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Cristiano Ferrare, 1967, Hacca edizioni

written by King Lear    - venerdì, agosto 29, 2008



Cristiano Ferrarese

1967


cover di Maurizio Ceccato

Pagine:
160
Prezzo: 12,00
ISBN: 978-88-89920-18-3
Anno: maggio 2008

Hacca edizioni


HACCA è il nuovo e dirompente marchio per la varia di Halley Editrice (specializzata in editoria giuridica e professionale) teso a raccogliere i segnali dell’antropologia del presente.

    Acquista 1967 di Cristiano Ferrarese


Una voce maleducata grida per tutto il 1967, da un manicomio, la sua storia (o leggenda?) o-scena e malsana. Gesù il Cristo come unico referente delle sue azioni e una poliziotta cicciona e sempre ubriaca come propria nemesi… 1967 è la continua deviazione senza sosta della cattiva coscienza collettiva che esploderà muta nell’anno seguente… il devastato 1968… La bellezza per me è anche nella follia. Nel trovare il coraggio di “esporsi”, in questo meraviglioso Museo che è la nostra vita, e diventare così un’unica e irripetibile “Opera d’arte”. Simone Cristicchi

Cristiano Ferrarese è nato a Busalla (Genova) nel 1970, vive e lavora in provincia di Mantova… questo è il primo pezzo di un puzzle temporale…

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Arthur Machen e il Segreto del Graal: per la prima volta tradotto in Italia il grande romanzo gotico

written by King Lear    - lunedì, agosto 18, 2008


Arthur Machen - Il segreto del GraalArthur Machen

Il segreto del Graal




Per la prima volta in traduzione italiana un grande romanzo della letteratura gotica



“Ero rapito al pensiero di quei meravigliosi cavalieri erranti, di quella cristianità che non era un codice morale con una qualche specie di paradiso metaforico offerto in ricompensa per la sua doverosa osservanza, ma una grande avventura mistica nel mistero della santità”.


Arthur Machen
è lo pseudonimo di Arthur Llewellyn Jones. Nato in Galles nel 1863, è considerato uno dei maggiori autori di letteratura gotica di tutti i tempi. Fu ammirato da figure come Lovecraft, Arthur Conan Doyle, Oscar Wilde e H.G. Wells.

The secret Glory, opera semiautobiografica e fondamentale, esce per la prima volta in Italia per i tipi Liberamente.
   

Approfondimenti:


   Arthur Machen su Wikipedia, l'enciclopedia libera


Scheda editoriale:



Autore: Arthur Machen
Titolo: Il segreto del Graal
Collana: Lo specchio di Orfeo
Liberamente Editore
Prezzo: 12,50 euro
ISBN 9788863110227


  Leggi un estratto



La trama del libro


Iannozzi Giuseppe raccomandaDopo essere rimasto orfano, Ambrose Meyrick, adolescente di origini gallesi, viene iscritto a una scuola pubblica inglese. Qui si scontrerà con rituali a dir poco ridicoli, pericolosi e violenti, con una mentalità repressiva e tirannica, con quotidiani episodi di bullismo paradossalmente accettati, quando non incoraggiati, da preside e insegnanti. È proprio quando sembra aver raggiunto l’apice della sofferenza e della mortificazione che Ambrose, grazie alle sue origini celtiche, ha la “visione”: e scopre un mondo che promette un formidabile riscatto e meraviglie mai viste, un mondo che lo porterà alla ricerca del Santo Graal e che cambierà il suo destino. Un favoloso viaggio di scoperta, il viaggio di un adolescente baciato dalla grazia ma anche alle prese con le inquietudini dell’età, la scoperta del sesso con la giovanissima cameriera Nelly, prodigiosa espressione di freschezza e innocenza, e poi ancora storie di violenza, soprusi, abusi sessuali. Le pagine di Arthur Machen sono ricche di umorismo, di critica sociale, ma anche di bellezza visiva e momenti sognanti che trasportano il lettore in una dimensione magica per seguire Ambrose Meyrick nella sua ricerca del Graal. Miti celtici, atmosfere misteriose e paesaggi da sogno si incrociano col percorso intimo di un “eroe” davvero fuori dal comune.

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Diego Cugia / Jack Folla è tornato, FUOCO E FIAMME

written by King Lear    - domenica, agosto 10, 2008




Diego Cugia / Jack Folla è tornato


Dal 2 agosto su L'Unità ogni martedì, giovedì e sabato

L'ex detenuto di Alcatraz è vivo e guarda il mondo



Fuoco e Fiamme



Spargi la voce




Diego Cugia - il sito ufficiale


http://www.diegocugia.com/


Diego Cugia


Fuoco e Fiamme - Jack Folla, Diego Cugia


il ritorno di Jack Folla


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A Montauk trovata creatura lovecraftiana

written by King Lear    - venerdì, agosto 01, 2008


il mostro di Montauk


A Montauk trovata creatura lovecraftiana

o forse solo un abile lavoro con Photoshop
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Due foto che ritraggono uno strano essere. La creatura misteriosa sarebbe stata ritrovata sulla spiaggia di Montauk, a Long Island (New York). E’ bastato così poco per dar vita al mostro di Montauk.
E’ proprio così, bastano due foto per far impazzire mezzo mondo, quello del web.
Ci si interroga. Un alieno? Un esperimento genetico? Uno scherzo fatto con Photoshop per attirare l’attenzione? La creatura, un po’ cerbero, un po’ lovecraftiana, è forse un animale di cui nulla si sapeva sino a oggi, compresa la sua esistenza? Le ipotesi, anche le più improbabili e sballate, si sprecano, ma tutti vogliono sapere chi o che cos’è il mostro di Montauk. Si parla persino di un gargoyle.
 
A dare per primo la notizia è stato un blogger su Procrastination Optimized: “Whoa, Eva! Thank you for enquiring about this and doing the leg work. As to the veracity of the photo I can only say I’m fairly sure it’s not photoshopped. The people who showed me the photo received the photo from a friend of theirs who actually found this thing and took the photograph. That doesn’t prove anything, but it’s provenance is slightly better than randomly finding this photo somewhere in a dark corner of the internet. As to size, I was told that it was about 3 feet long though. If you look closely there are flies on it’s back which gives you a little idea of scale. As the expert said, I think it’s going to be next to impossible to positively ID this thing but thanks Eva, that was awesome! I was at a party this weekend and met a couple who were befuddled by the picture above. It was found on a beach in Montauk-not far from Plum Island Animal Research Facilities. Coincidence? I don’t know. But if anyone has any idea what what the FUCK this thing is, please let me know.”
 
