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Premio Strega 2008
written by King Lear
-
domenica, luglio 13, 2008
Premio Strega 2008
di Giuseppe Iannozzi
Mi sveglio di colpo. Ho un gran cerchio alla testa, come se avessi una corona di spine.
Faccio per alzarmi dal divano e ce la faccio quasi, non fosse per quelle stramaledette bottiglie vuote di Strega che mi s’impicciano fra i piedi facendomi andare lungo disteso sul pavimento. A momenti mi spacco tutti i denti, anche quelli del giudizio che mi sono stati cavati anni or sono per tanto erano brutti cariati e grommosi. Ma coi denti del giudizio, così per lo meno mi ha spiegato il dentista, quasi nessuno è fortunato, perché spuntano e fanno un male cane e una volta che sono venuti fuori sono già buoni per le pinze. Il telefono continua a strillare peggio della Callas trapanata da Onassis nel suo migliore incubo. Cerco di rialzarmi ma la pianta del piede incontra ancora una bottiglia: lo Strega, sia stramaledetto, ti lascia la bocca impastata e una testa pesante più del piombo: sono certo che se mi cadesse adesso in testa una testata nucleare sarei l’unico a salvarmi nel raggio di chilometri e chilometri. Sono più sicuro io di qualsiasi bunker di Hitler, la mia testa è così pesante ma così pesante che manco Dio riuscirebbe a penetrarla anche solo con il pensiero. Come un verme striscio, non posso fare altro: il telefono grida peggio d’un ossesso, cioè della Callas che viene. Devo raggiungere a tutti i costi quell’aggeggio infernale o, poco ma sicuro, impazzisco e faccio una strage, che neanche il commissario Montalbano li ricuce insieme i pezzi del caso.
Ce l’ho quasi fatta. Le mie dita l’avevano pizzicata quella stupida cornetta, quando sono stramazzato al suolo: legato alle caviglie dalle mie stesse mutande imbollettate di tutto, dallo sperma sprecato e seccato alle strisce di cacca secca. Non sono mai stato uno che guarda ai particolari, soprattutto nell’intimo. Fatemene una colpa! Comunque il fatto è che la testa ce l’ho come ce l’ho e sono per terra legato alle caviglie dalle mie mutande sporche: roba che se entra qualcuno – perché io la porta di casa la lascio sempre aperta per ogni evenienza, non sono mica un maniaco di quelli che si chiudono dentro a chiave e chi si è visto si è visto! – ci faccio una figura di merda. Sbraito come un ossesso verso la cornetta del telefono caduta impiccata, che grida, “Pronto… pronto…!!! Grandissima testa di cazzo, sarà meglio per te che rispondi subito o alla prima occasione ti stritolo quelle cazzo di palle come noccioline americane con le mie mani. Mi hai sentito, grandissimo stronzo figlio di puttana…?”
Sbraito che sono legato, ma non sono mica sicuro che il messaggio penetri in quella cazzo di cornetta. Scalcio come un cavallo appena castrato, lottando contro l’elastico delle mutande, rischiando qualche frattura agli zoccoli… cioè ai piedi…, ma finalmente volano via, non so dove, ma prendono il volo. Sono libero come un uccel di bosco. Barcollante ma sono in piedi e la cornetta ce l’ho attaccata all’orecchio: Sandrone tira giù madonne santi e cristi tutti in una volta, è inarrestabile, un simile turpiloquio non lo si sente neanche in Via Prè a Genova nell’ora di punta, cioè a mezzanotte passata. “Si può sapere quanto cazzo ci impieghi a rispondere, per la miseria…! No, non me lo dire, non me ne frega un cazzo.”
“Potresti evitare di masticare un cazzo ogni due parole, Sandrone? Mi sono appena svegliato e ho la testa pesante. Fammi ‘sta cortesia.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Perché… perché mi rompi le scatole allora?”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Sono il tuo agente e il tuo editor, ricordatelo. Senza di me tu non sei nessuno.”
“Seee, non sono nessuno senza di te. Me l’avrai ripetuto un milione di volte, però sono sempre nella merda fino al collo, chissà come mai! Sei nella merda pure tu, nonostante i soldi che ti imbottiscono il cervello, questo te lo devo proprio dire …”
“Adesso le cose stanno per cambiare”, biascica Sandrone inghiottendo di malavoglia le mie ultime osservazioni sulla merda che lo soffocherebbe.
“Dunque, ricordi che l’anno scorso lo Strega l’ha preso quello che c’ha il nome che sembra un purgativo?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“E allora? Solo questo sai dire? Era una cagata pazzesca ma ha vinto lo Strega.”
“E allora?”, ripeto nella cornetta cercando di rimanere in piedi attento: “Vuoi che gli faccia le mie congratulazioni o che altro?”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Ah! Ecco, ora sei più chiaro. Dopo Manniti l’altro cazzone potrei essere io. E tu mi rompi le palle per questo? Ti pare giusto? No, dico io, ti pare una cosa normale?”
“Senti, testa di fringuello, quant’è che non paghi l’affitto?”
“Boh, non tengo memoria per ‘ste cazzate.”
“Quando ti daranno un calcio in culo vedrai che te ne importerà.”
Taccio. Uno a zero per lui.
Rimango appeso alla cornetta grattandomi i coglioni: avrei bisogno di un bel bidè o un bagno, ma… lasciamo perdere: ho altre cose per la testa, e poi io odio lavarmi con l’acqua e il sapone.
“Quanto prenderei per ‘sta marchetta?”
“Abbastanza.”
“E il libro?”
“El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“E il libro?”
“El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“Cioè?”
“Che diavolo vuoi che ne sappia io? Vedila così, non capiscono un cazzo e ti ha detto bene.”
“A quanto mi danno?”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Che coglioni patentati! Devono essere fuori di brocca di brutto.”
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“Ripulirti, tanto per cominciare”, bofonchia Sandrone. “Con l’acqua il sapone e la lametta. Una bella ripulita.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“Questo lo dici tu. Che mi dici di quello che mentre se la spassava nel bagnoschiuma un fulmine gl’è entrato su per il buco del culo? C’è rimasto secco proprio come Dio comanda. Non esiste che faccia anche solo una stronza doccia.”
“Sgancio io, in un centro benessere, okay?”
“Mi paghi per farmi pulire da delle puttanelle?”
“Hai capito bene.”
“Puttanelle quanto?”
“Quanto piace a te.”
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
“Con El Diablo? Come cazzo ti è passato per la mente?”
“Non mi è passato per la mente. L’ho presentato e morta lì. Non ci speravo neanche un po’. Ma quei trucidi della commissione non so che diavolo ci hanno visto e così adesso sei in lista.”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
Sandrone tace mezzo secondo. “Okay. Basta che ti ci fai fare un bello shampoo.”
Riappendo.
Chi l’avrebbe mai detto? Io in lizza per il Premio Strega. C’è il rischio che diventi famoso, non ricco, ma famoso per forza. Magari poi ci fanno pure un film. Oggi è così: vinci un cazzo di premio e il primo testa di cazzo che lo pagano meglio ci tira fuori uno di quei filmacci da botteghino. Tra diritti eccetera, eccetera, mi beccherei tanti soldi come non ne ho visti mai in vita mia.
Però la faccenda mi puzza. Sono uno di quelli che la sente la puzza, prima di chiunque altro.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
Al Centro Benessere mi danno una strigliata che mette in allarme persino quelli della Raccolta Rifiuti. Le povere pollastre che mi hanno preso sotto la loro ala non potevano immaginare quanto sudiciume avevo incollato addosso. Quando finiscono di rendermi presentabile non lo sono più loro: invecchiate di venti anni come minimo, sembrano proprio delle streghe con la fregna moscia.
Quando Sandrone viene a casa mia - per spaccarmi le palle e per cos’altro sennò? – mi trova ripulito a dovere, solo la topaia gli fa schifo e il fatto che me ne stia lungo disteso sul divano fra cartacce e scarafaggi grattandomi i coglioni. Tuona peggio di Odino: “Che diavolo ti sei messo in testa? Non ho pagato per ridurti di nuovo a una bestia…” Tuona sì, ma vomita di brutto anche: si è appena reso conto d’aver schiacciato un paio di scarafaggi succulenti, e lui li odia, non quanto Kafka ma li odia.
“Adesso pulisci!”, gli grido tanto per prenderlo per i fondelli. E quello che fa? Prende la scopa e scopa, scopa come un forsennato: mai vista una cosa del genere. Il Sandrone con la scopa in mano che si aggira per il mio appartamento, un invasato peggio di quei rappresentanti che ti bussano alla porta per rifilarti le loro scope tuttofare.
Getto un’occhiata alla pelata madida di sudore di Sandrone: non c’è un solo capello, nemmeno per sbaglio. E’ così pelato da fare invidia a una palla da bowling. Non fosse per gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, sarebbe anonimo al cento per cento: ha un mostaccio glabro, solo due peli sul mento, le sopracciglia sottili e il naso piccolo e schiacciato come quello di un cane, le orecchie anch’esse piccole e attaccate al cranio in maniera esagerata, la bocca da rettile e piccola ma piena di turpiloqui adatti a ogni occasione. Sembra uno di quegli sfigati passati nel gorgo della chemioterapia. E’ brutto da far paura. Ha la faccia… la faccia potrebbe essere scambiata per quella d’un alieno tanto è anonima.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
“Ti sei dato un daffare del diavolo. La cosa puzza, di zolfo.”
