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Nicola Tommasoli è morto e Gianfranco Fini assolve i neofascisti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008


Gianfranco Fini assolve i neofascisti!
Nicola Tommasoli è morto
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
Durante il notiziario Studio Aperto, uno dei due amici che era con Nicola Tommasoli, vittima del pestaggio a morte da parte di cinque neofascisti, ha raccontato: “C’erano i ragazzi, noi stavamo passeggiando, ci hanno chiesto una sigaretta, anche con un tono un po’ strano. Noi abbiamo risposto di no e abbiamo continuato a camminare per la nostra strada senza fermarci. Quando ho fatto per girarmi, uno mi ha sferrato un pugno, da lì è cominciato tutto. Due minuti di panico, faccio fatica adesso perché ho preso tante botte, mi tiravano per i capelli, sono caduto più volte e ho cercato di difendermi come potevo, per fortuna mi sono girato, altrimenti potevo essere lì al posto del mio amico. Cosa ci dicevano? No, non insulti, ci davano le botte ma non dicevano niente. Erano delle bestie, non c’è un motivo né niente”. La vittima-testimone ribadisce l’aggressione alle spalle: “Se Nicola si fosse girato probabilmente non sarebbe lì - dice l’amico, riferendosi alla rianimazione - si sarebbe potuto difendere, avrebbe avuto solo qualche botta”.
 
E’ clinicamente morto Nicola Tommasoli, il giovane ricoverato all'ospedale Borgo Trento di Verona dopo essere stato picchiato a sangue la notte del primo maggio. Alle 18 il collegio medico dell’ospedale ha concluso il periodo di osservazione per l'accertamento della morte. I genitori di Nicola hanno espresso il desiderio di donare organi e tessuti.
 
Vincenzo Stingone, il questore di Verona, si è così espresso: “Il pestaggio non è avvenuto per motivi politici ma per motivi futili. Per quel che ne sappiamo fino adesso il motivo scatenante è stato proprio quella sigaretta negata ai cinque giovani ultras”.

Altri due ragazzi della provincia di Verona sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta sull’aggressione a Nicola. I due arrestati sono Guglielmo Corsi, 19 anni, e Andrea Vesentini, 20 anni, entrambi di Illasi, un paese poco distante dal capoluogo. Il primo è metalmeccanico, l’altro è promotore finanziario.
Secondo quanto accertato, Corsi e Vesentini erano insieme a Raffaele Dalle Donne, il giovane veronese arrestato per primo da polizia e carabinieri nel corso dell’inchiesta. Dalle Donne si è costituito. Raffaele, già conosciuto alle forze dell’ordine come tipo violento e aggressivo, era fuggito in tuta da ginnastica dopo il pestaggio e non era tornato a casa fino all’alba della mattina dopo. Quando è venuto a cambiarsi, il padre l’ha convinto a costituirsi e lui lo ha fatto, accompagnato dall’avvocato di famiglia.
Corsi e Vesentini, quando in nottata la polizia è venuta a prenderli a casa, non hanno opposto alcuna resistenza e hanno ammesso subito di aver fatto parte del gruppo di aggressori di Tommasoli. Peri e Tarabuio, anche loro ricercati per l’aggressione, hanno invece preso la macchina della madre di uno dei due per fuggire all’estero. Il questore di Verona, Vincenzo Stingone, ha lanciato un appello perché gli aggressori latitanti si consegnino agli inquirenti. I latitanti sono soprannominati "Peri" e "Tarabuio", sono scappati probabilmente in Austria, e gli inquirenti, pur non rivelandone l’identità, hanno spiegato che potrebbero consegnarsi spontaneamente alle forze dell’ordine nelle prossime ore.
 