L’ipotesi più accreditata e convincente è che si tratta di una immagine realizzata con Photoshop, quindi nessun esperimento genetico, nessun alieno, nessuna creatura infernale o che altro. Solo uno scherzo. Ma tanti sono i blogger pronti a scommettere che l’immagine non è photoshoppata.
 
Questo è un caso per Fox Mulder e Scully degli X-Files!

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Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set - Il truccatore dei morti di Zingales

written by King Lear    - domenica, luglio 20, 2008



 
© immagine di copertina di Marco Scalici




Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set

In anteprima “Il truccatore dei morti” di Zingales
 
 


 
A breve uscirà il nuovo romanzo di Vito Benicio Zingales, “Il truccatore dei morti”, prima parte di una trilogia noir esoterica. Il countdown è iniziato, l’uscita è prevista entro fine luglio: il nuovo lavoro di questo superbo scrittore è stato affidato alle amorevoli cure di Armando Siciliano Editore.
Vito B. Zingales ultimamente ci ha sorpresi con il romanzo “Cosa di Noi”, edito da Edizioni Clandestine. Oggi torna con una trilogia che vi lascerà senza fiato. Non siamo di fronte a uno dei soliti noir scontati cui ci ha abituato l’editoria moderna. Siamo invece di fronte a un lavoro a trecentosessanta gradi che si configura per essere Opera Magna, che scava nel malcostume italiano, non senza sofferenza, con una forte incisività epica propria di chi racconta il Presente Storico. “Il truccatore dei morti” è la prima parte di una trilogia: la seconda e terza parte hanno per titolo rispettivamente “La città dei maschi” ed “Inservibili resti”. Di cosa si parla? Di follia e del Cristo tra lastre d’obitorio e centurie di mosche in una città fatta di coca, di mafia e piccole puttane travestite da Dèi. La copertina del libro è stata realizzata dal grafico pubblicitario Marco Scalici, anch’esso palermitano come Zingales.
 
Procede a ritmo serrato la sceneggiatura del film tratto da un altro, e nuovo, romanzo di Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”: Hella Wenders e Luca Lucchesi stanno facendo un lavoro eccellente. Non mi posso sbilanciare troppo, ma è sicuro che vi terrò aggiornati sulle riprese del film, non avete che da seguirmi su queste pagine.  

In anteprima assoluta vi presento qui un brano tratto da “Il truccatore dei morti” nonché quella che sarà la copertina del libro, realizzata appositamente per questo romanzo di Zingales dal valentissimo Marco Scalici.
 
 
Giuseppe Iannozzi
 


 
Da “Il truccatore dei morti”
di Vito Benicio Zingales


Proprio nel mezzo di quell’afoso sperticare spiovente di muri, s’allunga una stanza. Tra il cesso e la camera di “quelli”, sorge quest’involucro invertebrato di aria e di tramezzi. Da quando abito casa, la stanza di mezzo l’ho vista sempre ferma e sprangata. Fuori, in alto, incollato ad una leporina cornicetta, campeggia borioso un numero: il 48.
Io so che là dentro ci vive una specie di storpio. Un corpo venuto a metà. Lo so perché lì le puzze è come se ristagnassero, di zolfo e medicinali. I suoni rilasciati da quelle mortifere zaffate evocano dolore.
La stronza sofferenza di un paralitico semovente.
Una volta mi capitò di spiarne il contenuto. Era sera. Ma lì, al buio, non gliene frega di ricompattare i testicoli. Il buio s’abortisce nel suo rumore. La stanza s’informa su uno squallido tragitto di rettangoli rovesciati. Un’impertinente congruenza di lati e diagonali appesi ad un piscio d’aria. Pare ridisegnarsi su di un involontario centro, scandito, qua e là, da una lampada epilettica ed orba. Le pareti scorrono il giallo e l’arancio avanzando su un prostituirsi rosso languido di mattonelle ai piedi. Il tetto alla fine divarica su uno schifoso scrosciare di grigio che dissolve. La stanza è un ripieno susseguirsi di acquosi mobili e di leccornie in porcellana, di smancerie e coloranti stronzate riciclate alle pareti. Là incistata è perfino una finestra che immagino scosci fino al veneggiare turrito dei palazzi di fronte e sotto “Uhm”.
Quella volta tanta fortuna mi sorprese. “Lui” era là. Nudo. Anche se di spalle ed immerso in una grumosa tonsilla di luce. Mi stupì. Nonostante fosse appiccicato alla sua sedia, quel corpo era in tutto verosimile al mio. Il corpo dello storpio sconosciuto somigliava alle mie circostanze. Il taglio schiantato della nuca, le spalle disegnate in basso, le braccia scivolanti a pendola, i capelli tinteggiati di nero… e i guanti. Ne indossava un bel paio nero lucido. Quel paralitico mi era quasi identico.
Quando feci per averlo in mezzo agli occhi mi ritrassi dal buco incarnito nella serratura. E scappai. I miei intestini schiodarono. Verso la mia stanza, dieci metri aldilà tra le parti declive di casa.
Da quella volta non ebbi più modo di spiarmelo. Anche quella schifezza di stanza.
Io, a quello, nei giorni e negli anni, non ci pensai nemmeno.
Ero un altro, io.