“Tutto puzza a questo mondo. Sono il tuo agente e il tuo editor. E’ forse sbagliato che mi preoccupi per te?”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“No, io intendevo proprio la nemesi.” Lo guardo in faccia, in quella faccia anonima che si ritrova. Sandrone non ha mai fatto un giorno di lavoro, è nato figlio di papà, la pappa pronta: l’hanno ficcato in M******** perché così ha comandato la sua famiglia e lui da un giorno all’altro si è trovato a fare il destino di teste di cazzo e di scrittorini.Ha imparato presto, come un vero pusher, pur non sapendo un’acca di editoria: l’intelligenza e i soldi sono le sole cose che non gli mancano. Per il resto è una merda d’uomo.
“Allora, tu che ci guadagni? Sputa il rospo o non mi schiodo.”
Sandrone deglutisce. Porca puttana, manco il pomo d’Adamo: c’ha ‘na nocciolina non un pomo. Giuro che fa impressione guardarlo dritto negli occhi per un secondo più del necessario: non è umano, non ha niente della scimmia, è filiforme, così magro che gli conti le costole sotto la giacca. Ma il bastardo ha una salute di ferro: peggio d’una lucertola. Il suo vecchio è più che centenario e sta ancora in piedi da solo, niente pannolone o badanti. Il figlio è uguale: sono a sangue freddo, entrambi. C’è di che aver paura. Se non fossi una persona razionale sosterrei il dubbio che sono degli alieni venuti da chissà quale pianeta.
Il mio agente deglutisce.
“Allora? Come cazzo è successo che sono finito in lizza per lo Strega? E’ una tua idea, confessa?”
Non risponde. E’ impassibile, peggio di uno schifoso rettile.
“O sputi il rospo o ti pianto in asso.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Non mi conviene no con te.”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Vuoi la verità? D’accordo. Gli serve uno di destra da premiare.”
“Che cosa?”
“Hai capito bene.”
“Ma io non sono di destra. Non sono neanche di sinistra. Non sono di centro. Non so neanche che cazzo sia la politica.”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Che ce l’abbia o meno, cazzo!, è così.”
“Perché vogliono uno di… di destra?”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Ed è così?”
“Ovvio che no! Ti sembra che io sia il tipo che premia uno di sinistra?”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Di sinistra? Allora non hai proprio capito un cazzo. Quelli sono di sinistra come tu sei una Cenerentola vergine e santa dalla bocca al buco del culo.”
“Tutta apparenza?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Te l’ho già detto. Sei di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
Sbruffo. “La verità: in quanti hanno letto El Diablo?”
Adesso Sandrone sembra imbarazzato.
“Nessuno”, ammette dopo due minuti buoni. “E’ che non serve per cose di questo genere.”
Faccio finta di niente. “E tu, tu che ne pensi?”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Non hai capito”, puntualizzo con voce sottile come il sibilo di un serpente: “Voglio sapere il tuo parere su El Diablo.”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
“E: cosa?”
“L’hai letto?”
Adesso fa schioccare la lingua contro il palato. Dev’esserci l’inferno in quella bocca, un mare di aridità.
Gli ripeto la domanda puntando il mio naso proprio sulla sua faccia da latticino andato a male. Lui deglutisce, a vuoto. “Allora?”, lo incalzo.
“Io… io non leggo mai… è il mio lavoro… non c’è bisogno che legga i tuoi lavori… sono tuoi… mi fido…”
Non ci vedo più. Una gragnola di pugni. Dove colpisco colpisco. Sandrone cerca di ripararsi con le braccia quella cazzo di faccia, ma soccombe dopo i primi pugni: oramai sono incazzato nero, picchio e picchio duro, con una forza che manco sospettavo d’avere. Glieli mollo sulla faccia anonima che si ritrova, non gli concedo un solo attimo di respiro, ci vado giù pesante, peggio d’un boxeur. Neanche quando perde i sensi mi fermo. Continuo a pestarlo: finalmente vedo un po’ di rosso, un po’ di sangue in quella faccia. Non posso proprio fermarmi, non ora.
Al Premio Strega ci sono tutti quelli che contano.
Vengo paparazzato non so neanche io quante volte: i flash mi vengono sputati addosso a tutta birra, manco fossi preso da una diavolo di fatwa. Finita ‘sta cazzata vado a troie, me ne prendo due esagerate e me le sbatto finché c’ho fiato.
Sandrone applaude. Sarebbe uguale a tutti gli altri – ma è chiaro che è un eufemismo – se solo non fosse tutto bende, praticamente più bello d’una mummia. Si vedono solo due occhietti come due capocchie di spillo e la montatura degli occhiali, per il resto il suo volto anonimo è tutto avvolto nelle garze bianche.
Quando si è ripreso non ha detto niente. Mi ha solo chiesto se avevo un’aspirina perché aveva un po’ di mal di testa. Adesso è qui. I giornalisti applaudono, finalmente hanno il loro cazzo di autore di destra, un picchiatore fascista. Ma non lo sanno loro che sono stato io a ridurlo così al mio agente, nonché editor, etc. etc. A loro basta pensarmi di destra: oltre la punta del loro naso non vedono. Sono contenti come Cristo risorto.
Il mio El Diablo non l’ha letto un cane. Posso solo sperare che qualcuno l’acquisti per sbaglio, prima che lo tolgano dagli scaffali delle librerie. Tempo tre mesi e lo leveranno, fascetta o non fascetta con su scritto PREMIO STREGA 2008. Dopo ci sarà l’edizione economica: dovrò sperare anche in questo caso che qualche pirla lo prenda per sbaglio. Intasco l’assegno, perché sono gli unici soldi che vedrò, tanto più che al Centro Benessere mi hanno scorticato ben bene la sporcizia che mi portavo addosso da anni, quindi qualcosa mi spetta di diritto. Faccio un sorriso deficiente a tutte le facce presenti: è quello che vogliono, un fascista confezionato in un sorriso a trentadue denti. Glielo lascio credere. Sandrone s’illude d’aver pagato lo scotto: non immagina che per il momento ha solo ricevuto l’anticipo. Tengo in braccio la coppa o quello che cazzo è: la riciclerò per farne un portacenere o giù di lì. Un simile peso dovrà pur trovare una sua collocazione utile nel mio appartamento, o no?
Mi afferra per la spalla destra una mano. E’ un tipaccio con una montagna di capelli neri, crespi come quelli d’uno sporco negro.
“Vorrei trarre un film dal suo libro…”
Ho già capito tutto. Forse, tutto sommato, qualche soldo in più lo vedrò. Gli stringo la mano, con più energia del necessario. Lui non fa una piega. Glielo leggo in faccia che non ha letto un emerito cazzo del mio libro; gli avranno rifilato una cartelletta stampa che avrà guardato annoiato, ma il film lo farà e nei crediti scriveranno che è stato tratto dal mio romanzo.
Sarò famoso per quasi due ore di proiezione. Mica quindici minuti come profetizzava Warhol!
‘Fanculo.
by kinglear
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Scherzo da prete - con un'illustrazione di Chatterly,
written by King Lear
-
lunedì, maggio 05, 2008
di Giuseppe Iannozzi

Fernando gettò una fredda occhiata all’intorno soffocato nel buio più pesto.
Non s’udiva alcun umano suono, solo il pesante respiro del compagno di cella, di quel grasso giovane seminarista, e quello lì era tutto fuorché un essere umano. Mangiava e s’abbeverava come un porco, il piatto lo spazzolava più e più volte con la lingua porcina, poi ruttava e rideva, e solo alla fine sputava un “grazie a Dio!” Era un porco, consapevole di far ribrezzo e per questo ancor più portato a mostrare senza reticenze la sua natura, scusandosi appena quando una scoreggia troppo fracassona o un rutto mefitico gl’uscivano con veloce fretta dai pertugi: “Perdonatemi, ma tutto quello che viene dal corpo umano, meraviglia da Dio creata, è divina, o no?” Nessuno osava controbattere: in teoria il seminarista aveva una porca santa ragione, cosicché non uno metteva in discussione che vomito e merda fossero agl’occhi di Dio inequivocabili segni della grandezza che Egli aveva donato ai suoi figli. Imbarazzati anche i porporati più anziani chinavano il capo impotenti, tossendo con la mano scheletrica davanti alla bocca, ma di più non potevano fare davvero.
