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Arthur Machen e il Segreto del Graal: per la prima volta tradotto in Italia il grande romanzo gotico

written by King Lear    - lunedì, agosto 18, 2008


Arthur Machen - Il segreto del GraalArthur Machen

Il segreto del Graal




Per la prima volta in traduzione italiana un grande romanzo della letteratura gotica



“Ero rapito al pensiero di quei meravigliosi cavalieri erranti, di quella cristianità che non era un codice morale con una qualche specie di paradiso metaforico offerto in ricompensa per la sua doverosa osservanza, ma una grande avventura mistica nel mistero della santità”.


Arthur Machen
è lo pseudonimo di Arthur Llewellyn Jones. Nato in Galles nel 1863, è considerato uno dei maggiori autori di letteratura gotica di tutti i tempi. Fu ammirato da figure come Lovecraft, Arthur Conan Doyle, Oscar Wilde e H.G. Wells.

The secret Glory, opera semiautobiografica e fondamentale, esce per la prima volta in Italia per i tipi Liberamente.
   

Approfondimenti:


   Arthur Machen su Wikipedia, l'enciclopedia libera


Scheda editoriale:



Autore: Arthur Machen
Titolo: Il segreto del Graal
Collana: Lo specchio di Orfeo
Liberamente Editore
Prezzo: 12,50 euro
ISBN 9788863110227


  Leggi un estratto



La trama del libro


Iannozzi Giuseppe raccomandaDopo essere rimasto orfano, Ambrose Meyrick, adolescente di origini gallesi, viene iscritto a una scuola pubblica inglese. Qui si scontrerà con rituali a dir poco ridicoli, pericolosi e violenti, con una mentalità repressiva e tirannica, con quotidiani episodi di bullismo paradossalmente accettati, quando non incoraggiati, da preside e insegnanti. È proprio quando sembra aver raggiunto l’apice della sofferenza e della mortificazione che Ambrose, grazie alle sue origini celtiche, ha la “visione”: e scopre un mondo che promette un formidabile riscatto e meraviglie mai viste, un mondo che lo porterà alla ricerca del Santo Graal e che cambierà il suo destino. Un favoloso viaggio di scoperta, il viaggio di un adolescente baciato dalla grazia ma anche alle prese con le inquietudini dell’età, la scoperta del sesso con la giovanissima cameriera Nelly, prodigiosa espressione di freschezza e innocenza, e poi ancora storie di violenza, soprusi, abusi sessuali. Le pagine di Arthur Machen sono ricche di umorismo, di critica sociale, ma anche di bellezza visiva e momenti sognanti che trasportano il lettore in una dimensione magica per seguire Ambrose Meyrick nella sua ricerca del Graal. Miti celtici, atmosfere misteriose e paesaggi da sogno si incrociano col percorso intimo di un “eroe” davvero fuori dal comune.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 15:15 | segnalazioni, cultura, letteratura, dark, fiction, anticipazioni, editoria, autori, narrativa, rassegna stampa, comunicati stampa, horror, primo piano, in libreria, prima pagina, anteprima, goth, gotico, scrittori, ultime notizie, capolavori, casi letterari, preview, novità in libreria, last news | clicca per commentare



Gli orrori di Yuggoth, H.P. Lovecraft: a cura di Sebastiano Fusco, Barbera Editore

written by King Lear    - martedì, novembre 13, 2007







Gli orrori di Yuggoth


H.P. Lovecraft
 


Per la prima volta in italiano
i sonetti del Genio di Providence


di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Giuseppe Iannozzi raccomandaC’era un buco, un vuoto considerevole nelle biblioteche italiane: delle opere del Genio di Providence in Italia, ma anche altrove, non mancano edizioni più o meno discrete. Tuttavia, perlomeno in Italia, i sonetti di Howard Philips Lovecraft non erano mai stati tradotti.
Lovecraft è noto al grande pubblico soprattutto per la sua narrativa breve, per i racconti in particolar modo; un po’ meno per i suoi saggi critici, sconosciuto ai più per le sue poesie. Lovecraft non si è mai considerato un poeta, riteneva i suoi sonetti dei semplici pseudo-sonetti scritti per allenare la mano allo stile, alla rappresentazione dei sogni. HPL è sempre stato molto severo con sé stesso. Generoso con gli amici, fino al punto di riscrivere quasi per intero i loro racconti senza nulla chiedere in cambio, ma inflessibile verso le sue opere. Non stupisce dunque che H.P. Lovecraft sia stato dimenticato in veste di poeta per così tanto tempo, nonostante i suoi sonetti siano incantevoli, delle vere e proprie storie di orrore cosmico condensate in pochi abili versi. Parecchi sonetti contenuti nell’ottimo volume “Gli orrori di Yuggoth” a cura di Sebastiano Fusco, introduzione di Gianfranco De Turris, sono in molti casi il punto di partenza da cui Lovecraft ha poi tratto alcuni dei suoi racconti migliori. Il volume, edito da Barbera Editore nella collana Il Rosso e il Nero, è di grande pregio, soprattutto perché la traduzione dei sonetti operata da Sebastiano Fusco è a dir poco eccellente.
 
 
Il cortile
 
Scesi nella città che conoscevo;
borgo lebbroso dove folle cupe
levano canti a dèi stranieri, e il gong
risuona in cripte sulle rive oscure.
Case con occhi come pesci morti
ebbre e disanimate mi schernivano
mentre solcando il limo giunsi al varco
verso il nero cortile in cui speravo
          d’incontrare qualcuno.
 
La muraglia si chiuse, e maledissi
la mia discesa in quell’oscuro botro,
quando strane vetrate d’improvviso
s’illuminaron d’una luce folle
e ne usciron figure in strana danza:
morti che s’aggiravano furtivi,
e di mani e di testa erano privi!
 
 
Sebastiano Fusco ci restituisce in lingua italiana fortemente poetica tutta la poesia di Lovecraft.
Il lavoro di traduzione operato da Fusco ha del miracoloso, difatti i sonetti in lingua originale non sono per niente facili: il Genio di Providence, nonostante ricusasse l’etichetta di poeta, era un esteta, a volte barocco e al limite del tecnicismo, per cui la sua scrittura è particolarmente intensa, gravida di significati reconditi o sottintesi. Siamo di fronte all’opera poetica di H.P. Lovecraft che ha in sé un’altra opera, quella del curatore, che ha tradotto i trentasei sonetti in maniera impeccabile, riuscendo in un’impresa non poco difficile, riuscendo anche a migliorare lo stile poetico di Lovecraft. Ogni sonetto è corredato da preziose note di approfondimento sempre a firma di Sebastiano Fusco, note essenziali per una piena partecipazione allo spirito poetico dello scrittore di Providence. Il volume si chiude con una essenziale ma precisa cronologia lovecraftiana che inquadra perfettamente H.P. Lovecraft, sia l’uomo che l’artista. Nell’introduzione al volume “Gli orrori di Yuggoth”, Gianfranco De Turris scrive: “[…] Fortemente radicato in ciò che considerava antico e perenne, respinse l’effimera volgarità del nuovo privo di radici, e ad esso contrappose da un lato la realtà della tradizione culturale in cui viveva, dall’altro visioni di mondi diversi, intessuti di meraviglia e d’incubo, in alcuni dei quali addirittura adombrò modi di vita differenti, alternativi al suo presente, rievocando un’arcadica età dell’oro o immaginando società aliene strutturate su modelli lontani da quelli accettati dall’Occidente a lui contemporaneo.”  
 
