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Luisito Bianchi. I miei amici (diari 1968 - 1970). Sironi editore, collana indicativo presente

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 17, 2008



Luisito Bianchi

I miei amici



(diari 1968 - 1970)



Il lavoro, la Chiesa e il potere:
il diario di un prete in fabbrica
e il suo tentativo di fedeltà all’Evangelo.


Il «giornale dell’anima» di un grande scrittore. «Per la prima volta, questa notte, con insistenza, a lungo, senza attenuanti, ho maledetto la fabbrica. Avessi avuto il potere taumaturgico di Cristo, i motori si sarebbero fermati, le tine sventrate, le ciminiere sgretolate. L’orgoglio del fico avrebbe ceduto allo squallore della desolazione. Mi è apparso, in tutta la sua crudezza, quello che vale l’uomo in fabbrica, macinato dal sistema: nulla. A che serve la mia vita? A fare un bel gesto? A vivere l’Evangelo? A preparare un tempo più autentico per la Chiesa? Ad assommare inutilità su inutilità, vanità su vanità? Veramente Dio tace. Siamo nel periodo del sepolcro vuoto e del silenzio del Risorto.»


L’autore di questo diario è un prete, che fa l’operaio: «L’esperienza della fabbrica [...] era un fatto di coerenza: trovare il sostentamento nel lavoro per essere gratuiti nel ministero, per cercare di capire come poteva essere credibile la Chiesa. Io potevo esserlo, come persona, ma quello che mi interessava era che lo fosse la Chiesa. E quell’interrogativo rimane aperto ancora oggi, forse ancora di più».

Le sue sono annotazioni quotidiane: tumultuose, appassionate, dubbiose e drammatiche. E animate da un affetto sincero, pieno di arguzia e allegria, verso i compagni: quelli che condividono i turni nel reparto della Montecatini, a Spinetta Marengo.

Leggendo ci accorgiamo di essere entrati nella vita di questi amici: sappiamo tutto di loro e delle loro famiglie; tutto della Commissione interna di fabbrica e dei vari direttori; abbiamo imparato a fiutare l’odore chimico del reparto, abbiamo provato la lunghezza del turno di notte, condiviso gli innumerevoli thermos di caffè, attraversato i conflitti, visto gli incidenti e patito le morti.

È questa la ragione del titolo I miei amici, perché è attorno ai compagni che prende senso tutta l’esperienza di don Luisito Bianchi.

Ci passa la storia d’Italia in questo libro: il movimento operaio, i difficili anni post-conciliari, quel ’68 che ha scompigliato come un vento la società del nostro Paese. Ma, soprattutto, protagoniste sono la Chiesa e la Fabbrica: restituite senza ideologia e con la capacità di far emergere problemi e contraddizioni in cui ci sorprendiamo ancora oggi immersi.

Società, politica, teologia, cronaca: qui non sono concetti, ma forze che agiscono nella viva carne di una persona che a quarant’anni mette da parte tutto, tranne la propria coscienza, per esporre alla nuda prova della vita la sua vocazione e la sua umanità.

I miei amici sono un vero «giornale dell’anima», che non seleziona né gerarchizza, non censura né abbellisce, non ammaestra né moraleggia ma provoca con il semplice potere della verità.

Luisito Bianchi è nato a Vescovato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. È stato insegnante e traduttore ma anche operaio, benzinaio e inserviente d’ospedale. Ora svolge funzione di cappellano presso il monastero di Viboldone (Milano). Ha pubblicato: Salariati (1968), Gratuità tra cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino (2001), Simon mago (2002), Dialogo sulla gratuità (2004) e Monologo partigiano (2004). Sironi ha pubblicato Come un atomo sulla bilancia e La messa dell’uomo disarmato, il suo grande romanzo sulla Resistenza, elogiato da critica e pubblico.

Hanno detto di lui: «Un punto di riferimento per chi ama la letteratura, per i critici e per i lettori che hanno trovato nei libri di questo autore un seme di verità, una parola vera e necessaria» (Avvenire); «Un autore di densissimo spessore umano e spirituale» (La Stampa); «Don Luisito Bianchi è sempre stato ed è un prete "scomodo", di quelli pronti a mettersi in gioco» (L’Unità).

I miei amici - Luisito Bianchi - collana indicativo presente - Sironi editore - ISBN: 978-88-518-0100-7 - Pagine: 832 - 24 €


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Jurij Druznikov: è scomparso ieri uno dei più grandi scrittori russi del Novecento

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 16, 2008






E’ scomparso ieri Jurij Druznikov

uno dei maggiori scrittori russi del Novecento

autore del classico Angeli sulla punta di uno spillo
e del romanzo Il primo giorno del resto della mia vita,
appena pubblicato da Barbera Editore.