Il seminarista dormiva profondo. Fernando aveva più d’un motivo per odiarlo, ma bastava il solo fatto che in quel giovane grosso e grasso, pasciuto e scostumato, vedesse il simbolo della corruzione. Poi non era per niente casto: lui lo sapeva che andava per postriboli, l’aveva visto coi suoi occhi ridere insieme a una vecchia maitresse contrattando lo spicciolo, l’aveva visto entrare dentro il rosso fiammingo delle pesanti tende a mascherare le Prostitute di Babilonia, aveva udito le risate delle femmine. Un essere così non era degno di servire l’Altissimo. L’invidia, più della rabbia, gli rodeva il fegato. Fernando doveva fargliela a tutti i costi. Ad un certo punto il seminarista cominciò a biasciare nel sonno, e fu allora che gli venne l’idea. Era un piano semplice, seppur disgustoso, ma l’avrebbe attuato per amore dell’Altissimo: così si giustificava di fronte alla sua coscienza, che nuda già gli si mostrava puntandogli l’indice contro, chiedendogli come aveva potuto arrivare sino a tanto. Per amore dell’Altissimo, solo per amore…
In punta di piedi, scalzo, si avvicinò al letto dove ronfava il seminarista.
Ce l’aveva davanti.
Continuava a parlare nel sonno.
Era oscena quella bocca, aveva qualcosa di maligno, rossa e grassa pareva una vagina di femmina sfondata.
Se Dio gl’aveva dato la voce, quel giorno non doveva esser stato troppo in sé, pensò Fernando subito scacciando il pensiero, quasi offeso per averlo pensato perché quel porco nel letto poteva essere solo il figlio del Demonio.
Vincendo il disgusto per sé stesso soprattutto, lentamente gli calò giù i calzoni quel tanto che bastava affinché glielo potesse prendere bene in bocca.
Non sarebbe stato difficile farlo eiaculare. L’aveva letto da qualche parte che le polluzioni notturne vengono facili.
Il buio era fitto ma il pene non era difficile da trovare: era simile a una grossa salsiccia rosa.
Lo toccò con le punta delle dita: non era flaccido come credeva di trovarlo, era invece quasi in erezione. Il lavoretto che s’apprestava a fargli si sarebbe rivelato più veloce ed economico. Doveva solo vincere la ripulsa e prendere il glande in bocca fino a farlo sborrare.
Si fece il segno della croce. Ma non ebbe cuore d’invocare Dio o Gesù perché l’aiutassero, nonostante di secondo in secondo si convincesse sempre di più ch’era per servire l’Altissimo e non per vizio. Lui era il soldato di Dio che nel buio combatteva perché il Demonio fosse sconfitto. Poco importava che nessuno avrebbe saputo del suo sacrificio: i Santi sono tali perché agiscono senza mai pensare al plauso che il popolo gli potrebbe tributare se solo venisse a conoscenza dei loro immani sacrifici. Forse un giorno qualcuno avrebbe saputo e l’avrebbe detto santo. Ma non ora. Non ora. Era troppo presto. Contava solo d’agire al buio, senza il conforto di alcuno, nemmeno della speranza che un domani il suo sacrificio potesse esser svelato e così ricompensato dalla caritatevole mano della Chiesa. Doveva agire e in fretta, perché non c’era altro da fare e il grassone avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro se il Diavolo l’avesse voluto. Doveva farlo e basta, senza indugi.
Vincendo la riluttanza, serrando gl’occhi fino a farseli lacrimare, finalmente il pene gli fu in bocca. Pur non avendo alcuna esperienza prese a lavorarglielo di gran lena: gli veniva istintivo, come godere d’una patata bollente in bocca, cercando di non scottarsi la lingua, arrivando però al suo cuore butirroso con la punta per scavarlo e infine inghiottirlo.
Ebbe l’impressione netta che il seminarista gl’avesse sorriso. Non poteva essere! Se l’era sicuramente immaginato. Eppure sentì uno sguardo addosso. Inghiottì ancora, a vuoto. Non gli riusciva di staccare la bocca da quel pene: con orrore e sorpresa gli ci volle un momento per capire che gli piaceva prenderlo in bocca. L’orrore durò pochi secondi, subito sostituito da quanto piacere avrebbe potuto raccogliere negli anni a venire ora che conosceva la sua natura. Pregò che quel pene da cui non riusciva a scollare la bocca gli regalasse ancora del seme. Ma niente. L’aveva esaurito.
Tornò nel suo letto, sempre inseguito dall’impressione d’esser stato osservato.
Che cosa aveva creduto di fare? Gl’aveva staccato un pompino per ricattarlo? E come? Dicendogli forse che lui, Fernando, mentre dormiva gl’aveva fatto un bel lavoretto? La verità era che lui Fernando aveva agito perché mosso dalla fregola, perché lui desiderava il pene di quel giovane nella sua bocca, perché desiderava il corpo, la carne del giovane, perché avrebbe voluto quel porcello grasso tutto per sé. Ora gl’era chiaro: se solo avesse potuto tappare tutti i carnali pertugi di quel giovane grasso seminarista con il suo uccello! L’erezione era così intensa che gli faceva male il pisello.
Per Fernando fu una notte d’inferno.
Al mattino fu svegliato da un urlo bestiale.
Dapprima non capì. Poi tutto gli fu chiaro… la trappola era scattata e non c’era modo di salvare la pellaccia. Oramai era finito, tutto era finito per lui, meglio sarebbe stato se le fiamme dell’Inferno l’avessero consumato durante il sonno.
L’urlo echeggiò nel dormitorio.
Era il seminarista. Gridava come un tenore, tirando certe note di petto da far venire giù Babele.
Fernando crollò il capo, sconfitto, pronto a dichiararsi colpevole e a pagare per quel che aveva fatto.
* * *
Gl’anni passarono come per tutti e anche Fernando invecchiò ma non il suo vizio: non aveva mai messo radici in una curia, ma in Vaticano tutti sapevano che tra i chierichetti sceglieva sempre i più butirrosi e innocenti. Non appena qualche voce cominciava a diffondersi nel circondario, la Chiesa pensava bene di spostare Fernando in un’altra parrocchia. Non aveva fatto carriera. Troppe maldicenze, molte vere, giravano sul suo conto e prima che potesse rendersene conto era invecchiato, un peso che la Chiesa si teneva in seno per chissà quale strana naturale perversione. Fernando non voleva conoscere il motivo per cui in tanti anni non era mai stato formalmente accusato né minacciato: si limitavano a trasferirlo, e morta lì. Cogl’anni s’era convinto che un angelo, on un démone, gli tenesse bordone preoccupandosi di far sì che lui potesse continuare ad esercitare in veste di parroco e che avesse per giunta sempre a disposizione una nutrita fila di giovinetti d’avviare lungo la strada del vizio.
Ne era passato del tempo da quando era un semplice seminarista bilioso. Ricordava perfettamente quando aveva scoperto i truschini di Giovanni P., di come amava ficcarsi fra le tette delle donnine allegre. Aveva ancora il sapore del suo seme in bocca, un sapore che cogl’anni non s’era affatto stemperato e che s’era invece acuito. Giovanni P. aveva fatto un’eccellente carriera, mentre lui era rimasto ai margini ma forse divertendosi di più. Però una volta morto nessuno si sarebbe più ricordato di lui, neanche per esser stato una spina nel fianco, un ciucciacazzi; ed invece Giovanni P. era ormai chiaro che poteva aspirare a diventare il prossimo Pontefice. Il tempo gl’aveva ammorbidito i tratti del viso un tempo volgari: il volto grassoccio ma un po’ scavato sulle gote, le rughe intorno agl’occhi, i capelli bianchi e radi sulle tempie, gli conferivano un’aura angelicata. Pareva fosse intervenuta la mano stessa del Signore a modellare quel corpo un tempo tanto sgraziato: non era più grasso come da giovane, era invece quasi longilineo. Teneva poi un passo lento ma sicuro, e tutti dicevano che c’era della santità in Giovanni P. Il suo ex compagno di studi era stato baciato in fronte dal Signore, non c’era dubbio alcuno, o dal Démonio in carne e ossa, poca differenza faceva agl’occhi di Fernando perché P. un giorno avrebbe occupato lo scranno papale mentre lui si sarebbe spento in qualche chiesetta di campagna pregando un giovinetto qualsiasi d’accendergli l’antica fiamma del vigore.
* * *
Accadde un giorno che in gran stile una delegazione di porporati venisse a trovare Fernando, oramai vecchio e sconsolato, ma mai troppo solo nell’intimità. I porporati si fecero annunciare e Fernando li ricevette subito, immaginando che avevano da dirgli che avevano scoperto il suo vizio, che sarebbe stato portato alla gogna, che era la vergogna del Vaticano, e giù di questo passo. In fondo era riuscito a farla franca per un tempo ben più che modesto: era dunque giunto il momento di pagare per i giorni felici goduti sull’innocenza altrui! Già s’immaginava la faccia del Pontefice, di quel Giovanni nel portarlo alla gogna, accusandolo di pedofilia, di essere il canchero della Chiesa, la vergogna di tutti i preti. Suo malgrado una risata isterica eruttò dalla sua vecchia gola, proprio mentre la delegazione entrava e gli si poneva di fronte.
Rimasero a colloquio con Fernando per un’ora buona, dopodiché scivolarono via dalla sagrestia in completo silenzio. In fila indiana i porporati scesero i pochi scalini della chiesa; ad attenderli c’era una macchina nera, una limousine tirata a lucido che sia Dio sia il Diavolo avrebbero potuto usare per specchiarsi.