Solo dopo la morte, Howard Phillips Lovecraft è stato riconosciuto dalla critica come scrittore, scrittore dotato di notevole intelligenza e di una smisurata fantasia paranoica-cosmica.
H.P. Lovecraft è stato un genio: ha scritto centinaia di racconti, e nei confronti di molti giovani scrittori si è dimostrato un maestro, apportando sui loro scritti correzioni e revisioni senza nulla pretendere in cambio; ha dato nuovo smalto all’horror ma è morto in solitudine.
Su H.P. Lovecraft si può dire, con tutta sicurezza, che è stato fondamentalmente un solitario, una sorta di misantropo antropologico, che troppo conosceva dell’animo umano così come dell’uomo perché potesse nutrire amore o interesse nei confronti dell’umanità e del mondo in generale. Per HPL il mondo era un nemico da combattere; e quando si rese conto che mai e poi mai avrebbe potuto riportare una vittoria su di esso, si è limitato a schifare l’umanità con gentilezza razzista.
Pur non nutrendo ambizioni di alcuna sorta, Lovecraft ha visto nell’uomo un mostro, un incidente genetico, qualcosa che non poteva nutrire in seno alcuna sorta di poesia. I suoi più accaniti e ignoranti detrattori vedono nella sua figura oggi un discepolo del razzismo nietzschiano; ad onor del vero, occorre ammettere che il Genio di Providence era un puritano tout court: ad esempio, il sesso per lui era tanto inutile da non meritare attenzione; eppure se l’argomento veniva tirato in ballo da qualche suo raro amico venuto a fargli visita, Howard non poteva fare a meno di arrossire. E poi, la confusione delle razze per HPL era un autentico abominio: il meticcio era ancora più orribile del negro puro, che se non altro, pur essendo nero di pelle, manteneva la purezza della sua razza. Non è un mistero: HPL è stato per lungo tempo un fanatico sostenitore di Hitler, anche se in seguito ha quasi rinnegato i propositi ariani del pazzoide tedesco. Ma cosa o chi ha condotto H.P. Lovecraft a diventare un razzista intellettuale? E soprattutto è stato veramente un razzista? Sono domande a cui è difficile rispondere: Howard Phillips per lungo tempo della sua vita è stato un solitario che ha guardato al mondo con assoluto disinteresse, prendendo più volte in considerazione l’idea del suicidio come ‘uscita di sicurezza’, anche se, in realtà, non ha mai tentato di suicidarsi per quanto ci è dato di sapere. Tra i 17 e i 22 anni HPL è stato come assente dal mondo: in questo periodo non ha scritto nulla, non ha fatto nulla, non ha letto alcunché, poi, ad un certo punto, si è risvegliato, per così dire, e ha trovato rifugio nella scrittura. Ha cominciato a scrivere, ma a lavoro ultimato non era mai soddisfatto: riteneva che i suoi racconti fossero piatti e privi di stile.
Il Genio di Providence visse la sua vita senza mai guadagnare un quattrino dalla scrittura: in pratica, con una parsimonia estrema, grazie ai pochi soldi lasciatigli dalla famiglia, riesce a sbarcare il lunario, un patrimonio che con estremi sacrifici gli basterà per tutta la sua breve vita. Raggiunti i trent’anni e passa, Providence è diventata parte integrante del suo subconscio: HPL sognava di fare un viaggio in Europa, ma le ristrettezze economiche non glielo permisero mai. Si innamora, o sarebbe meglio dire che viene costretto ad innamorarsi; e per qualche anno lo stesso Lovecraft ha finito col credere d’esser seriamente innamorato… un perfetto borghese, tant’è che finisce con lo sposarsi. Poteva esser la sua felicità il matrimonio, ma bastano pochi anni lontano da Providence perché Lovecraft si renda conto che non è uomo capace di reggere la parte dell’eterno marito, quindi divorzia. Negli anni in cui fu sposato le ristrettezze finanziarie si fecero sentire eccome, pondo insostenibile tanto da costringere Lovecraft a cercarsi un lavoro, un lavoro che non troverà: dovunque bussò la porta gli fu sbattuta brutalmente in faccia, tutti addussero la scusa, forse neanche poi troppo lontana dalla verità, che Howard non era tagliato per il mondo degli affari. Lovecraft (ancora innamorato) non si arrende e si dichiara ben disposto a svolgere anche la più umile delle mansioni, ma nessuno gli offre un lavoro, neanche come netturbino.
Lontano da Providence, trapiantato momentaneamente in una New York nevrotica, HPL vede il mondo strisciare subdolamente davanti a sé: ben presto si rende conto che a tutti viene offerta un’opportunità lavorativa: i meticci e persino i negri trovano un lavoro, gli atei e tutta la schiuma della società riesce là dove lui non riesce, ovvero ad avere un’occupazione seppur temporanea. HPL non prende la cosa filosoficamente: il suo puritanesimo assume ben presto le sembianze di mostro di razzismo, il suo odio nei confronti dell’umanità diventa un dolore insopportabile, diventa poesia. Una volta presa coscienza che il mondo non è in grado di accettarlo, anche il matrimonio finisce col naufragare, e Lovecraft torna a Providence pieno di cosmico rancore; ormai è ben radicata in lui l’idea che la società è composita da razze aliene geneticamente sporche e per questo non può fare a meno di odiare e il mondo e la società in toto.
L’orrore cosmico, ingrediente principe dei suoi migliori lavori, diventa il leit-motiv della sua produzione maggiore: scrive con abnegazione anche se non mancano momenti di forte scoraggiamento, o meglio di disinteresse; ad un certo punto anche il solo fatto di scrivere per suo personale piacere finisce con il diventare una sorta di ‘accessorio’ inutile. Pur non avendo mai nutrito mire artistiche per la sola fama, alla fine la sconfitta è totale: l’uomo come l’artista sono una sola entità, un fallimento, ma H.P. Lovecraft non è disposto ad accettare questa terribile, crudele verità. Sarà la morte a toglierlo dall’imbarazzo di dover ammettere che forse non è stato capace di gestire la propria vita: un cancro all’intestino stronca la sua infelice vita. In ospedale, nonostante l’enorme sofferenza, si comportò come sempre, da perfetto gentleman, e fino all’ultimo non ebbe mai una parola cattiva sulle labbra nei confronti di infermiere e medici. La sua vita finì così.
Difficile credere alla luce di ciò che H.P. Lovecraft sia stato realmente un razzista; se lo è stato, lui non ne fu umanamente consapevole, anche se è inconfutabile il fatto che, almeno artisticamente, questa consapevolezza era certezza nel suo modo d’esser artista.
 
“Gli orrori di Yuggoth” di H.P. Lovecraft, a cura di Sebastiano Fusco, introduzione di Gianfranco De Turris, sono una tappa irrinunciabile per tutti coloro che hanno amato i racconti del Genio di Providence, ma, soprattutto, sono una pagina di alta poesia, che finalmente è stata riconosciuta come tale. Il volume antologico American Poetry: The Twentieth Century, Vol. 1, uscito nel 2002 nella collana “Library of America” destinata ai classici della Letteratura statunitense, accoglie due sonetti di H.P. Lovecraft. Un riconoscimento questo che la collana “Library of America” riserva a pochissimi grandi della Letteratura. Nel 2005, sempre nella stessa serie, è stata pubblicata una raccolta con ben 25 racconti di Lovecraft, decretando così una volta per tutte che H.P. Lovecraft merita di essere nell’Olimpo della Letteratura americana.
C’è forse bisogno di sottolinearlo ulteriormente, a lettere di fuoco, che la raccolta “Gli orrori di Yuggoth” è indispensabile per comprendere Lovecraft e la Letteratura al di là delle possibile etichette che si potrebbero applicare alle opere dello scrittore di Providence?
 
Fatevi un regalo importante, di qualità e di sostanza, questo è il mio spassionato consiglio.
 
 
Sebastiano Fusco, giornalista e scrittore, da anni si occupa di H.P. Lovecraft, cercando di diffonderne l’opera in Italia. Insieme con Gianfranco de Turris, è autore della sola biografia italiana dell’autore di Providence; ha pubblicato diverse edizioni della narrativa lovecraftiana e scelte dei saggi e delle lettere. Il suo ultimo libro è un’analisi del Necronomicon come polo d’aggregazione di mitologie fantastiche.
 
 
Gli orrori di Yuggoth. - H.P. Lovecraft – a cura di Sebastiano Fusco, introduzione di Gianfranco De Turris – Barbera EditoreCollana Il Rosso e il Nero - 127 pp. - Isbn: 88-7899-192-7 – 1a Edizione - 14,00 €


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Diavoli e Fate

written by King Lear    - giovedì, ottobre 11, 2007





Quanti diavoli, quante fate!
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Scrivere storie, brevissime, m’affascina. Condensare un’esistenza intera in poche righe è Arte quasi impossibile. Mi ci sono provato per l’ennesima volta: i risultati sono enigmatici, lasciano al lettore ampio respiro d’interpretazione. Queste microstorie riunite sotto il titolo “Quanti diavoli, quante fate!”, questi lampi a ciel sereno, coinvolgono la vita, quella che è ogni giorno fotografata nei/dai nostri occhi. Sono quasi delle polaroid, ma in bianco e nero: mancano infatti i colori, ma non per questo sono scevre di significati profondi. A volte, questi sono tanto profondi che ne abbiamo paura: se sono riuscito a ritrarre la paura - e dico se -, allora il lettore sarà in grado di riconoscere un po’ se stesso.
 
g.i.
 
