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La prof. e l’alunno più dotato: "Vince chi ce l’ha più lungo!â€

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, aprile 24, 2008





La prof. e l’alunno più dotato

Vince chi “ce l’ha più lungo!”


di Giuseppe Iannozzi



Gareggiavano in classe per premiare il più dotato. Il più dotato sì, non di cervello però.
Che cosa?

Sì avete capito bene, la gara era per sapere - a tutti i costi - chi ce l’aveva più lungo, il cazzo ovviamente.
L’insegnante, una quarantenne sostituiva la collega di ruolo giusto per un’ora, ed era in classe con gli allievi, quando è accaduto il gioco del metro. Tuttavia lei giura e spergiura di non sapere nulla al riguardo: “Non me ne sono accorta”. Peccato, perché se davvero non si è accorta di nulla, o non c’è nessuno “molto dotato” o lei è una prof. molto ma molto distratta che non si interessa degli alunni.

E’ accaduto alla scuola media di Sant’Antimo, la Giovanni XXIII di via Piave, a Nord di Napoli. Sembra che non sia neppure la prima volta. C’è chi parla di altri episodi di esibizionismo avvenuti nella stessa classe, e ovviamente il preside allarga le braccia e si affida a San Gennaro, quasi piangendo: “Solo voci. Non ci sono riscontri”.
Ma nell’intanto la professoressa è stata denunciata mentre cinque bambini, tra i 12 e i 13 anni, sono stati segnalati alla procura dei minori. Sarà ora compito dei magistrati capire se è vero che l’insegnante non si è accorta di quello che stavano misurando i suoi alunni. Il ministero per ora tace: e la professoressa continua a insegnare. “Erano chiusi a cerchio in un angolo della classe”, si è giustificata. “Credevo stessero parlando della gita scolastica”. In realtà la gita ci fu, proprio il giorno dopo, a Roma, ma gli sherlock holmes italiani sono poco propensi a credere alla versione della professoressa caduta dalle nuvole. Anche la posizione del preside è non poco imbarazzante, almeno per la polizia di Frattamaggiore. “Sono sconcertato”, piagnucola il preside tirando su un tono più che mai deluso. “Proprio non potevo immaginare che la cosa sarebbe finita in questa maniera, con una denuncia penale alla collega e una segnalazione per i bambini”.

Per il responsabile della scuola è stata poco più che una ragazzata. “Forse lo è stata - dice la madre di uno scolaro -, ma che l’abbiano fatto mentre in classe c’era la professoressa è incredibile”. Lei in quella seconda media neppure insegna. E’ insegnante di Lettere in un’altra sezione; quella mattina sostituiva per un’ora una collega assente.

“Proprio in questa scuola doveva capitare”, si dispera il preside. “In un comune difficile come Sant’Antimo, la nostra scuola è impegnata da anni per aiutare i bambini. Facciamo mille attività collaterali, teniamo aperto il cancello quasi tutto il giorno e poi ci capita ’sta cosa che rovina il buon nome dell’istituto e ci mette in cattiva luce davanti a tutti”.

Chissà chi era poi il più “dotato”: sarebbe utile saperlo, per la scuola, che così eviterebbe di sprofondare nella vergogna, perché potrebbe vantarsi davanti all’Italia intera di accogliere nelle proprie classi il degno erede di John Holmes.

Preghiamo tutti insieme San Gennaro che ci faccia una lunga e dura grazia!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:57 | polemiche, gossip, cronaca, satira, giovani, prima pagina, società, ultime notizie, scandali, dalla parte dei bambini, cronaca vera, gioventù bruciata, via del campo, last news, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (23)



La morte di Lindo Ferretti e del Consorsio Suonatori Indipendenti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 13, 2008





La morte di Lindo Ferretti

e del Consorsio Suonatori Indipendenti

 
La tigre è di carta e non farà mai più la sua parte


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
Era una sera come tante altre presso la Certosa Reale di Collegno, nel senso che la vita scorreva in mezzo all’erba con la sua solita ignota maschera fatta di vento lucciole e grilli. D’un tratto la quiete viene uccisa dal rullare tribale di tamburi in vicina lontananza: repentinamente la natura si sveglia e nell’aria centinaia di concitate voci s’involano nell’aria fresca, sono le voci della gioventù, della speranza che rimette tutta sé stessa nel Futuro, il Futuro da nutrire con ideali e altre sciocchezze poetiche del genere.
Ma per l’intanto, quel venerdì del 14 luglio 2000 la gioventù non ci pensa che gli ideali muoiono prima degli uomini, o meglio, che si riducono in un bel nulla prima che i giovani abbiano modo e tempo di farsi uomini e quindi burattini disillusi.
 