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Premio Strega 2008

written by King Lear    - domenica, luglio 13, 2008


Premio Strega 2008 by Chatterly

Il Premio Strega 2008 è un omaggio creato da Chatterly
 
 
 
Premio Strega 2008
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Mi sveglio di colpo. Ho un gran cerchio alla testa, come se avessi una corona di spine.
Faccio per alzarmi dal divano e ce la faccio quasi, non fosse per quelle stramaledette bottiglie vuote di Strega che mi s’impicciano fra i piedi facendomi andare lungo disteso sul pavimento. A momenti mi spacco tutti i denti, anche quelli del giudizio che mi sono stati cavati anni or sono per tanto erano brutti cariati e grommosi. Ma coi denti del giudizio, così per lo meno mi ha spiegato il dentista, quasi nessuno è fortunato, perché spuntano e fanno un male cane e una volta che sono venuti fuori sono già buoni per le pinze. Il telefono continua a strillare peggio della Callas trapanata da Onassis nel suo migliore incubo. Cerco di rialzarmi ma la pianta del piede incontra ancora una bottiglia: lo Strega, sia stramaledetto, ti lascia la bocca impastata e una testa pesante più del piombo: sono certo che se mi cadesse adesso in testa una testata nucleare sarei l’unico a salvarmi nel raggio di chilometri e chilometri. Sono più sicuro io di qualsiasi bunker di Hitler, la mia testa è così pesante ma così pesante che manco Dio riuscirebbe a penetrarla anche solo con il pensiero. Come un verme striscio, non posso fare altro: il telefono grida peggio d’un ossesso, cioè della Callas che viene. Devo raggiungere a tutti i costi quell’aggeggio infernale o, poco ma sicuro, impazzisco e faccio una strage, che neanche il commissario Montalbano li ricuce insieme i pezzi del caso.
Ce l’ho quasi fatta. Le mie dita l’avevano pizzicata quella stupida cornetta, quando sono stramazzato al suolo: legato alle caviglie dalle mie stesse mutande imbollettate di tutto, dallo sperma sprecato e seccato alle strisce di cacca secca. Non sono mai stato uno che guarda ai particolari, soprattutto nell’intimo. Fatemene una colpa! Comunque il fatto è che la testa ce l’ho come ce l’ho e sono per terra legato alle caviglie dalle mie mutande sporche: roba che se entra qualcuno – perché io la porta di casa la lascio sempre aperta per ogni evenienza, non sono mica un maniaco di quelli che si chiudono dentro a chiave e chi si è visto si è visto! – ci faccio una figura di merda. Sbraito come un ossesso verso la cornetta del telefono caduta impiccata, che grida, “Pronto… pronto…!!! Grandissima testa di cazzo, sarà meglio per te che rispondi subito o alla prima occasione ti stritolo quelle cazzo di palle come noccioline americane con le mie mani. Mi hai sentito, grandissimo stronzo figlio di puttana…?”
Sbraito che sono legato, ma non sono mica sicuro che il messaggio penetri in quella cazzo di cornetta. Scalcio come un cavallo appena castrato, lottando contro l’elastico delle mutande, rischiando qualche frattura agli zoccoli… cioè ai piedi…, ma finalmente volano via, non so dove, ma prendono il volo. Sono libero come un uccel di bosco. Barcollante ma sono in piedi e la cornetta ce l’ho attaccata all’orecchio: Sandrone tira giù madonne santi e cristi tutti in una volta, è inarrestabile, un simile turpiloquio non lo si sente neanche in Via Prè a Genova nell’ora di punta, cioè a mezzanotte passata. “Si può sapere quanto cazzo ci impieghi a rispondere, per la miseria…! No, non me lo dire, non me ne frega un cazzo.”
“Potresti evitare di masticare un cazzo ogni due parole, Sandrone? Mi sono appena svegliato e ho la testa pesante. Fammi ‘sta cortesia.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Perché… perché mi rompi le scatole allora?”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Sono il tuo agente e il tuo editor, ricordatelo. Senza di me tu non sei nessuno.”
“Seee, non sono nessuno senza di te. Me l’avrai ripetuto un milione di volte, però sono sempre nella merda fino al collo, chissà come mai! Sei nella merda pure tu, nonostante i soldi che ti imbottiscono il cervello, questo te lo devo proprio dire …”
“Adesso le cose stanno per cambiare”, biascica Sandrone inghiottendo di malavoglia le mie ultime osservazioni sulla merda che lo soffocherebbe.
“Dunque, ricordi che l’anno scorso lo Strega l’ha preso quello che c’ha il nome che sembra un purgativo?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“E allora? Solo questo sai dire? Era una cagata pazzesca ma ha vinto lo Strega.”
“E allora?”, ripeto nella cornetta cercando di rimanere in piedi attento: “Vuoi che gli faccia le mie congratulazioni o che altro?”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Ah! Ecco, ora sei più chiaro. Dopo Manniti l’altro cazzone potrei essere io. E tu mi rompi le palle per questo? Ti pare giusto? No, dico io, ti pare una cosa normale?”
“Senti, testa di fringuello, quant’è che non paghi l’affitto?”
“Boh, non tengo memoria per ‘ste cazzate.”
“Quando ti daranno un calcio in culo vedrai che te ne importerà.”
Taccio. Uno a zero per lui.
Rimango appeso alla cornetta grattandomi i coglioni: avrei bisogno di un bel bidè o un bagno, ma… lasciamo perdere: ho altre cose per la testa, e poi io odio lavarmi con l’acqua e il sapone.
“Quanto prenderei per ‘sta marchetta?”
“Abbastanza.”
“E il libro?”
El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“Cioè?”
“Che diavolo vuoi che ne sappia io? Vedila così, non capiscono un cazzo e ti ha detto bene.”
“A quanto mi danno?”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Che coglioni patentati! Devono essere fuori di brocca di brutto.”
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“Ripulirti, tanto per cominciare”, bofonchia Sandrone. “Con l’acqua il sapone e la lametta. Una bella ripulita.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“Questo lo dici tu. Che mi dici di quello che mentre se la spassava nel bagnoschiuma un fulmine gl’è entrato su per il buco del culo? C’è rimasto secco proprio come Dio comanda. Non esiste che faccia anche solo una stronza doccia.”
“Sgancio io, in un centro benessere, okay?”
“Mi paghi per farmi pulire da delle puttanelle?”
“Hai capito bene.”
“Puttanelle quanto?”
“Quanto piace a te.”
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
“Con El Diablo? Come cazzo ti è passato per la mente?”
“Non mi è passato per la mente. L’ho presentato e morta lì. Non ci speravo neanche un po’. Ma quei trucidi della commissione non so che diavolo ci hanno visto e così adesso sei in lista.”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
Sandrone tace mezzo secondo. “Okay. Basta che ti ci fai fare un bello shampoo.”
Riappendo.
Chi l’avrebbe mai detto? Io in lizza per il Premio Strega. C’è il rischio che diventi famoso, non ricco, ma famoso per forza. Magari poi ci fanno pure un film. Oggi è così: vinci un cazzo di premio e il primo testa di cazzo che lo pagano meglio ci tira fuori uno di quei filmacci da botteghino. Tra diritti eccetera, eccetera, mi beccherei tanti soldi come non ne ho visti mai in vita mia.
Però la faccenda mi puzza. Sono uno di quelli che la sente la puzza, prima di chiunque altro.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
 
Al Centro Benessere mi danno una strigliata che mette in allarme persino quelli della Raccolta Rifiuti. Le povere pollastre che mi hanno preso sotto la loro ala non potevano immaginare quanto sudiciume avevo incollato addosso. Quando finiscono di rendermi presentabile non lo sono più loro: invecchiate di venti anni come minimo, sembrano proprio delle streghe con la fregna moscia.
 
