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Free Tibet

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Ivo Mej: Moro rapito! Prensentazione del libro a Milano, venerdì 9 maggio ore 18.00

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 09, 2008






Moro rapito!


Personaggi, testimonianze, fatti

Media e terrorismo




Milano, venerdì 9 maggio ore 18.00,
Mondadori Multicenter Duomo – Piazza del Duomo 1


In Occasione della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo, verrà presentato il libro di Ivo Mej “Moro rapito! Personaggi, testimonianze, fatti” (Barbera editore) con: Gianluca Mazzini, Massimo Bernardini, Paolo Colombo e Giorgio Santerini. Saranno proiettati filmati audio e video dell’epoca.

Sono usciti molti libri sul caso del rapimento-omicidio del presidente Aldo Moro, ma questo è il primo che ricostruisce la vicenda con una documentazione stampa completa. Infatti, l’autore analizza come dal 16 marzo 1978 siano cambiati i media e il modo di fare informazione nel nostro Paese. Con il rapimento Moro, per la prima volta nella storia della televisione italiana, la "finestra si è aperta" sul mondo di notizie che si affastellano una sull’altra nell’incertezza della verità.
Questo sarà il tema al centro del dibattito a cui parteciperanno, insieme all’autore:
Gianluca Mazzini, capo-redattore di Mediaset, Massimo Bernardini, conduttore e autore di Tv Talk, Rai Educational, Paolo Colombo, professore di Storia della Politica presso l’Università Cattolica e Giorgio Santerini, già segretario FNSI.

Ivo Mej
è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.

Roma, 6 maggio 2008


Su questo blog leggi anche:


intervista a Ivo Mej a cura di G. Iannozzi


    leggi gratis un capitolo del libro

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Massimiliano Parente. Contronatura. romanzo Bompiani

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 08, 2008



Massimiliano Parente

CONTRONATURA


romanzo Bompiani


"Scandaloso o no che sia, Massimiliano Parente è uno scrittore fra i più interessanti apparsi negli ultimi anni." (Giordano Bruno Guerri)
 
"Una scrittura incontinente, realistico-visionaria, dalle inesauribili risorse. Si potrebbe dire che non rispetta il lettore (come del resto molti grandi novecenteschi)." (Filippo La Porta)
 
"Se ne parlassi, dovrei parlarne benissimo e malissimo nello stesso tempo."
(Antonio Moresco)


Massimiliano convive con una famosissima, ed enorme, presentatrice televisiva: Naike Forcella. Non avrebbe voluto avere figli ma ha appena avuto una bambina da lei, e in più, come se non bastasse, non è neanche innamorato, perché lui ama Scarlett. Lui e Scarlett un tempo erano fidanzati, ma ora non più: lei vive con un medico bulgaro e ha avuto anche un figlio.

Contronatura - Massimiliano ParenteSempre a peggiorare la situazione, Massimiliano ha anche un'ammiratrice in continua fibrillazione per lui, tale misteriosa Madame Medusa, che gli scrive senza tregua appassionate lettere d'amore. Mentre un'estate Massimiliano e Naike attraversano l'Italia, diretti al Sud per le vacanze, Scarlett scompare, dopo un periodo di persecuzioni da parte di un ricattatore. Contemporaneamente, un misterioso killer inizia a massacrare delle povere prostitute. La mente e il cuore di Massimiliano, turbati dagli eventi, sembrano non reggere più: il mondo è caos, la televisione è tutto, il sesso non consola più. Tutto sembra essere contronatura. Ma forse una chiave c'è... Una spiegazione che tiene insieme tutto.
 
 
Contronatura - Massimiliano Parente - Bompiani - Collana: Letteraria - Pagine 518 - Formato - Anno 2008 - EAN13 9788845260407 - € 19.00
 
 
Leggi anche:

intervista a Massimiliano Parente – La macinatrice a cura di G. Iannozzi

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Trudi Birger. Ho sognato la cioccolata per anni. Piemme, bestseller

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 03, 2008


Trudi Birger -- Ho sognato la cioccolata per anni



Trudi Birger


Ho sognato la cioccolata per anni
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Trudi Birger, sopravvissuta agli orrori dell’Olocausto, alla fine della guerra si è trasferita a Gerusalemme dove ha vissuto con la sua numerosa famiglia. Derubata della giovinezza, ha scelto di dedicarsi con tutte le sue forze ai bambini più poveri, di qualunque etnia e religione fossero, fino alla sua morte, nel 2002. “””Ho sognato la cioccolata per anni”, il racconto della sua esperienza nei campi di concentramento, è stato tradotto in tutto il mondo, suscitando grande commozione. Il seguito della sua storia è narrato in “””Da bambina ho fatto una promessa”. Entrambi i titoli sono disponibili nel catalogo Piemme, più volte e giustamente ristampati in diverse edizioni.
 
“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger, un romanzo autobiografico sì, ma per molti versi esemplare e unico nel suo genere, di denuncia degli orrori nazisti contro gli Ebrei.
Nella scrittura di Trudi Birger non ci sono inutili impronte del book in progress, come invece avviene per autori quali Mauro Covacich e Franz Krauspenhaar.
La Birger ci consegna, con assoluta modestia, un grandissimo libro che ci parla dell’Olocasuto, della guerra, delle proprie radici, di una madre e di una figlia che nel mezzo del dramma giurano a sé stesse di essere persone migliori nella speranza che un domani ci sarà. Una storia che guarda sì all’Olocausto ma con particolare attenzione alle radici della famiglia oltre che del proprio popolo. Questa pecularietà, dove la materia narrativa attinge direttamente al solipsimo, restituisce al lettore una emozione proiettata verso la Storia. L’azione balsamica, o terapeutica per usare un aggettivo molto di moda oggidì, grazie alla penna di Trudi Birger non è fine a sé stessa, congeniale al solo rapporto scrittore-lettore, ma al contrario si consegna alla Memoria, con commozione e autentica Pietas. La testimonianza della Birger ci insegna che mai ci si deve arrendere all’odio. Nella prefazione a firma di Jeffrey M. Green si legge: “Questa è la storia eccezionale di un essere umano: Trudi Birger, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, strappata alla morte poco prima di essere spinta nel forno crematorio del campo di concentramento di Stutthof. [...] Intenzione di questo libro non è semplicemente l’esposizione di una serie di fatti, quanto quella di far rivivere il vissuto personale dell’esperienza di Trudi”.
 