Il ritmo martellante dei Les Tambours du Bronx alle ventuno e trenta circa di quella sera si diffonde senza pietà: il concerto ha inizio e il pubblico fatica poco o niente a riscaldarsi. La musica dei Les Tambours du Bronx è trascinante e anche chi non è propriamente un amante della musica d’avanguardia non può fare a meno di riconoscere che sono bravi. Il gruppo sfoga un’energia genuina: le percussioni incalzanti contro caratteristici fusti di latta non lasciano quasi lo spazio di respirare alla folla raccolta, pienamente eccitata. I fiati della gente par quasi che seguano il ritmo del beat prodotto dal gruppo sul palcoscenico: espirare ed espirare perdono momentaneamente la loro natura puramente meccanica involontaria e sottostanno al beat dei tamburi percossi dall’energia dei loro battitori. L’eccitazione è grande e quando, intorno alle ventidue e trenta, Les Tambours du Bronx eseguono il loro ultimo pezzo prima di lasciare il palco ai CSI, l’atmosfera è calda.
 
A gran voce si reclama Giovanni Lindo Ferretti, leader carismatico dei CSI: sotto il palco tutti vogliono assistere a quello che probabilmente sarà una delle ultime esibizioni dei CSI dal vivo. Si è tutti coscienti delle diatribe artistiche nate all’interno del gruppo, diatribe che hanno portato a maturare la decisione unanime(!) che i CSI non hanno più motivo di continuare a restare insieme come gruppo. Lo scioglimento del gruppo era nell’aria già da un po’ di tempo: recentemente Lindo Ferretti ha fatto il suo esordio solista nel mercato-business discografico con l’album Co.Dex, un disco difficile impreziosito da troppi virtuosismi elettronici e preziosismi lirici ermetici, un lavoro che i fan dei CSI e dei CCCP non hanno accolto con favore.
Ma quella sera i fan erano lì, a Collegno, per sentire i CSI ed assistere a un concerto vecchio stile che trasmettesse loro le emozioni autentiche di quando Lindo Ferretti cantava credendoci davvero “conosco le abitudini so i prezzi e non voglio comperare né essere comperato/ attratto fortemente attratto/ civilizzato sì civilizzato/ comodo ma come dire poca soddisfazione… voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m’aspetta/ voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m’aspetta”, ed ancora “bello ti sembro/ già abbastanza/ ma sono gli occhi tuoi/ intelligente ti sembro poco/ non sono affari tuoi/ onnipresente onnipotente/ così mi vorresti tu/ né troppo cotto né troppo al dente/ tuo sempre di più/ ma tu cosa mi dai?”… Le cose non sono andate propriamente come i fan più affezionati dei CSI si aspettavano.
 
I CSI salgono sul palco, ma si presagisce subito che l’infezione d’una carogna marcia è nell’aria: e difatti, Lindo sale sul palco quasi a occhi bassi, quasi vergognoso, quasi snob e pianamente si appollaia su di uno sgabello e senza troppi complimenti il concerto ha inizio. Lindo per tutta la durata del concerto rimane seduto sul suo sgabello: la sua voce è stanca, malinconica, scazzata, insomma quella di uno che è lì solo perché pagato da pubblico pagante, che reclama a gran voce che si alzi e dia mostra di sé stesso come un tempo, quando esprimeva energia pura, quando ancora militava nei CCCP. Inutile gridare che così non può andare, che non può stare sul palco seduto come una vecchia cariatide pronta a spezzarsi al primo alito di vento leggermente più forte: si accende una sigaretta, poi la seconda, la terza… la voce gli muore nella bocca impastata da una malinconia tutta snob, studiata; è chiaro che non è disposto a concedersi al pubblico né in veste di uomo né in quella di artista. Qualcuno dabbasso, sotto il palco grida che è una truffa e che qualcuno ci sta marciando: i più intransigenti non disdegnano di allontanarsi da sotto il palco, senza però avere il coraggio d’abbandonare il concerto così come sarebbe convenuto.
I CSI continuano la loro performance senza dar segno di ascoltare minimamente gli epiteti dei loro fan ormai esausti di gridar loro contro che non è così che ci si comporta; i brani eseguiti sono tristemente tutti tratti, per la maggior parte, dall’album Linea Gotica del 1996 (ed. Black Out) e gli intenditori non esitano, senza mezze misure, a dichiarare a gran voce che Lindo sta facendo ‘schifo’ eseguendo il repertorio più triste e meno espressivo dei CSI. L’acme nostalgico diventa assai critico quando i CSI eseguono il brano Annarella, brano dedicato all’Annarella dei CCCP, quasi a sottolineare che i CSI sono ormai morti come i CCCP quando incisero il brano Annarella: “lasciami qui lasciami stare lasciami così non dire una parola che non sia d’amore per me per la mia vita che è tutto quello che ho è tutto quello che io ho e non è ancora finita…” E’ ormai chiaro che è finita: l’individualismo di Lindo Ferretti nell’esecuzione di questo brano è ormai palese ai più, a chi ha seguito dall’inizio la nascita dei CCCP ed ha assistito alla loro fine, a chi ha amato sinceramente i CSI: resta la cenere al vento dei CSI che scrivono il loro epitaffio con Annarella, un brano mai amato dai fan e che i CSI non esitano a propinare al pubblico. Lindo canta: “lasciami qui, lasciami stare, lasciami così, non dire una parola…”; e alla fine ci si stanca di chiamarlo, di gridargli che così non può andare avanti. Ma ostinatamente lui non ascolta, non dice una parola e non ascolta un solo fiato.
All’improvviso il concerto è finito: non una parola di congedo, non un sorriso, solo il frettoloso trascinarsi fuori dal palco del gruppo che non degna d’uno sguardo il pubblico. Si ha quasi l’impressione che l’impostazione malinconica del concerto fosse cosa studiata a tavolino, anzi qualcuno ne è quasi certo.
Lo scontento, l’amarezza, la rabbia si diffondono in mezzo a un pubblico sconfitto così come i CSI sconfitti lo hanno voluto, spezzato, assoggettato alle proprie necessità individuali. Il pubblico, fan di vecchia data e giovani invasati di ideali della vecchia generazione, sciamano via; qualcuno ancora grida che “hanno fatto cacciare”, ma ormai le luci sono calate e lo spettacolo non va più avanti.
 