È scomparso ieri, all'età di 75 anni, Jurij Druznikov, considerato dalla critica uno dei più importanti scrittori russi del Novecento, candidato al Nobel per la letteratura nel 2001 e menzionato nello stesso anno come autore del miglior romanzo in traduzione (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera 2006) dall'Unesco. Druznikov, che viveva negli USA dal 1985, è morto nella sua casa di Davis, California, per le conseguenze di una grave polmonite che lo aveva colpito due settimane fa.
La partecipazione di Druznikov al Festivaletteratura di Mantova nel 2006 e la costante attenzione che la stampa italiana gli ha dedicato lo hanno reso noto anche in Italia, dove le sue opere sono state pubblicate solo di recente da Barbera Editore.
Scrittore, critico letterario, pedagogista, autore teatrale, Druznikov aveva pubblicato le sue prime opere durante il regime stalinista. Subito bollato come dissidente, era stato più volte censurato ed era vissuto per anni sotto lo stretto controllo del KGB. Nonostante fosse stato radiato dall'Unione scrittori sovietici, con il conseguente veto alla pubblicazione, continuava a diffondere i suoi scritti clandestinamente, fino al 1985, quando il samizdat (ciclostile) di Angeli sulla punta di uno spillo, il suo capolavoro, fu rinvenuto durante una perquisizione in casa di un amico. Arrestato, stava per essere internato in manicomio criminale, ma fu salvato da una petizione internazionale cui parteciparono intellettuali come Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel. Grazie a queste pressioni Gorbaciov decise di lasciarlo fuggire. Druznikov riparò prima in Italia e poi negli Usa, dove gli fu offerta la cattedra di Letteratura russa all'Università della California, dove ha insegnato fino alla morte.
Le opere di Druznikov, fra cui ricordiamo, oltre che Angeli sulla punta di uno spillo anche i romanzi Il primo giorno del resto della mia vita, pubblicato il mese scorso da Barbera Editore, Passport to yesterday, Superwoman, la raccolta di racconti Là non è qua (Barbera 2007) e i saggi Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov e Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, sono state pubblicate in 14 paesi e tradotte in altrettante lingue, fra cui inglese, russo, italiano, polacco, francese.

Web:

www.barberaeditore.it
www.druzhnikov.com


JURIJ DRUZNIKOV – BIOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA SINTETICA
 
