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Free Tibet

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Massimiliano Parente. Contronatura. romanzo Bompiani

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 08, 2008



Massimiliano Parente

CONTRONATURA


romanzo Bompiani


"Scandaloso o no che sia, Massimiliano Parente è uno scrittore fra i più interessanti apparsi negli ultimi anni." (Giordano Bruno Guerri)
 
"Una scrittura incontinente, realistico-visionaria, dalle inesauribili risorse. Si potrebbe dire che non rispetta il lettore (come del resto molti grandi novecenteschi)." (Filippo La Porta)
 
"Se ne parlassi, dovrei parlarne benissimo e malissimo nello stesso tempo."
(Antonio Moresco)


Massimiliano convive con una famosissima, ed enorme, presentatrice televisiva: Naike Forcella. Non avrebbe voluto avere figli ma ha appena avuto una bambina da lei, e in più, come se non bastasse, non è neanche innamorato, perché lui ama Scarlett. Lui e Scarlett un tempo erano fidanzati, ma ora non più: lei vive con un medico bulgaro e ha avuto anche un figlio.

Contronatura - Massimiliano ParenteSempre a peggiorare la situazione, Massimiliano ha anche un'ammiratrice in continua fibrillazione per lui, tale misteriosa Madame Medusa, che gli scrive senza tregua appassionate lettere d'amore. Mentre un'estate Massimiliano e Naike attraversano l'Italia, diretti al Sud per le vacanze, Scarlett scompare, dopo un periodo di persecuzioni da parte di un ricattatore. Contemporaneamente, un misterioso killer inizia a massacrare delle povere prostitute. La mente e il cuore di Massimiliano, turbati dagli eventi, sembrano non reggere più: il mondo è caos, la televisione è tutto, il sesso non consola più. Tutto sembra essere contronatura. Ma forse una chiave c'è... Una spiegazione che tiene insieme tutto.
 
 
Contronatura - Massimiliano Parente - Bompiani - Collana: Letteraria - Pagine 518 - Formato - Anno 2008 - EAN13 9788845260407 - € 19.00
 
 
Leggi anche:

intervista a Massimiliano Parente – La macinatrice a cura di G. Iannozzi

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Ivo Mej: Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 05, 2008







Ivo Mej



Moro rapito!


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi. (Aldo Moro)
 
Il motto, l’idea, lo scopo della lotta armata, tutto per le Brigate Rosse è riassumibile nel loro motto, nel tragico slogan che ancora riecheggia nell’aria: “Colpiscine uno per educarne cento”. Le BR, di matrice marxista-leninista, fondate da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970, non sono morte: brigatisti nuovi di zecca sono a piede libero, e molti di quelli di vecchia data indicati come ex brigatisti sono o latitanti o nascosti chissà dove, e quasi certamente imprendibili. Nel giugno del ’77 Indro Montanelli viene gambizzato da Franco Bonisoli, che è legato al giornalista da un vincolo di amicizia, come si appurerà in seguito alla cattura del brigatista. Sul finire del 1999, neanche poi troppo a sorpresa, le nuove Brigate Rosse fanno la loro apparizione: Massimo D’Antona nel 1999 viene freddato; non passano tre anni che Marco Biagi, nel 2002, fa la stessa fine. Nel 2003 le Brigate Rosse occupano ancora le colonne dei giornali: due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti della Polizia Ferroviaria sono nel bel mezzo del fuoco delle pistole. Galesi e l’agente Emanuele Petri moriranno.
Nella storia italiana c’è una data che non sarà dimenticata, il 16 marzo 1978: quel giorno il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, era al suo battesimo. In via Fani un commando delle BR assalì l’auto con a bordo Aldo Moro. Moro non arrivò mai alla Camera dei Deputati, né la sua scorta. Furono uccisi tutti: i brigatisti non risparmiarono pallottole. Il presidente della Democrazia Cristiana fu sequestrato. Dopo 55 giorni il cadavere di Moro fu ritrovato nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani: l’auto era posteggiata nei pressi di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, ovvero vicino alla sede nazionale della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.
Dopo il 16 marzo l’informazione, il modo di fare informazione è cambiato: se non proprio radicalmente, ha però smesso di essere quello di Peppone e Don Camillo. Il perché ce lo dice Ivo Mej nel suo saggio “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: l’autore analizza nel profondo la notizia e come essa è stata trattata da giornalisti e testate giornalistiche. Il rapimento di Aldo Moro intercetta le coscienze assopite degli italiani e le proietta in una centrifuga mediatica, dove le notizie arrivano veloci e sconnesse, animate dall’apprensione, senza che dietro ci sia uno spirito del tutto razionale. L’emotività diventa parte integrante della notizia. La notizia, suo malgrado, diventa anche sensazionalità. Ivo Mej fa un’accurata analisi del fenomeno “terrorismo”, delle notizie che vengono portate all’opinione pubblica e come essa reagisce.
C’è più di un valido motivo per leggere il saggio di Ivo Mej, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: ci aiuta a comprendere la notizia e come essa viene confezionata e poi distribuita, ci indica in maniera netta come è cambiato il modo di fare informazione dopo il rapimento di Moro. Cambiare la Storia non è mai possibile; è però possibile comprenderla meglio, senza distorsioni, ed è appunto quanto si prefigge l’autore in questo saggio su Moro e l’informazione.  
 