C’è una regola riconosciuta da tutti i più grandi: “The show must go on”, lo spettacolo deve andare avanti, una regola tacita che i CSI non hanno rispettato per dettare il loro personalissimo egocentrico epitaffio.
 
Non c’è ombra di dubbio, quel 14 luglio è una data da dimenticare: “è una questione di qualità/ o una formalità/ non ricordo più bene, una formalità/ come decidere di radersi i capelli/ di eliminare il caffè, le sigarette/ di farla finita con qualcuno/ o qualcosa, una formalità una formalità/ o una questione di qualità/ io sto bene io sto male/ io non so come stare…non ricordo più bene, una formalità”. Sicuramente Lindo Ferretti e Massimo Zamboni hanno deciso che quel 14 luglio doveva essere una “formalità” e così è stato, una formalità studiata a tavolino che rinnega il loro antico motto che “la tigre non è di carta, è di giada e farà la sua parte”.
La tigre è morta nella formalità borghese di fare un concerto senza credere veramente nella musica, nelle parole, nei fan.
Ora, Lindo Ferretti è libero o lo sarà presto: Co.Dex, il suo album da solista, è la nuova “formalità” da propagandare, una formalità che il pubblico non pagherà con quella fede filobolscevica un tempo riposta negli ideali promossi dai CSI e dai CCCP.


Nota Bene: Questo articolo è stato scritto il 15 luglio del 2000, subito dopo aver assistito a quello che fu l'ultimo concerto dei CSI.
Oggi ve lo ripropongo per un motivo ben preciso, che saprete a breve seguendomi su queste pagine.
Leggete questo pezzo e scoprirete che non si parla solamente di musica, si parla infatti di politica anche e soprattutto.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 23:28 | musica, politica, comunismo, canzoni, cronaca, giovani, cantanti, costume, società, potere, stalinismo, società e politica, opinionismo | clicca per commentare commenti (7)



Il mondo del lavoro sta cambiando

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 05, 2008





Storie di Masche


Il mondo del lavoro sta cambiando *

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Chi ancora pensa ingenuamente che oggi Torino sia la “capitale dell’automobile”, resterà deluso nell’apprendere che Torino è sol più un mito, una memoria d’altri tempi, memoria che morirà presto con gli ultimi grandi vecchi, quelli che videro i partigiani, l’esilio dei Savoia, coloro che diedero vita a figli per le catene di montaggio dell’industria automobilistica, figli oggi in pensione o già dimenticati in qualche loculo nostrano.
 