La rabbia, dovuta all’ingiusta e inclemente reclusione, una rabbia umana che è la forza di rimanere aggrappate alla vita nonostante tutto, la fame che scandisce i giorni ma non divora mai la speranza che un giorno gli Alleati metteranno a tacere l’orrore nazista, viene descritta dall’Autrice con sofferta emozione che non cede mai all’autocommiserazione:
 
“Al campo ero sempre affamata. Di notte sognavo tazze fumanti di cioccolata e croccanti panini con tanto burro. Erano sogni così intensi da sembrare reali e in pieno contrasto con le piccole quantità di cibo che ci venivano date. Malgrado le disumane condizioni della vita, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ancora ostinatamente attaccata alla vita e lottavo per tenere alto il morale mio e di mia madre. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli Alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno”.
 
Aleggia delicato il desiderio di rimuovere l’accaduto; e non accade, perché Trudi sa che quei cinque anni della sua vita fanno oramai parte non solo della sua vita ma della Memoria, e non sarebbe giusto dimenticare dimenticando così chi meno fortunato non ce l’ha fatta a vedere la luce del sole fuori dai campi di concentramento: 
 
“Ancor oggi una parte di me dice... Cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un’altra parte in me dice che cancellare il passato è un’offesa alla memoria di chi ha sofferto e all’immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell’Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell’Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c’è ancora chi la può raccontare”.
 
La storia di una bambina che viene strappata dalla quotidianità di Francoforte per trovarsi presto rinchiusa, come animale in gabbia, nel ghetto di Kosvo, in attesa di finire nel campo di concentramento di Stutthof. La storia di una bambina per l’appunto, la cui vita era appena all’inizio, di una bambina armata solo della sua innocenza. La storia di un grande coraggio là dove speranza non regna: la protagonista si lega alla madre, a tutto ciò che essa rappresenta per lei, per la Memoria del popolo ebraico intero. Un’intensità dolorifica e salvifica esposta senza censure né ritrosie, neanche quando annichilita nel corpo, ma non nello spirito, nuda e rasata a zero viene accompagnata verso il forno crematorio.

“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger non posso fare a meno di consigliarlo a chiunque oggi tenta, bene o male, di parlare dei drammi personali e mondiali che si sono consumati prima durante e dopo la IIa Guerra Mondiale, per la lezione di umano coraggio, per la Pietas che in questa storia c’è, per la forza dilagante di non dimenticare mai le proprie radici familiari, e non da ultimo perché alto esempio di scrittura autobiografica però senza strascichi di ottusità lialesca, di book in progress.
 
 
Ho sognato la cioccolata per anniTrudi Birger - Piemme - Collana: Bestseller - Pagine 191 - EAN : 9788838488344 - € 9.00

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Jurij Druznikov - Il primo giorno del resto della mia vita

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 12, 2008



Esce in anteprima mondiale in Italia il nuovo romanzo di Jurij Druznikov, autore di Angeli sulla punta di uno spillo, già candidato al Nobel.

“Il mio miglior romanzo”

JURIJ DRUZNIKOV


L’autore

Jurij Družnikov, candidato al Nobel nel 2001, è uno dei più grandi scrittori satirici del secolo. Docente di letteratura russa all’Università della California, è tradotto in 14 lingue ed è noto al pubblico italiano per il capolavoro Angeli sulla punta di uno spillo (2006) e la raccolta di racconti Là non è qua (2007), entrambi pubblicati da Barbera Editore. Il primo giorno del resto della mia vita, per volontà dell’autore, esce in Italia in anteprima mondiale.

 

“La storia russa ha la tendenza a ripetere se stessa. Se facciamo attenzione, nelle notti di Mosca possiamo intravedere i fantasmi di Ivan il Terribile, di Maluta Skuratov, che inventò la polizia segreta al tempo di Moscovia, di Boris Godunov, che svolazzano tutti insieme sopra le torri del Cremlino”.

 

“E a me sembra che questo mostro [Stalin], un mostro con un brillante senso dell’umorismo, che ha spedito nella tomba precocemente metà dei suoi connazionali, rimarrà incompreso per un pezzo. Se il mio romanzo aggiunge qualcosa alla comprensione della sua paranoia, sarei contento.”

 

Jurij Druznikov

Il primo giorno del resto della mia vita

Romanzo

Collana: Radio Londra
In libreria:  aprile 2008

Prezzo: 15,90 euro

ISBN: 88-7899-203-0

 

“Un libro surreale, grottesco, comico, commovente, a cavallo tra l’epoca sovietica e la Russia contemporanea, tre l’Urss di Stalin e gli Stati Uniti odierni, e che, come Gogol diceva dell’anima russa, nelle sue fitte pagine sembra voler contenere ‘tutto’.”

ENRICO FRANCESCHINI


Leggi un estratto

                                         


Il libro

Dove è nascosta l’unica e inestimabile Stella del Generalissimo Stalin? E cosa è accaduto alle sue due più valide spie, in missione nell’harem privato dello sceicco del Kuwait?