 


 
Fairy Dream
 
 
Oh Fata,
amami questa notte!
O mai più.
 
Fa freddo: la neve cade e il sole è spento.
E serve a niente smoccolare la candela.
E serve a niente immaginare il grano maturo.
 
Oh Fata,
sognami nella tua fiaba!
 
Oh Fata,
addormentami nella tua notte!
Questa notte sento freddo,
sento solitudine.
Addormentami,
addormentami per sempre
nel tuo abbraccio,
nel tuo silenzio.
O mai più.
 
Lo so che il tuo bosco è profondo.
Lo so che il tuo mondo è per pochi.
Ma tu guidami e saprò essere una tua creatura.
Ma tu soffiami un bacio e sarò la tua ninnananna.
 
Fa freddo, tanto freddo: non ho fantasie senza di te.
E serve a niente una farfalla e lo spillo che l’ha trafitta.
E serve a niente accendere il camino con un alito di speranza.
 
Lo so che il tuo amore è solo per gli animi innocenti.
Lo so che la tua magia è per le notte stellate.
Ma tu prendimi lo stesso con te e saprò essere vergine.
Ma tu accoglimi lo stesso nel tuo bosco e saprò accendere fantasia.
 
Oh Fata,
addormentami nel tuo bosco!
Questa notte sento che si può fare,
anche se tutto è solitudine
nel mondo che vivo.
Questa notte sento che si può fare,
anche se tutto è un vano sognare.
Così addormentami nel tuo bosco
e sarò una tua creatura al tuo comando.
 
Oh Fata,
regalami questa notte!
O mai più.
 
Oh Fata,
stregami questa notte!
O mai più.
 
Oh Fata! Oh Fata! Oh Fata!
Dammi un sogno più grande
della mia presunzione.
 
 
 
 
 
L’editor
 
 
‘Sapeste voi che noia! Son tutti presi a scrivere versi o a tentare il ghigno d’una scimmia. Ed io, io che dovrei fare? Li lascio fare, ma che non venghino a scocciarmi poi con le loro assurde pretese d’esser pubblicati e d’aver pure il serto.’ Così pensava un vecchio editor sommerso da un mare di dattiloscritti ch’aveva letto sì, ma mai per intero. Mai. Suo brutto vizio era quello di leggere nome e cognome dell’Autore, poi il lavoro finiva, nel migliore dei casi, in mezzo alle ragnatele del suo bureau. Qualche volta gl’arrivava una lettera in bella calligrafia scritta su carta pergamenata: allora l’apriva, la leggeva con attenzione, guardava il plico allegato e si diceva che “sì”, quello era libro che non aveva bisogno d’esser letto per esser subito pubblicato, ovviamente non prima d’aver incontrato l’Autore e d’essersi fatto idea precisa se questi poteva tornargli utile per allargare il giro delle sue conoscenze. Solitamente gl’andava bene, perché chi gl’inviava lettera pergamenata era uno coi danè disposto ad allargarsi in un abbraccio.  
 
 
 
 
 
Due in uno, divisi
 
 
“Quand’è che hai smesso d’amarmi?”
Lui si grattò la punta del naso con l’indice della mano destra. Non aveva voglia di rispondere. Ma lei continuava a ripetergli quella domanda, ogni santo giorno che stavano insieme, quando lui avrebbe solo voluto starsene in pace nel suo mutismo.
Alla fine, stremato, quel giorno, dopo che lei gl’aveva ripetuto la domanda per la centesima volta, si decise a risponderle ma profondamente seccato: “Probabilmente da quando hai iniziato a pormi ‘sta domanda. E da quando ho iniziato a non rispondere. Sei soddisfatta, ora?”
Lei gli sorrise, allegra quasi: “In pratica non m’hai mai amata.”
Lui si strinse nelle spalle. Ma muto. E lei aggiunse: “Sì, sono soddisfatta. Non ce la facevo proprio più a chiederti ‘quando’ da un’eternità, anche per te!”
 
 
 
 
 
La sposa
 
 
Ieri ho ricevuto da un amico una lettera: racconta di sé, le solite cose che già so. In ultimo mi scrive che presto si sposerà. Ho guardato mia moglie e le ho riferito la notizia. Lei non ha fatto una piega: ha sempre odiato i miei amici, soprattutto quelli che non è riuscita a portarsi a letto. Amico, che Dio ti benedica!
 
 
 
 
 
Vino
 
 
“Passami il vino!”
Lei lo guardò in tralice: “Hai bevuto abbastanza.”
“Ti sbagli. Devo essere ben ubriaco per sopportare la tua castità a letto, ogni maledetta notte.”
Lei allora gli passò la bottiglia di vino. “Ecco, brava! Così almeno non divorziamo.”
Si riempì l’ennesimo bicchiere, un prosit levato alto davanti al volto smunto e bianco della moglie; e poi giù nel gargarozzo, d’un sol fiato.
 
 
 
 
 
Odor di vita
 
 
Pensava di farla finita: sarebbe stato facile gettarsi da un cavalcavia o annegarsi in un fiume. Ma non ce la faceva proprio: odiava l’idea del suo cadavere a marcire sottoterra. Amava ancora troppo la putrefazione della vita, quella di tutti i giorni.
 
 
 
 
 
Sfortuna
 
 
La zingara che gl’aveva letto la mano non era stata né affabile né positiva: “Per te, nessuna fortuna.” L’uomo adesso si guardava la mano: stringeva un guanto bianco, e si domandava dove fosse lei, la sua amata. L’immaginava a gambe aperte, a ridere e ad orgasmare insieme a qualche sconosciuto. Faceva bene, lei: la vita, se la godeva. Mica come lui! Lasciò cadere a terra il guanto: avrebbe trovato un postribolo e un cuore dove riposare la mano.
 
Quel giorno non ci fu alcun duello: solo un morto d’infarto sul corpo d’una pollastrella pagata per una notte di bianca sfortuna.
 
Fu sepolto insieme a decine di paia di bianchi guanti. Ma la vedova vestiva in nero un’allegria di vergini mutandine.
 
 
 
 
 
La cicatrice
 
 
Il chirurgo gl’aveva assicurato che l’operazione era andata bene. Ma lui, il paziente, non si sentiva affatto bene. Odiava la cicatrice. La odiò fino a morirne.
 
 
 
 
 
Le scale
 
 
Non aveva mai potuto soffrire il senso di claustrofobia che l’ascensore gli dava, ma abitava al tredicesimo piano, e l’idea di farsi le scale a piedi non gli sfiorava neanche il cervello. Un giorno, tornando a casa dal lavoro, trovò l’ascensore guasto: a malincuore si fece la rampa di scale. Per molti giorni l’ascensore non funzionò e il poveruomo fu costretto a servirsi delle scale. Era un vecchio condominio, e l’amministratore era uno che se ne sbatteva dei problemi dei condomini: dubitava seriamente che l’ascensore venisse riparato. S’era rassegnato. Ma un giorno, il cartello, che diceva “Guasto!”, fu rimosso: felice, l’uomo s’ingabbiò nell’ascensore, pigiò il pulsante e il meccanismo infernale di pulegge e catene cominciò a  funzionare. Ad un certo punto s’inceppò: l’uomo imprecò, urlò a squarciagola, ma non c’era nessuno che lo sentisse o che volesse accogliere le sue grida. Aveva pensato che quelle maledette scale, un giorno o l’altro, gl’avrebbero provocato un infarto; ma adesso aveva una fottuta paura di farsi prendere un coccolone perché prigioniero.
 
 
 
 
 
Bandiera
 
 
“Ho detto, nessuna bandiera!”
“Perché? Vorresti forse dire che il tuo lamento non è forse una bandiera?”
“Che intendi dire?”
“Ah, niente! Solo che sei troppo facile a bruciare bandiere, tranne poi lamentarti con gli altri di te stesso, sempre sbandierando animo focoso.”
 