Torino ha preso lo stesso abbrivio caro a Milano e un po’ comune a tutte le città del Nord: l’impostazione lavorativa ricalca nettamente quella americana, impostazione che negli USA non ha trovato a suo tempo difficoltà ad attecchire, e, oggi, anche in Italia sembra esserci terreno ubertoso. La Fiat, ad esempio, che fino a vent’anni fa contava 115.000 unità lavorative (per la maggior parte operai), oggi ne conta più o meno 40.000; in un arco di tempo di 20 anni, il famoso marchio è stato capace di assumere licenziare e riciclare qualcosa come 220.000 unità lavorative. Torino città dell’automobile è ormai un mito relegato in un passato che si è fin troppo mitizzato quasi ad assurgerlo ad arcadia del lavoro, dell’occupazione.
 
Durante una visita in America, il dandy Oscar Wilde, in un articolo datato 1882 scriveva: “La prima cosa a colpirmi sbarcando in America fu che se gli americani non sono il popolo meglio vestito del mondo, sono quello vestito nel modo più adeguato. Anche laggiù si vedono degli uomini col terribile cappello a tubo di stufa, ma pochissimi sono gli uomini senza cappello; c’è chi porta l’orripilante giacca a coda di rondine, ma è raro vedere qualcuno privo di giacca. C’è insomma nell’aspetto delle persone un’aria di benessere in netto contrasto con quella che si vede in questo paese, dove troppo spesso si vedono persone in contatto ravvicinato con degli stracci.” Se un acuto osservatore come Wilde già sul finire del 1800 osservava ciò, ecco che l’America non è mai stato un mito reale, ma solo un mito costruito e confezionato per gli spiriti dei poveri, degli emigranti italiani dipinti con il cliché della valigia di spago e cartone in mano (e faccia scavata e ombrata da una barba di tre o quattro giorni), un mito comunque che non solo gli italiani hanno contribuito ad alimentare, bensì tutta l’Europa. Per rendersene conto basta appicciare la tv e guardare con attenzione un qualsiasi film made in USA: ogni pellicola hollywoodiana, o più modestamente di serie B punto e basta, non fa altro che mettere in scena gli stessi personaggi, ricchi e poveri, perbenismo e arrivismo, stereotipi tanto radicati nella società ormai da esser diventati una riserva di fantasia indispensabile all’uomo moderno per andare avanti giorno dopo giorno.

Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha voluto marcare il contrasto fra ricchezza e povertà; e in tempi neanche poi troppo lontani, la povertà è stata associata al male: basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe, in Piemonte note con il nome di masche. Oggi che le masche fanno ridere o quasi, relegate come sono nell’immaginario di pochi, oggi che si parla addirittura di due Italie, una del Nord e una del Sud, oggi che si parla di Unione Europea, oggi che si punta tutto sull’industrializzazione, si ha la sfrontatezza di parlare anche di lavoro in affitto. Il problema del lavoro non è nuovo: Karl Marx nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) già evidenziava come il lavoro ha naturale tendenza ad alienare il lavoratore dal mondo razionale; nulla di nuovo se si pensa che già un poeta romantico qual era George Byron aveva evidenziato il problema e che per tale atto gran parte degli amici gli divennero acerrimi nemici. La Rivoluzione Francese ha fatto anch’essa la sua parte: l’errore più grande commesso dalla rivoluzione fu senz’altro quello di credere d’aver vinto e per questo atto d’ignorante presunzione fu tosto consegnata alla Storia, al mito, quello facile e falso che vede vincitori il proletariato e ghigliottinato Luigi XVI… La realtà è tutt’altra: l’aristocrazia fu la vera vincitrice pagando un tributo di sangue reale, un sacrificio che di tanto in tanto si deve lasciar a una comparsa storica perché qualcuno possa alzare le braccia al cielo ed impetrare i Numi e domandarsi con malcelata ipocrisia perché l’acerrimo Fato non è mai stanco di bere il sangue degl’animi nobili, delle vittime.
Quanto sta oggi accadendo non è poi tanto diverso: tutti sono pronti a prestarsi per il ruolo della vittima, dell’agnello di Dio, un ruolo che non deve essere poi tanto male se ambito da tanti nomi illustri del panorama industriale; prima degli anni Ottanta la figura della donna manager non esisteva, oggi invece l’industria è piena di tanti e tanti manager asessuati… l’alienazione ha toccato allo stesso modo il mondo operaio e quello manageriale. La vita è tutta dedicata alla produzione: è tristemente nota la figura dell’operaio che muore tritato catturato terminato dalle maglie d’uno strano marchingegno produttivo, così come è nota quella dell’operaio che lavora da mane a sera per protestare in un secondo momento in piazza per un aumento di salario, ma con tanto di cellulare manageriale da mantenere al pari d’un figlio in carne e ossa.