 
Jurij Družnikov (Mosca, 1933 – Davis, California 2008), scrittore e storico della letteratura, è considerato uno dei più importanti autori russi del Novecento. Nato da una famiglia di artisti e cresciuto fra intellettuali e scrittori, molti dei quali furono epurati da Stalin, compie il suo percorso di studi con fatica, essendo stato segnalato fin dalla scuola superiore come un “sottostimatore del ruolo di Stalin durante la guerra civile russa”. Dal 1953 al 1964 lavora come giornalista, fotografo, archivista, insegna letteratura russa in Kazakistan; tornato a Mosca, s’impiega nella stampa come editor, corrispondente e in seguito caporedattore di un quotidiano. Nel 1971 entra nell’Unione degli scrittori sovietici. Nello stesso anno pubblica il suo primo libro, un’antologia di racconti, Never Ever Goes My Way, accomunati dalla presenza ricorrente di personaggi tratti dalla vita quotidiana del popolo russo, e destinati al cronico  fallimento.
Nel 1974, dopo la pubblicazione e il conseguente ritiro di due saggi sull’educazione degli adolescenti (Boredom Prohibited e Never Stop Asking Questions, Boys ), mentre gli scritti di Družnikov sono rifiutati da editori di libri e di riviste perché considerati pericolosi (la raccolta di racconti del ’71 era stata pesantemente mutilata dai tagli della censura), il caporedattore della rivista Novy Mir decide di pubblicare i racconti Valedictory e February the Thirtieth, tornando poi sui suoi passi con la motivazione che la quota di testi di critica sociale concessa alla rivista era già stata esaurita con la pubblicazione dei racconti di Solzhenitsyn. Sempre nello stesso anno, la rivista femminile Rabotnitsa pubblica, con ampi tagli, un estratto da Money Goes ‘Round, un altro suo racconto. Ciò gli procura la stigmatizzazione dalle pagine del quotidiano Izvestiya, che lo accusa di essere un calunniatore del popolo sovietico.
Nonostante le censure e i tagli, Družnikov prosegue nella sua strada d’investigazione del ruolo dell’ideologia nella letteratura e nella cultura sovietica, affrontando un gran numero di argomenti controversi, che porteranno il regime a un sistematico blocco di tutte le sue opere. Caso esemplare è quello del suo primo romanzo, uscito letteralmente mutilato dai tagli nel 1976, con il titolo, imposto dalla censura, di To Sacrifice This Very Bird. Nel frattempo, viene proibita la rappresentazione della sua commedia Teacher in love.
Nel 1977 Družnikov viene definitivamente radiato dall’Unione degli Scrittori Sovietici ed è  dichiarato “traditore della patria” per aver partecipato al movimento sovversivo di pubblicazioni samidzat e per altre attività “illegali”. Così, durante gli anni Ottanta, il suo nome viene rimosso da tutte le pubblicazioni sovietiche. Družnikov descriverà queste vicende nelle memorie The Cancellation of Writer n. 8552, pubblicate dal Washington Post. Infatti, nonostante la censura, i suoi libri circolano fra gli oppositori del regime e vengono fatti uscire clandestinamente dall’Unione Sovietica, verso l’Occidente, dove sono divulgati. Družnikov stesso, come attivista del movimento samidzat, oltre a far circolare i suoi scritti clandestinamente, passa testi di autori proibiti a editori occidentali e organizza laboratori di scrittura clandestini. Lo scrittore riesce persino ad aprire una sua casa editrice, che viene tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia.
Nel 1985, non potendo far cessare le sue attività sovversive in altro modo, il KGB impone a Družnikov la scelta fra l’internamento in un campo di lavoro e quello in manicomio. Solo le proteste di scrittori occidentali fra cui Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel, la mobilitazione di associazioni umanitarie e dello stesso Congresso americano lo salvano dall’arresto. Ma egli non desiste dalla sua linea dissidente e nel 1987 organizza una mostra dal titolo I dieci anni di un non-scrittore. L’iniziativa, ovviamente illegale, gli causa l’esilio definitivo.
Dopo aver lasciato l’Urss si stabilisce a Vienna e poi, definitivamente, negli Stati Uniti, dove tiene corsi di scrittura e lavora alla radio. Nel frattempo esce  Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov, il libro scritto in segreto e già diffuso capillarmente in Russia dal movimento samidzat. Questo saggio analizza e smaschera la creazione del mito di regime di Pavlik Morozov, che secondo la propaganda staliniana sarebbe stato ucciso dai controrivoluzionari kulaki, ma che in realtà, secondo Družnikov, morì per motivi molto diversi dalla politica.
Il più noto e acclamato romanzo di Družnikov, Angels on the head of a pin (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera Editore 2006), allude ironicamente al topos accademico “Il numero di angeli che possono stare sulla capocchia di uno spillo è pari alla radice quadrata di 2”, usato durante il regime sovietico per descrivere l’incalcolabile numero di dissidenti pronti a scatenare una rivolta. La vicenda si svolge intorno alla redazione di un quotidiano nazionale, Trudovaya Pravda (La verità dei lavoratori), nel momento più duro della reazione brezneviana, e nell’arco di 67 giorni: dal momento dell’infarto del redattore capo del giornale, Makartsev, fino alla sua morte, il 30 aprile 1969. La sua rovina inizia dal momento in cui trova sulla sua scrivania una traduzione del celebre (e proibitissimo) resoconto del viaggio in Russia, effettuato nel 1839 dal diplomatico francese Marchese de Custine. Il libro, considerato oggi uno dei più importanti documenti storici sulla Russia zarista, è stato a lungo censurato in Russia. Perciò, la scoperta della copia tradotta clandestinamente e recapitata chissà da chi e chissà come nel suo ufficio, getta Makartsev nel panico: ciò lo compromette irrimediabilmente col regime. Un infarto, dovuto probabilmente allo stato d’ansia in cui quell’episodio l’ha gettato, peggiora la situazione. Mentre i sospetti si addensano sulla sua testa, il controllo del giornale gli sfugge sempre più di mano, fino all’epilogo e alla conclusione del romanzo, che si chiude con l’arresto del giovane giornalista che aveva tradotto di nascosto De Custine e con la morte di Makartsev nel giorno stesso in cui tenta di reinsediarsi alla direzione del giornale.
Sotto il regime sovietico, il manoscritto di Angeli sulla punta di uno spillo non sarà mai pubblicato, a causa del suo contenuto pesantemente satirico nei confronti del meccanismo della propaganda e della censura. Una copia microfilmata viene avventurosamente portata fuori dalla Russia e pubblicata nel 1989 a New York, in russo. È quindi incluso nella lista dei “migliori dieci romanzi russi del XX secolo”. Ma, nonostante questo, né la glasnost né la perestroika  riescono a infrangere il muro di silenzio calato in patria sugli scritti di Družnikov. Qui il romanzo  uscirà solo nel 1991, dopo il colpo di stato di Mosca.
Alcuni anni dopo, l’edizione inglese viene inclusa nella lista dei migliori romanzi in traduzione dall’UNESCO, mentre arriva anche la candidatura al Nobel per la letteratura nel 2001.
I critici occidentali attribuiscono a Družnikov l’invenzione di un nuovo genere: il microromanzo. Brevità, ma completezza e organicità della trama, vasta, profonda, critica analisi sociale ne sono i caratteri salienti.
Družnikov ha iniziato a pubblicare microromanzi negli anni Settanta. Molti dei suo lavori sono poi stati raccolti nella raccolta Micronovels (New York 1991). I protagonisti dei microromanzi di Družnikov sono personaggi tratti dal quotidiano russo e americano; l’assurdità dell’esistenza, la mancanza di uno scopo e di speranza sono tratti comuni di queste storie.
Nell’ambito della storia e della critica della letteratura, due sono le opere fondamentali di Družnikov: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, una psicobiografia del grande autore russo, e Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (pubblicato in russo nel 1995  e in inglese nel 1999), un’analisi polemica dello sviluppo della letteratura russa negli ultimi due secoli.
Fra i libri di memorie pubblicati da Družnikov, oltre al già citato  Cancellation of Writer n. 8552, ricordiamoanche I was born in a line, uscito sul Washington Post nel 1979. Anche quest’opera, successivamente pubblicata in russo, racconta le difficoltà con la censura, i rischi per la propria incolumità, l’attività clandestina.
Dal 1985, anno della sua fuga in Occidente, ad aprile 2008, Druznikov ha insegnato Letteratura russa all’Università di Davis, California.
 
In Italia le sue opere sono pubblicate da Barbera Editore, che lo ha fatto conoscere ai lettori e alla critica con le due edizioni (rilegata ed economica) di Angeli sulla punta di uno spillo (2006) e con le due opere più recenti, la raccolta di racconti Là non è qua e il romanzo Il primo giorno del resto della mia vita, terminato a febbraio 2008 e uscito in anteprima mondiale nell’edizione italiana in aprile.
Altri scritti di Druznikov – racconti e saggi di politica russa.