Un misterioso piano d’invasione dell’Europa (da realizzarsi in soli quattro giorni e grazie all’appoggio dei paesi arabi), rimasto nascosto per sessant’anni nell’archivio personale del leader sovietico, viene scoperto ai giorni nostri dall’autore e finisce per scatenare un avvincente e spassosissimo intrigo che vede coinvolti agenti degli attuali servizi segreti russi e americani, leader politici, criminali internazionali, mafiosi, “nuovi russi” arrivisti ed eccentrici ricconi americani, nonché le leggendarie superspie Mavra Besova e Timofej Pokusaj, oltre che l’autore stesso e... la sua donna delle pulizie. Purtroppo per Stalin, le due superspie diventano amanti e scappano in Occidente, mandando in fumo il suo progetto d’invasione e finendo al centro di una vera e propria caccia all’uomo, che non risparmierà nemmeno i loro diretti discendenti…

Un intreccio imprevedibile, a tratti surreale, allo stesso tempo satirico e spassoso, crudele e realistico, ancora una volta a cavallo tra l’epoca sovietica e quella contemporanea, tra l’URSS di Stalin e gli Stati Uniti odierni. Un incredibile carosello di personaggi che ci ricorda i maggiori capolavori della letteratura russa, da I demoni di Dostoevskij a Guerra e pace di Tolstoj, a Il maestro e Margherita di Bulgakov.



Dopo il successo di Angeli sulla punta di uno spillo, esce in Italia, in anteprima mondiale, Il primo giorno del resto della mia vita, il nuovo romanzo di Jurij Druznikov. Con lo humor e l’ironia di sempre, il grande autore russo questa volta mette in scena Stalin in persona.

Jurij Druznikov ha conquistato il pubblico italiano con Angeli sulla punta di uno spillo, considerato il suo capolavoro. Ora Barbera Editore pubblica Il primo giorno del resto della mia vita, che Druznikov stesso definisce “il mio miglior romanzo”. I lettori italiani avranno il piacere di leggerlo per primi, dato che l’opera esce in anteprima mondiale proprio in Italia.

Il libro è un appassionante affresco storico che parte dal 1945, quando all’indomani della Seconda guerra mondiale Stalin tenta di stringere un patto diabolico con il potentissimo sceicco del Kuwait: grazie al controllo delle risorse petrolifere, l’Oriente finalmente unito metterà in ginocchio le potenze occidentali. E quando gli americani lasceranno l’Europa, in quattro giorni i carri armati sovietici arriveranno fino al Portogallo. Il patto deve essere suggellato da un dono preziosissimo, una decorazione militare, la Stella del Generalissimo, forgiata appositamente per l’occasione. Ma le cose non vanno per nulla come Stalin ha previsto, la Stella scompare nel nulla e il dittatore è costretto a metterci di mezzo la crema dei servizi segreti, le leggendarie superspie Mavra Besova e Timofej Pokusai. La surreale girandola di colpi di scena e situazioni al limite del paradosso che si snoda dalla Stella e dalla sua sorte misteriosa, ci porta fino a oggi, negli Stati Uniti del 2005, dove incredibilmente ancora agenti segreti, mafiosi, criminali internazionali e leader politici si danno battaglia in un paradossale e comicissimo intreccio che finisce per coinvolgere l’autore stesso, e la sua donna delle pulizie…

Tagliente, divertentissimo, grottesco, appassionante come al solito, Druznikov ci trasporta in un rocambolesco intreccio che oscilla fra il romanzo storico e la satira di costume, fra spy story e il genere picaresco. E va a Barbera Editore il piacere e il privilegio di rappresentare Druznikov nel mondo con la prima edizione mondiale de Il primo giorno del resto della mia vita, il suo miglioro romanzo.

Jurij Druznikov, classe 1933, è scrittore, studioso di storia e docente di letteratura russa all’Università di Davis, California. Vive negli Usa dal 1985, quando fu espulso dall’Urss per aver scritto e diffuso come samizdat il romanzo “sovversivo” Angeli sulla punta di uno spillo (Barbera Editore 2006). Le sue opere di narrativa, storiografia e critica letteraria sono tradotte in tutto il mondo. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in Italia da Diario della Settimana, L’Unità, Il Riformista.

Il primo giorno del resto della mia vita- Jurij Druznikov - Barbera Editore - 432 pagg. - prezzo euro 15,90 - ISBN 88-7899-203-0

Web:

www.barberaeditore.it

www.druzhnikov.com


Collegamenti utili:

leggi l' “Intervista a Jurij Družnikov” a cura di G. Iannozzi

leggi la recensione di G. Iannozzi a "Là non è qua"

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Ivo Mej: Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 05, 2008







Ivo Mej



Moro rapito!


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi. (Aldo Moro)
 