L’operaio moderno è quanto di più vecchio la storia abbia mai prodotto: egli invidia la proprietà del ricco e non potendo ottenerla per via testamentaria, si adopera a star sotto il ricco e a chiamarlo padrone con piena fede di necessario odio verso colui che gli dà al medesimo tempo e la vita e la morte, una morte che però si rinnova ogni ventisette del mese, giorno di paga. Se il lavoro in affitto (o interinale) è diventato ormai una prassi, la colpa non è di certo tutta dell’imprenditore, anzi! Purtroppo le nuove generazioni si sono lasciate subito inglobare nella catena di montaggio, quella che vede al lavoro giovani uomini inquadrati con contratti di collaborazione nel migliore dei casi, giovani schiavi del lavoro in nero, giovani che a fine settimana spendono i pochi danari in discoteche alcol donne e morte a duecento all’ora alle cinque di mattina d’un sabato sera. Questi giovani lavorano solo per il gusto di metter in mostra una posticcia virilità, quella di chi lavora e si può dunque permettere di fare la dolce vita preconfezionata acquistata nel reparto surgelati, ovvero nel più vicino obitorio di Stato. Il mondo del lavoro si è subito reso conto di questa situazione e ha preso a sfruttarla sicuro che tanto nessun giovane scenderà mai a in piazza a protestare; se la prima metà degli anni Novanta è stata quella dei contratti di collaborazione, oggi che si è nel Duemila l’imprenditore non assume più, e si permette il lusso del lavoro in affitto. In termini pratici, il lavoro in affitto significa: una figura lavorativa si ammala e si mette in mutua, allora l’industria per non perdere il suo profitto si rivolge a una agenzia specializzata nel fornire lavoratori disposti a tappare il buco per una settimana o due, il buco viene tappato e l’azienda fa la sua bella figura agl’occhi del mondo, il lavoratore si dice contento d’aver avuto l’occasione d’aver fatto una simile esperienza, e vissero tutti contenti e felici.
 
In un primo momento il lavoro in affitto doveva essere una situazione temporanea e per il lavoratore e per l’industria; nessuno ha detto una parola, allora anche la grande industria, al pari di quella media e piccola, ha cominciato ad attingere dalle agenzie di lavoro interinale. Oramai la più parte dei giovani ritiene che prestare la propria attività lavorativa sia una cosa normale, e non protesta: il giovane moderno non ha un futuro, non ha neanche la speranza di diventare una puleggia in stile “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Qualcuno s’industria, si rende conto che così le cose non possono continuare, tenta di metter su una sua propria attività lavorativa, ma subito la burocrazia gli taglia le gambe peggio della mafia: le strade pullulano di poveri che s’illudono di diventare ricchi, alcuni muoiono fatti di ecstasy, altri s’accasciano come burattini il sabato sera in autostrada, altri si sono ormai abituati all’idea che è meglio lasciare di sé un bel giovane cadavere che non lasciarne affatto.
 
Pensare Torino capitale dell’automobile oggi non è più possibile. Probabilmente non è mai stata capitale di niente. Le auto che si producono sono macchine umane destinate a durare pochi anni per la dura legge del mercato, che vuole un continuo ricambio, così le automobili sono prodotte all’estero ed assemblate a Torino grazie al lavoro in affitto, automobili pagate in comode rate mensili  che però diventano il sabato sera groviglio confuso di lamiere e sangue.

A ben pensarci le masche esistono davvero, non sono una allucinazione, non sono allucinazione quelle auto sfracellate a duecento all’ora lungo un’autostrada; ed è possibile che quella Torino che i nonni ci descrivono come centro del lavoro e delle auto non sia mai esistita se non nel mito, nella finzione che l’uomo s’ingegna a costruire per sfuggire a sé stesso e consegnarsi così alla storia, come un prodotto di magia, occulto e ambiguo, quindi assurdamente più vero del vero!


* Questo editoriale è stato scritto all'inizio del Duemila. E' datato, troppo datato per essere ancora attuale?
Non credo sia da buttar via. Ci sono ancora degli spunti purtroppo più che mai attuali, di qui il perché di proporlo ai lettori di oggi. (g.i.) 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:03 | riflessioni, lavoro, globalizzazione, controinformazione, giovani, giornalismo, costume, prima pagina, società, alienazione, villaggio globale, società e politica, gioventù bruciata, opinionismo, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (2)



Marco Ahmetovic agli arresti domiciliari in un campo nomadi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, gennaio 09, 2008





Marco Ahmetovic


torna agli arresti domiciliari


Questa volta in un campo nomadi



di Giuseppe Iannozzi




La tragica vicenda, che vede coinvolto il rom Marco Ahmetovic che uccise 4 minorenni in un incidente stradale il 23 aprile 2007 ad Appignano del Tronto, ha del vergognoso di per sé; e ad ogni giorno che passa, intorno a Marco Ahmetovic si condensa tutto lo schifo della giustizia italiana, di una giustizia incapace di fare il suo dovere, svilendo sempre più l’idea che “la legge è uguale per tutti”.