 
BIBLIOGRAFIA SINTETICA

Raccolte

Sobranie sochinenii, 6 voll. (VIA Press, Baltimore, 1998);
Izbrannaya proza, 2 voll. (Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Izbrannoye, 2 voll. (U-Factoria, Yekaterinburg, 2001);

Narrativa e saggistica 

Chto takoe ne veziot. Collection of Short Stories
(Molodaya Gvardiya, Moscow, 1971);
Donoschik 001, ili Voznesenie Pavlika Morozova (OPI, London, 1987; Moscow, 1995);
Angely na konchike igly (Liberty, New York, 1989; Kultura, Moscow, 1991);
Microromany (Word, New York,1991);
Uznik Rossii. Cronicle One (Antiquary, Connecticut, 1992);
Dossier begletsa. Cronicle Two (Hermitage, New Jersey, 1993);
Uznik Rossii. Cronicle One and Two (Izograf, Moscow, 1997);
Kanikuly po-chelovecheski (APP, Moscow, 1992);
Russkie mify (Liberty, New York, 1995; Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Ya rodilsia v ocheredi (Hermitage, New Jersey, 1995; Chroniker, Moscow, 2002);
Informer 001 (Transaction, New Jersey, 1997);
Viza v pozavchera (Hermitage, New Jersey, 1998);
Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (Edwin Mellen, New York, 1999);
Prisoner of Russia: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism (Transaction, New Jersey, 1999);
Vtoraya zhena Pushkina (Vagrius, Moscow, 2000);
Smert' izgoya (Seagull Press, Baltimore, 2001);
Duel s pushkinistami (Khroniker, Moscow, 2001);
Angels on the Head of a Pin (Peter Owen, London, 2002);
Uznik Rossii Trilogy (Golos Press, Moscow, 2003);
Superzhenshchina (Parad, Moscow, 2003).
 
 
 
Bibliografia su Jurij Družnikov
 
John Glad, ed. Literature in Exile (Duke University Press, Durham, 1990): 149-151;
Martin Tucker, ed., Literary Exile in the Twentieth Century (Greenwood, New York, 1991): 215-216;
Vladimir Svisky. Proza Yuria Druzhnikova (Challenge, Washington, 1994);
Staffan Scott. Lenins alskarinna (Hjalmarson, Stockholm, 2000): 92-97;
Russkie pisateli 20 veka. Biograficheskii slovar' (Bol'shaya Rossiiskaya Entsiklopedia, Moscow, 2000): 245-247;
Fenomen Yuria Druzhnikova (Intercontact, Moscow-Warsaw, 2000);
Krizis ili metamorfpozy: sud'ba romana na rubezhe vekov. Na metarialakh pomana Druzhnikova “Angely na konchike igly” (Slavica Orientlia, Warsaw, 2001);
Lola Zvonareva, Wieslawa Olbrych. Sostoyavshiis'a vne tusovki: tvorchestvo i sud'ba pisatel'a Yuria Druzhnikova (Academia, Moscow, 2001);
Lev Anninsky. Russkie pl'us (Algoritm, Moscow, 2001): 13-20;
Istoria v zerkale literatury i literaturovedenia (Granit, Gdansk-Warsaw, 2002);
Ivailo Petrov. Yuri Druzhnikov: literaturnoe protivostoyanie (Axios, Bulgaria, 2004).
Zoya Mikhailova, ed. Yuri Druzhnikov: knigi i sud'ba. Bibliografocheskii ukazatel' (Ul'anovsk, 2002).
Perekrestki epoch. Almanac No.4, Moscow, 2003.
Kartina mira i cheloveka v literature i mysli russkoi emigratsii. Sbornik statei. Krakov, 2003.

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AD UN PUNTO CRITICO PER I CRITICI (e per tutti…) di Simone Battig

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 15, 2008


Jekyll


Ad un punto critico per i critici (e per tutti…)




[    Ricevo e pubblico questo pezzo a firma di Simone Battig, pur non condividendo appieno il suo pensiero. Ci sono tuttavia degli spunti interessanti che, a mio avviso, meritano di essere approfonditi e presi in seria considerazione.

Rimane inteso che Simone Battig è l'unico responsabile delle sue dichiarazioni.

Grassetti e corsivi sono stati aggiunti in fase redazionale, al solo scopo di agevolare la lettura.


Buona lettura.
g.i.   ]


 
Dopo aver evitato di commentare il lacunoso saggio New Italian Epic di Wu Ming, sia perché mi trovo d’accordo con quanto argomentato in risposta da Marco Lodoli, sia perché sarebbe come voler commentare un genetista cinese che un mattino si alzasse e dicesse “Ho notato che il mio alluce destro tende a sinistra quando cammino, e siccome l’ho notato anche nei miei amici credo che noi, per i percorsi e le caratteristiche comuni che ci legano, e anche per la nostra solida amicizia, possiamo considerarci gli iniziatori di una nuova evoluzione di ampio respiro che coinvolgerà tutta la nazione”, invito tutti a godersi questa intervista ai critici letterari del giornale “La Stampa” e del giornale “Il Mattino”, Sergio Pent e Giuseppe Lupo. L’intervista la trovate qui: www.booksweb.tv, nella sezione BooksTorino nella sottosezione I mestieri del Libro - critici letterari.
 