 
 
 
 
Tacchi a spillo
 
 
Lei se ne andò scalza, in punta di piedi, in un giorno di primavera. L’amante neanche se ne accorse. Era ancora addormentato a sognare un’altra primavera, qualcuno che lo svegliasse col passo penetrante dei suoi tacchi a spillo.
 
 
 
 
 
Profondità in birreria
 
 
“Hai poi trovato la tua profondità?”
Quello lo guardò stralunato. Non c’era davvero bisogno che gli porgesse altre domande per sapere: l’amico s’era perso in sé stesso. Lui, invece, continuò, in silenzio, a centellinare la sua fresca birra, gettando maliziose occhiate alle belle chellerine che passavano di tavolo in tavolo a prendere le ordinazioni.

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L’Avvocato del Diavolo: pensieri e osservazioni impopolari

written by King Lear    - mercoledì, ottobre 03, 2007






L’Avvocato del Diavolo


Pensieri e osservazioni impopolari
 
 


di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 

Joseph Ratzinger: un povero cristo o un povero diavolo?
 
 
Il più tedesco dei Papi che la storia ricordi, Joseph Ratzinger Benedetto XVI ha parlato, un pigolio: “Seguo con grande trepidazione gli eventi. Mentre assicuro la mia solidale ed intensa preghiera e invito la Chiesa intera a fare altrettanto, auspico vivamente che venga trovata una soluzione pacifica, per il bene del Paese.”
Quel diavolo d’un Papa, dopo giorni e giorni di rastrellamenti a tappeto contro i monaci birmani, nell’Angelus dell’ultima domenica ha finalmente urlato il suo pigolio, che sicuramente i dittatori-macellai avranno udito, mettendosi in ginocchio tremando e pregando per il perdono.
 
Benedetto XVI ha pigolato, l’ultimo pensiero dell’Angelus è stato per la Birmania.
 
Accidenti che gran Papa, che grande tedesco pieno d’amore per tutti!
Sicuramente non poteva dire di più. Sicuramente ha questioni più urgenti, tipo cercare di capire perché le suore in convento se le danno di santa ragione. Come, come biasimarlo! E’ un povero diavolo anche lui. Chiedo venia, un povero cristo intendevo dire.
 
Questo povero cristo di Ratzinger è però un incapace a trecentosessanta gradi, non sa fare né le pentole né i coperchi. Tuttavia ci si domanda: perché ogni volta che apre il becco, il suo inutile cattolicissimo e tedesco pigolio riesce a causare solo e solo danni?
 
Per i monaci birmani ha avuto parole talmente tiepide che non conforterebbero nemmeno una zanzara. Però per/contro il mondo islamico ha usato parole così forti che c’è mancato poco che l’Islam non dichiarasse guerra all’Italia. “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo - aveva detto un imperatore bizantino, citato da Ratzinger - e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane...”. A soccorrere Ratzinger interviene Dominique Mamberti, ministro degli Esteri della Santa Sede, dichiarando che “il dialogo con le grandi civiltà è uno dei grandi temi all’ordine del giorno. E’ una priorità che richiederà molta attenzione e impegno da parte mia.” Parole che forse sono servite a stemperare un po’ gli animi, perché tutto il mondo musulmano, a causa delle parole del tedesco Ratzinger, si era non poco inalberato.
 
Pakistan. Il Parlamento chiede a Benedetto XVI di ritirare le sue dichiarazioni. Il ministro degli Esteri denuncia “l’ignoranza” del pontefice sulla religione musulmana, definendo “deprecabili” le sue parole.
 
India. La Commissione nazionale per le minoranze si è così espressa: “Un appello alle Crociate del Medioevo. Le parole utilizzate dal Papa risuonano come quelle dei suoi predecessori del Medioevo che hanno scatenato le Crociate.” Lo afferma Hamid Ansari, presidente della Commissione.
 
Iraq. Il Consiglio degli Ulema, massima autorità sunnita del paese, definisce le parole del Papa “un precedente pericoloso davanti al quale non si può tacere.” Il Consiglio degli Ulema invita il Vaticano “a ritirare queste affermazioni irresponsabili. Come può credere il Papa che la sua critica all’Islam sia giusta mentre la terra dei musulmani è occupata dagli americani?”
 
Egitto. Il ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit: “Se vere, infiammano gli appelli a uno scontro di civiltà e minano gli sforzi per riavvicinare Occidente e Oriente.”
 
Palestina. Il premier uscente, Ismail Haniyeh (Hamas), condanna l’intervento del Papa.
“Questa è un’altra crociata contro il mondo arabo e musulmano”, spiega un dirigente di Hamas, Ismail Radwan, parlando a circa 5000 manifestanti che urlano slogan e sbandierano cartelli di protesta a Gaza City.
 
Turchia. Il partito islamico moderato Giustizia e sviluppo (Akp) del premier Recep Tayyp Erdogan critica le parole del Papa. “L’autore di queste frasi infelici e arroganti passerà alla storia ma nella stessa categoria di Hitler e Mussolini. Sembra che sia rimasto all’oscurantismo del Medio Evo.”: ad affermarlo è il deputato dell’Akp Salih Kapusuz.
 
Algeria. L’associazione degli Ulema musulmani algerini, per mezzo di un comunicato diffuso ad Algeri, denuncia: “Siamo rimasti scioccati dalle dichiarazioni di Papa Benedetto XVI che lascia intendere l’esistenza di relazioni tra l’Islam, la violenza e l’assenza di ricorso alla ragione.” L’associazione esorta i paesi musulmani a “ritirare i loro ambasciatori dalla Città del Vaticano se non saranno presentate scuse ufficiali dal Vaticano, che si è accontentato di una semplice precisazione facendo credere ai musulmani che sono mal interpretate le dichiarazioni del Papa.”
 
Povero cristo o povero diavolo che sia, il problema rimane uguale nei secoli dei secoli: morto un Papa se ne fa sempre un altro.
 
 
 
 
 
No smoking
 
 
Ero un fumatore.
Ero un egoista allora.
Fumavo dovunque, non me ne fregava di chi mi stava accanto, semplicemente non ci pensavo. Pensavo solamente che avessi il diritto di fumarmi la mia sigaretta.
Mi sono scottato più volte le dita: la sigaretta in mano, e intanto facevo qualcos’altro, computer, cellulare, macchina, ecc. ecc. Oppure tenevo la sigaretta in bocca fino a fumarmi il filtro quasi. E nell’intanto facevo altre cose.
Ero proprio un fumatore.
 
Oggi lo sappiamo che il fumo fa male.
Un fumatore lo sa che può andare incontro a dei seri rischi.
Ho detto di alla legge antifumo.
 
Ma prima di dire ero già un ex fumatore.
 
C’è un solo modo per smettere, prendere il pacchetto e lanciarlo fuori dalla finestra.
Inutile raccontarsi storie. E la forza di volontà di non dipendere più dalla nicotina.
E magari farsi un giro in ospedale: vedere quanti operati di tumore ai polmoni, alla gola. Quanti con problemi cardiaci, quanti con ictus ridotti a vegetali su sedie a rotelle. Quanti finiti dritti all’obitorio.
Bisognerebbe che tutti i fumatori se lo facessero un tour così, come me lo sono fatto io: non per mettersi la fifa nelle mutande e in bocca, ma per rendersi conto coi propri occhi di che cosa è capace di fare il fumo alla vita, al corpo che abbiamo. E che se non è divino, sicuro che è uno e non ce n'è uno di ricambio.
Rendersi conto che il fumo uccide quanto una guerra, forse molto di più.
Il fumo passivo è ancora peggio.
 
Fumare in macchina crea incidenti?
Penso di sì.
Accendere la sigaretta è una distrazione. Fumare è un’altra distrazione che influisce, seppur debolmente, sulle capacità psicofisiche del guidatore. C’è poi da tener conto che quell’auto che è tua magari proprio tu la userai per dare un passaggio a un amico. E se è asmatico e neanche lui lo sa? La macchina è purtroppo un ambiente in cui ci si vive. Ma al di là di tutte queste osservazioni, penso che i fumatori abbiano il diritto di fumare, di ammazzarsi anche a forza di sigarette: basta andare in strada. Non è ghettizzare. Solo buon senso: prevenire è la miglior cura. Ma meglio ancora è non creare potenziali situazioni che potrebbero incidere negativamente sulla salute altrui.
 