Marco Ahmetovic era stato messo agli arresti domiciliari, con una condanna a dir poco ridicola: 6 anni e 6 mesi per omicidio colposo. La tragica sera che uccise i 4 giovani il rom era ubriaco, un tasso alcolemico quattro volte superiore rispetto a quello consentito dalle vigenti leggi.
Finì agli arresti domiciliari ma in un residence con tutti i comfort.
Durante questo primo periodo di domiciliari, la condotta di Ahmtovic aveva suscitato forti polemiche, anche a livello nazionale, per le iniziative commerciali di cui, scontando la misura cautelare, si era reso protagonista sfruttando la macabra popolarità che gli era piovuta addosso in seguito alla tragedia da lui perpetrata.

A seguito di alcune telefonate che Ahmetovic non avrebbe dovuto fare tornò in carcere. Ma subito il rom minacciò il suicidio in carcere se non gli fossero stati concessi di nuovo gli arresti domiciliari.

Marco Ahmetovic uscirà per l’ennesima volta dal carcere. Il gip del tribunale di Ascoli gli ha concesso gli arresti domiciliari, che però dovrà scontare in un campo nomadi a Roma. La decisione è relativa alla vicenda della tentata rapina alle poste di Maltignano, avvenuta il 10 ottobre 2006 e al quale il rom avrebbe concorso.

Marco Ahmetovic non era affatto un extracomunitario pulito come si era detto il 23 aprile 2007, giorno della tragedia: aveva già commesso reati e molto gravi. Però gli erano stati accordati gli arresti domiciliari. Marco Ahmetovic era stato ricondotto in carcere, dopo diversi mesi di domiciliari in un residence di San Benedetto del Tronto, appena il 20 dicembre scorso, su ordine del giudice del tribunale di Ascoli Lorenzo Falco. Il provvedimento riguardava l’inchiesta sulla rapina in banca. Il rom, infatti, era libero di vedere e incontrare chiunque in relazione alla strage di Appignano dato che si trattava di un reato colposo e che la sentenza non è ancora passata in giudicato, mentre per la tentata rapina la misura cautelare disposta dal giudice conteneva altre prescrizioni, come il divieto di vedere o parlare con persone che non fossero il suo legale, il proprietario dell’appartamento che lo ospitava e i suoi genitori. Nel mese di dicembre, Ahmetovic aveva violato queste prescrizioni con alcune telefonate “vietate”. Di qui la revoca dei domiciliari e il ritorno in carcere, fino alla decisione di oggi.

In altri termini, Marco Ahmetovic torna in un campo nomadi a Roma.
In maniera ancora più chiara: è praticamente libero. Una vergogna inammissibile.






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Due viados violentano un 26enne che aveva accettato un passaggio

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, gennaio 08, 2008





Due viados violentano un 26enne

che aveva accettato un passaggio


Rapinato e stuprato ha sporto denuncia

E’ accaduto nella notte di Capodanno




di Giuseppe Iannozzi




Accettare un passaggio può rivelarsi molto duro e pericoloso.
Alzare il pollice può diventare fatidico.

Ne sa qualcosa un 26enne che ha accettato un passaggio in auto da quelle che credeva fossero due donne con tutti gli attributi a posto. Le due gli attributi ce li avessero sì a posto ma non erano attributi propriamente femminili, infatti si trattava di due grossi viados.
Il 26enne sul momento non si è accorto dell’abbaglio che aveva preso ed ha accettato di buon grado il passaggio offertogli. Ed è stato così violentato dai due viados sudamericani, uno peruviano di 29 anni (Sabrina) e un argentino di 25 (Mariana).