Fernando una volta rimasto solo si avviò verso l’altare, con passo strascicato e il fiato grosso.
Chi l’avrebbe mai detto? Tutti quegl’anni a servire Dio, o il Diavolo, e nessuno che l’avesse mai accusato di niente. Eppure tutti sapevano, sin dall’inizio. Gliel’avevano detto chiaro e tondo ch’era un ciucciacazzi, che la Chiesa sapeva con esattezza quanti bigoli gl’erano finiti in bocca. Si erano limitati a cambiarlo di curia quando le voci si facevano troppo pressanti, e la Chiesa aveva cucito poi le bocche di tutti pagando in moneta forte tutte le vittime. E adesso il Pontefice gl’assicurava che alla sua morte non sarebbe stato condannato all’Oblio, perché in tutta segretezza già era stata avviata la pratica per la sua canonizzazione, di Fernando. Porca puttana! L’avrebbero fatto Santo. Non gli restava che attendere e tirare le cuoia. Sulle prime, quando i porporati gl’avevano spiattellato la cosa in faccia così, senza mezzi termini, Fernando era scoppiato a ridere più che mai convinto che si trattasse di uno scherzo da prete. Ma i porporati di fronte a lui rimasero glaciali, e dopo un minuto buono Fernando si ricompose e capì che nessuno lo stava prendendo per i fondelli: il Vaticano, o meglio ancora il caro e buon vecchio Giovanni P., il Papa stesso, voleva con tutto sé stesso che Fernando diventasse Santo, perché Giovanni P. era certo che alla sua morte sarebbe stato canonizzato e accanto sé voleva Fernando.


Gettò uno sguardo vuoto alla navata vuota. Non c’era un cane, nemmeno un mendicante.
Lasciò schioccare la lingua contro il palato, mentre con la mente tornava a quando lo prese in bocca per la prima volta a quel giovane seminarista ora diventato Papa. Il sapore del seme di Giovanni ce l’aveva ancora in bocca, ma anche le urla belluine che lui Fernando aveva creduto segnassero per sempre la sua fine. Ricordava tutto alla perfezione. Giovanni aveva urlato come un ossesso, a Fernando gli s’era fermato il cuore in petto per almeno un secondo, ne era certo. Era accorsi tutti. Giovanni non si dava pace, gridava, gridava, gridava: qualcuno gl’aveva rubato i soldi, ma cosa più grave un’immagine sacra cui lui teneva più della sua stessa vita, essendo un regalo della madre morente che la donna gl’aveva donato affinché lo proteggesse sempre dopo la sua dipartita. Chiaramente aveva mentito: nessuno aveva rubato i suoi averi, men che meno l’immagine sacra, che con tutta probabilità non era mai esistita. L’allora giovane seminarista Giovanni aveva fatto tutta quella scena per far prendere un colpo a Fernando. E c’era riuscito! Se l’era fatta letteralmente sotto, il magro materasso era tutto bagnato di calda gialla urina. Gli ci vollero giorni e settimane perché la strizza gli passasse almeno un pochetto.
Quanti anni erano trascorsi da allora, quanti, per Dio! E adesso la promessa che alla morte non sarebbe stato dimenticato. Il suo nome, il suo volto, le sue reliquie sarebbero rimaste eterne. Sarebbe diventato Santo, sì, un Santo come tanti altri, perché così aveva comandato il Papa Giovanni P.
Fernando gettò una fugace occhiata al crocifisso e gli sorrise pensando fra sé e sé: “Gesù Cristo, non sei stato capace di rimanere al passo coi tempi: oggi il Diavolo fa sia le pentole che i coperchi!”
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by kinglear
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Cappuccetto rosso, c'era una volta... e altre favole
written by King Lear
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sabato, marzo 08, 2008

C’era una volta…
Vecchie favole spacciate per nuove
di Giuseppe Iannozzi
Cappuccetto Rosso
Cappuccetto Rosso, un tempo m’amavi, mi dicevi “che mani grandi, che occhi grandi, che naso grande, che naso grande, che naso grande... che bocca grandeee...”; ed io subito ti rispondevo che il naso non era poi così grande e che la bocca mi serviva così grande per baciarti meglio. Così tu mi strappavi gli occhiali, grandi anch’essi, e li pestavi sotto i tuoi piedini, e lasciavi che ti baciassi: in bocca avevo ogni dì il tuo buon sapore, come di agnellino. In verità era più sapore di capra, ma non badavo allora a certi particolari, anche se dopo un bacio e poi due e tre e quattro… e cento e duecento… e mille… alla fine fui costretto ad ammettere che mi restava sapor di caprone sulle papille gustative. Comunque! Eravamo così innamorati a quei tempi, così tanto che anche se mi ossessionava l’idea d’aver baciato colla lingua in bocca un vecchio caprone d’alta montagna, non ci facevo più caso, non più di tanto, insomma non ci pensavo più non appena tu mi sfioravi con la tua manina piccina piccina la punta del nasone per ridarmi il dono della vista, cioè delle lenti bifocali. Quelli erano tempi, mio Dio, mio Dio che nostalgia! Poi, non ancor contenti dei baci e delle carezze date e sofferte, tu mi sparavi in petto con un fucile. E mentr’io agonizzavo sul letto, colla cuffia della nonna ancora sul capo a coprirmi la calvizie devastante, tu cantavi con la voce di Lucio Battisti:
Davanti a me c’è un’altra vita
la nostra è già finita
e nuove notti e nuovi giorni
cara vai o torni con me.
Davanti a te ci sono io
(dammi forza mio Dio)
o un altro uomo
(chiedo adesso perdono)
e nuove notti e nuovi giorni
cara non odiarmi se puoi.
Poi le parole si smorzavano piano nelle mie seppur grandi orecchie. Non rimaneva altro che un’eco strana tutta impegnata in “o un altro uomo”. E io morivo così, senza pensare ad altro.
Eravamo così tanto innamorati allora, Cappuccetto Rosso. Così tanto, per Dio!
Nullità
Saprei disegnare col carboncino ogni tratto del mio viso. L’uccello sopra il ramo è caduto senza far rumore. Ed allora perché io non la smetto di pisciarmi nei pantaloni? Il Grande Nulla dunque esiste. E io incosciente che sino ad ora pensavo fosse cosa da niente.
Dormi, dormi, dolce fanciulla
Dormi, dormi, dolce fanciulla
Il Domani ti aspetta
con un dì di poco sole
e un camino di fiamme rosse
per riscaldare le fredde mani
di lavoro stanche; e poi canzoni
e batticuori improvvisi
sognando principi ben pria d’esser
scivolata tra le seriche carezze
delle vergini lenzuola
Dormi, dormi e sogna di me
come se ti fossi accanto
Da sveglio
Non sono andato oltre la seconda pagina, mi sono addormentato prima e ho sognato. Ma quando mi sono svegliato non ricordavo più nulla, così mi sono alzato lasciando cadere in terra il libro ch’era sul mio grembo, ho guardato fuori della finestra le nuvole sul sole e solo allora mi sono ricordato che non avevo ancora guardato nella buca delle lettere. Non c’era niente a parte la pubblicità. Ho ripreso in mano il libro e l’ho stipato insieme a mille altri titoli, poi ho riempito il bicchiere di vino e sono uscito di casa senza chiudere la porta.
O buon Gesù, allora è vero che il mio cuore ha una chiave!
Geppetto
Geppetto avrà come al suo solito fumato troppo, eppur lo sa che alla sua età i neuroni bruciano che è una bellezza. Dovrebbe proprio smettere, ma è ostinato. Tanto ostinato. Un giorno l’ho sorpreso che si fumava l’abbecedario di Pinocchio. Quel povero burattino c’è rimasto secco: mai più avrebbe immaginato il suo caro nonnetto in quello stato sconcio, gli sono praticamente mancate le parole in bocca. Ha cercato indarno di tirare una smorfia sulla faccia di legno, ma niente, nemmeno l’accenno d’un’ombra. Triste quanto può esserlo solo un burattino cui son stati tagliati i fili, s’è accasciato a terra ed è rimasto davanti all’icona del suo creatore, impassibile a fumare. Non è servito né il Grillo Parlante né la Fatina a farlo rialzare. Esasperato il Grillo Parlante ha gettato la spugna, ha polemizzato con Geppetto saltandogli sul naso puntandogli subito una zampetta contro perché l’accusa venisse così sottolineata in maniera inappellabile: “Tu, Geppetto, non hai forse visto che hai fatto a questo burattino?” E quello, senza scomporsi ma tirando bene il fumo e sputandolo fuori in una nuvola grigia e grassa, che ha quasi messo al tappeto il Grillo: “Quel pezzo di legno! Meglio sarebbe stato se mai l’avessi pensato. E’ il frutto del Diavolo, d’un momento brutto di sbandamento che anch’io mi son creduto Dio. Ed invece ero sotto il possesso delle infernali forze”.
E il Grillo, rattristato e senza argomenti: “Ma è pur sempre quel figlio che tu hai creato. Che importa allora che sia venuto dal Bene o dal Male? Che importa più, ora che è tuo e ti chiama nonnetto?”