Le strade sono libere, sono tante, basta che il fumatore scenda in strada. Ci si può ammazzare con sigarette, canne, LSD, ecc. ecc. Sinceramente non m’interessa: quando uno è consapevole di immettere sostanze nocive nel suo corpo, quando è in un luogo dove non può nuocere ad alcuno, neanche con il fastidio della propria presenza, per me può fare proprio tutto. Cinicamente, può anche tagliarsi le vene e lasciar scivolare via i suoi 5 litri di sangue dentro a un tombino. Se è consapevole di volere questo e nient’altro, dov’è il problema? Io non lo vedo.
 
Ha parlato un ex fumatore. Uno che si fumava 10 sigarette al giorno. E un pacchetto anche, se su di giri.
 
 
 
 
 
Stephen King: morto dieci anni or sono
Ma la notizia arriva solo oggi
 
 
“Blaze”, romanzo scritto nel 1973 da uno Stephen King ancora non famoso. L’ha scovato. L’ha ritrovato. Stephen pensava che il dattiloscritto fosse andato perduto. E invece, con un po’ di sano impegno l’ha ripescato: avrà raschiato il fondo del barile?
In ogni modo, l’ha rivisto e corretto, l’ha pubblicato.
 
Spero solo non sia una commercialata, una delle solite a cui Stephen King ci ha abituati nell’ultimo decennio. Mi devo ancora riprendere da quella schifezza di “Colorado Kid”, e poi “Cell”... troppe schifezze fatte passare per opere geniali. Per capolavori, la solita vecchia smania degli urlatori, di chi trova in ogni pagina motivo di capolavorismo.
 
Negli ultimi anni King ha dato sicuramente il peggio di sé, almeno a mio avviso. Lontanissimo lo Stephen King di “Shining”, di “Uscita per l'inferno”, di “It”, de “Gli occhi del drago” (romanzo fantasy-horror molto sottovalutato e che invece a mio avviso uno dei migliori di Stephen)... Belli alcuni racconti in “Tutto è fatidico”, insopportabile invece il minimalismo grammaticale esposto in “On Writing” (sicuramente il modo migliore per imparare a scrivere come uno zombie), simpatico “Cuori in Atlantide”, inutilissimo “Buick 8”...
 
Insomma, Stephen King, letterariamente parlando, è morto all’inizio degli anni Novanta.
Ma la notizia della sua prematura scomparsa arriva solo oggi.
Si fatica a crederci. Eppure bisognerebbe accettare il genuino orrore della realtà oltre a quello creato per dar corpo alla finzione letteraria.
 
 
 
 
 
Monogamia?
 
 
La rabbia, credo che solo in pochi la sappiano domare. Quando la rabbia è passionale, peggio ancora, impossibile rattenerla: quanti omicidi passionali, davvero non so di dire. Eppure una cosa l’ho imparata: l’amore di coppia non è per sempre. Oggi che sono più maturo rispetto a ieri, mi fanno sorridere quelle persone che si promettono amore eterno ma dopo due anni o meno sono già divorziate o peggio. L’amore di coppia non è nella natura umana, semplicemente questo: dura quel che dura, tra i 4 e i 7 anni al massimo. Poi subentra l’affetto o l’odio. Se subentra l’affetto, molte coppie non si accontentano e si dividono; se invece subentra l’odio, be’, tutto diventa molto più complicato, e in alcuni casi drammatico. La specie umana non è monogama: solo un 4% su 6 miliardi di persone al mondo è portato alla monogamia e quindi ad amare una sola persona per tutta la vita, una volta che l’ha riconosciuta come l’anima gemella.
 
 
 
 
 
Finché c’è vanità!
 
 
Alcune suore se le suonano di santa ragione, botte da orbi. Suore di clausura, per giunta.
C’è di che ridere a crepapelle. Non per il Vaticano. Il 30 agosto 2007, con un avviso pubblico il vescovo di Trani ha decretato la chiusura del monastero di S. Chiara. Nessuno ne conosce il motivo, non quello reale e preciso. Il 27 settembre una nota del cancelliere arcivescovile porta un po’ di luce: “Un difficile rapporto fra le suore che fanno vita comunitaria… Si è verificata la rottura della comunione ecclesiale venutasi a creare dopo ripetuti atti di insubordinazione da parte della badessa nei confronti dell'arcivescovo…” La madre superiora, dura come una pietra, con il carattere di chi pensa d’essere senza peccato e quindi meritevole di scagliare pietre, decide di non lasciare l’edificio e di scrivere al grande crucco, cioè a Benedetto XVI.
Perché delle suore se le danno di santa ragione?
Il violento litigio tra le suore sarebbe scoppiato in seno alla casa di Dio per la successione di una delle sorelle decedute, un litigio conclusosi con la madre superiore in ospedale dopo botte e spintoni.
Nessuno conferma.
Qual era il peccato preferito di Satana, di John Milton, in “L’avvocato del Diavolo” (The Devil’s Advocate) con Al Pacino, per la regia Taylor Hackford? “Vanità, decisamente il mio peccato preferito.”
 
“Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio: a Dio piace guardare! E’ un guardone giocherellone! Riflettici un po’: lui dà all’uomo gli istinti, ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo, cosmico, spot pubblicitario del film, fissa le regole in contraddizione! Una stronzata universale! Guarda, ma non toccare... tocca, ma non gustare... gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista, un gran sadico! E’ un padrone assenteista! Ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? NO MAI!”
 
“Il prossimo millennio è qui dietro l’angolo Kevin, Eddie Barzoon guardatelo bene, perché è lui l’uomo immagine del prossimo millennio. Non è un mistero da dove arrivi la gente come lui, è gente che affina l’avidità umana al punto che riesce a spaccare un atomo tanto acuto è il desiderio; si costruiscono un ego grande come una cattedrale e collegano a fibre ottiche il mondo con ogni impulso dell’ego. Lubrificano anche i sogni più ottusi con fantasie a base di oro e di dollari finché ogni essere umano diviene un aspirante imperatore, il suo proprio Dio! E a questo punto dove si va?! E mentre noi ci arrabattiamo da un affare all’altro, chi è che tiene d’occhio il pianeta? L’aria si inquina, l’acqua imputridisce, perfino il miele delle api ha il gusto metallico della radioattività e tutto si deteriora sempre più in fretta. Non c’è modo di riflettere né di prepararsi. Si comprano futuri si vendono futuri dove non c’è nessun futuro. Siamo su un treno impazzito figliolo! Abbiamo miliardi di Eddie Barzoon che corrono a passo di jogging verso il futuro, tutti quanti si preparano a ficcare un dito in culo all’ex pianeta di Dio e poi se lo leccano e si mettono a digitare sulle loro immacolate tastiere cibernetiche per calcolare le stramaledette ore da fatturare e finalmente prendono coscienza; il biglietto te lo devi pagare da solo. Il gioco è cominciato, è tardi per ritirarsi adesso, ormai hai la pancia troppo piena...Un uccello malandato! Gli occhi iniettati di sangue e urli per chiedere aiuto, indovina un po’? Non c’è nessuno in giro! Sei tutto solo Eddie, sei un figlioletto rigetto di Dio. Forse è vero, forse Dio ha lanciato i dadi una volta di troppo e cosi ci ha fregati tutti.”
 
“Il senso di colpa, è come un sacco pieno di mattoni. Non devi fare altro che scaricarlo.”
 
A parlare è John Milton, il Diavolo, e parla per mezzo di un grandissimo attore, Al Pacino. Al Pacino ha recitato magnificamente il suo ruolo, la sceneggiatura del film la sapeva a memoria, tutte le battute scritte per lui da Jonathan Lemkin e Tony Gilroy.
 
La vanità.
Già.
E’ anche il peccato preferito del sottoscritto. E’ un orgasmo scoprirlo nel prossimo, nel tizio che ti sta accanto sul tram puzzolente di sudore: occhietti porcini, ascelle vistosamente sudate e olezzanti, mentre si sforza di sembrare naturale reggendosi con una mano soltanto e l’altra impegnata con il telefonino per una conversazione senza scatto alla risposta in favore d’un povero cristo stressato, probabilmente con il colesterolo a puttane, più di là che di qua. Sorride il coglione. La vanità!!! Crede d’essere bello, importante, ma prima di tutto crede d’essere un santo.
 
“Vanità, decisamente il mio peccato preferito.”
 