Quando Sandrone viene a casa mia - per spaccarmi le palle e per cos’altro sennò? – mi trova ripulito a dovere, solo la topaia gli fa schifo e il fatto che me ne stia lungo disteso sul divano fra cartacce e scarafaggi grattandomi i coglioni. Tuona peggio di Odino: “Che diavolo ti sei messo in testa? Non ho pagato per ridurti di nuovo a una bestia…” Tuona sì, ma vomita di brutto anche: si è appena reso conto d’aver schiacciato un paio di scarafaggi succulenti, e lui li odia, non quanto Kafka ma li odia.
“Adesso pulisci!”, gli grido tanto per prenderlo per i fondelli. E quello che fa? Prende la scopa e scopa, scopa come un forsennato: mai vista una cosa del genere. Il Sandrone con la scopa in mano che si aggira per il mio appartamento, un invasato peggio di quei rappresentanti che ti bussano alla porta per rifilarti le loro scope tuttofare.
Getto un’occhiata alla pelata madida di sudore di Sandrone: non c’è un solo capello, nemmeno per sbaglio. E’ così pelato da fare invidia a una palla da bowling. Non fosse per gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, sarebbe anonimo al cento per cento: ha un mostaccio glabro, solo due peli sul mento, le sopracciglia sottili e il naso piccolo e schiacciato come quello di un cane, le orecchie anch’esse piccole e attaccate al cranio in maniera esagerata, la bocca da rettile e piccola ma piena di turpiloqui adatti a ogni occasione. Sembra uno di quegli sfigati passati nel gorgo della chemioterapia. E’ brutto da far paura. Ha la faccia… la faccia potrebbe essere scambiata per quella d’un alieno tanto è anonima.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
“Ti sei dato un daffare del diavolo. La cosa puzza, di zolfo.”
“Tutto puzza a questo mondo. Sono il tuo agente e il tuo editor. E’ forse sbagliato che mi preoccupi per te?”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“No, io intendevo proprio la nemesi.” Lo guardo in faccia, in quella faccia anonima che si ritrova. Sandrone non ha mai fatto un giorno di lavoro, è nato figlio di papà, la pappa pronta: l’hanno ficcato in M******** perché così ha comandato la sua famiglia e lui da un giorno all’altro si è trovato a fare il destino di teste di cazzo e di scrittorini.Ha imparato presto, come un vero pusher, pur non sapendo un’acca di editoria: l’intelligenza e i soldi sono le sole cose che non gli mancano. Per il resto è una merda d’uomo.
“Allora, tu che ci guadagni? Sputa il rospo o non mi schiodo.”
Sandrone deglutisce. Porca puttana, manco il pomo d’Adamo: c’ha ‘na nocciolina non un pomo. Giuro che fa impressione guardarlo dritto negli occhi per un secondo più del necessario: non è umano, non ha niente della scimmia, è filiforme, così magro che gli conti le costole sotto la giacca. Ma il bastardo ha una salute di ferro: peggio d’una lucertola. Il suo vecchio è più che centenario e sta ancora in piedi da solo, niente pannolone o badanti. Il figlio è uguale: sono a sangue freddo, entrambi. C’è di che aver paura. Se non fossi una persona razionale sosterrei il dubbio che sono degli alieni venuti da chissà quale pianeta.
Il mio agente deglutisce.
“Allora? Come cazzo è successo che sono finito in lizza per lo Strega? E’ una tua idea, confessa?”
Non risponde. E’ impassibile, peggio di uno schifoso rettile.
“O sputi il rospo o ti pianto in asso.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Non mi conviene no con te.”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Vuoi la verità? D’accordo. Gli serve uno di destra da premiare.”
“Che cosa?”
“Hai capito bene.”
“Ma io non sono di destra. Non sono neanche di sinistra. Non sono di centro. Non so neanche che cazzo sia la politica.”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Che ce l’abbia o meno, cazzo!, è così.”
“Perché vogliono uno di… di destra?”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Ed è così?”
“Ovvio che no! Ti sembra che io sia il tipo che premia uno di sinistra?”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Di sinistra? Allora non hai proprio capito un cazzo. Quelli sono di sinistra come tu sei una Cenerentola vergine e santa dalla bocca al buco del culo.”
“Tutta apparenza?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Te l’ho già detto. Sei di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
Sbruffo. “La verità: in quanti hanno letto El Diablo?”
Adesso Sandrone sembra imbarazzato.
“Nessuno”, ammette dopo due minuti buoni. “E’ che non serve per cose di questo genere.”
Faccio finta di niente. “E tu, tu che ne pensi?”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Non hai capito”, puntualizzo con voce sottile come il sibilo di un serpente: “Voglio sapere il tuo parere su El Diablo.”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
“E: cosa?”
“L’hai letto?”
Adesso fa schioccare la lingua contro il palato. Dev’esserci l’inferno in quella bocca, un mare di aridità.
Gli ripeto la domanda puntando il mio naso proprio sulla sua faccia da latticino andato a male. Lui deglutisce, a vuoto. “Allora?”, lo incalzo.
“Io… io non leggo mai… è il mio lavoro… non c’è bisogno che legga i tuoi lavori… sono tuoi… mi fido…”
Non ci vedo più. Una gragnola di pugni. Dove colpisco colpisco. Sandrone cerca di ripararsi con le braccia quella cazzo di faccia, ma soccombe dopo i primi pugni: oramai sono incazzato nero, picchio e picchio duro, con una forza che manco sospettavo d’avere. Glieli mollo sulla faccia anonima che si ritrova, non gli concedo un solo attimo di respiro, ci vado giù pesante, peggio d’un boxeur. Neanche quando perde i sensi mi fermo. Continuo a pestarlo: finalmente vedo un po’ di rosso, un po’ di sangue in quella faccia. Non posso proprio fermarmi, non ora.
 