Quando i carabinieri li hanno fermati, oramai il 26enne se l’era preso in quel posto.
Il fattaccio è accaduto tra la notte del 31 dicembre 2007 e l’1 gennaio 2008: è tradizione dire che chi lo fa a Capodanno lo fa poi tutto l’anno. Be’, speriamo che il povero giovane non venga violentato per tutto l’anno! In ogni caso parrebbe che i tre si siano conosciuti vicino a un locale milanese, il Freelife. Verso le 2 di notte, il giovane, insieme a un amico, ha accettato un passaggio in auto verso casa. Ma una volta nei pressi di Corsico, i quattro hanno avuto un approccio molto ma molto spinto con il 26enne; questi resosi conto dell’errore, si è subito tirato indietro… peccato che oramai fosse troppo tardi. A quel punto, secondo quanto ha denunciato il giorno successivo ai carabinieri, i due sudamericani lo avrebbero picchiato, derubato di cellulare e soldi, costringendolo poi a turno a dei rapporti sessuali. Dopo la denuncia, la notte tra il 4 e il 5 gennaio il giovane è tornato sul posto insieme ai militari dell’Arma e ha riconosciuto i due aggressori che si prostituivano in zona. I due extracomunitari, su uno pendeva già un decreto di espulsione, sono stati interrogati per la convalida dal gip Andrea Pellegrino su richiesta del pm Maria Vulpio. I due viados hanno negato tutto asserendo con forza che quella notte si trovavano da tutt’altra parte. Il gip non gli ha creduto e ha convalidato il fermo disponendo la custodia cautelare in carcere con le accuse di violenza sessuale di gruppo, furto e violazione della legge sull’immigrazione.

Non si sa ancora che fine faranno i due viados estracomunitari, o meglio i due violentatori, ma è più che mai sicuro che il giovane stuprato un Capodanno così duro e nero non poteva davvero immaginarselo.
Sarà difficile, molto difficile, che riesca a dimenticare la truce avventura, una storia sicuramente da non raccontare in futuro né ai figli né ad eventuali nipotini.

State attenti dunque quando chiedete un passaggio e lo accettate: potreste rischiare molto di più del sedere!
E ricordate che tutto è fatidico, come ci ricorda Stephen King.






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Paris Hilton rimarrà povera in canna! Colpa del nonno Barron Hilton

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, dicembre 27, 2007





Paris Hilton rimarrà povera in canna!

Colpa del nonno Barron Hilton

che disereda le nipoti Paris e Nicky



di Giuseppe Iannozzi





Paris Hilton rimarrà povera in canna.
 
Suo nonno Barron ha annunciato senza mezzi termini di avere intenzione di donare il 97% della sua fortuna da 2,3 miliardi di dollari a un ente di beneficenza. La cifra è di circa 1,2 miliardi di dollari che Barron Hilton guadagnerà dalla vendita di Hilton Hotels Corp. - società fondata dal padre Conrad Hilton nel 1919 quando comprò un piccolo albergo a Cisco, in Texas - e dall’attesa vendita della più grande compagnia mondiale di casinò, Harrah’s Entertainment. Il ricavato sarà messo in un fondo di beneficenza di cui alla fine farà uso la Conrad N. Hilton Foundation, portando il valore totale a 4,5 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dalla fondazione in una dichiarazione.
 
Barron Hilton, presidente della fondazione, intende «contribuire col 97% delle sue proprietà, stimate oggi a 2,3 miliardi di dollari».
 
Paris Hilton non è stata immediatamente raggiungibile per commentare i progetti del nonno.
Non c’è che dire, un Natale nerissimo quello della Hilton, che fino a qualche giorno fa gongolava immaginandosi ricca sfondata da fare schifo. I suoi piani di facile ricchezza sono naufragati, forse per sempre.
 
Jerry Oppenheimer, che nel 2006 ha scritto la biografia della famiglia «House of Hilton», ha precisato che Barron Hilton è parecchio imbarazzato dal comportamento della nipote ed è più che mai convinto che abbia infangato in maniera pesante il nome della famiglia.
 
Paris Hilton è riuscita a mandare letteralmente in tilt la Rete. L’ultimo suo video a luci rosse ci fa vedere l’ereditiera senza veli in una vasca da bagno, in una suite a Parigi. I navigatori di mezzo mondo sono rimasti a bocca aperta. A riprendere Paris senza veli, mentre gioca con il telefono della doccia, uno sconosciuto che, oltre a godersi lo spettacolino erotico, ne fa pure la telecronaca tra le bolle di sapone.
 
Nel filmato di Metello.com la Hilton mostra le sue grazie mentre si passa il telefono della doccia sul corpo. Il video sexy, così come molte altre foto hot dell’ereditiera erano stati dimenticati in un magazzino, affittato e mai pagato dalla stessa Paris. Il proprietario del locale, per recuperare i soldi, aveva quindi pensato di vendicarsi, vendendo il video e gli scatti agli autori di Parisexposed.com.
Il video in questione, ad esempio, è apparso in Rete ad inizio anno. Un gesto che Paris non ha gradito e che ha combattuto in tribunale riuscendo a ottenere il divieto di far circolare le immagini sul sito. Solo per poco, però. A distanza di mesi, infatti, il filmato è venuto a galla... La parte più hot mostra Paris, completamente nuda: la bionda scherza parlando del suo più famoso video hard, con il suo ex. Adesso, dopo che nonno Barron ha manifestato le sue intenzioni, c’è da metterci la mano sul fuoco che Paris Hilton non scherza più. Oggi, poco ma sicuro, piange lacrime salate, uno spettacolo che di erotico ha ben poco, tranne nel caso a qualcuno piacciano le cascate del Niagara negli occhi di una bionda molto ma molto superficiale.
 