Aggiungo io: “Ci sarà sempre libero arbitrio per il genere umano sin tanto che vivrà della sua immensa vanità.”








    

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Babsi Jones …e dài notizie ai turbati.

written by King Lear    - sabato, settembre 15, 2007







Intervista apocrifa a



Babsi Jones



…e dài notizie ai turbati.
 


 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
I: Babsi Jones, come si sente adesso che finalmente ha pubblicato il suo libro “Sappiano le mie parole di sangue”?
 
B:Non lo so, non è un sentimento che si possa dire stando in piedi, di primo mattino, appena alzata. Sono confusa. Confusa e felice.
 
I: Intende dire che i giorni neri di dolore sono oramai roba vecchia?
 
B: E’ una domanda difficile. Non ho preso ancora il caffè, poi sono sotto stress, dovrei fare un servizio fotografico per la versione italiana di Rolling Stones, ma la redazione non mi ha ancora chiamata. Insomma mi sento un brivido luciferino dentro.
 
I: “Dammi tre parole: sole, cuore e amore/ dammi un bacio che no fa parlare/ è l’amore che ti vuole/ prendere o lasciare/ stavolta non farlo scappare/ Sono le istruzioni per muovere le mani/ non siamo mai così vicini…” Se la ricorda? La cantava qualche anno fa Valeria Rossi. Al tempo ebbe molto successo.
 
B: Sì. (timidamente) E’ una bella canzoncina.
 
I: Lo sa che Valeria Rossi dopo “Dammi tre parole” è scivolata pian pianino ma inesorabilmente nell’oblio?
 
B: Mi sento devastata, come Pina, la moglie del ragionier Fantozzi. Sono sempre stata con Pina, ho tifato per lei, perché l’aprisse in due come una mela. Ma quel diavolo d’un ragioniere non è mai riuscito a vedere la bellezza interiore di Pina e lei poverina si è consumata anno dopo anno. Valeria Rossi è bella, anche oggi che non fa più successo con le canzoni. Ha la bellezza. Ma se a me mi togliete le mie parole di sangue, che mi rimane, me lo dica lei, che mi rimane?
 
I: Niente.
 
B: Sono devastata. Mi ci vogliono 40 gocce di Valium. Ho i nervi a fior di pelle.
 
I: Non volevo turbarla, non era mia intenzione, mi creda. Comunque le gocce le prenda, le faranno sicuramente bene. A volte capita anche a me, soprattutto al mattino… D’accordo, non sto dicendo la verità: non mi capita, mai capitato, non ho la più pallida idea di che significhi buttare giù 40 gocce di Valium, però se lo psichiatra gliel’ha prescritte avrà avuto i suoi buoni motivi, o no?!

B: E’ quello che penso anch’io, perciò le prendo, ci sono abituata, un po’ d’acqua, contare fino a quaranta, buttare giù e il gioco è fatto. Ah! Va già meglio, lo sento…
 
I: Bene. Allora possiamo continuare… Ha sentito del ritorno sulle scene di Britney Spears? Pare sia ingrassata. Ha provato a cantare agli MTV Awards, ma anche con il playback le ha detto male: non riusciva a stare dietro ai ballerini, si muoveva come chi abbia un palo ficcato sul per il culo. Un autentico disastro. Per lei sono lontani, e irripetibili, i giorni del successo, di quando non ancora maggiorenne cantava “Baby, one more time!” Adesso è una venticinquenne che tende alle pinguedine, devastata nel corpo e nella mente, madre di due figli, e divorziata. E’ una persona finita.
 
B: Sì, ho sentito. E allora?
 
I: Lei crede di riuscire a stare sul palcoscenico letterario per lungo tempo? Mi spiego meglio: non ha la sensazione di essere destinata ad essere una meteora?
 
B: Stronzo.
 
I: D’accordo, ma non ha risposto alla mia domanda.
 
B: Ho molti amici importanti e tutti mi amano. Io denuncio tutti, uno a uno, non salvo nessuno. Faccio una strage. Una strage senza precedenti, perché io ce li ho gli amici importanti col pelo sulle spalle e sulle braccia, sul petto, lungo le gambe… sulle mani e sui piedi pure. 
 
I: Delle scimmie praticamente…. (tossendo) Sì. (tossendo ancora) Si vocifera che lei sia la cocca di alcuni giallisti e thrilleristi. Se ha pubblicato, lo deve a loro. Ma anche Britney Spears aveva tanti amici, ed ecco la fine che ha fatto, una fine ben peggiore di quella di Whitney Houston.
 
B: Non mi racconti più queste cose. Non le voglio sentire, ecco.
 
I: Quindi lei è convinta di riuscire a ingraziarsi critica e pubblico, con o senza “with a little help from my friends”? Preferisce Joe Cocker o i Beatles?
 
B: Joe Cocker.
 
I: Per via dei suoi problemi con l’alcool?
 
B: Vada a prenderselo in quel posto.
 
I: Lo faccio tutti i giorni e mi piace pure. O lei è una di quelle che se vede due che si baciano davanti al Colosseo parte in quarta e va a denunciare due innamorati per atti osceni in luogo pubblico?
 
B: Io sarò la nuova Virginia Woolf. Lei ci sta provando a smontarmi, ma non ci riuscirà. Dove diavolo avrò messo mai le mie gocce di Tavor… dove… dove… non vorrei averle lasciate in giro per casa, non si sa mai chi entra ed esce, poi magari qualcuno le prende… Che gran casino!!! Avrei proprio bisogno di un aiutino.
 
I: Se riuscisse a dimenticare le sue benzodiazepine per un momento, forse potremmo continuare la nostra chiacchierata.
 
B: Oh, Xanax! Andrà bene lo stesso.
 
I: Sì, lo penso anch’io. Quand’è comoda, si ricordi che io sono qui…
 
B: Ha trovato il biglietto?

I: Che biglietto?
 
B: Esploso…
 
I: Anche lei è stata presa di mira da Al Qaeda? Mi par strano davvero. E per che cosa poi?

B: E’ il titolo d’un romanzo di W.S. Burroughs, “Il biglietto che è esploso”, ignorante patentato. Non trovo più la mia copia.
 
I: Adesso, lo deve trovare proprio adesso ‘sto libro?
 
B: Forse no. Stavamo dicendo?
 
I: “Dicono le mie parole di sangue”, l’ha scritto lei: crede di scalare le classifiche?
 
B: Con o senza ascensore per l’inferno?
 
I: Questo suo parlare figurato, non glielo nascondo, mi confonde.
 
B: E’ che lei non ha la stoffa dello scrittore E/O dello scrivente. A me mi fotografano per il Rolling Stones invece. Capisce da sé che lei non vale, lei non è altro che una pezza da piedi, non è che una stupida foglia di fico.
 
I: Quel “E/O” è davvero il nocciolo del discorso. Proprio brava. Ci fosse un pubblico, lo inviterei a farle un applauso.
 
B: E’ che io sono Babsi. Babsi Jones modestamente, e ne approfitto per ringraziare Giuseppe Genna, che ha fatto davvero di tutto per farmi emergere.
 
I: Ho sentito dire che è attualmente impegnato a riportare in superficie il Titanic. Lei, che gli è molto vicina, conferma?
 
B: Porco mondo, mi sono spezzata un’unghia!
 
I: Faccia un po’ vedere? Eh già, proprio spezzata. Un peccato perché le altre nove sono tutte belle lunghe e ben smaltate, rosse.
 
B: Come Fausto Bertinotti.
 
I: Ha ragione, arrossisce in maniera spettacolare quando - oramai sempre più di rado - la vergogna gli promette un bel coccolone.
 
B: La mia povera unghia… porco mondo che c’ho sotto i piedi… come faccio a fare le foto adesso, come? Questa è proprio brutta, più che avere la scimmia sulle spalle.
 
I: Nasconda la mano.
 
B: Come?
 
I: Sì, la nasconda. Che so? La porti dietro la schiena, come se si grattasse il culo.
 
B: Uhm!!!
 
I: Nessuno penserà che ha un’unghia spezzata. Penseranno a tante ipotesi, problemi emorroidali inclusi, ma nessuno si sognerà d’accusarla di avere solo nove unghie a posto.
 
B: Questo è vero. Ogni tanto anche le merde come lei servono a qualche cosa. La citerò nei ringraziamenti del mio prossimo libro.
 