Al Premio Strega ci sono tutti quelli che contano.
Vengo paparazzato non so neanche io quante volte: i flash mi vengono sputati addosso a tutta birra, manco fossi preso da una diavolo di fatwa. Finita ‘sta cazzata vado a troie, me ne prendo due esagerate e me le sbatto finché c’ho fiato.
Sandrone applaude. Sarebbe uguale a tutti gli altri – ma è chiaro che è un eufemismo – se solo non fosse tutto bende, praticamente più bello d’una mummia. Si vedono solo due occhietti come due capocchie di spillo e la montatura degli occhiali, per il resto il suo volto anonimo è tutto avvolto nelle garze bianche.
Quando si è ripreso non ha detto niente. Mi ha solo chiesto se avevo un’aspirina perché aveva un po’ di mal di testa. Adesso è qui. I giornalisti applaudono, finalmente hanno il loro cazzo di autore di destra, un picchiatore fascista. Ma non lo sanno loro che sono stato io a ridurlo così al mio agente, nonché editor, etc. etc. A loro basta pensarmi di destra: oltre la punta del loro naso non vedono. Sono contenti come Cristo risorto.

Il mio El Diablo non l’ha letto un cane. Posso solo sperare che qualcuno l’acquisti per sbaglio, prima che lo tolgano dagli scaffali delle librerie. Tempo tre mesi e lo leveranno, fascetta o non fascetta con su scritto PREMIO STREGA 2008. Dopo ci sarà l’edizione economica: dovrò sperare anche in questo caso che qualche pirla lo prenda per sbaglio. Intasco l’assegno, perché sono gli unici soldi che vedrò, tanto più che al Centro Benessere mi hanno scorticato ben bene la sporcizia che mi portavo addosso da anni, quindi qualcosa mi spetta di diritto. Faccio un sorriso deficiente a tutte le facce presenti: è quello che vogliono, un fascista confezionato in un sorriso a trentadue denti. Glielo lascio credere. Sandrone s’illude d’aver pagato lo scotto: non immagina che per il momento ha solo ricevuto l’anticipo. Tengo in braccio la coppa o quello che cazzo è: la riciclerò per farne un portacenere o giù di lì. Un simile peso dovrà pur trovare una sua collocazione utile nel mio appartamento, o no?
Mi afferra per la spalla destra una mano. E’ un tipaccio con una montagna di capelli neri, crespi come quelli d’uno sporco negro.
“Vorrei trarre un film dal suo libro…”
Ho già capito tutto. Forse, tutto sommato, qualche soldo in più lo vedrò. Gli stringo la mano, con più energia del necessario. Lui non fa una piega. Glielo leggo in faccia che non ha letto un emerito cazzo del mio libro; gli avranno rifilato una cartelletta stampa che avrà guardato annoiato, ma il film lo farà e nei crediti scriveranno che è stato tratto dal mio romanzo.
Sarò famoso per quasi due ore di proiezione. Mica quindici minuti come profetizzava Warhol!
‘Fanculo.

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Gaja Cenciarelli è "La gaia spogliarellista"

written by King Lear    - lunedì, luglio 07, 2008


Gaja Cenciarelli

Gaja Cenciarelli posa nuda per il suo book fotografico
 

 
La gaia spogliarellista

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 



 
a Gaja Cenciarelli ovviamente,
per avermi regalato una notte fantastica!
 
 
 
Gaja è sempre stata un tipo tutto pepe, una di quelle che quando ti imprigionano fra le gambe non ti mollano più, finché non ti hanno spremuto ben bene anche l’anima. Gaja è una rossa da infarto, e non è solo per dire: una volta si era presa una mezza sbandata per un banchiere in pensione, e vuoi che a quello non gli prende l’infarto proprio sul più bello? Se la cavò piuttosto bene: fu una cosa leggera, però Gaja ruppe subito con lui, non voleva averci più a che fare. Non ho mai indagato sul perché si sono lasciati, se perché aveva paura che gli morisse a letto o se si sentiva offesa da quel maschio che si era fatto quasi prendere dalla Morte proprio mentre lei Gaja lo stava cavalcando.
Valle a capire le donne! Poi quando sono delle rosse naturali è l’incontro fra Inferno e Paradiso, un casino totale impossibile.
 
Gaja è una spogliarellista professionista, ma non le piace granché andare per locali a esibirsi, preferisce di gran lunga posare nuda davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Dice che non le piace spogliarsi davanti a uomini e donne che sbavano. Dice che preferisce che sbavino sulle sue foto. Dice che è una persona timida; però quasi nessuno le crede, men che meno io che sono il suo fotografo.
Gaja non l’ho mai vista piangere, tranne in un’unica occasione: le era morto il gatto, proprio in maniera fisica. La vidi piangere seduta in un angolo, con addosso solo una vestaglia giapponese di pura seta; se ne stava scalza, accucciata come una bambina che della vita conosce solo l’innocenza, e piangeva. Non l’avevo mai vista in uno stato simile. Mi avvicinai a lei e scherzosamente le chiesi se per caso le era morto il gatto. Come una tigre la vidi balzare in piedi e appiopparmi uno schiaffo. Me le ricordo ancora quelle cinque dita stampate sulla faccia rasata di fresco. Poi tornò a piangere, disperata e sola, accucciata e dimentica di tutto il mondo d’attorno.
Me ne andai confuso, incapace di pensare. Solo ipotizzai che doveva aver perso la brocca. Qualche giorno più tardi venne a chiedermi scusa, ma per finta, con un buffetto sulla guancia e mi spiegò che Kitty, la sua gattina, era morta. Non sapevo allora che Gaja avesse una gatta e soprattutto non sapevo che potesse essere una fanatica, una gattofila. In ogni modo, quella fu la prima e ultima volta che il suo volto fu solcato dalle lacrime: non la vidi perdere una sola goccia di dolore né in quel maledetto 11 settembre, né durante la guerra in Iraq, né quando tirò le cuoia il mio compagno in un incidente di moto. Quel giorno mi venne vicino e mi diede la tragica notizia così, su due piedi, senza battere ciglio. Poi per confortarmi mi accarezzò le labbra con le punta delle dita, o meglio con le unghie lunghe, smaltate di rosso. Quella voleva essere una carezza. Una carezza, la più ambigua che essere vivente mi abbia mai dedicato. Rimasi chiuso in me per due settimane e allo studio non mi feci vedere: Gaja non sprecò un solo minuto per telefonarmi.
Malgrado ciò è la mia migliore amica, o forse si può dire che è il mio investimento migliore: le sue fotografie le vendo bene, i giornali se le contendono, e Gaja non è mai sazia di stare davanti all’obiettivo. Molti scatti me li lascia dicendo che a lei non interessano, che posso venderli a chi voglio. Una volta per tirare su un po’ di extra ho venduto alcuni scatti di Gaja a uno di quei giornaletti porno – sui quali si masturbano pubescenti e vecchi impotenti. Glielo dissi. Niente. Lei rimase allegra, tranquilla: la cosa da un orecchio le entrò e dall’altro subito le uscì. Lei è così, prendere o lasciare.
 