Gli scontri e le contestazioni della sinistra radicale contro la Fiera del Libro di Torino “sono molto più gravi” di quanto accaduto a Verona. Lo sostiene Gianfranco Fini, a Porta a porta, talk-show politico condotto da Bruno Vespa. “L’aggressione dei naziskin veronesi e la violenza dei centri sociali torinesi sono due fenomeni che non possono essere paragonati”. A giudizio di Fini, in sostanza, se dietro l'aggressione di Verona non c'è alcun “riferimento ideologico”, a Torino le frange della sinistra radicale “cercano in qualche modo di giustificare con la politica antisionista”, un autentico antisemitismo, veri e propri “pregiudizi di tipo politico-religioso”.
“Nel momento in cui tutti dovrebbero piangere la morte di un ragazzo e chiedere la massima punizione per gli assassini assistiamo, invece, ad una serie di basse speculazioni politiche”. Questo il commento di Iacopo Venier, della segreteria nazionale del Pdci, secondo cui “tra queste la più grave è certo quella del presidente della Camera che assolve i picchiatori fascisti e si prepara a scatenare nuove repressioni violente come quelle che egli comandò a Genova nel 2001”. Per Salvatore Cannavò, esponente di Sinistra critica, le parole di Fini sono “allucinanti e incredibili”: “Mettere sullo stesso piano l’incendio di una bandiera con un barbaro omicidio non solo costituisce una assoluta mancanza di rispetto per il dolore di due genitori a cui la barbarie ha strappato il figlio, ma il sintomo della cultura di fondo del neo presidente della Camera”. E Walter Veltroni, giustamente, rincara la dose: “Io sono per non stabilire mai priorità su questi temi. Sono due fatti diversi: nel primo caso c’è la vita di un ragazzo che è stata spezzata ed è un episodio molto grave e sottovalutarlo sarebbe un errore molto serio. Il secondo episodio è altrettanto grave e stabilire delle priorità è assolutamente sbagliato. Bisogna contrastare ogni forma di violenza e intolleranza. Quando poi diventa una violenza fisica nei confronti di un ragazzo ucciso a bastonate, è necessario avere un giudizio molto severo”. Rosy Bindi invita Fini a usare maggiore “prudenza” nel commentare l’uccisione del ragazzo a Verona: “Siamo in presenza di una morte, inviterei il presidente della Camera ad una certa prudenza, credo sia veramente pericoloso stabilire delle gerarchie di gravità tra bruciare le bandiere di un Paese e aggredire una persona fino a sopprimerne la vita”. La presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, si chiede: «Cosa c'è di più grave dell'omicidio di un ragazzo innocente?”.
 
Dopo questa sparata del neopresidente della Camera Gianfranco Fini, si può solo augurare una cosa al nuovo governo: che cada al più presto possibile, che non abbia neanche la durata di uno sputo.


I commenti su questo post sono chiusi a Tutt*, senza eccezioni, in rispetto del dolore della famiglia.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 20:08 | politica, cronaca, totalitarismo, nazismo, cronaca nera, violenza, prima pagina, fascismo, ingiustizia, ultime notizie, scandali, nazisti, fascisti, cronaca vera, assassini, fondamentalismi, allarmi, società e politica, gioventù bruciata, nazifascismo, notizieflash, criminali, last news, inkazzatissimo | clicca per commentare



L’Italia ai neofascisti?

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, maggio 04, 2008






L’Italia ai neofascisti?


di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Il fatto è quantomeno grave. Gravissimo. Nicola Tommasoli durante la notte del primo maggio è stato avvicinato da alcuni giovani, gli hanno chiesto una sigaretta, gli è stata rifiutata, ed allora è scattata la punizione, calci e pugni. Nicola l’hanno lasciato privo di sensi, più morto che vivo. In ospedale le sue condizioni sono subito apparse disperate: in queste ore il ragazzo lotta tra la vita e la morte. Il padre di Nicola: “Sono realista non voglio illudermi. I medici dicono che c’è stata una piccola ripresa poi rientrata. Non so che pensare”.
Un ragazzo di venti anni, interrogato dal magistrato Francesco Rombaldoni, ha confessato: “piena confessione”. Non è un volto nuovo alle forze dell’ordine, si tratta di un ultrà neofascista dichiarato, in passato già finito nelle mani della polizia per essersi reso colpevole di aggressioni dichiaratamente razziste nonché per violenza negli stadi.
 
