo.
Noi speriamo ancora
che un giorno il dì sarà
come piace a noi, con un’ora
di troppo per condannare
colpevoli e innocenti
allo stesso sporco modo.
 
 
 
 
Nihil II
 
Il mio fascino
ti ha dato il cuscino in bocca.
 
Taci!
 
Mordi e mordi
senza speranza
di tornare in libertà:
mezzo nuda
con le vesti strappate
nel mio letto
sotto di me
adesso aspetti piangente
che spenga la luce;
poi tutti i mostri
della tua infanzia
risorgeranno dal buio
e godranno infinitamente
della tua innocenza
- perduta!


 

Nihil III

Per mia fortuna
posso dire
di non aver mai
confidato
in un sogno di verità.
Per mia fortuna
non ho mai pensato...
che la speranza
fosse un tempo
più lungo d’un momento
- d’un bacio
a pelo dell’acqua.
Per mia fortuna
non mi sono mai abituato
a pensare
che la necessità ultima
dell’umano esistere
sia di pensare all’infinito.
 
Per mia fortuna
ho sempre e solo baciato
una donna d’impulso,
ricevendo amore e schiaffi
in egual misura quasi.
 
Sono stato fortunato
ad agire d’istinto,
ma non mi sono salvato
da me stesso, in ogni caso!
 
 
 
 
Nihil IV
 
Sarebbe nostro
il compito
di farlo fuori,
se solo fosse vero
quel Folle
che spara ai lampioni
gridando
nel cavo della notte
d’essere un angelo
caduto
in cerca di una farmacia
di turno e di una puttana
aperta alla conclusione
umana.



 
Nihil V
 
Hanno condannato il delitto ma non la vita. Tutto questo è assurdo.
 
L’unico imperdonabile peccato è quello di andare in giro vantandosi d’avere un’anima immacolata, forse dicendo persino la verità.
 
La verginità è come l’ipocondria: non si guarisce mai al primo colpo.
 
Whatever will, be will be. 
 
 
 
 
Nihil VI
 
Tra frizzi e lazzi
si credevano così tanto!
Per Dio, ci credevano sul serio
che fossero dèi scesi in terra,
attori di Hollywood,
intoccabili re dei Giudei.
Bastò però un flash
per condannarli in copertina;
e tutti approfittarono di loro
sparandosi seghe su seghe.
 
 
 
 
Nihil VII
 
Questo fantastico sogno.
Questo fantastico limbo.
Lo spazio ci appartiene.
Possiamo ballare e ballare
e ballare, e morire ballando.
Vorresti davvero sciupare
una morte così infinita?
Non capita tutti i giorni
di ballare fino alla fine
del mondo.
 
Danno un tango.
La radio lo vomita proprio bene.
Non essere timida, muovi i piedi!
Abbiamo tutto questo,
non trovi che sia fantastico?
La fine del mondo è vicina
e noi possiamo ballare e ballare
e ballare, mentre uno a uno
tutti quelli che abbiamo conosciuto
in carne e ossa adesso cadono
come marionette
ai nostri piedi, senza più fiato.
 
Questo fantastico sogno.
Questo cimitero infinito.
Tutto questo, tutto questo
ora ci appartiene.
 
 
 
 
Nihil VIII
 
Persino una marcia nuziale
è più di noi.
Un dramma a teatro
è più di noi.
Una bugia
in bocca a un monello
è sempre più di noi.
Persino la parola di un assassino
è migliore di noi.
Un mimo sotto infarto
è più di noi.
Ogni cosa in cielo e in terra
è in ogni caso più di noi,
che siamo meno
di un pugno di cenere,
di un frusto crisantemo
dimenticato
sugli algidi avelli ai più
sconosciuti.

 
 
 
Nihil IX
 
La paura genera paura.
Il Grande Grembo del Niente
ha in sé un feto perfetto
che nessuno può immaginare.
L’Uomo più Saggio
aspetta di venire al mondo
per mostrare a tutti
con denti e unghie
l’Incapacità del suo avo
finito mummificato e Santo.
La Fidanzata di Ognuno di Noi
ha perso la verginità così tante volte,
così tante per amor nostro
che non possiamo fare davvero a meno
di volerle ancora un po’ di bene
quando il freddo ci gela i piedi.
 
Così vero: l’amore non genera.
 
 
 
 
Nihil X
 
La donna del mio migliore amico è un rottweiler: non c’è trippa per gatti. E questo è tutto.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:51 | poesia, dark | clicca per commentare commenti (23)



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