Il motto, l’idea, lo scopo della lotta armata, tutto per le Brigate Rosse è riassumibile nel loro motto, nel tragico slogan che ancora riecheggia nell’aria: “Colpiscine uno per educarne cento”. Le BR, di matrice marxista-leninista, fondate da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970, non sono morte: brigatisti nuovi di zecca sono a piede libero, e molti di quelli di vecchia data indicati come ex brigatisti sono o latitanti o nascosti chissà dove, e quasi certamente imprendibili. Nel giugno del ’77 Indro Montanelli viene gambizzato da Franco Bonisoli, che è legato al giornalista da un vincolo di amicizia, come si appurerà in seguito alla cattura del brigatista. Sul finire del 1999, neanche poi troppo a sorpresa, le nuove Brigate Rosse fanno la loro apparizione: Massimo D’Antona nel 1999 viene freddato; non passano tre anni che Marco Biagi, nel 2002, fa la stessa fine. Nel 2003 le Brigate Rosse occupano ancora le colonne dei giornali: due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti della Polizia Ferroviaria sono nel bel mezzo del fuoco delle pistole. Galesi e l’agente Emanuele Petri moriranno.
Nella storia italiana c’è una data che non sarà dimenticata, il 16 marzo 1978: quel giorno il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, era al suo battesimo. In via Fani un commando delle BR assalì l’auto con a bordo Aldo Moro. Moro non arrivò mai alla Camera dei Deputati, né la sua scorta. Furono uccisi tutti: i brigatisti non risparmiarono pallottole. Il presidente della Democrazia Cristiana fu sequestrato. Dopo 55 giorni il cadavere di Moro fu ritrovato nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani: l’auto era posteggiata nei pressi di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, ovvero vicino alla sede nazionale della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.
Dopo il 16 marzo l’informazione, il modo di fare informazione è cambiato: se non proprio radicalmente, ha però smesso di essere quello di Peppone e Don Camillo. Il perché ce lo dice Ivo Mej nel suo saggio “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: l’autore analizza nel profondo la notizia e come essa è stata trattata da giornalisti e testate giornalistiche. Il rapimento di Aldo Moro intercetta le coscienze assopite degli italiani e le proietta in una centrifuga mediatica, dove le notizie arrivano veloci e sconnesse, animate dall’apprensione, senza che dietro ci sia uno spirito del tutto razionale. L’emotività diventa parte integrante della notizia. La notizia, suo malgrado, diventa anche sensazionalità. Ivo Mej fa un’accurata analisi del fenomeno “terrorismo”, delle notizie che vengono portate all’opinione pubblica e come essa reagisce.
C’è più di un valido motivo per leggere il saggio di Ivo Mej, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: ci aiuta a comprendere la notizia e come essa viene confezionata e poi distribuita, ci indica in maniera netta come è cambiato il modo di fare informazione dopo il rapimento di Moro. Cambiare la Storia non è mai possibile; è però possibile comprenderla meglio, senza distorsioni, ed è appunto quanto si prefigge l’autore in questo saggio su Moro e l’informazione.  
 
Ivo Mej è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. All’attività letteraria e saggistica unisce quelle di fotografo, cuoco e sportivo. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.
 
Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti. - Ivo Mej - Prefazione: Francesco Cossiga – Barbera editore – collana Planet - Isbn: 88-7899-202-3 - Pagine: 143 - 15,50 €
 
 
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Intervista a



Ivo Mej



Moro rapito!

 
Personaggi. Testimonianze. Fatti
 
  
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
1. Una data, una sola per l’Italia, il 16 marzo 1978: quel tragico giorno il modo di fare e distribuire l’informazione è cambiato radicalmente. E se non fosse stato Aldo Moro a essere rapito, se fosse stato un qualsiasi altro personaggio politico, oggi nel nostro Paese l’informazione sarebbe quella che conosciamo, o sarebbe uguale a quella che si usava fare negli anni Sessanta e Settanta?
 
Se fosse stato rapito, per esempio, Andreotti, credo che il libro avrebbe avuto la medesima valenza. Il cambiamento del mondo dell’informazione e della società sarebbero stati assolutamente i medesimi, stante la rottura della “messa cantata” all’interno del rito informativo bolso e antico che vigeva nel nostro Paese. Certo, il fatto che sia stato rapito il fautore dell’allargamento del Governo ai Comunisti ha segnato in maniera diversa la Storia.
 
 
 
2. Nel tuo saggio, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”, esponi la teoria degli pseudo-events di Daniel Boorstin. Spieghi inoltre che “le BR sanno perfettamente che il giornalista, date certe premesse di produzione della notizia, si trova invischiato nella sua professionalità che lo porta a dire tutto, di tutto comunque”. Le BR di allora, che tipo di messaggio intendevano portare ai mass media, alla democrazia, all’Italia, rapendo e uccidendo Aldo Moro? E: sono riuscite nel loro intento di mettere a soqquadro le coscienze degli italiani?
 
Direi che le BR sono arrivate al nocciolo di quanto desideravano politicamente: mettere in ginocchio la credibilità di un’intera classe di governo. Poi, naturalmente, bisogna considerare se le BR fossero o no manovrate (con cognizione o meno) dall’esterno. In questo caso, stabilire chi avesse il potere di manovra consentirebbe di capire anche se gli specifici fini di tali forze siano o meno stati raggiunti. Voglio dire che nel caso di indeterminate “forze reazionarie” (vedi teoria della P2), si può dire che il fine sia stato raggiunto solo parzialmente. I Comunisti non andarono al governo, ma il Paese non ebbe la svolta dittatoriale auspicabile da tali forze. Bisognerebbe sollevare finalmente il segreto di Stato dalle carte, cosa che il Governo Prodi non ha avuto il tempo di fare. Speriamo che lo faccia il nuovo, qualunque sia. Indubbiamente, le coscienze degli Italiani non furono più le stesse dopo il rapimento. Molto più dopo il rapimento che dopo l’assassinio di Moro. Il 9 maggio infatti è stato solo l’atto drammaticamente conclusivo di un processo mediale iniziato il 16 marzo.
 
 
 
3. Nell’introduzione, firmata da Francesco Cossiga, si può leggere: “Debbo dire che la televisione e la carta stampata seguirono gli eventi con grande cura e obiettività (la “dietrologia” fiorì molto dopo, dato che anche i dietrologi del dopo capirono che era il caso che tacessero: CIA, il KGB, il triangolo Stati Uniti-Regno Unito-Germania Occidentale, e in particolare il binomio Kissinger-Schmidt dietro gli avvenimenti dolorosi!).”
Mi sembra una considerazione, per così dire, postuma, poco chiara.
Che cosa intendeva riferire Cossiga?
 
Non mi azzardo certo a formulare ipotesi sul pensiero altrui, specie quello del Presidente Cossiga! Prova a chiedere a lui.
 
 
 
4. La produzione della notizia: come è stata confezionata? Forse con quella obiettività di cui accenna Francesco Cossiga nella prefazione?
 
Cosa intendi per “come è stata confezionata” la notizia? Da parte di chi? La notizia è stata confezionata da ogni testata come ritenevano giusto fare. L’obiettività non esiste neanche tra testimoni oculari come insegna il film Rashomon di A.Kurosawa; esiste solo una maggiore o minore verosimiglianza del fatto a come il fatto viene raccontato. Poi, comunque, nel giornalismo di stampo anglosassone (e l’hanno inventato loro, il Giornalismo!), esistono delle regole famose che non rispettare porta a non produrre informazione.
 