“Importa eccome. Posso forse dire che sia il frutto dei miei lombi? Ho forse giaciuto con una donna, ho forse atteso nove mesi la sua nascita? Ha forse ricevuto la prima poppata dalla madre? No. E’ solo un pezzo di legno e io ho ogni diritto su di lui, anche quello di spinellarmi il suo abbecedario”.
La Fatina ha tentato di guardare negli occhi di Geppetto, ma subito ha dovuto distogliere lo sguardo tanto forte era l’odio covato in quel vecchio volto scavato.
Reggendosi l’un l’altro sono usciti, lasciandosi alle spalle la bottega del falegname con dentro un Pinocchio più morto che vivo e quel povero diavolo di Geppetto.
Fuori trovarono ad aspettarli il Gatto e la Volpe.
Si salutarono con un impercettibile segno del capo e tutti insieme senza fiatare s’avviarono lungo la strada in cerca d’un’altra favola.
Gli Stivali delle Sette Leghe
C’era una volta un villaggio. Ci vivevano perlopiù vecchi, pochissime le donne e ancor meno i giovani. C’era però uno scemo, il classico Scemo del Villaggio: questi si vantava d’aver ai piedi gli Stivali delle Sette Leghe, ma tutti guardandoli capivano che in realtà erano solo degli stivali male in arnese, messi così male ch’era un miracolo che stessero ancora in piedi, cioè ai piedi. In ogni modo, lo Scemo del Villaggio era più che mai persuaso che quegli stivali fossero magici e non c’era giorno che non se ne vantasse, anche se, ad onor del vero, nessuno lo ascoltava più: era una storia così trita e ritrita che anche la pazienza dei più vecchi s’era assopita insieme alla voglia di sfottere quel povero scemo. Lo lasciavano cianciare, persino il Parroco non diceva nulla e si limitava a un accenno di sorriso ma così scipito che pareva gl’avessero appena strappata l’appendice dalla pancia a mani nude.
Lo Scemo del Villaggio era quel che si dice un uomo felice: era il solo che calzava i famosi stivali. Proprio l’unico.
I giorni passavano tutti uguali.
Il Villaggio continuava a sopravvivere, senza che un solo evento di rilievo lo sollevasse almeno un poco dalla sua miseria.
Lo Scemo continuava a vivere felice. E fu felice sul serio per una lunghissima pezza, perlomeno fino a quando si rese conto che nessuno prestava attenzione a quegli stivali cui lui tanto teneva, più della sua stessa anima. Così, un giorno, che non era né di sole né di nuvole, incontrando il Parroco sulla sua strada al suo saluto lui ch’era scemo gli rispose in malo modo. Bestemmiò insomma. Ma il Parroco non batté ciglio e col breviario in mano fece per portarsi avanti col passo.
Deluso lo Scemo lo rincorse e gli chiese spiegazione: “Ma nemmeno un’avemaria!”
“Figliolo, sei scemo. La Madonna non sa che farsene delle tue preghiere”.
“Ma io ho bestemmiato!”, ribatté lo Scemo più che mai confuso.
“Figliolo, la Madonna non sa che farsene delle tue bestemmie: da un orecchio entrano e dall’altro escono”.
Cocciuto più d’un mulo, lo Scemo insistette che meritava d’esser punito, ma non ci fu verso: per il Parroco era solo scemo, punto e basta.
Ben presto lo Scemo del Villaggio si rese conto che qualunque cosa egli facesse, fosse contraria anche alla Legge, nessuno gli badava. Avrebbe potuto uccidere a mani nude il Sindaco che tanto nessuno avrebbe mosso un solo dito per condannarlo. Quella dello Scemo era davvero una condizione miserrima: non c’era in tutto il Villaggio uno che lo considerasse qualcosa più d’uno scemo come tanti. Gli veniva da piangere, perché non c’era davvero altro che potesse fare. E quando un bel giorno, sotto il sole di mezzogiorno, aprì le cateratte in piazza, finalmente una vecchina gli si fece dappresso e gl’offrì un fazzoletto affinché si asciugasse le copiose lacrime. Lo Scemo raccolse il fazzoletto e ci si soffiò il nasone, dopodiché lo restituì alla vecchia che senza scomporsi lo agguantò felice d’aver indietro il suo. Fu in quel momento che lo Scemo comprese che più di così davvero non poteva ottenere da quel Villaggio di vecchi che tutto avevano visto, insensibili oramai a ogni cosa.
Prima che fosse l’alba, quando il buio era ancora fitto, lo Scemo del Villaggio si alzò dal suo grosso grosso letto, s’infilò gli Stivali delle Sette Leghe e sacco in spalla, senza salutare nessuno, si lasciò tutto dietro.
Solo quando fu Mezzogiorno qualcuno cominciò a biasciare piano.
Verso le Tredici finalmente un vecchio lo disse chiaro e tondo: “Lo Scemo ha portato via le chiappe dal Villaggio!”
Tutti i vecchi in piazza presero a ridere spalancando le bocche vuote di denti.
“Ma dove sarà andato?”, si domandò qualcuno.
“E chi può saperlo! Quello aveva gli Stivali delle Sette Leghe. A quest’ora chissà quanto s’è portato lontano”.
E tutti giù a ridere di gusto.
I giorni passarono e il Villaggio rimase seppellito nella sua apatia.
Un giorno un vecchio tirò le cuoia. Lo seppellirono senza proferir parola.
E poi un altro e un altro e un altro ancora… Non passava giorno che un vecchio non ci lasciasse le penne. Il Villaggio stava perdendo tutti i suoi cittadini.
La moria non s’arrestò.
Rimasero sol più il Sindaco e il Parroco ancora in piedi.
“Ma perché sono tutti morti?”
“Le vie del Signore sono infinite”.
“Sì, d’accordo. Ma perché?”
Il Parroco rimase in silenzio per un bel pezzo. Alla fine scosse il capo sconsolato: “Non lo so. Però domani toccherà a uno di noi, e caro buon vecchio Sindaco, con tutto il rispetto che Le porto, in questo momento nemmeno Lei può immaginare quanto vorrei avere gli Stivali delle Sette Leghe…”
Il Sindaco tirò fuori di bocca un lungo “oh!”…
Rimasero insieme, l’uno accanto all’altro, in attesa e guardinghi, entrambi pregando di poter essere l’ultimo ad abbandonare quel piccolo fazzoletto di lacrime.
Grazie a:Cappuccetto Rosso
Ruggero Solmi
Anonimo Indiano
... per avermi ispirato a modo loro.
by kinglear
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Maria Magdalena
written by King Lear
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sabato, ottobre 06, 2007

Maria Magdalena
di Giuseppe Iannozzi
1. All’inizio
C’era nell’aria una scoreggia proletaria
I pazzi alzavano bandiere rosse e nere
per quella che dicevano la Rivoluzione,
poi piano cadevano a terra in ginocchio
a pregare l’Iddio che gli desse la forza
di cagare bene ogni maledetto mattino
I più furbi s’inventarono grasse lacrime,
come giocolieri sapevano commuovere
i codazzi, ragazzi ancora vergini
e puttane più illibate d’una processione
di paese
Oddio sì, c’erano nell’aria le urla furenti
d’una rivoluzione di “A”, di mutande al vento
e reggiseni strappati per lo stupro del Branco
C’era quella bella e carina, acqua e sapone
che ti guardava con due occhi ma con due
due occhi che ti commovevi al sol guardarla
Tutti lo sapevano ch’era la più vergine,
un imene da buttar giù ma più duro
del Muro di Berlino; neanche al Dongiovanni
gl’era riuscito di prenderla davanti o alle spalle
Lei era la bambina la donna la mamma l’amante,
la puttana e la santa di tutti i proletari del mondo
Lei era lei, sempre a fare il girotondo:
un bacio a te e uno pure a te, sulla guancia
e poi tutti a nanna, e la gonna non si tocca!
E un bel dì, che l’alba non era ancora fatta,
lei, la più bella e carina, sputò un’avemaria
e la diede al più brutto e intrallazzato, puzzolente
di benzina e barbera, in odor di fasciocomunismo
Ma che ci volete fare, s’era negl’anni Settanta
e di merda da ingoiare ce n’era tanta per tutti
Però solo uno su mille ci scopava alla grande
E quello, tempo un momento per bene si ripulì,
una carriera da star tosto le promise
se solo le avesse dato anche il didietro
E lei ch’era ormai compromessa e sverginata
non ci pensò su due volte e in quel posto
se lo prese, per poi andare a reclamare un posto
in tivù
“Babbo, babbino, se è vero che son figlio tuo…”
“Senti, bastardo, dimmi che cazzo vuoi
e non la tirare per le lunghe: tua madre era
quel che era, quindi vedi d’arrivare al sodo”
E al sodo il bastardo figlio di papà spiegò punto
per punto, e presto detto presto fatto, la bella
non faticò ad entrare in tivù, a condurre il tiggì
Erano altri tempi, da allora di carriera ne ha fatta:
in diretta ha mostrato a milioni di persone
il Muro di Berlino preso d’assalto dai picconi,
al cameraman ha regalato la prima pietra del peccato,
dono poco originale ma che forse domani varrà
se non una fortuna almeno una storia da raccontare
2. Passano gli anni
Passano gl’anni veloci tra un litfing e un blowjob,
la Borsa va male, in strada ci stanno i disoccupati
i poveri diavoli e le puttane di professione,
ma non si spenge l’urlo di chi ancora manifesta in piazza
tenendo su un’aria incazzata di brutto - un’aria da pazzi
a dire il vero, lattine e sassi volano insieme ai piccioni,
e chi alla finestra affacciato spara uno o più vaffanculo!