Con la poco ammirevole “sincerità dell’esperto”, rispondendo a domande sul loro metodo di lavoro, dopo aver glissato su come si arriva a fare il critico letterario per un grande giornale, Pent e Lupo certificano quello che vado sottolineando da anni e quello che tutti sanno ma vogliono continuare a ritenere normale se non persino giusto: la critica letteraria così condotta non solo è inutile ma è nociva per lo sviluppo di nuove e interessanti generazioni di lettori e scrittori. Lo è, secondo le loro stesse parole, perché condotta in maniera assolutamente parziale (nei molteplici significati di questa parola) e lo è perché, asservita ad una logica che si concentra non sui libri ma sulle varie personalità coinvolte nell’intento di far leggere un libro ai lettori, tradisce la sua stessa natura e i suoi scopi.
 
Pent e Lupo, come critici, sostengono, in ordine sparso, cose come queste:
 
1. Prima di tutto, si leggono i libri degli amici (Lupo).

2.
Se il libro di un amico non è bello io critico non ne parlo, o se sono costretto a parlarne ne parlo solo bene cercando di evidenziarne i pregi facendo una recensione diplomatica (?).
 
3. Dopo gli amici vengono le “segnalazioni”. Di chi non lo dicono, si può ben immaginare sempre di “amici” o di “superiori”.
 
4. Con le segnalazioni o dopo di esse arrivano i libri “di cui sono costretto ad occuparmi”. Costretto da chi? L’ipotesi è che le forze in campo siano talmente varie che non lo sanno neanche loro, comunque possiamo ipotizzare sintetizzando: costretto per convenienza personale e/o lavorativa ad occuparmene. Rimane il fatto che, in generale, una critica “costretta” sarà sempre una critica ristretta e scarsamente interessante e proficua.
 
5. Dopo tutte queste priorità almeno Lupo arriva a dire che si (sia ringraziato il cielo!), “Ho uno spazio di libertà per scegliere i libri”. Malauguratamente quei libri però sono già sul tavolo di casa sua. Pent e Lupo, non nominandolo mai, sono completamente estranei al concetto di andare in libreria e scegliere un libro per leggerlo (del resto con tutti questi “aiuti” con cui amorevolmente vengono assistiti come se fossero incapaci di intendere e volere dubito che sarebbero capaci di orientarsi nelle odierne librerie…). Non fa parte del loro metodo andare in libreria a scegliersi i libri, loro ce li hanno già a casa i libri (ne vengono sommersi….testuale), pre-selezionati e gratis. Ma vogliono assolutamente continuare a spiegare ai lettori cosa dovrebbero cercare in libreria, leggere e addirittura comprare, nonostante appaia evidente che loro stessi non hanno la più pallida idea di perché scelgano un libro piuttosto che un altro e non si sognino nemmeno lontanamente di acquistarli.
 
6. I libri sono talmente tanti che a volte cose buone passano sotto silenzio (peccato poi che sostengano anche che le cose brutte non le recensiscono per non stroncarle, ovviamente tranne gli amici che vanno sempre avanti bene lo stesso. E allora uno si chiede: come può il lettore capire dai loro silenzi se quel libro non è piaciuto loro o non hanno avuto il tempo materiale per recensirlo seppure era un bel libro? Qual è la discriminante?).
 
7. Il sunto è: siamo impiegati al servizio del libro (leggi: degli editori, e io che pensavo che fossero al servizio dei lettori….) dobbiamo fare cose che dobbiamo fare senza mettere in funzione la nostra capacità critica a monte, nelle scelte primarie dei libri (ripetono il verbo “dovere” almeno una dozzina di volte in vari contesti senza motivare questo loro dovere).
 
Pent e Lupo fanno varie altre affermazioni che vale la pena sentire, se non altro per rendersi conto dell’assoluta noncuranza con cui ormai in Italia si perpetrano i comportamenti più assurdi. Ricordo che stiamo parlando di critici affermati, di grandi giornali nazionali, figuratevi le costrizioni a cui vengono sottoposti gli altri e il grado di obbedienza e dedizione che devono dimostrare per poter continuare a fare i critici!
 
Entrambi sono naturalmente anche scrittori, e pur avendo il privilegio di poter vedere la critica letteraria da entrambi i punti di vista sono giulivi nel continuare in tale modo la loro opera in entrambe le posizioni. L’idea che un critico e ancor di più uno scrittore forse dovrebbero comportarsi diversamente non li sfiora neppure. Del resto entrambi godono dell’amicizia del Pent-critico e del Lupo-critico, quindi secondo il loro brillante metodo tutto torna…
 
Prego ognuno di voi di ascoltare attentamente quello che Pent e Lupo dicono, e come lo dicono. La mia non è un’accusa a loro in particolare, dato che per la mia più che decennale e personale esperienza essi rappresentano il pensiero del 95% dei critici letterari e “operatori culturali” vari. Questa è la solita notifica che faccio anche a me stesso per dire che tutti noi abbiamo il dovere di cambiare questo stato di cose.
 