I: Non si disturbi. Veramente.
 
B: Meglio così, così ringrazio chi diavolo pare e piace a me. E’ così bello non avere debiti con nessuno, sapere che ce l’ho fatta con le mie sole forze, per la mia grande capacità scrittoria.
 
I: Si può dire che il suo è un vergare senza mettere mai la mano in fallo?
 
B: Se lo dice lei.
 
I: No, io non dico proprio nulla. Le ho semplicemente posto una domanda.
 
B: (confusa) Allora sì, diciamo che sì, si può dire come ha detto lei. Non c’è bisogno che ripeta le parole esatte, vero? Non mi deve guardare male, è che ultimamente mi parlano, però poi non ricordo.
 
I: Ah! Non si preoccupi, io non la giudico.
 
B: Tanto, anche se fa il carino, lei non potrà mai assurgere al ruolo di scrittore E/O scrivente.
 
I: A me fa impazzire quel E/O. Capisco perché si sono ammazzati per farla emergere. Geniale, semplicemente geniale.
 
B: L’ho scritto con il mio sangue. Mica uno si improvvisa in siffatti sperimentalismi linguistici. Ci vuole una preparazione della madonna, bisogna avere il pelo sullo stomaco.
 
I: Una ceretta?

B: Che?

I: Una ceretta. Sì, è un po’ dolorosa, ma poi il pelo sullo stomaco le assicuro che sparisce, perlomeno per un po’, poi le toccherà un’altra ceretta. (ridendosela sotto i baffi) Ma per la bellezza una donna come lei credo sia ben pronta a soffrire.
 
B: Certo, ha ragione. Calda?
 
I: Calda, molto calda, altrimenti è come non farla.
 
B: Ha ragione.
 
I: Posso farle una domanda leggermente indiscreta?

B: (finge di pensare) Per questa volta…
 
I: Perché non si è data all’uncinetto?
 
B: Per via delle unghie. Ci ho provato, ma, porca la madonna, mi si spezzavano sempre, così alla fine seppur a malincuore sono stata costretta a mollare i ferri del mestiere e a prendere la penna.
 
I: Lei non scrive con la penna. Usa una banale tastiera, quella di un personal computer. Lei non conosce i calli che uno si faceva battendo i tasti di una Olivetti 35. Lei usa una tastiera ergonomica, basta che sfiori un tasto per avere la lettera a schermo, comoda la vita!
 
B: Si fotta.
 
I: Con piacere tutto mio. Ma passiamo ad altro. Lei ha un blog i cui commenti sono chiusi. Che senso ha tenere su un blog con i commenti chiusi, di che ha paura? del confronto?

B: Sono cazzi miei.
 
I: Ho capito, lei ha paura del confronto, in pratica è una di quelle. Ma non si creda, non ce l’ha solo lei, quindi inutile che se la tiri tanto, tanto più che oramai è vicina ai fatidici QUARANTA, il che significa un bel kappaò per una donna. A QUARANTA anni la vita finisce, non inizia. Fosse stata un maschio sarebbe stata tutta un’altra storia, ma è nata femmina, quindi si può chiamare fuori, è già knock–out, spacciata, finita e stracciata. Anche nel caso il suo libro abbia un effimero successo, dopo ci sarà sol più il deserto, quello pianificato dalla nostra società maschilista. Lei lo potrà combattere quanto vuole mostrando tette e culo, però non servirà, perché lo sa anche lei che a QUARANTA anni una donna è più morta d’un fantasma con il lenzuolo, insomma non vale più niente per il mercato della carta stampata. E’ per questo che ha chiuso i commenti, è per questo che non dà a nessuno la possibilità di commentare sul suo blog, perché ha paura, ha una fifa che fa novanta.
 
B: (nervosa) Come c’è arrivato a tutto questo? Chi gliel’ha detto?

I: Un uccellino.
 
B: Maledetti passeri. Cagano e svolazzano, cagano e svolazzano, e cinguettano e cinguettano e cinguettano cagando e svolazzando: fosse per me li farei fuori tutti, altro che le molliche di pane bagnato. Li farei fuori insieme a tutti quei vecchi rincoglioniti che passano le loro giornate sulle panchine nei giardini pubblici, quasi quella fosse vita. Maledetti passeri, maledetti, maledetti, maledetti…
 
I: Allora è vero che lei è una ammazzapasseri!
 
B: Se solo avessi il tempo di scollarmi di dosso tutte le etichette che mi trovo appiccicate sulla penne e che non mi appartengono!
 
I: Ma se lei spara ai passeri, che pretende?
 
B: Un po’ di tempo per me.
 
I: Vuole forse suggerire l’idea che sino ad ora non ha vissuto?
 
B: Ho bisogno di riposo.
 
I: Forse ha solo bisogno di abbandonare penna & calamaio, cioè la tastiera nel suo caso. Alla lunga produce dipendenza, come il Valium.
 
B: E/O ci fa lo stupido?
 
I: Questo è un colpo di classe, non posso che incassare. Ha paura di Federico Moccia?
 
B: Io lo amo, se lo potessi gli metterei il lucchetto, come ai Wu Ming e a Giuseppe Genna. Un bel lucchetto.
 
I: Credo di non aver capito.
 
B: Perché lei non ha la mente di uno scrittore.
 
I: In compenso ho trovato la sua unghia spezzata di scrittrice.
 
B: Dove?

I: Sotto i piedi. Calpestata. Mi spiace, il destino sa essere molto crudele. Piuttosto mi dica perché veste come una vedova inconsolabile? Io quando la vedo, per mia fortuna di rado, mi tocco le palle. Lei porta sfiga, lo dica chiaramente, non abbia paura a dire la verità.
 
B: E’ lei che è un povero sfigato E/O uno stupido.
 
I: Stupido è chi lo stupido lo fa. Forrest Gump insegna.
 
B: Si fotta.
 
I: Non ho problemi a farmi fottere. Tra le tante chiacchiere che circolano c’è quella che lei crede agli extraterresti oltre che ai comunisti: che mi può dire a riguardo?
 
B: Le racconto di un alieno, di come gli ho aperto la pancia e il cranio, di come gli ho fatto l’autopsia. Va bene?
 
I: Benissimo.
 
B: Dovrebbero raccontare qualcosa di me, Dottor No: perciò li ho ritratti con la Nikon che mi hai regalato. A questo sono ridotta: a far parlare in mia vece fenditure, fessure, cemento, crepe, calce e calcina, e mattoni spolpati. Qualche particella di ferro già divorata dalla ruggine. Il cerusico, che segua intrepidamente l’azione di catalogazione o si inventi imponenti panzane da trincea seduto a sorseggiare una birra nella hall di un obitorio predisposto ad accogliere la stampa a centinaia di metri dal Pronto Soccorso, dalla sua ha un vantaggio: dita sciolte e un minimo di cognizione geopolitica, se compare una anomalia che regge, la dà in pasto all’opinione pubblica: sa perfettamente che il primo lancio di agenzia è quello che conta. Il suo bollettino medico ti arriva in tempo reale: merce pronta al consumo che presenta e illustra, che sia un alieno o un comunista, poco importa. A grandissime linee.
 
I: Interessante. Prosegua, la prego.
 
B: Il percorso dello scrittore è diverso: nello stato di assedio, nel conflitto insoluto, nell’intramontabile pogrom, nella guerra civile che ha più nomi di quanti si possano enumerare o distinguere, lo scrittore si adagia; le sue frasi affiorano lentamente, come cisti, come ascessi maligni; il tempo per ripensarle, nelle stanze scelte a caso, di notte, è un tempo rischioso e nigrescente; parola per parola per parola per parola: una monotona emorragia semantica mi consuma. Si sospendono di colpo, in certe ore, in certe stanze più ripugnanti delle altre; poi il flusso riprende: parola per parola per parola, la piaga verbale infettata spurga e mi spossa.
Privata dell’azione, non ho immagini a cui far riferimento che non siano i mattoni scheggiati e le carogne dei cani. Non descrivo, scrivendo: non so quando verrò letta, non so se mai verrò letta, e il tempo che mi avanza per trovare una risposta - cosa faccio io qui? - mi curva le ossa in forme inusuali, anarcoidi e rigide.
Non mi importa di quello che pensi, Dottor No: non mi credi, e non mi darai credito. Le parole si stendono sulla carta contro ogni evidenza, e procedo: non è il genio né il talento a condurmi. E’ l’accanimento terapeutico che è proprio di un muro.
In questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui larve e dannati entrano in collisione sottoterra, questi tunnel e questi corridoi diroccati da cui sporgono a casaccio tentacoli sporchi e fiammelle fioche, io ci abito e scrivo. Procedo per tentativi, tutti incoerenti; mi aggrappo a ogni illusione ottica, a ogni nientitudine: polvere, scaglie, lembi, fessure e spaccature.
Muri su muri su muri su muri: ci appoggio le mani. La loro fragilità umiliante mi inquieta; la loro robustezza rugosa mi riempie e mi rincuora. Mi è rimasta una lingua dura come la pietra; faccio appello alla mia ultima risorsa: la resistenza, la sclerosi. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.
 