Fa freddo. Il riscaldamento non funziona. Non è servito a niente telefonare alla compagnia S****: uno di quei mocciosetti del call center mi ha risposto di stare calmo, che tutto si sarebbe risolto entro breve. Non si è risolto un cazzo. Ho chiamato di nuovo, un altro mocciosetto. Ho mandato a farsi in culo tutti quanti e siamo rimasti all’addiaccio.
Nonostante il freddo Gaja non ha rinunciato a mettersi in posa. Si è spogliata rimanendomi davanti tutta nuda, come mamma l’ha fatta: solo un paio di scarpe con il tacco alto, numero 12. Forse per colpa del freddo impossibile un brivido mi è corso lungo la schiena. E’ stato un attimo. E’ passato e le foto le abbiamo fatte senza altre complicazioni, lei nuda davanti all’obiettivo e io con l’occhio dietro la Nikon.  
 
Nevica di brutto e il crepuscolo invernale è oramai un sudario indelebile su persone e cose. Le strade sono tutte bianche, gli automobilisti sono stati sorpresi impreparati.
Provo a chiamare un taxi ma niente, non risponde nessuno, la linea è sempre occupata. Di andare a piedi non se ne parla neanche: il mio studio è ai margini della periferia cittadina. Gaja si è rivestita. Anche la debole luce crepuscolare sta scemando e non abbiamo una macchina con le catene per poter sgommare via verso casa.
Solo dopo un’ora di vani tentativi al telefono mi dichiaro sconfitto: “Per questa notte ci dovremo arrangiare. Dormiremo qui.”
Gaja non batte ciglio, si avvicina allo stereo, guarda i cd e ne mette uno dentro il lettore: Leonard Cohen, tanto per cambiare. Lei lo adora e anch’io: abbiamo cantato, non so quante volte, tutte le sue canzoni insieme. La sua voce di rasoio, roca e dolce allo stesso tempo, ci fa stare bene. La voce di Cohen satura subito l’aria fredda: “As the mist leaves no scar/ On the dark green hill/ So my body leaves no scar/ On you and never will/ Through windows in the dark/ The children come, the children go/ Like arrows with no targets/ Like shackles made of snow…” *
Gaja canticchia a mezza voce: il pigolio di un passerotto sul filo del rasoio! Fa tenerezza vederla così, indifesa e infreddolita, una madonnina nuda che ti guarda con i suoi occhi felini.
“Hai freddo, vero?”
“Non posso dir di no.” Sorride, mettendo in mostra un sorriso di una bianchezza vergine.
Quasi mi si stringe il cuore a vederla così tremante, che si passa le mani sulle braccia nel tentativo di riscaldarsi almeno un po’. “Cohen mi fa sempre venire i brividi… caldi e freddi insieme.”
“Mi spiace per questa situazione.”
“Non è mica colpa tua.” Tossisce debolmente. “Ti aspettano?”
“No. Sono libero come un uccel di bosco.”
“Non hai trovato…”
“Non è facile. E tu?”
“Libera. Cioè no. Be’, un po’ con uno, un po’ con un altro, ma nessuna storia seria.”
“Dovremmo prepararci per affrontare la notte...”, le faccio notare, imbarazzato perché non c’è nemmeno una coperta, solo straccetti che uso per vestire le modelle che fotografo.
“Qui è tutto un ghiaccio.” Sorride e mi fissa con i suoi occhietti di gatta che va al lardo.
Scoppio a ridere e lei anche.
Ci accoccoliamo vicini vicini per tenerci caldi. Non fosse per il freddo che ci fa accapponare la pelle e ci fa colare il naso, potremmo essere scambiati per una coppietta in cerca di un po’ di solitudine e di romanticismo.
“Quand’è che hai capito di esserlo?”
“Tanto tempo fa. Ti lascio immaginare che scandalo fu per i miei. Negli anni Ottanta se uno diceva che era gay lo crocifiggevano.”
“Perché, oggi no?”
Sorrido in tristezza: “No, non è cambiato poi molto in tutti questi anni.”
Lei mi abbraccia ma non per consolarmi: si stringe contro il mio corpo per cercare calore. Le dita le lascia scivolare sulla patta dei miei jeans, poi prende la mia mano e se la mette dentro le mutandine: “Lei è la passerina, lei è la vita.”
Resto in silenzio. Ma tolgo la mano da quel posticino caldo e serico e la porto sulle sue terga: “Questo è il mondo.”
Lei lascia che le mie dita esplorino il suo fondoschiena. Trema, non so se di piacere o per via del freddo. All’improvviso mi trovo le sue labbra incollate sulle mie. Prima che possa obiettare, la sua linguetta snella e astuta si fa strada nel cavo della bocca per incontrare la mia lingua. In sincerità pensavo peggio. E’ la prima volta che una femmina mi bacia, o meglio, è la prima che non ho rifiutato con pieno disgusto.
Continuiamo a pomiciare dimentichi del freddo a morderci le chiappe e non solo.
Sono dentro di lei: i nostri sessi si sono congiunti. E’ stata lei a prendere l’iniziativa, ne sono certo, perché io non avrei mai avuto il coraggio di entrare dentro una femmina facendo appello alla mia volontà.
Lo facciamo per tutta la notte. Non per amore, non per sesso. Il nostro è un accoppiamento animale di due esseri soli e infreddoliti, che si compenetrano per salvare i propri corpi dalla morte. Un incrocio di anime asessuate. Farlo con Gaja è stato tutto questo.
 