In questi ultimi due anni mi sono astenuto da segnalazioni così plateali per evitare di incorrere nell’accusa di ricerca di pubblicità, avendo due libri in libreria. Accusa ridicola visto il massacro a cui ogni volta mi espongo (rif. http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/05/messaggio_grett.html  oppure i miei appunti a Saviano per Gomorra). Cercassi pubblicità farei quello che fanno tutti: andrei alle fiere, farei incontri con l’Autore, presentazioni, interviste… ho comunque continuato in privato a ripetere le stesse cose.
 
Colgo l’occasione per ribadire che, dopo quindici anni dall’esplosione del fenomeno incontri con l’Autore, fiere, reading, per non parlare dei corsi di scrittura creativa.. etc etc…, è evidente e certificato dalle statistiche ufficiali che questi “giochini narcisistici” non servono a promuovere i libri. In Italia ci sono sempre meno lettori e sempre più scrittori, grazie a questo tipo di promozione del libro. Provate a seguire la logica coatta di Pent e Lupo, e vi apparirà chiaro il perché. In questi eventi non si cercano i libri ma gli autori, una sostanziale differenza che tutti quelli coinvolti nel mondo dell’editoria hanno fomentato senza rendersi conto che così facendo non aprivano nuovi spazi commerciali ai libri, ma li chiudevano. Un vero suicidio anche per gli adoratori del marketing. Non voglio rubare tempo spiegando perché sia così, ci può arrivare facilmente chiunque usando la testa per ragionare. Se poi non si vuole usarla, allora buttiamola, questa testa, che è inutile.
 
Ultima cosa. Qui parlo da lettore, prima di tutto. Un lettore molto stanco, a cui stanno rubando una delle sue più grandi passioni. Avendo il privilegio di poter osservare la situazione da due punti di vista sento anche il dovere di dire quello che penso a più persone possibili, comportandomi di conseguenza. Ma sono anche piuttosto stufo di sentire la mia voce e non ho la vocazione al martirio. Spero che prima o poi persone più autorevoli di me intervengano per dire: adesso basta, i libri vanno resi liberi da questo sistema soffocante, anche solo per il fatto che è un sistema ingiusto e vergognoso per tramandare ai nostri figli la conoscenza.
 
La crisi della nostra società ha le stesse motivazioni psicologiche a tutti i livelli, ma che la cultura non trovi il coraggio di reagire è il sintomo peggiore di tutti. Non basta più dire “E’ così, lo sanno tutti”, e nessuno rimpiange tempi andati, qui è il momento di mettere in gioco quello che siamo e quello che vogliamo diventare, perché siamo un popolo culturalmente travolto. Ogni giorno di più.
 
Se siamo già morti ora o se possiamo ancora pensare liberi con le nostre teste e non con le nostre paure, questa è la scelta.
 
Ho deciso di scrivere questo articolo proprio perché sono d’accordo con Pent quando dice: “Se non si dialoga, in positivo o in negativo, allora la critica non ha senso”. E dato che viviamo tempi di pensiero unico dominante continuo a pensare che sia giusto opporre le mie idee a quelle di Pent e Lupo.
 
La speranza mia è di non sentire più interviste culturalmente agghiaccianti come questa di Pent e Lupo, critici-scrittori, due a caso fra tutti, e magari mi auguro che anche loro, rivedendosi, si rendano meglio conto di quello che vanno dicendo.
 
Simone Battig
 
 
Nota: questo testo è riproducibile da chiunque, l’autore ne auspica la diffusione e con questa nota si dichiara concorde con ogni uso del testo fatto da terzi previsto dalla leggi in vigore.
 
 
Simone Battig in rete:

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Wu Ming 4, Stella del Mattino, New Italian Epic

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, maggio 13, 2008



Wu Ming 4


Stella del mattino



collana New Italian Epic, Harmony

in tutte le pornoteche
fino ad esaurimento scorte a solo 1 €


Wu Ming 4 - Stella del mattino


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Mara Venuto. Leggimi nei pensieri. Cicorivolta edizioni, collana i quaderni di Cico

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 12, 2008


Mara Venuto - Leggimi nei pensieri



Mara Venuto


Leggimi nei pensieri



(In 15. Donne, uomini, ragazzi, vecchi,
una bambina: brainstorming in libertà)


collana i quaderni di Cico



ISBN 978-88-95106-16-8
© aprile 2008 - euro 11,00 - pp. 121
in copertina, “City” (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini



Mara Antonia Venuto è nata nel marzo del 1978. Vive a sud.
Per studio e professione è abituata ad ascoltare. Le viene molto difficile, perciò, parlare di sé. Ama i film a episodi. Legge di tutto; in particolare i romanzi non gialli di Simenon e, dopo anni di letteratura sudamericana, la linearità e gli accenni silenziosi degli scrittori giapponesi.
Sta lavorando al suo primo romanzo e alla sceneggiatura di una graphic novel.