I: E la madonna!!! Che ha segato, un Alien come minimo?
 
B: E’ quello che ho cercato di far capire al Dottor No.
 
I: E non l’ha capita…
 
B: Si è trincerato in sé.
 
I: Però poi ha incontrato Giuseppe Genna che le ha dato credito.
 
B: Sì.
 
I: Cito a memoria: “…torneremo a scrivere, di questo sconcertante reportage dall’umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell’alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo, chiedendo una risposta al suo assalto in forma di visione aperta e quasi insostenibile. Per il momento, sappiate che il cervello di Babsi è labirintica quanto l’Amazzonia, un’esperienza artistica di siti nevralgici in cui i centri sensoriali debordano per immagini, scrapbook, booktrailer, mp3, citazioni, documenti, analisi - si entra e si fatica a uscirne.” Queste sono parole di Genna, o sbaglio?

B: Non sbaglia. E’ sempre così tenero con me. (ride in maniera fortemente isterica) Così carino con me…
 
I: Torniamo all’alieno. Mi parli di che cosa gli ha fatto, con più dettagli.
 
B: Be’, gli ho strappato gli attributi con queste mie mani di unghie. Letteralmente. Nessun strumento chirurgico, nessuna incisione. Gliel’ho strappati con le mie sole unghie, un atto di volontà, capisce? E’ stata un’esperienza unica.
 
I: Perché proprio gli attributi?
 
B: Perché si sa che gli alieni mettono incinte le donne terrestri. Quel porco… quel porco chissà quanti stupri avrà perpetrato.
 
I: D’accordo. Ma in quel momento l’alieno era sul piano operatorio per l’autopsia. Era bell’e finito. A che le è servito strappargli gli attributi in maniera così tanto brutale?
 
B: Era necessario.
 
I: Non credo di capire, ma in ogni caso andiamo avanti. E dopo?
 
B: Gli ho ficcato un braccio dentro.
 
I: Dentro, dove? Può essere più precisa, per cortesia?
 
B: Su per il culo, o quel che era: gli ho strappato le budella.
 
I: (disgustato) Immagino che anche questa volta abbia operato senza bisturi.
 
B: Le mie unghie sono bisturi precisi più di qualunque altro strumento chirurgico.
 
I: Non lo metto in dubbio. Ma perché lo ha fatto, cioè quale ragione profonda l’ha spinta a sbudellare quell’alieno, sempre che fosse sul serio un alieno?
 
B: Lei ha mai fatto qualcosa per il semplice gusto di farla? No. Lo sapevo. Io non l’ho fatto per il semplice gusto, cioè non solo per quello. Era mio dovere, non potevo poi fare altrimenti anche se avessi voluto.
 
I: Credo di non capire sino in fondo le sue ragioni: ma – mi corregga se sbaglio – lo ha fatto perché alle strette?
 
B: Anche per quello.
 
I: C’è dell’altro, vero?
 
B: Doveva diventare materiale per il mio libro. Solo operandolo io stessa con le mie unghie potevo esser certa di avere una visione universale dell’alieno, che sarebbe poi diventato materia di “Sappiano le mie parole di sangue”.
 
I: Tutto molto contorto ma più chiaro. Lei fa paura, lo sa?
 
B: E’ perché sono una scrittrice, mentre lei non sarà mai uno scrittore E/O uno scrivente. Sono devastata dopo quello che ho fatto. Però lei, nella sua piccolezza, non può capire.
 
I: Ho la netta impressione che questa intervista sia durata più del dovuto…
 
B: Quando è finita lo decido io…
 
I: Se permette sono io quello che decide scrittrice E/O valletta…
 
B: Come si permette di dare della valletta a me, gran pezzo di merda che non è altro, figlio di puttana bastardo…
 
I: Senta, lei continui il suo turpiloquio pure da sola, indirizzandolo a me o a chi più le fa piacere, ma l’intervista finisce qui. Punto.
 
Nell’aria si diffonde una musica, una vecchia canzone dei Rolling Stones.
Babsi Jones  sbianca in volto, più d’un cencio. Balbetta qualcosa, quasi cade in deliquio, ma si rià presto. Troppo presto!
La voce di Mick Jagger è inconfondibile, puzza di zolfo, sa di vinile graffiato. E’ calda e fredda.
 
 
«Per favore, lascia che mi presenti
Sono una persona ricca e di classe
Sono stato in giro per molto tempo
Agli uomini ho rubato anime e fedi
 
Ed ero lì quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e dolore
Mi assicurai che Pilato se ne lavasse le mani
inchiodandolo così al suo destino
 
Piacere di conoscerti
Spero indovinerai il mio nome
Ma ciò che ti sconcerta
è la natura del mio gioco […]
 
Se m’ incontri, bada d’ esser cortese
Mi raccomando, comprensione e buon gusto
Vedi d’esser educato come ti hanno insegnato
o farò in modo che la tua anima sia dannata…» *
 
 
B: Ha acceso lei lo stereo?
 
I: Perché mai? E come avrei fatto, non sono mica il diavolo!
 
B: Ha una voce, una voce in questa canzone, sembra quella di Michail Bulgakov sul punto di morire.
 
I: Lei è molto stanca. La lascio.
 
B: Nooo…
 
I: Con lei ho finito.
 
B: Forse lei con me ha finito. C’è solo un problema: io con lei non ho ancora iniziato, per Lenin!
 
I: Meglio che lasciamo i rapporti sul professionale, non credo funzionerebbe fra noi…
 
B: Ho delle unghie molto affilate…
 
I: Nove per l’esattezza.
 
B: Basteranno.
 
I: Bene, cioè le darei la mano ma… Insomma, io la saluterei… Tante buone cose… in culo al Diavolo… ecc. ecc. come si dice in questi casi…
 
B: Lei non si schioda di qui…
 
I: E invece sì. Non ha argomenti per trattenermi. Non mi piace nemmeno un pochino. Anzi, le dirò di più, la trovo proprio brutta.
 
B: Non me ne frega niente. A novanta grandi!
 
I: Eh?
 
B: Si cali le mutande e a novanta…
 
I: Fossi matto!
 
B: Gliele strapperò con le mie mani, senza anestesia.
 
I: Che… che cosa?
 
B: Le emorroidi.
 
I: Uno: non ce l’ho le emorroidi, e anche se ce le avessi non me le fari mai togliere da una pazza scatenata come lei.
 
B: Devo usare le maniere forti?

I: E che diavolo! Ma questo è un vizio, proprio un vizio…
 
B: Quale vizio?

I: Anche Genna ci ha provato…
 
B: E’ perché è uno scrittore.
 
I: Mi stia lontana o giuro su Dio che, anche se lei a qualcuno può sembrare una donna bell’e fatta - piuttosto in età a dire il vero -, non esiterò a difendermi con il Kung Fu di Bruce Lee.
 
B: Glielo faccio io un bel pogrom! GIUSEPPE GENNA, IO TI AMO, LO GRIDO AL MONDO INTERO, E’ PER TE, SOLO PER TE CHE LO FACCIO, TUTTO QUESTO E’ PER TE… GENNA TI AMO CON TUTTA LA MIA DEVASTAZIONE… Che lo spettacolo abbia inizio…
 
 
Cachinni di Babsi Jones che prende a rincorrere per tutta la casa il povero Iannozzi, mentre nell’aria riecheggiano forte le parole di Sympathy For The Devil…
 
 
The End
 
 
* Sympathy For The Devil, The Rolling Stones, dicembre 1968 – traduzione e adattamento italiano by G. Iannozzi



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