Lei, ch’era bella e carina, oggi già vecchia e tirata
di meglio non trova, se la fa con un ex brigatista
in odor di beatificazione: sta sempre sulle prime pagine,
Costanzo gli chiede di vaticinare il futuro, Vespa approva
e lui che è quasi un santo oramai ha scritto pure un libro
di poesie, l’ha presentato giusto l’altra sera ai Parioli
Sono intervenuti sindaco questori e netturbini
Un’orgia bestiale di mezzi santi e di can malfussi,
- manco avessero aperto un bordello di gran lusso! -,
una gran folla di personalità, anche sua Santità
era lì in incognito, confuso eccitato tra le pecorelle
Lei è proprio tanto orgogliosa di quel brigatista lì
Avrà pure fatto i suoi sbagli, trenta e più morti ammazzati
sulla coscienza, ma scordiamoci il passato, adesso è santo
da tutti amato osannato, in pratica portato in palmo di mano
Lacrimogeni e manganellate piovono come dio comanda,
ma porco Dio!, non fanno notizia, qui ci vuole qualcosa…
qualcosa che svegli la gente: un bel faccia a faccia
dei politicanti più in voga, zanne lunghe e unghie pronte
a scavare ben dentro alla pelle, alle coscienze lobotomizzate
Proprio così, perché la Letteratura è morta, il Rock è morto
e Dio è morto pure lui e ha portato con sé il Filosofo migliore
L’ex terrorista consiglia di mandare in onda il repertorio,
quello dove si vede Pasolini morto ammazzato e pure l’altro
quello dove si vede Aldo Moro e se non dovesse bastare
allora lui consiglia di rispolverare Ustica e Piazza Fontana
Dice, dice che la gente c’ha la lacrima facile per vocazione,
che non s’interroga, gli basta la carota per tirare avanti
e la cipolla per non fare una porca figura e passar per cinico
Dice, dice che la gente non pensa e che se non fosse per lui
anche la polizia e la poesia sarebbero state spacciate
E a uno così mica ti puoi osar di dargli torto! Non esiste!
3. Il Duemila
Il brigatista l’hanno fatto santo e l’hanno ammazzato
sotto casa: si vociferava già da tempo che non avesse più
niente di buono da dire
Però gl’anni son proprio volati, e pensare che sembrava ieri
che si manifestava in piazza, che si sfidavano le verghe
e i manganelli, ma di tutto questo non è rimasto più niente
Solo un ricordo sfilacciato resiste, così messo male
che a ben pensarci è proprio ridicolo, una cosa oscena
da non raccontare in giro
Lei, ch’era bella e carina, oggi è una delle tante carampane
senza né arte né parte, non la vogliono più in tivù
e anche lassù si sono dimenticati di lei, San Pietro è su Sky
e le chiavi le ha buttate non sa più neanche lui dove:
forse dabbasso nei pressi di Milano, ma che importa!
Quel capellone di Gesù, dopo la Crocifissione e la punizione
di sedere per l’Eternità alla Destra del Padre, ha messo
la testa a posto, cioè si masturba di nascosto come può:
abbonato a tutti i giornaletti scandalistici di noi mortali quaggiù
non manca mai di spararsi una sega sospirando, trovando
in ogni faccia da culo quello della sua Maria Magdalena
tanto ma tanto bella, e che il Padre gl’ha rifiutato in moglie
portandolo invece sulla Croce per tre lunghi giorni
Al sol pensarci, gli sale il sangue alla testa e lo maledice
oggi come allora; ma la Magdalena ormai è andata
lui sa dove, di sicuro all’Inferno a far da badante a Belzebù
o a qualche altro coglione di Destra o di Sinistra,
tanto quando finiscono laggiù tra le fiamme e le gonne
diventano tutti uguali, proprio come in Democrazia!
Lei, ch’era tanto bella e carina, oggi non gli tornano i conti
A tarda sera, ubriaca e violentata, se ne torna a casa
ma profondamente insoddisfatta e complice la notte
il dubbio l’assale che forse ha sbagliato, non tanto
ma un pochetto sì, a non farsi una famiglia e un marito
su cui scaricare le sue proprie colpe; ma dura poco,
al mattino scarmigliata e l’emicrania da tempia a tempia
quasi un’aureola di piombo, anela solo di levarsi il peso
dallo stomaco giurando a sé stessa che mai più con l’ingoio
4. Oggi
E un mellóne spaccato oggi e uno l’alba appresso, la povera donna
ormai povera in canna senza manco più la speranza d’una dose
d’un po’ di cocaina né d’un tiro, un bel giorno glielo volevano
spaccare pure a lei, giusto per capire come mai fra tanti mellóni
spaccati a metà o in più parti mai uno che abbia avuto il verme
Insomma, si sa che la curiosità porta la gente alla bestialità
Ogni dì al tiggì uno finito all’ospedale col mellóne spaccato
da un qualche kapò, ma il dottore di guardia sempre a ripetere
che non c’è niente, giusto due punti di sutura e bello come prima
Così in una notte che lei, ch’era bella e carina, torna a casetta sua
si vede davanti tre energumeni e subito pensa, “Questi mi violentano,
poco ma sicuro!”; s’era già fatta queste illusioni tanto da bagnarsi,
che subito lo vede il manganello ma non quello che avrebbe voluto
A quei tre non gli passava manco per la testa di violentarla,
solo ci tenevano a spaccarle il mellóne, così lei, ch’era bella e carina,
si trovò bagnata di brutto, insomma si pisciò sotto e prese a urlare
come una bestiaccia malata portata dietro al macello per finirla
senza dar nell’occhio a quelli dei controlli sanitari sugl’animali
Ma non uno che intervenga, che senta, che si affacci alla finestra
come ai bei vecchi tempi di quando si gridava insieme Rivoluzione



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Babsi Jones …e dà i notizie ai turbati.
written by King Lear
-
sabato, settembre 15, 2007


Intervista apocrifa a
Babsi Jones
…e dài notizie ai turbati.
a cura di Giuseppe Iannozzi
I: Babsi Jones, come si sente adesso che finalmente ha pubblicato il suo libro “Sappiano le mie parole di sangue”?
B:Non lo so, non è un sentimento che si possa dire stando in piedi, di primo mattino, appena alzata. Sono confusa. Confusa e felice.
I: Intende dire che i giorni neri di dolore sono oramai roba vecchia?
B: E’ una domanda difficile. Non ho preso ancora il caffè, poi sono sotto stress, dovrei fare un servizio fotografico per la versione italiana di Rolling Stones, ma la redazione non mi ha ancora chiamata. Insomma mi sento un brivido luciferino dentro.
I: “Dammi tre parole: sole, cuore e amore/ dammi un bacio che no fa parlare/ è l’amore che ti vuole/ prendere o lasciare/ stavolta non farlo scappare/ Sono le istruzioni per muovere le mani/ non siamo mai così vicini…” Se la ricorda? La cantava qualche anno fa Valeria Rossi. Al tempo ebbe molto successo.
B: Sì. (timidamente) E’ una bella canzoncina.
I: Lo sa che Valeria Rossi dopo “Dammi tre parole” è scivolata pian pianino ma inesorabilmente nell’oblio?
B: Mi sento devastata, come Pina, la moglie del ragionier Fantozzi. Sono sempre stata con Pina, ho tifato per lei, perché l’aprisse in due come una mela. Ma quel diavolo d’un ragioniere non è mai riuscito a vedere la bellezza interiore di Pina e lei poverina si è consumata anno dopo anno. Valeria Rossi è bella, anche oggi che non fa più successo con le canzoni. Ha la bellezza. Ma se a me mi togliete le mie parole di sangue, che mi rimane, me lo dica lei, che mi rimane?
I: Niente.
B: Sono devastata. Mi ci vogliono 40 gocce di Valium. Ho i nervi a fior di pelle.
I: Non volevo turbarla, non era mia intenzione, mi creda. Comunque le gocce le prenda, le faranno sicuramente bene. A volte capita anche a me, soprattutto al mattino… D’accordo, non sto dicendo la verità: non mi capita, mai capitato, non ho la più pallida idea di che significhi buttare giù 40 gocce di Valium, però se lo psichiatra gliel’ha prescritte avrà avuto i suoi buoni motivi, o no?!