1. Sandra, una mamma giovane che desidererebbe non esserlo mai stata.
2. Fra' Giorgio, un frate semplice che vive nella pace.
3. Franco, poeta finito in strada.
4. Djionis, adolescente albanese nella sua nuova patria.
5. Santiago, violinista estatico ribattezzato ad una nuova fede.
6. Tati, un lungo, doloroso silenzio con il suo fratello gemello.
7. Ramòn, "furbetto del quartierino" in fuga nel circo.
8. Arianna, diciottenne già grande, pronta a iniziare lontano una nuova vita.
9. Matilde, una donna ormai anziana che ha avuto il suo riscatto.
10. Piero, studente fuori corso coca-dipendente.
11. Tommaso, adolescente impazzito per l'hip-hop.
12. Raina, badante bulgara senza più illusioni.
13. Carlotta, una bambina con un segreto.
14. Eugenio, un maturo omosessuale, nato senza coraggio.
15. Nina, la fine della vita con un amore nel cuore.

Questa raccolta di "voci" è stata concepita per costituire un racconto corale di storie diverse, còlte, apparentemente a caso, nelle maglie della strada con, a fare da collante, solo l'appartenenza all'umanità più viva e contemporanea. Dice Mara Venuto: "Ho immaginato un respiro di riflessioni dei protagonisti sulle proprie vite e sulla propria storia, alla luce della quale dare una ragione al presente".

Questi racconti/monologhi di Mara Venuto sono semplicemente gente; trasmettono la freschezza della presa diretta, vale a dire del tempo attuale comunque sia. Potranno essere letti fra dieci, venti o trent’anni e avranno sempre il valore umano e il fiato della testimonianza: patrimonio universale e individuale allo stesso modo.

(Paolo West)




(Brano tratto da "LEGGIMI NEI PENSIERI")

Raina


Sono andata avanti a morsi di adattabilità. Strofinandomi le spalle ai muri per non disturbare e appiattendomi per ricevere il dovuto. Imparando il silenzio e le fattezze degli altri affinché avessero uno specchio, all’occorrenza.
Che è vero, che sopravvive chi si adatta, lo posso giurare ogni giorno sulla mia vita.
Mai visto un animale mimetico da vicino, ma lo porto qui, sigillato sotto la pelle: sono andata avanti solo così.

Sono arrivata su un autobus bianco con una scritta rossa ripassata che, nella mia lingua, dice “Autolinee dell’Est”. Niente di più comune, ma negli occhi rivolti contro di noi, durante le soste, leggevo domande, ipotesi sul suo significato e soprattutto su che lingua fosse e che Paese venisse a lasciare i suoi scarti di miseria che rende poco e niente.
L’autobus “Autolinee dell’Est” viaggiava molto lento, per via del rimorchio con i bagagli di tutte le persone che arrivavano per fermarsi parecchio; tutti poveri certo, ma la pancia del bus non bastava, da solo, a contenere tanti ricordi e radici e pezzi di vite da trapiantare così lontano.

Le mie cose finirono nel rimorchio e così quelle della donna che avevo accanto, ma non c’era un bambino con me che passasse tutto il tempo del viaggio girato, a controllare che il loro passato non si sganciasse e rimanesse indietro, lasciandoli senza storia e senza più legami... non avevo nessun figlio che mi chiamasse a una responsabilità nell’immediato futuro, che mi obbligasse a scavare la forza e le risorse da dentro, perché fossero di conforto a un piccolo che aveva il diritto di non ingoiare disperazione così presto.

La miseria, di sicuro, quel bambino l’aveva già assaggiata tutta, la sua amarezza forse no, perché quando si è in tanti, costretti nelle medesime angustie, ci si sente meno sfortunati. Ancor più se si è piccoli, e molto di quello che ai grandi manca da non poterne più non può interessare.
L’acqua calda? Ma quale bambino, che non sia costretto, ama fare più di un bagno la settimana? La casa scrostata di due stanze e un letto da dividere in troppi? Da piccoli la solitudine raggela più degli inverni che, comunque, si affrontano meglio riscaldandosi uno contro l’altro. Il forno elettrico, la lavatrice, la TV, i vestiti e le scarpe nuove, la carne o la frutta fresca? Scompaiono se hai un bosco in fondo alla strada, animali da cortile con cui giocare e insetti da osservare, vecchi vagoni di treno abbandonati come terra di conquista, calzoni già lisi che anche strofinandoli per terra non impressionano nessuno con un rammendo in più.
Non è la miseria dell’adulto che quel bambino avrà sofferto, io lo so bene, ma la rabbia dei suoi genitori, la furia e l’angoscia di chi guarda a un altro mondo, a un’altra vita, offerta senza un chiaro perché a chi si direbbe non la merita più, poiché si è ingozzato fino a scoppiare e non vuole nessuno alla sua tavola, neppure a raccogliere poche briciole.
Avrà imparato l’odio diffuso che avvelena la sua casa e il rancore per tutti coloro che usano il di-sprezzo come difesa dalla paura. [...]

Credo solo in me stessa e, grazie al cielo, ci credo molto.
Il cuore sento che si ammorbidisce un po’, e temo vacilli, in un solo momento: apro gli occhi nel silenzio, ogni volta ore prima che sia il momento, e immagino davanti a me il mondo.
Mi appare infinitamente bello, ogni cinismo è morto perché so che è domenica.