Nell’intanto è caccia aperta per gli altri quattro aggressori. Due di loro sono già stati identificati, ma sono fuggiti all’estero: per loro è subito stato spiccato un ordine di cattura. L’aggressore fermato è invece stato tradotto in carcere a Montorio. Dalle prime indiscrezioni, si sa che il neofascista appartiene a una famiglia piuttosto benestante di Verona. Il neofascista si è costituito in mattinata presso la Digos di Verona, ovviamente accompagnato dal suo avvocato di fiducia.
Il neofascista era già noto alle forze dell’ordine: come ultrà del Verona, per violenza negli stadi nello scorso febbraio era stato sottoposto a Daspo; nel 2007 era stato indagato dalla Digos insieme ad altre sedici persone per associazione a delinquere finalizzata a discriminazione razziale per alcune aggressioni avvenute sempre a Verona. Il giovane fascista frequenta ambienti vicini a Forza Nuova, tuttavia l’associazione di estrema destra oggi nega qualsiasi coinvolgimento e minaccia di querelare chiunque intenda associare l’episodio a FN. “Nessuno si permetta di associare Forza Nuova a tale vicenda”, ha minacciato il coordinatore nazionale Paolo Caratossidis: “I nostri militanti non compirebbero mai un atto di così grave stupidità e cattiveria; se poi il ragazzo frequenta ambienti ultras o piazze dove si ritrovano neofascisti, questo è un altro discorso, non collegabile a Forza Nuova. Come movimento politico prendiamo completamente le distanze da tale indegno e vergognoso atto. Forza Nuova è contraria a ogni forza di violenza, tanto più se insensata, illogica e incivile come quella compiuta da quella banda di pazzi irresponsabili”.
 
Anche il Veneto Fronte Skinheads nega di essere coinvolto. Parla il presidente Giordano Caracino: "Il ragazzo, dalle informazioni che abbiamo, non fa parte del Fvs, non lo conosciamo. Non basta avere i capelli corti, un bomber o avere certe idee per far parte del nostro movimento. Noi prendiamo le distanze in maniera categorica dall'accaduto e dalle persone che l'hanno compiuto".
 
Nell’intanto Michele Santoro, per aver portato ad Annozero alcuni spezzoni del Vaf-Day tenutosi a Torino il 25 aprile, ha ricevuto la partaccia del presidente della Rai Petruccioli. Santoro, che vi piaccia o no come giornalista e uomo, ha il sacrosanto diritto di fare la “sua” trasmissione, che è appunto la sua trasmissione. Le reti Rai sono tre, escludendo quelle via satellite, e in teoria dovrebbero fornire informazione all’Italia tutta, quindi dovrebbero dare spazio a tutti gli schieramenti sociali e politici presenti oggi in Italia, anche a Beppe Grillo. In queste ore ciò che di più si paventa è che sia in atto qualcosa di più di una mezza idea di censurare i personaggi ritenuti “scomodi”. Che il presidente della Rai abbia forse in mente di censurare Santoro - come già avvenne sempre sotto il governo Berlusconi? Per chi ha corta la memoria, sotto il precedente governo Berlusconi un editto colpì Michele Santoro, Daniele Luttazzi e in maniera più che mai violenta il compianto Enzo Biagi, con quello che oggi è da tutti ricordato come l’editto bulgaro.
 
Se questo è il clima sociale dopo la vittoria della destra in Italia, Dio non lo voglia!, allora questo paese è destinato a sprofondare nella sua stessa immondizia senza possibilità alcuna di assoluzione.






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La prof. e l’alunno più dotato: "Vince chi ce l’ha più lungo!”

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, aprile 24, 2008





La prof. e l’alunno più dotato

Vince chi “ce l’ha più lungo!”


di Giuseppe Iannozzi



Gareggiavano in classe per premiare il più dotato. Il più dotato sì, non di cervello però.
Che cosa?