 
 
5. “La prima pagina di un quotidiano è il luogo di massimo risalto della notizia. Quando però l’evento è ricco di varie implicazioni non tutti i suoi aspetti possono trovare spazio in prima e vengono disposti nelle pagine interne in ordine di importanza. […]”
Chi o che cosa va oggi in prima pagina?
Chi decide quali notizie devono andare in prima e quali invece no?
 
In prima pagina dovrebbero andare i cinque-sei fatti caratterizzanti al giornata. Chi decide quali siano normalmente è il Direttore che definisce la rotta del giornale nelle scelte di tutti i giorni, normalmente ispirate ad un piano editoriale presentato al momento dell’insediamento (esempio: un giornale edito da Greenpeace avrà sicuramente un direttore favorevole alle fonti energetiche riciclabili, perciò darà sempre il massimo risalto ad un incidente nucleare rispetto ad un fatto di cronaca nera).
 
 
 
6. Il caso Aldo Moro: quando la notizia è diventata vecchia, se mai lo è diventata?
 
La notizia diventa vecchia quando non ha più una carica di novità riguardo a chi la fruisce. In questo senso la “notizia Moro rapito” è divenuta vecchia immediatamente dopo la sua comunicazione ai fruitori. Il 17 marzo la notizia era “Moro in mano alle BR”, i giorni seguenti la notizia era costituita dai comunicati BR e così via.
 
 
 
7. “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: chi dovrebbe leggerlo?
C’è una fascia di lettori cui questo saggio è maggiormente indicato, e se sì, per quale motivo?
 
Il libro si rivolge in primo luogo a chi studia i mass-media, studenti universitari e liceali. Troverei auspicabile che lo leggessero anche tutti coloro che per motivi anagrafici non hanno idea dell’evento di 30 anni fa. Trovo che sia anche molto interessante per chi, come me, vuole ricordare e avere una documentazione agile e veloce sull’argomento da consultare in futuro. “Moro rapito!” è l’ideale libro da acquistare insieme a qualsiasi altro libro che narra la vicenda Moro sotto altri punti di vista.






Puoi leggere la recensione a "Moro rapito" e l'intervista all'autore Ivo Mej anche su BombaSicilia, cliccando su Ivo Mej su BombaSicilia



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Mario Favini. Centro commerciale. Cicorivolta edizioni.

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 02, 2008





Centro Commerciale


Mario Favini
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Non credo di sbagliare asserendo che il luogo deputato per gli incontri oggi è uno e uno solo, il centro commerciale: qui si radunano le più svariate forme di esseri, siano essi umani siano essi non-umani. Il centro commerciale, oggi come oggi, è per tutti quelli che hanno una qualsiasi necessità, reale o fittizia, perché semplicemente non si è se non ci si incontra nel suo dedalo ventre. Le icone della contemporaneità vivono e muoiono tra le varie corsie, tra gli sponsor e le standiste appostate a ogni angolo del centro, pronte a rifilare ai malcapitati un nuovo miracoloso prodotto dell’ingegneria alimentare.
Mario Favini, giovane autore al suo esordio nella narrativa, ci invita a entrare nel suo “Centro commerciale”, che è ricco di tutto, di tutto l’impossibile e il superfluo. Quello che ci offre Favini è un vero e proprio tour guidato all’interno del Centro, più che mai surreale, voluttuosamente splatter, dove ogni desiderio del cliente viene esaudito in un men che non si dica: basta avere le tasche gonfie di “reumi”, la sola valuta accettata. Protagoniste del “Centro commerciale” sono un’anonima signorina e la sua inseparabile amica Niki, oltremodo glaciale, senza mai una parola in bocca. Per nostra fortuna la protagonista, senza nome, parla con Niki e parlando con lei parla anche con noi e forse cerca anche di parlare con tutte le cose che, vive o morte, sono raccolte nei bancali, lungo le innumerevoli corsie.
Nel Centro commerciale c’è il superfluo soprattutto: le persone che lo frequentano sono lì per dar sfogo a uno shopping compulsivo, perché secondo la logica del consumismo – presente in ogni anima del Centro – le necessità nascono nel momento in cui l’individuo crede di non aver bisogno d’un dato prodotto. Il Centro soddisfa tutte le necessità della clientela e ne crea immediatamente delle nuove, estreme e surreali: in vendita ci sono pani cornuti con briciole di ossa, cani amputati, profilattici a dir poco bizzarri, spaghetti viventi, tavolini con criceto incorporato, neonati prematuri, polli sottoposti a chirurgia estetica, uomini-frigo… Nel Centro è possibile trovare questo e molto altro ancora: Niki si lascia accompagnare durante il suo giro, mette nel carrello, e non parla. Mai. Nessuno parla con nessuno. I neon illuminano ogni angolo dell’immenso ambiente, ma non ci sono ombre: quelle non si trovano, e non è possibile comprarle.
Il microcosmo che Mario Favini ci offre è surreale, a tratti gotico, spietato, crudele: non c’è rispetto per niente, per nessuno. Il cliente esiste in funzione della merce che caccia dentro al carrello, e non per altro. In una cornice surreale ma veritiera, Niki e la sua compagna finiscono col diventare parte integrante del Centro commerciale, loro stesse un prodotto.
Per questo romanzo breve, l’autore fa leva su frasi didascaliche come epitaffi: ognuna porta a una considerazione, a una macabra verità, un po’ come in quella mostra delle atrocità di J.C. Ballard.
“Centro commerciale” di Mario Favini è destinato a coloro che oggi, che ancora oggi, tra reality show e canali televisivi e in Rete dedicati allo shopping più sfrenato, hanno ancora l’assurda pretesa di pensare con la propria testa.   
 