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Daniela Gambino. Abbi cura di te. Barbera editore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -


Daniela Gambino - Abbi cura di te


Abbi cura di te


Daniela Gambino


non è ancora pronta per i pantaloni
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
E’ questo un libro che appartiene al più classico (e freddo) filone lialesco, o se vogliamo essere più generosi e attuali coi tempi una storia à la Federico Moccia, pur non accogliendo in sé le isteriche potenzialità di un libro commerciale come “Tre metri sopra il cielo”.
Meglio mettere i puntini sulle “i” sin dall’inizio: Daniela Gambino è un’autrice con grandi potenzialità, di sostanza e di stile, come ha già ampiamente dimostrato nei suoi precedenti lavori; tuttavia questo suo ultimo “Abbi cura di te” non convince, non del tutto comunque. Poteva essere un romanzo completo, ed invece è una bozza, che restituisce poche emozioni al lettore, che lo coinvolge poco o niente nella storia. Se l’autrice ci avesse lavorato su, probabilmente sarebbe riuscita a sfornare un polpettone strappalacrime commerciale (vedi Moccia); non sarebbe stato un capolavoro della narrativa italiana, ma perlomeno avrebbe fatto sognare gli animi più sensibili e facili ad emozionarsi. Un peccato! “Abbi cura di te”, con più lavoro, avrebbe avuto in sé le qualità necessarie per dare all’autrice una bella soddisfazione commerciale tutta al femminile.
Messo in chiaro che non siamo di fronte a un capolavoro commerciale, possiamo accennare a quella che è la trama di questo “Abbi cura di te”, il cui stile - minimale purtroppo come impone oggi la moda scrittoria - non sostiene emozioni dionisiache ma au contraire una certa freddezza analitica. In alcuni tagli, la Gambino riesce ad essere come assente, quasi che gli eventi descritti siano solamente funzionali alla scrittura, estromette dunque l’emozionalità lasciando intatta la sola freddezza: i personaggi vengono fotografati in un lampo, l’ambiente che li contiene pure, ma sarebbe sbagliato asserire che la Gambino tenti un’operazione avantpop di polaroid à la Douglas Coupland, come nell’insuperato “Generation X: Tales for an Accelerated Culture”; e non è neanche possibile dire con troppa superficialità critica che l’autrice è l’ennesima vittima della Mtv generation perché non corrisponderebbe al vero. Daniela Gambino è al di sopra del semplicismo esplicato dalla Mtv generation, come ben dimostra in “Bukowski e babbaluci” e in “Macho macho”, nonché in alcuni racconti; tuttavia in questo “Abbi cura di te” non riesce a bucare la pagina, nonostante i rapidi e repentini cambi di scena, quasi degni di una sceneggiatura televisiva. E’ sì un libro che rientra nel lialesco, ma in quel filone algido e scevro di autentica passionalità. Se Federico Moccia è riuscito a tradurre sulla pagina l’isteria di una gioventù affamata di affetti a buon mercato, la Gambino, forse nel tentativo di non risultare isterica al femminile, ha dimenticato di dar l’afflato vitale ai suoi personaggi. Troviamo dunque Manuela, in piena crisi con sé stessa, incapace di tenere un lavoro ma soprattutto lontana dalla società, una alienata; poi un giorno qualsiasi un incidente la costringe in un letto d’ospedale, quindi l’inevitabile guardare al passato, l’altrettanto inevitabile battersi in pectore; ed ancora un fastidioso cercare di scoprire immobilizzata com’è quale sia l’identità del ragazzo che l’ha investita fuggendo, senza prestarle soccorso. Ed ancora Manuela si interroga sul volto di un uomo, che incontrava ogni mattino al semaforo. La storia di Manuela prosegue, o meglio si estende come una metastasi non prevista in quella di Michele e Sonia. Michele è da poco scomparso, nessuno sa che fine abbia fatto, e Sonia, la sua fidanzata, indarno cerca di sapere dov’è finito, se nel letto di qualche ex o triturato da chissà quale perverso meccanismo della società. Convergono altre microstorie dentro alle due principali, a volte sono proprio dei lampi e niente di più, però ci sono e sin tanto che non si arriva alla fine del romanzo non si può dire se erano veramente necessarie. Tanti accadimenti, troppa carne messa a cuocere al centro d’un freddo fuoco lialesco, dove si intuisce la fragilità dei personaggi ma più evidente è quella del costrutto narrativo.
Daniela Gambino non è ancora pronta per i pantaloni, ma forse meglio così, perché di Lara Cardella che subito bruciò le tappe oggi non sappiamo più nulla, mentre è nostro desiderio che la Gambino resti nel panorama letterario, al femminile e non, per crescere ancora e mettersi in discussione. Abbi cura di te, Daniela.
 
Daniela Gambino è nata a Palermo nel 1969. Scrive su La Repubblica. Ha pubblicato Macho macho (Castelvecchi, 1998), Cosa ti piace di me? (Castelvecchi, 2000), Bukowski e babbaluci (Edizioni Interculturali, 2005). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie: Italiane Duemilaquattro (La tartaruga, 2004), Peccati venali (Coniglio Editore, 2004), Essere magri in Italia (Coniglio Editore, 2005), Tua, con tutto il corpo antologia di racconti erotici al femminile (LietoColle, 2005).
 
 
Abbi cura di te - Daniela Gambino - Collana: Aiko – Barbera editore – 1a ediz. aprile 2008 - ISBN: 978- 88-7899-217-7 - € 9,90
 
 
 
I blog di Daniela Gambino:
 
http://danielagambino.splinder.com
 
http://www.myspace.com/danielagambino
 
 
Il sito ufficiale:
 
http://danielagambino.altervista.org





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