Sì avete capito bene, la gara era per sapere - a tutti i costi - chi ce l’aveva più lungo, il cazzo ovviamente.
L’insegnante, una quarantenne sostituiva la collega di ruolo giusto per un’ora, ed era in classe con gli allievi, quando è accaduto il gioco del metro. Tuttavia lei giura e spergiura di non sapere nulla al riguardo: “Non me ne sono accorta”. Peccato, perché se davvero non si è accorta di nulla, o non c’è nessuno “molto dotato” o lei è una prof. molto ma molto distratta che non si interessa degli alunni.

E’ accaduto alla scuola media di Sant’Antimo, la Giovanni XXIII di via Piave, a Nord di Napoli. Sembra che non sia neppure la prima volta. C’è chi parla di altri episodi di esibizionismo avvenuti nella stessa classe, e ovviamente il preside allarga le braccia e si affida a San Gennaro, quasi piangendo: “Solo voci. Non ci sono riscontri”.
Ma nell’intanto la professoressa è stata denunciata mentre cinque bambini, tra i 12 e i 13 anni, sono stati segnalati alla procura dei minori. Sarà ora compito dei magistrati capire se è vero che l’insegnante non si è accorta di quello che stavano misurando i suoi alunni. Il ministero per ora tace: e la professoressa continua a insegnare. “Erano chiusi a cerchio in un angolo della classe”, si è giustificata. “Credevo stessero parlando della gita scolastica”. In realtà la gita ci fu, proprio il giorno dopo, a Roma, ma gli sherlock holmes italiani sono poco propensi a credere alla versione della professoressa caduta dalle nuvole. Anche la posizione del preside è non poco imbarazzante, almeno per la polizia di Frattamaggiore. “Sono sconcertato”, piagnucola il preside tirando su un tono più che mai deluso. “Proprio non potevo immaginare che la cosa sarebbe finita in questa maniera, con una denuncia penale alla collega e una segnalazione per i bambini”.

Per il responsabile della scuola è stata poco più che una ragazzata. “Forse lo è stata - dice la madre di uno scolaro -, ma che l’abbiano fatto mentre in classe c’era la professoressa è incredibile”. Lei in quella seconda media neppure insegna. E’ insegnante di Lettere in un’altra sezione; quella mattina sostituiva per un’ora una collega assente.

“Proprio in questa scuola doveva capitare”, si dispera il preside. “In un comune difficile come Sant’Antimo, la nostra scuola è impegnata da anni per aiutare i bambini. Facciamo mille attività collaterali, teniamo aperto il cancello quasi tutto il giorno e poi ci capita ’sta cosa che rovina il buon nome dell’istituto e ci mette in cattiva luce davanti a tutti”.

Chissà chi era poi il più “dotato”: sarebbe utile saperlo, per la scuola, che così eviterebbe di sprofondare nella vergogna, perché potrebbe vantarsi davanti all’Italia intera di accogliere nelle proprie classi il degno erede di John Holmes.

Preghiamo tutti insieme San Gennaro che ci faccia una lunga e dura grazia!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:57 | polemiche, gossip, cronaca, satira, giovani, prima pagina, società, ultime notizie, scandali, dalla parte dei bambini, cronaca vera, gioventù bruciata, via del campo, last news, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (23)



Il mondo del lavoro sta cambiando

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 05, 2008





Storie di Masche


Il mondo del lavoro sta cambiando *

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Chi ancora pensa ingenuamente che oggi Torino sia la “capitale dell’automobile”, resterà deluso nell’apprendere che Torino è sol più un mito, una memoria d’altri tempi, memoria che morirà presto con gli ultimi grandi vecchi, quelli che videro i partigiani, l’esilio dei Savoia, coloro che diedero vita a figli per le catene di montaggio dell’industria automobilistica, figli oggi in pensione o già dimenticati in qualche loculo nostrano.
 
Torino ha preso lo stesso abbrivio caro a Milano e un po’ comune a tutte le città del Nord: l’impostazione lavorativa ricalca nettamente quella americana, impostazione che negli USA non ha trovato a suo tempo difficoltà ad attecchire, e, oggi, anche in Italia sembra esserci terreno ubertoso. La Fiat, ad esempio, che fino a vent’anni fa contava 115.000 unità lavorative (per la maggior parte operai), oggi ne conta più o meno 40.000; in un arco di tempo di 20 anni, il famoso marchio è stato capace di assumere licenziare e riciclare qualcosa come 220.000 unità lavorative. Torino città dell’automobile è ormai un mito relegato in un passato che si è fin troppo mitizzato quasi ad assurgerlo ad arcadia del lavoro, dell’occupazione.
 