Ancora abbracciati quando uno spicchio di sole ci lava la faccia sporca di sonno.
“E’ mattino…”
“C’è il sole…”, bofonchio.  
Parliamo come al solito. Entrambi sappiamo che la notte è alle nostre spalle e che niente fra di noi è accaduto sul serio. Però Gaja ha un’ombra di tristezza che le solca il viso e che si sforza di mascherare con il suo bel sorriso d’avorio. E’ un’ombra impercettibile, che forse solo io vedo. Che forse solo io mi illudo di scorgere, riesumando da chissà quali precordi dell’istinto animale un po’ di quell’inutile orgoglio virile tipico del maschio.
Dalla finestra il sole invernale ci guarda sonnacchioso, avvolto da un leggero alone di brume.
“A quest’ora non dovrebbe essere difficile trovare un taxi.”
“Se il telefono funziona, credo che avranno oramai messo tutti le catene.”
Funziona.
Il taxi arriva in dieci minuti.
Saliamo a bordo.
Lungo tutto il tragitto non parliamo, e per fortuna il taxista non è né un chiacchierone né un brontolone.
Gaja scende prima di me. La saluto semplicemente con un bacio sulla guancia. La guardo scivolare dentro il portone di casa sua. Adesso starà veramente al caldo.
Spiego al taxista dove abito. Non sto a indicargli quale strada gli conviene prendere per evitare il traffico e trovare la minuscola via dove ho la mia cuccia. Che si arrangi da solo, tanto io non ho fretta e posso sonnecchiare, senza a nulla pensare, adagiando il capo contro il finestrino appannato dal mio fiato. Il vetro è gelato, così tanto che mi brucia la pelle: è uno schiaffo, uno schiaffo non dissimile da quello che Gaja mi appioppò quando Kitty, la sua gatta, era morta e io non lo sapevo.
Ho sonno, tanto sonno: mi addormento con la guancia incollata al finestrino, cullato dal dolore di quello schiaffo nel tempo lontano ma non nello spazio.
 
 
* True Love Leaves No Trace, from “Death of a Ladies’ Man”, Leonard Cohen, 1977

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Vito Benicio Zingales, Ella Wenders, Luca Lucchesi: insieme per "Da Mezzanotte a Zero"

written by King Lear    - mercoledì, luglio 02, 2008








Ella Wenders e Vito B. Zingales 

“Da Mezzanotte a Zero”


un film per la regia di Luca Lucchesi

 
 
 
 
Vi avevo segnalato e proposto, neanche poi troppo tempo fa, uno straordinario romanzo, “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales, edito da Edizioni Clandestine: scrivevo allora “un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente”, e aggiungevo inoltre senza mezzi termini, “il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri.” Ve lo presentavo come un libro da leggere assolutamente, perché opera di alta Letteratura come rarissimamente è dato oggi d’incontrare in un panorama editoriale sempre più asfittico e stereotipato. Leggere “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales mi fece una impressione enorme, enorme per l’alto stile letterario, enorme per i coraggiosi contenuti scevri di qualsivoglia ombra d’ipocrisia, non a caso paragonai la scrittura di Zingales al più sofisticato Sciascia e al più tradizionale Camilleri.

Oggi vi porto in anteprima delle notizie importanti, molto importanti – è bene sottolinearlo più e più volte – a proposito di questo straordinario autore che è Vito Benicio Zingales, criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia e notevolissimo Scrittore, con la S maiuscola. Chi mi segue sa bene che non sono uno di quei critici facile agli entusiasmi: in questa occasione sono però in fibrillazione, perché quanto sto per riferirvi conferma che la classe non è acqua, che la classe non nasce dagli stereotipi modaioli del minimalismo (carverismo).
“Cosa di noi” avrà presto un seguito: il titolo del nuovo romanzo di Zingales è “Il rigattiere del Cielo e il segreto codice dell’acqua”: vi anticipo solo che si parlerà di mafia, di Massoneria, di rabbia isolana e di onore, del vero onore Siciliano.Di per sé già solo questa notizia dovrebbe infiammare gli animi di chi ha saputo riconoscere nella scrittura di Zingales una notevole potenza espressiva di denuncia sociale e politica, di stile. Ma non è solo questo il motivo per cui sono su di giri: a breve uscirà per Armando Siciliano Editore la prima parte della trilogia de “Il truccatore dei morti”, un noir esoterico molto particolare, di cui vi parlerò molto presto; e sempre per lo stesso editore un altro romanzo firmato da Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”. Bene, e adesso tenetevi forte: “Da Mezzanotte a Zero”, proprio questo libro di Vito B. Zingales verrà sceneggiato da Ella Wenders, nipote di Wim Wenders, e il film vedrà dietro la macchina da presa Luca Lucchesi. Vi sembra forse poco?

Vi terrò sicuramente informati sui nuovi lavori di Zingales e sul film, quindi fareste bene a seguirmi con molta attenzione. E non da ultimo vi invito ad accattarvi almeno una copia di “Cosa di noi” di Vito B. Zingales, perché ho la netta sensazione che se non vi date subito una mossa rischiate di rimanere senza un pezzo da novanta della nuova grande Letteratura italiana. Perché se c’è speranza di rinnovamento e di resurrezione per la Letteratura è per merito di Zingales e di autori coraggiosi come lui, che la classe e il talento ce l’hanno nel sangue.

Giuseppe Iannozzi

 
 
Cosa di noi


Lo straordinario romanzo

di Vito Benicio Zingales


  
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
“Io non so cos’è che si muove dentro a taluni uomini. Ma so per cosa muoiono certi siciliani. E’ come quei fiori che dilagano nel tempo dei sassi. Poi incominciò e fu soltanto uno di quei silenzi fruttati di mennule amare.”
 