B: E’ quello che penso anch’io, perciò le prendo, ci sono abituata, un po’ d’acqua, contare fino a quaranta, buttare giù e il gioco è fatto. Ah! Va già meglio, lo sento…
B: E’ quello che penso anch’io, perciò le prendo, ci sono abituata, un po’ d’acqua, contare fino a quaranta, buttare giù e il gioco è fatto. Ah! Va già meglio, lo sento…
I: Bene. Allora possiamo continuare… Ha sentito del ritorno sulle scene di Britney Spears? Pare sia ingrassata. Ha provato a cantare agli MTV Awards, ma anche con il playback le ha detto male: non riusciva a stare dietro ai ballerini, si muoveva come chi abbia un palo ficcato sul per il culo. Un autentico disastro. Per lei sono lontani, e irripetibili, i giorni del successo, di quando non ancora maggiorenne cantava “Baby, one more time!” Adesso è una venticinquenne che tende alle pinguedine, devastata nel corpo e nella mente, madre di due figli, e divorziata. E’ una persona finita.
B: Sì, ho sentito. E allora?
I: Lei crede di riuscire a stare sul palcoscenico letterario per lungo tempo? Mi spiego meglio: non ha la sensazione di essere destinata ad essere una meteora?
B: Stronzo.
I: D’accordo, ma non ha risposto alla mia domanda.
B: Ho molti amici importanti e tutti mi amano. Io denuncio tutti, uno a uno, non salvo nessuno. Faccio una strage. Una strage senza precedenti, perché io ce li ho gli amici importanti col pelo sulle spalle e sulle braccia, sul petto, lungo le gambe… sulle mani e sui piedi pure.
I: Delle scimmie praticamente…. (tossendo) Sì. (tossendo ancora) Si vocifera che lei sia la cocca di alcuni giallisti e thrilleristi. Se ha pubblicato, lo deve a loro. Ma anche Britney Spears aveva tanti amici, ed ecco la fine che ha fatto, una fine ben peggiore di quella di Whitney Houston.
B: Non mi racconti più queste cose. Non le voglio sentire, ecco.
I: Quindi lei è convinta di riuscire a ingraziarsi critica e pubblico, con o senza “with a little help from my friends”? Preferisce Joe Cocker o i Beatles?
B: Joe Cocker.
I: Per via dei suoi problemi con l’alcool?
B: Vada a prenderselo in quel posto.
I: Lo faccio tutti i giorni e mi piace pure. O lei è una di quelle che se vede due che si baciano davanti al Colosseo parte in quarta e va a denunciare due innamorati per atti osceni in luogo pubblico?
B: Io sarò la nuova Virginia Woolf. Lei ci sta provando a smontarmi, ma non ci riuscirà. Dove diavolo avrò messo mai le mie gocce di Tavor… dove… dove… non vorrei averle lasciate in giro per casa, non si sa mai chi entra ed esce, poi magari qualcuno le prende… Che gran casino!!! Avrei proprio bisogno di un aiutino.
I: Se riuscisse a dimenticare le sue benzodiazepine per un momento, forse potremmo continuare la nostra chiacchierata.
B: Oh, Xanax! Andrà bene lo stesso.
I: Sì, lo penso anch’io. Quand’è comoda, si ricordi che io sono qui…
B: Ha trovato il biglietto?
I: Che biglietto?
B: Esploso…
I: Anche lei è stata presa di mira da Al Qaeda? Mi par strano davvero. E per che cosa poi?
B: E’ il titolo d’un romanzo di W.S. Burroughs, “Il biglietto che è esploso”, ignorante patentato. Non trovo più la mia copia.
I: Adesso, lo deve trovare proprio adesso ‘sto libro?
B: Forse no. Stavamo dicendo?
I: “Dicono le mie parole di sangue”, l’ha scritto lei: crede di scalare le classifiche?
B: Con o senza ascensore per l’inferno?
I: Questo suo parlare figurato, non glielo nascondo, mi confonde.
B: E’ che lei non ha la stoffa dello scrittore E/O dello scrivente. A me mi fotografano per il Rolling Stones invece. Capisce da sé che lei non vale, lei non è altro che una pezza da piedi, non è che una stupida foglia di fico.
I: Quel “E/O” è davvero il nocciolo del discorso. Proprio brava. Ci fosse un pubblico, lo inviterei a farle un applauso.
B: E’ che io sono Babsi. Babsi Jones modestamente, e ne approfitto per ringraziare Giuseppe Genna, che ha fatto davvero di tutto per farmi emergere.
I: Ho sentito dire che è attualmente impegnato a riportare in superficie il Titanic. Lei, che gli è molto vicina, conferma?
B: Porco mondo, mi sono spezzata un’unghia!
I: Faccia un po’ vedere? Eh già, proprio spezzata. Un peccato perché le altre nove sono tutte belle lunghe e ben smaltate, rosse.
B: Come Fausto Bertinotti.
I: Ha ragione, arrossisce in maniera spettacolare quando - oramai sempre più di rado - la vergogna gli promette un bel coccolone.
B: La mia povera unghia… porco mondo che c’ho sotto i piedi… come faccio a fare le foto adesso, come? Questa è proprio brutta, più che avere la scimmia sulle spalle.
I: Nasconda la mano.
B: Come?
I: Sì, la nasconda. Che so? La porti dietro la schiena, come se si grattasse il culo.
B: Uhm!!!
I: Nessuno penserà che ha un’unghia spezzata. Penseranno a tante ipotesi, problemi emorroidali inclusi, ma nessuno si sognerà d’accusarla di avere solo nove unghie a posto.
B: Questo è vero. Ogni tanto anche le merde come lei servono a qualche cosa. La citerò nei ringraziamenti del mio prossimo libro.
I: Non si disturbi. Veramente.
B: Meglio così, così ringrazio chi diavolo pare e piace a me. E’ così bello non avere debiti con nessuno, sapere che ce l’ho fatta con le mie sole forze, per la mia grande capacità scrittoria.
I: Si può dire che il suo è un vergare senza mettere mai la mano in fallo?
B: Se lo dice lei.
I: No, io non dico proprio nulla. Le ho semplicemente posto una domanda.
B: (confusa) Allora sì, diciamo che sì, si può dire come ha detto lei. Non c’è bisogno che ripeta le parole esatte, vero? Non mi deve guardare male, è che ultimamente mi parlano, però poi non ricordo.
I: Ah! Non si preoccupi, io non la giudico.
B: Tanto, anche se fa il carino, lei non potrà mai assurgere al ruolo di scrittore E/O scrivente.
I: A me fa impazzire quel E/O. Capisco perché si sono ammazzati per farla emergere. Geniale, semplicemente geniale.
B: L’ho scritto con il mio sangue. Mica uno si improvvisa in siffatti sperimentalismi linguistici. Ci vuole una preparazione della madonna, bisogna avere il pelo sullo stomaco.
I: Una ceretta?
B: Che?
I: Una ceretta. Sì, è un po’ dolorosa, ma poi il pelo sullo stomaco le assicuro che sparisce, perlomeno per un po’, poi le toccherà un’altra ceretta. (ridendosela sotto i baffi) Ma per la bellezza una donna come lei credo sia ben pronta a soffrire.
B: Che?
I: Una ceretta. Sì, è un po’ dolorosa, ma poi il pelo sullo stomaco le assicuro che sparisce, perlomeno per un po’, poi le toccherà un’altra ceretta. (ridendosela sotto i baffi) Ma per la bellezza una donna come lei credo sia ben pronta a soffrire.
B: Certo, ha ragione. Calda?
I: Calda, molto calda, altrimenti è come non farla.
B: Ha ragione.
I: Posso farle una domanda leggermente indiscreta?
B: (finge di pensare) Per questa volta…
B: (finge di pensare) Per questa volta…
I: Perché non si è data all’uncinetto?
B: Per via delle unghie. Ci ho provato, ma, porca la madonna, mi si spezzavano sempre, così alla fine seppur a malincuore sono stata costretta a mollare i ferri del mestiere e a prendere la penna.
I: Lei non scrive con la penna. Usa una banale tastiera, quella di un personal computer. Lei non conosce i calli che uno si faceva battendo i tasti di una Olivetti 35. Lei usa una tastiera ergonomica, basta che sfiori un tasto per avere la lettera a schermo, comoda la vita!
B: Si fotta.
I: Con piacere tutto mio. Ma passiamo ad altro. Lei ha un blog i cui commenti sono chiusi. Che senso ha tenere su un blog con i commenti chiusi, di che ha paura? del confronto?
B: Sono cazzi miei.
B: Sono cazzi miei.
I: Ho capito, lei ha paura del confronto, in pratica è una di quelle. Ma non si creda, non ce l’ha solo lei, quindi inutile che se la tiri tanto, tanto più che oramai è vicina ai fatidici QUARANTA, il che significa un bel kappaò per una donna. A QUARANTA anni la vita finisce, non inizia. Fosse stata un maschio sarebbe stata tutta un’altra storia, ma è nata femmina, quindi si può chiamare fuori, è già knock–out, spacciata, finita e stracciata. Anche nel caso il suo libro abbia un effimero successo, dopo ci sarà sol più il deserto, quello pianificato dalla nostra società maschilista. Lei lo potrà combattere quanto vuole mostrando tette e culo, però non servirà, perché lo sa anche lei che a QUARANTA anni una donna è più morta d’un fantasma con il lenzuolo, insomma non vale più niente per il mercato della carta stampata. E’ per questo che ha chiuso i commenti, è per questo che non dà a nessuno la possibilità di commentare sul suo blog, perché ha paura, ha una fifa che fa novanta.