La decisione di nonno Barron - se definitiva! - è dovuta soprattutto alle disavventure mediatiche -  video a luci rosse incluso - e carcerarie di Paris. Anche per Nicky Hilton, ex modella e oggi disegnatrice di moda, vissuta all’ombra della sorella erediterà, solo poche briciole. Forse!
 
A diffondere la notizia il quotidiano spagnolo El Mundo, notizia che è stata data dallo stesso Hilton con una e-mail inviata alla rivista Fortune.

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Debra Lafave di nuovo nei guai

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, dicembre 06, 2007





Debra Lafave di nuovo nei guai

per aver parlato con una 17enne

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Debra Lafave torna a far parlare di sé.
Lei è la professoressa che due anni or sono fece sesso in classe con un alunno.
 
Debra Lafave è una bionda mozzafiato, occhi azzurri, ex fotomodella, ex insegnante in una scuola media di Tampa in Florida, condannata a tre anni di arresti domiciliari e a sette di libertà vigilata per aver fatto sesso in classe con un suo alunno di 14 anni.
 
Beato lui, l’alunno quattordicenne, un’esperienza così certamente non la dimenticherà mai!
E domani, quando sarà padre e avrà dei nipotini potrà raccontargli una gran bella storia, non una di quelle vuote e false che i nonni son soliti raccontare ai bambini, pensandoli ingenui e bietoloni.
Ma la povera Debra è stata condannata invece di essere gratificata con una bella medaglia d’oro in educazione sessuale, per la teoria e la pratica.
Niente da fare. L’America l’ha condannata a bruciapelo, senza pensarci su due volte.
 
Sul sesso che la ex prof. fece due anni or sono cadde il sipario, inesorabilmente.
Ma perché poi? Che avrebbe fatto di male?
Ha solo fatto dell’ottimo e sano sesso con un quattordicenne, che ancora non riesce a credere d’aver avuto una fortuna così tanto grande, d’aver fatto sesso con la prof. più figa che un adolescente possa sognare. Milioni e milioni di adolescenti frustrati, foruncolosi, se la sognano a occhi aperti e con le mani in mano un’avventura con una vecchia professoressa – anche se ha le tette mosce e il culo basso; poi, quando uno su un milione ha la fortuna di farsi una prof. che lo lascia senza fiato al sol guardarla, i benpensanti la condannano, manco fosse una strega.

Oggi, Debra Lafave è stata arrestata per l’ennesima volta.
Perché?
 
Ladies and Gentlemen, sturatevi gli orecchi, Debra Lafave è stata sorpresa a parlare delle sue vicende personali con una ragazza, una cameriera del ristorante dove Debra prestava servizio.
Si è macchiata di un crimine gravissimo: colloquio non autorizzato.

In libertà vigilata, Debra Lafave, secondo la giustizia americana, non avrebbe dovuto avere dei contatti con persone non ancora maggiorenni.

Ladies and Gentleman, Debra Lafave ha parlato con una ragazza di 17 anni. Ha solamente parlato con una ragazza di 17 anni. Come due vecchie amiche, sul posto di lavoro. Ha parlato di sesso, delle sue avventure sessuali. E allora, per questo, Debra Lafave merita il carcere?

Fatemi capire. Il Presidente d’America, George W. Bush, manda a morire migliaia di giovani in Iraq e in Afganistan (e non solo), ordinando loro di uccidere un presunto nemico, e l’America condanna Debra Lafave per aver parlato con una 17enne delle sue avventure erotiche.
 
L’avvocato di Debra ha minimizzato l’episodio parlando di violazione “insignificante”. “Si è trattato di una tipica conversazione che le donne hanno tra colleghe, un’amicizia sul posto di lavoro, niente di più, niente di meno”. Il legale ha anche aggiunto che la sua cliente è rimasta molto sorpresa per l’accaduto e che intendeva, vista la sua buona condotta, chiedere che il terzo anno di arresti domiciliari fosse convertito in libertà vigilata.
 
Ora invece, dopo questa violazione, rischia fino a 15 anni di carcere.
 
George Bush, per aver mutilato migliaia di giovani, per aver mandato al macello migliaia di giovani, lui quanto rischia?
 
Niente. Il Presidente non rischia niente di niente.
 
Ladies and Gentlemen, riflettete.

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