 
Esistono romanzi scritti bene, altri scritti male, romanzi che sanno raccontare una storia, altri che raccontano solo la retorica. “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingalesracconta la “maffia” siciliana, quella palermitana, una storia che potrebbe essere reale quanto realisticamente inventata. E’ un lavoro che si lascia leggere tutto d’un fiato, senza concedere pause al lettore. E’ uso comune dire che la “maffia siciliana” coincida con la nascita dello Stato moderno e ne rappresenti uno “stratificarsi di potere in alternativa alla debolezza mostrata dal radicamento del potere legale dello Stato stesso”. In “Cosa di noi”, Zingales si spinge più a fondo, perché “cosa-di-noi” è soprattutto una guerra che si combatte lungo le strade, una lotta per la sopravvivenza, per l’onore, ma anche per tentare di esistere. E’ una lotta barbara, quasi cristiana, dove la civiltà si spegne in una rabbia sociale quanto antropologica per risorgere come istinto di sopravvivenza, la stessa che Asbury Herbert disegnava ne “Le gang di New York”. «Quei gangster di New York, questo avevano di straordinario: erano materiale narrativo puro, grezzo ma di grande valore, carne da romanzo, racconto che si fa sangue e pelle, ferita e cicatrice. Naturale che Herbert Asbury ci abbia ricavato un libro documentato e puntiglioso, dickensiano e, a tratti, comico, perché, spesso, non c’è effetto comico più grande della violenza istintiva…», spiega Gabriele Romagnoli nella Prefazione al romanzo di Asbury.
Vito Benicio Zingales descrive il gangster di casa/cosa nostra e l’effetto è nell’insieme tragico, maturo, violento, comico, ma ogni pagina è spiegata con tratto amaro: la violenza per quanto istintiva possa essere, o anche solo ereditaria, è sempre una ferita che non potrà mai guarire. Le trasformazioni subite dalla mafia nel corso degli anni sono così tante che è impossibile stabilire una continuità diretta fra mafia borbonica e mafia moderna. Sicuramente i rapporti sociali sono stati violentati e guardare in strada la propria ombra, in alcuni casi, può essere necessaria precauzione. Zingales indaga nella violenza che percorre le strade: lo stile, a volte iperbolico, è una necessità per evidenziare che qualcosa di grosso sta accadendo anche se all’occhio non allenato, sprovveduto, potrebbe sembrare inezia. Niente accade per caso e anche i fatterelli da poco sono sintomo che qualcosa di grande si sta preparando, o che qualcosa è già accaduto; ed è così che quella che poteva sembrare una inezia, un fatterello, è puleggia di un ingranaggio mostruoso che non concede pietà a nessuno, né allo Stato, né al mafioso, né al cristiano vessato. Il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri. I personaggi sono macchiette, ridicoli, ma nella loro ridicolaggine sta la loro forza espressiva: il malavitoso, Don Giacomo Galanti, così come Sebastiano Vinci, ispettore di polizia, sono vittime dei tempi, del passato, della tradizione che li vede impegnati in una caccia all’uomo, a confrontasi l’uno di fronte all’altro, perché entrambi hanno un conto in sospeso in comune da risolvere e lavare col sangue, con la sconfitta o la vittoria. Non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di “bene” e “male”. Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità.
Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia), dopo Là, oltre i campi di Sfaax (2002), ci regala “Cosa di noi”, un romanzo attualissimo, che colpisce duro, un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente.
 
 
Cosa di noi - Vito Benicio Zingales - Collana frontier-line – Edizioni Clandestine - Codice ISBN 88-87899-63-0 - Pagine 184 - Euro 10,50
 
 
Bookmarks:
 
www.edizioniclandestine.com
 
http://www.edizioniclandestine.com/schede/cosadinoi.htm
 
 
 
Un estratto da “Cosa di noi”
 
 
Di là, passavano formichi, sciacalli e giaguari. Il passaggio, nonostante l'abbondante gocciolare dell'acqua, risultava comunque e sempre solcato dalla frequenza torrida di certe aride vene di terra. Qua e là verminavano scorzami di cielo che, indisponente, talvolta, dirompeva sulle polpose foglie dei radi cespugli d'alloro. Là non potevano dirsi distinte le stagioni.
Molto simili le une alle altre, l'unica differenza era data dal troppo caldo o dal troppo freddo. E comunque la pensassero gli isolani di quel posto, il tempo, valutando misere e mediocri le pretese degli uomini, si attribuiva sovranità e giudizio tanto, da mischiare lentezze e oblii con aristocratica crudeltà, a nani e giganti.
Che fosse un bel posto, lo era di certo e a tal punto che il cielo, abbassandosi di un tanto, tra giallanze e vitigni, si disputava, col sole quell'imbrunirsi di silenzi, agavi e perennità inviolate che tanto piacciono a formichi, sciacalli e giaguari. Tutto questo accadeva in silenzio nella perfezione del buio tanto che tra i nani più vogliosi e superbi, ma anche tra i più arroganti giganti era in uso scegliersi le tane più profonde per allungare su quel cielo bocca, narici e unghia.
E tutto questo per sentirsi simili a Dio. Ma nonostante l'arguzia di alcuni pochi e l'infamità di altri ancora, questi, tali e quali rimanevano. Certo è che molti di questi, per un verso o per un altro ci morivano sovente, tanti altri, nonostante il desiderio di sentirsi simili a Dio, preferivano, si vivere in quelle medesime tane, ma non certo per allungare il collo su quel tanfo di cielo.
Alla fine restavano i "moltissimi altri"…ma questi erano così compiaciuti di se stessi che fingevano di essere, in rapida alternanza, cielo, tanfo, tana e Dio. Questi, per alcuni, erano i migliori. Erano Siciliani. Ma in questa terra di figliolanze immischiate, di tanto in tanto, nascevano pure signori.
 
Ora X.
Odore di notte. L'odore della solita città, colle paure e gli errori di sempre. La città delle rivincite. Le lampade, come lacrime di zenzero, cadono piano e diritte e alla fine, scivolando sulle improbabili infiorescenze lilla e marrò del grande souk attraversano, lentamente, l'incenso delle turrite moschee. Medine, tarantelle e gonfi bordelli, tutti in fila approssimati, corrono, dalla casbah all'ultimo ribat. Alle 24, ombre e peccati insieme, sembra che stazionino davanti l'arco di Piazza Vittoria.
Gira la mezzanotte in Questura e gli odori, detonando sulle profonde colorazioni dell'oblio si fanno più forti. La città dorme "accanto"…di lato, dilatandosi compiaciuta per quelle solite scene che si ripetono sulle medesime frequenze, tra cristallo, fango e cemento. Tutto si moltiplica a velocità supersonica nel bizzarro tempio della notte: dai cieli che negreggiano in fondo allo stomaco del cassero, all'umida dissolvenza delle prostitute slave conficcate sul catrame a pattugliare il loro sepolcro di abusi. Le solite scene carambolano sul sempre solito taccuino del buon vecchio Sovrintendente Capo Angelo Carlone, capopattuglia di servizio sulla volante 0 12 "Duomo".
Ha il turno di notte; sta lì nel suo pezzo di città in movimento, per fermarne i battiti clandestini e le piccole illecite con