 
Mario Favini – Centro commercialeCicorivolta edizioni – collana: i quaderni di Cico – pp. 97 -ISBN 978-88-95106-12-0 - € 11,00


Per altre info, i blog di Mario Favini:

http://mariofavini.splinder.com/
http://www.myspace.com/mariofavini



  Il sito dell’editore, Cicorivolta Edizioni:

  http://www.cicorivoltaedizioni.com 
 
  Per leggere un assaggio del romanzo, cliccare qui sopra.



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Fabio Della Seta. I silenzi di Joe. Portaparole edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 31, 2008


Fabio Della Seta



I silenzi di Joe


Fabio della Seta


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Chi è questo signore che Sam chiama, con triste affetto, Joe?
Un nome. Il Nome. O un infinito grido in forma di perché?
Sam s’interroga. Non può fare a meno d’interrogarsi. E’ un uomo, ha dei limiti, quelli d’ogni mortale: per quanto la sua coscienza gli dica, giorno dopo giorno, che durante la sua seppur breve vita, se paragonata a quella eterna di Dio, si è comportato nel miglior modo possibile, Sam ha dei dubbi, soprattutto su Dio, perché forse Dio un giorno sì e uno no ha giocato di sgambetto. Il dubbio – che è anche continuo interrogarsi – è che Dio abbia giocato con la sua vita e con quella dei suoi affetti, non intervenendo in suo favore quando sarebbe bastato davvero poco per evitare un dramma, spingendogli addirittura la faccia nel fango con la sua possente mano, giusto per vedere come Sam avrebbe reagito, se si sarebbe arreso soffocando o avrebbe tentato di rialzare il capo e maledirlo.

Sam parla con il suo Dio, anche se questi ricusa caparbiamente di portargli delle risposte intelligibili e a portata d’uomo soprattutto. Dio è nelle Scritture e tutte le volte che ha parlato l’ha fatto per mezzo di complicate metafore, la cui interpretazione non è mai facile o possibile. Ma quando sì, pare che Dio si sia divertito molto di più a creare disgrazie che non a creare il mondo in quei fatidici sette giorni del Genesi. Eppure, nonostante tutto, Joe è sempre il fratello maggiore, il complice, l’amico e in qualche caso il nemico: Joe c’è sempre anche quando non c’è, e Sam questo lo sa bene. Però non può non fargli notare che proprio lui, Joe, il fratello maggiore ideale – e idealizzato – non poche volte s’è sottratto alle voci che nel corso dei secoli l’hanno impetrato.
 
C’è una nutrita amara ironia à la Woody Allen ne “I silenzi di Joe” di Fabio Della Seta, ma non solo. Affrontare i silenzi che Fabio Della Seta mette nero su bianco è un’esperienza dell’animo e della mente, in verità una lettura molto umana ed edificante. Ci sono tante domande ne “I silenzi di Joe”, domande babiloniche che ognuno di noi si pone, anche il più ateo degli uomini: perché certe domande non sono solo di chi ha fede in un Aldilà, ma sono di tutti di fronte all’Immenso, al non-conosciuto. C’è la bellezza della vita e della poesia che essa è, c’è un po’ di affilata rabbiosa malinconia à la Leonard Cohen, e c’è la necessità di capire perché Joe non guarda mai negli occhi i suoi figli, togliendogli il bastone della vecchiaia, quasi per crudele dispetto. Ed ancora c’è la consapevolezza d’esser stati, in una certa misura, “belli e perdenti”, perché Joe c’è. Sicuramente c’è in foggia di perché.
 
 
Fabio Della Seta (Roma, 1924), ha esordito come giornalista nella stampa ebraica ricoprendo per circa dieci anni l’incarico di caporedattore del settimanale Israel. Ha iniziato la sua carriera in Rai con il radiodramma Josef impara a cantare, al quale sono seguiti numerosi altri radiodrammi e programmi di attualità culturale, fra cui Il ridotto, teatro di oggi e di domani (in coppia dapprima con R. La Capria e poi con W.Weaver); come dirigente ha ricoperto incarichi di responsabilità nella produzione e nella realizzazione di programmi culturali radiofonici e televisivi. Per molti anni ha diretto gli uffici Rai per l’America Latina. Ha pubblicato numerosi libri tra cui: Antico Nuovo Israele, saggio sulle origini dello Stato ebraico; Agnusdei, romanzo; Rivedere Petra, racconti; L’incendio del Tevere, storia della scuola ebraica di Roma; Roma in valigia, raccolta di sonetti romaneschi con cui è stato consacrato come il degno discendente di Giuseppe Gioacchino Belli). Come giornalista ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani su argomenti di cultura.
 
 
I silenzi di Joe - Fabio della Seta – illustrazioni di Irio Ottavio Fantini - Portaparole edizioni – collana: i venticinque - 64 pagine – 9,50 Euro – ISBN: 978-88-89421-50-5
 
 
  
Intervista a

Fabio Della Seta
 

a cura di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
1. “I silenzi di Joe”: perché dare proprio questo nome a D-o?
 
A fianco dei molti nomi - o non nomi - che gli ha attribuito la tradizione, un nome brevissimo, di carattere familiare. Come è chiaramente detto nel testo: “per rendere l’approccio più facile”.
 
 
2. Come sono maturate le riflessioni contenute ne “I silenzi di Joe”? In un tempo più o meno lungo, o diversamente? E, per quale necessità dell’anima?
 
Dal momento in cui le leggi razziali del 1938 mi hanno posto di fronte alla realtà del mio essere ebreo, in precedenza consistente quasi unicamente nel fatto di non frequentare nella scuola statale le lezioni di religione. La scuola ebraica che ho frequentato da allora, messa in piedi a prezzo di grandi sforzi, ma con un corpo di docenti di altissimo livello, fra cui il più amato, Enzo Monferini, allievo di Augusto Monti (con Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Massimo Mila e tanti altri) ha reso liberi e orgogliosamente consapevoli del nostro essere ebrei me e i miei coetanei. Alcuni di noi hanno scelto la realizzazione pionieristica israeliana (in chiave laica o religiosa), altri la lotta partigiana e la militanza politica, altri l’approfondimento delle proprie radici, sentite come parte integrante della propria personalità d’italiani ed ebrei ed europei.
 