Durante una visita in America, il dandy Oscar Wilde, in un articolo datato 1882 scriveva: “La prima cosa a colpirmi sbarcando in America fu che se gli americani non sono il popolo meglio vestito del mondo, sono quello vestito nel modo più adeguato. Anche laggiù si vedono degli uomini col terribile cappello a tubo di stufa, ma pochissimi sono gli uomini senza cappello; c’è chi porta l’orripilante giacca a coda di rondine, ma è raro vedere qualcuno privo di giacca. C’è insomma nell’aspetto delle persone un’aria di benessere in netto contrasto con quella che si vede in questo paese, dove troppo spesso si vedono persone in contatto ravvicinato con degli stracci.” Se un acuto osservatore come Wilde già sul finire del 1800 osservava ciò, ecco che l’America non è mai stato un mito reale, ma solo un mito costruito e confezionato per gli spiriti dei poveri, degli emigranti italiani dipinti con il cliché della valigia di spago e cartone in mano (e faccia scavata e ombrata da una barba di tre o quattro giorni), un mito comunque che non solo gli italiani hanno contribuito ad alimentare, bensì tutta l’Europa. Per rendersene conto basta appicciare la tv e guardare con attenzione un qualsiasi film made in USA: ogni pellicola hollywoodiana, o più modestamente di serie B punto e basta, non fa altro che mettere in scena gli stessi personaggi, ricchi e poveri, perbenismo e arrivismo, stereotipi tanto radicati nella società ormai da esser diventati una riserva di fantasia indispensabile all’uomo moderno per andare avanti giorno dopo giorno.

Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha voluto marcare il contrasto fra ricchezza e povertà; e in tempi neanche poi troppo lontani, la povertà è stata associata al male: basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe, in Piemonte note con il nome di masche. Oggi che le masche fanno ridere o quasi, relegate come sono nell’immaginario di pochi, oggi che si parla addirittura di due Italie, una del Nord e una del Sud, oggi che si parla di Unione Europea, oggi che si punta tutto sull’industrializzazione, si ha la sfrontatezza di parlare anche di lavoro in affitto. Il problema del lavoro non è nuovo: Karl Marx nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) già evidenziava come il lavoro ha naturale tendenza ad alienare il lavoratore dal mondo razionale; nulla di nuovo se si pensa che già un poeta romantico qual era George Byron aveva evidenziato il problema e che per tale atto gran parte degli amici gli divennero acerrimi nemici. La Rivoluzione Francese ha fatto anch’essa la sua parte: l’errore più grande commesso dalla rivoluzione fu senz’altro quello di credere d’aver vinto e per questo atto d’ignorante presunzione fu tosto consegnata alla Storia, al mito, quello facile e falso che vede vincitori il proletariato e ghigliottinato Luigi XVI… La realtà è tutt’altra: l’aristocrazia fu la vera vincitrice pagando un tributo di sangue reale, un sacrificio che di tanto in tanto si deve lasciar a una comparsa storica perché qualcuno possa alzare le braccia al cielo ed impetrare i Numi e domandarsi con malcelata ipocrisia perché l’acerrimo Fato non è mai stanco di bere il sangue degl’animi nobili, delle vittime.
Quanto sta oggi accadendo non è poi tanto diverso: tutti sono pronti a prestarsi per il ruolo della vittima, dell’agnello di Dio, un ruolo che non deve essere poi tanto male se ambito da tanti nomi illustri del panorama industriale; prima degli anni Ottanta la figura della donna manager non esisteva, oggi invece l’industria è piena di tanti e tanti manager asessuati… l’alienazione ha toccato allo stesso modo il mondo operaio e quello manageriale. La vita è tutta dedicata alla produzione: è tristemente nota la figura dell’operaio che muore tritato catturato terminato dalle maglie d’uno strano marchingegno produttivo, così come è nota quella dell’operaio che lavora da mane a sera per protestare in un secondo momento in piazza per un aumento di salario, ma con tanto di cellulare manageriale da mantenere al pari d’un figlio in carne e ossa.