B: (nervosa) Come c’è arrivato a tutto questo? Chi gliel’ha detto?
I: Un uccellino.
B: Maledetti passeri. Cagano e svolazzano, cagano e svolazzano, e cinguettano e cinguettano e cinguettano cagando e svolazzando: fosse per me li farei fuori tutti, altro che le molliche di pane bagnato. Li farei fuori insieme a tutti quei vecchi rincoglioniti che passano le loro giornate sulle panchine nei giardini pubblici, quasi quella fosse vita. Maledetti passeri, maledetti, maledetti, maledetti…
I: Allora è vero che lei è una ammazzapasseri!
B: Se solo avessi il tempo di scollarmi di dosso tutte le etichette che mi trovo appiccicate sulla penne e che non mi appartengono!
I: Ma se lei spara ai passeri, che pretende?
B: Un po’ di tempo per me.
I: Vuole forse suggerire l’idea che sino ad ora non ha vissuto?
B: Ho bisogno di riposo.
I: Forse ha solo bisogno di abbandonare penna & calamaio, cioè la tastiera nel suo caso. Alla lunga produce dipendenza, come il Valium.
B: E/O ci fa lo stupido?
I: Questo è un colpo di classe, non posso che incassare. Ha paura di Federico Moccia?
B: Io lo amo, se lo potessi gli metterei il lucchetto, come ai Wu Ming e a Giuseppe Genna. Un bel lucchetto.
I: Credo di non aver capito.
B: Perché lei non ha la mente di uno scrittore.
I: In compenso ho trovato la sua unghia spezzata di scrittrice.
B: Dove?
I: Sotto i piedi. Calpestata. Mi spiace, il destino sa essere molto crudele. Piuttosto mi dica perché veste come una vedova inconsolabile? Io quando la vedo, per mia fortuna di rado, mi tocco le palle. Lei porta sfiga, lo dica chiaramente, non abbia paura a dire la verità.
B: E’ lei che è un povero sfigato E/O uno stupido.
I: Stupido è chi lo stupido lo fa. Forrest Gump insegna.
B: Si fotta.
I: Non ho problemi a farmi fottere. Tra le tante chiacchiere che circolano c’è quella che lei crede agli extraterresti oltre che ai comunisti: che mi può dire a riguardo?
B: Le racconto di un alieno, di come gli ho aperto la pancia e il cranio, di come gli ho fatto l’autopsia. Va bene?
I: Benissimo.
B: Dovrebbero raccontare qualcosa di me, Dottor No: perciò li ho ritratti con la Nikon che mi hai regalato. A questo sono ridotta: a far parlare in mia vece fenditure, fessure, cemento, crepe, calce e calcina, e mattoni spolpati. Qualche particella di ferro già divorata dalla ruggine. Il cerusico, che segua intrepidamente l’azione di catalogazione o si inventi imponenti panzane da trincea seduto a sorseggiare una birra nella hall di un obitorio predisposto ad accogliere la stampa a centinaia di metri dal Pronto Soccorso, dalla sua ha un vantaggio: dita sciolte e un minimo di cognizione geopolitica, se compare una anomalia che regge, la dà in pasto all’opinione pubblica: sa perfettamente che il primo lancio di agenzia è quello che conta. Il suo bollettino medico ti arriva in tempo reale: merce pronta al consumo che presenta e illustra, che sia un alieno o un comunista, poco importa. A grandissime linee.
I: Interessante. Prosegua, la prego.
B: Il percorso dello scrittore è diverso: nello stato di assedio, nel conflitto insoluto, nell’intramontabile pogrom, nella guerra civile che ha più nomi di quanti si possano enumerare o distinguere, lo scrittore si adagia; le sue frasi affiorano lentamente, come cisti, come ascessi maligni; il tempo per ripensarle, nelle stanze scelte a caso, di notte, è un tempo rischioso e nigrescente; parola per parola per parola per parola: una monotona emorragia semantica mi consuma. Si sospendono di colpo, in certe ore, in certe stanze più ripugnanti delle altre; poi il flusso riprende: parola per parola per parola, la piaga verbale infettata spurga e mi spossa.
Privata dell’azione, non ho immagini a cui far riferimento che non siano i mattoni scheggiati e le carogne dei cani. Non descrivo, scrivendo: non so quando verrò letta, non so se mai verrò letta, e il tempo che mi avanza per trovare una risposta - cosa faccio io qui? - mi curva le ossa in forme inusuali, anarcoidi e rigide.
Non mi importa di quello che pensi, Dottor No: non mi credi, e non mi darai credito. Le parole si stendono sulla carta contro ogni evidenza, e procedo: non è il genio né il talento a condurmi. E’ l’accanimento terapeutico che è proprio di un muro.
In questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui larve e dannati entrano in collisione sottoterra, questi tunnel e questi corridoi diroccati da cui sporgono a casaccio tentacoli sporchi e fiammelle fioche, io ci abito e scrivo. Procedo per tentativi, tutti incoerenti; mi aggrappo a ogni illusione ottica, a ogni nientitudine: polvere, scaglie, lembi, fessure e spaccature.
Muri su muri su muri su muri: ci appoggio le mani. La loro fragilità umiliante mi inquieta; la loro robustezza rugosa mi riempie e mi rincuora. Mi è rimasta una lingua dura come la pietra; faccio appello alla mia ultima risorsa: la resistenza, la sclerosi. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.
I: E la madonna!!! Che ha segato, un Alien come minimo?
B: E’ quello che ho cercato di far capire al Dottor No.
I: E non l’ha capita…
B: Si è trincerato in sé.
I: Però poi ha incontrato Giuseppe Genna che le ha dato credito.
B: Sì.
I: Cito a memoria: “…torneremo a scrivere, di questo sconcertante reportage dall’umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell’alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo, chiedendo una risposta al suo assalto in forma di visione aperta e quasi insostenibile. Per il momento, sappiate che il cervello di Babsi è labirintica quanto l’Amazzonia, un’esperienza artistica di siti nevralgici in cui i centri sensoriali debordano per immagini, scrapbook, booktrailer, mp3, citazioni, documenti, analisi - si entra e si fatica a uscirne.” Queste sono parole di Genna, o sbaglio?
B: Non sbaglia. E’ sempre così tenero con me. (ride in maniera fortemente isterica) Così carino con me…
I: Torniamo all’alieno. Mi parli di che cosa gli ha fatto, con più dettagli.
B: Be’, gli ho strappato gli attributi con queste mie mani di unghie. Letteralmente. Nessun strumento chirurgico, nessuna incisione. Gliel’ho strappati con le mie sole unghie, un atto di volontà, capisce? E’ stata un’esperienza unica.
I: Perché proprio gli attributi?
B: Perché si sa che gli alieni mettono incinte le donne terrestri. Quel porco… quel porco chissà quanti stupri avrà perpetrato.
I: D’accordo. Ma in quel momento l’alieno era sul piano operatorio per l’autopsia. Era bell’e finito. A che le è servito strappargli gli attributi in maniera così tanto brutale?
B: Era necessario.
I: Non credo di capire, ma in ogni caso andiamo avanti. E dopo?
B: Gli ho ficcato un braccio dentro.
I: Dentro, dove? Può essere più precisa, per cortesia?
B: Su per il culo, o quel che era: gli ho strappato le budella.
I: (disgustato) Immagino che anche questa volta abbia operato senza bisturi.
B: Le mie unghie sono bisturi precisi più di qualunque altro strumento chirurgico.
I: Non lo metto in dubbio. Ma perché lo ha fatto, cioè quale ragione profonda l’ha spinta a sbudellare quell’alieno, sempre che fosse sul serio un alieno?
B: Lei ha mai fatto qualcosa per il semplice gusto di farla? No. Lo sapevo. Io non l’ho fatto per il semplice gusto, cioè non solo per quello. Era mio dovere, non potevo poi fare altrimenti anche se avessi voluto.
I: Credo di non capire sino in fondo le sue ragioni: ma – mi corregga se sbaglio – lo ha fatto perché alle strette?
B: Anche per quello.
I: C’è dell’altro, vero?
B: Doveva diventare materiale per il mio libro. Solo operandolo io stessa con le mie unghie potevo esser certa di avere una visione universale dell’alieno, che sarebbe poi diventato materia di “Sappiano le mie parole di sangue”.
I: Tutto molto contorto ma più chiaro. Lei fa paura, lo sa?
B: E’ perché sono una scrittrice, mentre lei non sarà mai uno scrittore E/O uno scrivente. Sono devastata dopo quello che ho fatto. Però lei, nella sua piccolezza, non può capire.
I: Ho la netta impressione che questa intervista sia durata più del dovuto…
B: Quando è finita lo decido io…
I: Se permette sono io quello che decide scrittrice E/O valletta…
B: Come si permette di dare della valletta a me, gran pezzo di merda che non è altro, figlio di puttana bastardo…
I: Senta, lei continui il suo turpiloquio pure da sola, indirizzandolo a me o a chi più le fa piacere, ma l’intervista finisce qui. Punto.


