 
3. Sam è una persona come tante, mortale e con tante domande nell’anima prima che nella testa. Sam ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, e anche se ormai anziano non si è rassegnato all’idea che D-o possa essere soprattutto di dolore. Che cos’è il dolore per Sam?
 
Sam si domanda: che senso ha il dolore? E la domanda che Israele si pone da millenni, in forma sempre più drammatica e perentoria. E’ la domanda, per rifarsi a testi relativamente più prossimi a noi, di Giobbe e di Koheleth (l’Ecclesiaste). Il dolore, come la gioia, è parte essenziale della vita, né il credente né l’ateo possono trovare una spiegazione. Perché sì, è la risposta che a Sam sembra di udire, senza dimenticare l’altra domanda che si pone Koheleth: chissà se il respiro dell’animale scende in basso e quello dell’uomo sale su in alto?
 
 
4. E’ scritto che D-o ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’uomo è (i) mortale e (ii) imperfetto. Dobbiamo forse dedurne che anche D-o ha gli stessi difetti di ciò che avrebbe creato?
 
Prima di Nietzsche già il filosofo greco aveva osservato: se i cavalli concepiscono un dio, lo pensano in forma di cavallo. Il racconto biblico della creazione fa parte di una tradizione mitica che, con varianti più o meno significative, si trova nel patrimonio tradizionale di tutti i popoli antichi. Così Israele, nel suo millenario itinerario spirituale, è passato da un malcelato politeismo – “in principio Elohim (plurale) creò il cielo e la terra” - al riconoscimento di un Dio che presiede unicamente ai suoi destini, per arrivare finalmente con i profeti, soprattutto con Isaia, alla concezione di un Dio universale, padre e signore di tutti i popoli, in nessun modo raffigurabile, e dallo stesso nome mantenuto rigorosamente segreto. Un percorso assai lungo, e non poche volte conflittuale, come attestato da quello che Martin Buber ebbe a definire il più orgoglioso dei miti: il patriarca Giacobbe che trasforma il proprio nome in Israele, che significa: colui che combatte con Dio.
 
 
5. Si dice che gli Ebrei possano raccontare barzellette su sé stessi, ma se un non-ebreo scherza sull’Ebraismo va incontro all’ira di D-o e non solo. C’è qualche cosa di vero in ciò, e se sì, per quale ragione?
 
Non mi risulta che esistano statistiche che quantifichino le storielle riguardanti gli ebrei specificandone l’origine ambientale, se ebraica o altrimenti. E’ ben nota la propensione ebraica per l’autocritica. Peraltro l’unico punto di spartiacque a mia conoscenza divide le barzellette spassose da quelle che divertenti non sono.
 
 
6. Ma Sam, Sam come lo interpreta l’amore di D-o? E soprattutto, D-o è in grado di provare amore o solo vive nella Fede degli uomini ma con divina indifferenza?
 
Sam ignora “il prodigio che schiude la divina indifferenza”. La sua disperazione nasce da una ricerca del tutto priva di risultati. Anche se s’impone d’interpretare come segni di approvazione i silenzi di Joe. Come Giobbe e come K. accetta di essere processato. Ma, a differenza dell’eroe kafkiano, si ostina a proclamare la propria innocenza.
 
 
7. In che misura è importante l’ironia per cercare di comprendere il piano di D-o? Qual è il limite che non si dovrebbe mai superare parlando di D-o?
 
Nessun limite all’uomo impegnato nella ricerca di Dio e nel tentativo di colloquiare con Lui. Tale è il significato della storiella talmudica posta in epigrafe a “I silenzi di Joe”. La Legge è ormai in terra, ad interpretarla non vale neppure una “kol”, vale a dire una voce proveniente dal cielo. E’ la riaffermazione del primato della ragione, così come orgogliosamente proclamato in campo cristiano da San Giovanni della Croce: “Un solo pensamiento del hombre vale màs que todo el mundo”.
 
 
8. In nome di Dio si sono fatte, e si continuano a fare – ahinoi! -, molteplici guerre in tutti gli angoli del mondo; si giustificano alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Ogni religione, seppur con le dovute sfumature, parla di un Dio d’amore: com’è dunque possibile che Dio permetta che l’uomo uccida i propri simili nel suo Nome?
 
Ogni popolo, ogni condottiero ha raffigurato in Dio la giustificazione delle proprie imprese guerriere. Soltanto Isaia, forse il più grande dei profeti, ha osato sognare un mondo davvero pacificato, in cui l’uomo farà vomeri e falci delle sue armi. Ed è giunto a dire parole che risuonano ancora oggi di sconcertante attualità:
 
“In quel giorno vi sarà una strada dall’Egitto in Assiria,
gli Assiri andranno in Egitto e gli Egiziani in Assiria,
e gli Egiziani serviranno l’Eterno con gli Assiri.
In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto ella con l’Assiria,
e tutti e tre saranno una benedizione in mezzo alla terra.
L’Eterno degli eserciti li benedirà dicendo:
Benedetti siano l’Egitto, mio popolo,
l’Assiria, opera delle mie mani,
e Israele, mia eredità.”
                       (Isaia, X IX, 23 - 25).
 
Sono trascorsi all’incirca venticinque secoli da quando queste parole vennero pronunciate: Le sembra che sia prossimo il momento della loro attuazione?
 
 
9. E se Dio, alla fin dei conti, non fosse altro che un eterno perché gridato nell’Immenso?
 
E’ questa precisamente la conclusione del mio libro. Con una ineluttabile conseguenza: nel momento delle decisioni supreme l’uomo è solo con la propria coscienza: è la sua vittoria e la sua dannazione. E Lui non c’entra.
 