L’operaio moderno è quanto di più vecchio la storia abbia mai prodotto: egli invidia la proprietà del ricco e non potendo ottenerla per via testamentaria, si adopera a star sotto il ricco e a chiamarlo padrone con piena fede di necessario odio verso colui che gli dà al medesimo tempo e la vita e la morte, una morte che però si rinnova ogni ventisette del mese, giorno di paga. Se il lavoro in affitto (o interinale) è diventato ormai una prassi, la colpa non è di certo tutta dell’imprenditore, anzi! Purtroppo le nuove generazioni si sono lasciate subito inglobare nella catena di montaggio, quella che vede al lavoro giovani uomini inquadrati con contratti di collaborazione nel migliore dei casi, giovani schiavi del lavoro in nero, giovani che a fine settimana spendono i pochi danari in discoteche alcol donne e morte a duecento all’ora alle cinque di mattina d’un sabato sera. Questi giovani lavorano solo per il gusto di metter in mostra una posticcia virilità, quella di chi lavora e si può dunque permettere di fare la dolce vita preconfezionata acquistata nel reparto surgelati, ovvero nel più vicino obitorio di Stato. Il mondo del lavoro si è subito reso conto di questa situazione e ha preso a sfruttarla sicuro che tanto nessun giovane scenderà mai a in piazza a protestare; se la prima metà degli anni Novanta è stata quella dei contratti di collaborazione, oggi che si è nel Duemila l’imprenditore non assume più, e si permette il lusso del lavoro in affitto. In termini pratici, il lavoro in affitto significa: una figura lavorativa si ammala e si mette in mutua, allora l’industria per non perdere il suo profitto si rivolge a una agenzia specializzata nel fornire lavoratori disposti a tappare il buco per una settimana o due, il buco viene tappato e l’azienda fa la sua bella figura agl’occhi del mondo, il lavoratore si dice contento d’aver avuto l’occasione d’aver fatto una simile esperienza, e vissero tutti contenti e felici.
 
In un primo momento il lavoro in affitto doveva essere una situazione temporanea e per il lavoratore e per l’industria; nessuno ha detto una parola, allora anche la grande industria, al pari di quella media e piccola, ha cominciato ad attingere dalle agenzie di lavoro interinale. Oramai la più parte dei giovani ritiene che prestare la propria attività lavorativa sia una cosa normale, e non protesta: il giovane moderno non ha un futuro, non ha neanche la speranza di diventare una puleggia in stile “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Qualcuno s’industria, si rende conto che così le cose non possono continuare, tenta di metter su una sua propria attività lavorativa, ma subito la burocrazia gli taglia le gambe peggio della mafia: le strade pullulano di poveri che s’illudono di diventare ricchi, alcuni muoiono fatti di ecstasy, altri s’accasciano come burattini il sabato sera in autostrada, altri si sono ormai abituati all’idea che è meglio lasciare di sé un bel giovane cadavere che non lasciarne affatto.
 
Pensare Torino capitale dell’automobile oggi non è più possibile. Probabilmente non è mai stata capitale di niente. Le auto che si producono sono macchine umane destinate a durare pochi anni per la dura legge del mercato, che vuole un continuo ricambio, così le automobili sono prodotte all’estero ed assemblate a Torino grazie al lavoro in affitto, automobili pagate in comode rate mensili  che però diventano il sabato sera groviglio confuso di lamiere e sangue.

A ben pensarci le masche esistono davvero, non sono una allucinazione, non sono allucinazione quelle auto sfracellate a duecento all’ora lungo un’autostrada; ed è possibile che quella Torino che i nonni ci descrivono come centro del lavoro e delle auto non sia mai esistita se non nel mito, nella finzione che l’uomo s’ingegna a costruire per sfuggire a sé stesso e consegnarsi così alla storia, come un prodotto di magia, occulto e ambiguo, quindi assurdamente più vero del vero!


* Questo editoriale è stato scritto all'inizio del Duemila. E' datato, troppo datato per essere ancora attuale?
Non credo sia da buttar via. Ci sono ancora degli spunti purtroppo più che mai attuali, di qui il perché di proporlo ai lettori di oggi. (g.i.) 

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Paris Hilton sadomaso imita Dita von Teese

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, febbraio 18, 2008



Paris Hilton sadomaso imita Dita von Teese





E' il trionfo del Trash senza vergogna!


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:30 | donne, trash, satira, umorismo, hard, erotico, ultime notizie, luci rosse, gioventù bruciata, suffragette | clicca per commentare



Marco Ahmetovic agli arresti domiciliari in un campo nomadi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, gennaio 09, 2008





Marco Ahmetovic


torna agli arresti domiciliari


Questa volta in un campo nomadi



di Giuseppe Iannozzi




La tragica vicenda, che vede coinvolto il rom Marco Ahmetovic che uccise 4 minorenni in un incidente stradale il 23 aprile 2007 ad Appignano del Tronto, ha del vergognoso di per sé; e ad ogni giorno che passa, intorno a Marco Ahmetovic si condensa tutto lo schifo della giustizia italiana, di una giustizia incapace di fare il suo dovere, svilendo sempre più l’idea che “la legge è uguale per tutti”.

Marco Ahmetovic era stato messo agli arresti domiciliari, con una condanna a dir poco ridicola: 6 anni e 6 mesi per omicidio colposo. La tragica sera che uccise i 4 giovani il rom era ubriaco, un tasso alcolemico quattro volte superiore rispetto a quello consentito dalle vigenti leggi.
Finì agli arresti domiciliari ma in un residence con tutti i comfort.
Durante questo primo periodo di domiciliari, la condotta di Ahmtovic aveva suscitato forti polemiche, anche a livello nazionale, per le iniziative commerciali di cui, scontando la misura cautelare, si era reso protagonista sfruttando la macabra popolarità che gli era piovuta addosso in seguito alla tragedia da lui perpetrata.

A seguito di alcune telefonate che Ahmetovic non avrebbe dovuto fare tornò in carcere. Ma subito il rom minacciò il suicidio in carcere se non gli fossero stati concessi di nuovo gli arresti domiciliari.

Marco Ahmetovic uscirà per l’ennesima volta dal carcere. Il gip del tribunale di Ascoli gli ha concesso gli arresti domiciliari, che però dovrà scontare in un campo nomadi a Roma. La decisione è relativa alla vicenda della tentata rapina alle poste di Maltignano, avvenuta il 10 ottobre 2006 e al quale il rom avrebbe concorso.

Marco Ahmetovic non era affatto un extracomunitario pulito come si era detto il 23 aprile 2007, giorno della tragedia: aveva già commesso reati e molto gravi. Però gli erano stati accordati gli arresti domiciliari. Marco Ahmetovic era stato ricondotto in carcere, dopo diversi mesi di domiciliari in un residence di San Benedetto del Tronto, appena il 20 dicembre scorso, su ordine del giudice del tribunale di Ascoli Lorenzo Falco. Il provvedimento riguardava l’inchiesta sulla rapina in banca. Il rom, infatti, era libero di vedere e incontrare chiunque in relazione alla strage di Appignano dato che si trattava di un reato colposo e che la sentenza non è ancora passata in giudicato, mentre per la tentata rapina la misura cautelare disposta dal giudice conteneva altre prescrizioni, come il divieto di vedere o parlare con persone che non fossero il suo legale, il proprietario dell’appartamento che lo ospitava e i suoi genitori. Nel mese di dicembre, Ahmetovic aveva violato queste prescrizioni con alcune telefonate “vietate”. Di qui la revoca dei domiciliari e il ritorno in carcere, fino alla decisione di oggi.

In altri termini, Marco Ahmetovic torna in un campo nomadi a Roma.
In maniera ancora più chiara: è praticamente libero. Una vergogna inammissibile.






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