 
10. E se D-o fosse di sesso femminile? Magari è un ermafrodito!
 
Domanda del tutto pertinente, che porta a constatare quanto la nostra civiltà, religioni comprese, sia impregnata di maschilismo. E ancora oggi l’ebreo devoto è tenuto a benedire colui che l’ha creato maschio. Mentre la donna si limita ad esaltare chi l’ha creata secondo la sua volontà.
 
 
11. Domanda palesemente provocatoria: ma l’uomo non vivrebbe assai meglio se non dovesse fare i conti con l’idea che, da qualche parte, debba per forza di cose esistere un Demiurgo, un Essere Superiore?
 
Forse, ma nessuno è in grado di affermarlo con certezza assoluta. L’idea stessa d’eternità è nata con l’uomo, e ad essa, ateo o credente che sia, rimane attaccato. Quanto a Lui, come è stato acutamente affermato, che ci sia o non ci sia, costituisce sempre un problema. Anzi, il problema.
 
 
12. Non è da escludere che l’uomo sia apparso sulla Terra per puro caso. A suo avviso, perché ancora oggi si ha paura del darwinismo?
 
Le religioni in quanto cristallizzazioni di riti, nonché strumenti di potere e sovrastrutture, sono e saranno sempre nemiche della ricerca e del nuovo. La religiosità, lo slancio verso l’assoluto e verso l’ignoto, sono tutt’altra cosa, come chiarito da Martin Buber. Senza dimenticare che esiste anche una religiosità dell’ateismo: si pensi a Spinoza, a Leopardi, a Kafka, per fare solo tre nomi.
 
 
13. Lei, Fabio Della Seta, crede nel Paradiso? Perché?
 
Una premessa: non sono religioso, quanto meno nel senso tradizionale della parola. Ho riscoperto e apprezzato i valori storici e spirituali dell’ebraismo così come mi sono appassionato alle vicende della civiltà greco-romana.. In quella grande raccolta di testi risalenti a diverse epoche che chiamiamo Bibbia (vale a dire “libri”) non esiste nessun accenno a un mondo dell’aldilà, e meno ancora a luoghi di espiazioni e di ricompense (quanto al Purgatorio, è fantasia medioevale).
 
 
14. “I silenzi di Joe”: che cosa aggiunge a quanto nel corso dei secoli è stato scritto e detto su Dio?
 
“I silenzi di Joe” è un tentativo di riproporre in chiave contemporanea situazioni e interrogativi che firmano parte integrante della tradizione ebraica. Quanto al risultato, non spetta a me valutarlo. E’ compito dell’eventuale lettore.
 
 
Grazie infinite.
E’ stato davvero molto gentile e paziente.
Con ammirazione e stima, Le auguro ogni bene.


Questo pezzo è apparso sull'inserto culturale Scritture & Pensieri (n.18) a cura di Stefania Nardini, del quotidiano "Corriere nazionale", le cui 65 mila copie quotidiane sono presenti in Umbria, Siena, Arezzo, Grosseto, Viterbo.

Vi propongo il pezzo già apparso sul "Corriere Nazionale" anche su queste pagine virtuali, in una versione più lunga, con degli interessanti extra, giacché in Rete non esistono problemi di spazio. Buona lettura. (g.i.) 

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Emiliano Grisostolo. Il castello incantato. Zona editrice

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, marzo 30, 2008




Emiliano Grisostolo
Il castello incantato
zona editrice



Finalmente disponibile in tutte le librerie il nuovo romanzo dell’autore maniaghese Emiliano Grisostolo.
Il giovane operaio scrittore ripercorre con questa sua nuova fatica letteraria dal titolo Il castello incantato edito dai tipi di ZONA, e dedicato all’amico Antonio Panzeri venuto a mancare improvvisamente nell’autunno del 2006, una strada in precedenza iniziata con il romanzo del 2006 Il grande burattinaio nel quale parlava di un rapimento di minore nell’est europeo per essere rivenduto in Italia all’interno di un traffico internazionale di minori e organi.

Il castello incantato
è un romanzo di più ampio respiro, nel quale Grisostolo riporta dalle spiagge il chirurgo de Il grande burattinaio e racconta della tratta delle bianche e della vendita di bambini da parte di donne raggirate che li vendono per soldi ad una banda dai mille tentacoli, che a loro volta li rivendono a coppie che non ne possono avere.

Una storia noir di tutti i giorni, un mondo che ci circonda e nel quale siamo sospesi. Una terra di mezzo nella quale personaggi senza scrupoli barattano la vita altrui per i loro sporchi scopi.

Un lavoro, quello de Il castello incantato, nato grazie alla collaborazione indispensabile di diverse figure, tutti amici, che con il loro entusiasmo hanno fatto sì che questo lavoro potesse uscire con una veste diversa, più completa rispetto ai precedenti lavori. Quella grafica è della giovane disegnatrice Gwen Rigutto di Maniago, tra le migliori artiste che Grisostolo conosca.

Un’indispensabile collaborazione l’ha offerta la ditta artigianale maniaghese Leader Cam, di Livio e Ilar Centazzo, leader europeo e tra i primi al mondo per la produzione di forbici per parrucchieri professionisti, che hanno creduto nelle capacità del giovane autore e per i quali Grisostolo nel 2007 ha scritto il loro nuovo catalogo e dal 2006 lavora come operaio.

Grisostolo
ringrazia anche la Sartoria Dany di Maniago per avere messo a disposizione i suoi segnalibri ricamati che saranno regalati a tutti coloro che acquisteranno il romanzo presso la libreria di piazza Italia a Maniago.

Anticipazioni e presentazioni sul sito:

www.emilianogrisostolo.it

Emiliano Grisostolo

http://www.editricezona.it/ilcastello.htm

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