Ivo Mej è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. All’attività letteraria e saggistica unisce quelle di fotografo, cuoco e sportivo. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.
 
Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti. - Ivo Mej - Prefazione: Francesco Cossiga – Barbera editore – collana Planet - Isbn: 88-7899-202-3 - Pagine: 143 - 15,50 €
 
 
    leggi un estratto
 


 
 
Intervista a



Ivo Mej



Moro rapito!

 
Personaggi. Testimonianze. Fatti
 
  
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
1. Una data, una sola per l’Italia, il 16 marzo 1978: quel tragico giorno il modo di fare e distribuire l’informazione è cambiato radicalmente. E se non fosse stato Aldo Moro a essere rapito, se fosse stato un qualsiasi altro personaggio politico, oggi nel nostro Paese l’informazione sarebbe quella che conosciamo, o sarebbe uguale a quella che si usava fare negli anni Sessanta e Settanta?
 
Se fosse stato rapito, per esempio, Andreotti, credo che il libro avrebbe avuto la medesima valenza. Il cambiamento del mondo dell’informazione e della società sarebbero stati assolutamente i medesimi, stante la rottura della “messa cantata” all’interno del rito informativo bolso e antico che vigeva nel nostro Paese. Certo, il fatto che sia stato rapito il fautore dell’allargamento del Governo ai Comunisti ha segnato in maniera diversa la Storia.
 
 
 
2. Nel tuo saggio, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”, esponi la teoria degli pseudo-events di Daniel Boorstin. Spieghi inoltre che “le BR sanno perfettamente che il giornalista, date certe premesse di produzione della notizia, si trova invischiato nella sua professionalità che lo porta a dire tutto, di tutto comunque”. Le BR di allora, che tipo di messaggio intendevano portare ai mass media, alla democrazia, all’Italia, rapendo e uccidendo Aldo Moro? E: sono riuscite nel loro intento di mettere a soqquadro le coscienze degli italiani?
 
Direi che le BR sono arrivate al nocciolo di quanto desideravano politicamente: mettere in ginocchio la credibilità di un’intera classe di governo. Poi, naturalmente, bisogna considerare se le BR fossero o no manovrate (con cognizione o meno) dall’esterno. In questo caso, stabilire chi avesse il potere di manovra consentirebbe di capire anche se gli specifici fini di tali forze siano o meno stati raggiunti. Voglio dire che nel caso di indeterminate “forze reazionarie” (vedi teoria della P2), si può dire che il fine sia stato raggiunto solo parzialmente. I Comunisti non andarono al governo, ma il Paese non ebbe la svolta dittatoriale auspicabile da tali forze. Bisognerebbe sollevare finalmente il segreto di Stato dalle carte, cosa che il Governo Prodi non ha avuto il tempo di fare. Speriamo che lo faccia il nuovo, qualunque sia. Indubbiamente, le coscienze degli Italiani non furono più le stesse dopo il rapimento. Molto più dopo il rapimento che dopo l’assassinio di Moro. Il 9 maggio infatti è stato solo l’atto drammaticamente conclusivo di un processo mediale iniziato il 16 marzo.
 
 
 
3. Nell’introduzione, firmata da Francesco Cossiga, si può leggere: “Debbo dire che la televisione e la carta stampata seguirono gli eventi con grande cura e obiettività (la “dietrologia” fiorì molto dopo, dato che anche i dietrologi del dopo capirono che era il caso che tacessero: CIA, il KGB, il triangolo Stati Uniti-Regno Unito-Germania Occidentale, e in particolare il binomio Kissinger-Schmidt dietro gli avvenimenti dolorosi!).”
Mi sembra una considerazione, per così dire, postuma, poco chiara.
Che cosa intendeva riferire Cossiga?
 
Non mi azzardo certo a formulare ipotesi sul pensiero altrui, specie quello del Presidente Cossiga! Prova a chiedere a lui.
 
 
 
4. La produzione della notizia: come è stata confezionata? Forse con quella obiettività di cui accenna Francesco Cossiga nella prefazione?
 
Cosa intendi per “come è stata confezionata” la notizia? Da parte di chi? La notizia è stata confezionata da ogni testata come ritenevano giusto fare. L’obiettività non esiste neanche tra testimoni oculari come insegna il film Rashomon di A.Kurosawa; esiste solo una maggiore o minore verosimiglianza del fatto a come il fatto viene raccontato. Poi, comunque, nel giornalismo di stampo anglosassone (e l’hanno inventato loro, il Giornalismo!), esistono delle regole famose che non rispettare porta a non produrre informazione.
 
 
 
5. “La prima pagina di un quotidiano è il luogo di massimo risalto della notizia. Quando però l’evento è ricco di varie implicazioni non tutti i suoi aspetti possono trovare spazio in prima e vengono disposti nelle pagine interne in ordine di importanza. […]”
Chi o che cosa va oggi in prima pagina?
Chi decide quali notizie devono andare in prima e quali invece no?
 
In prima pagina dovrebbero andare i cinque-sei fatti caratterizzanti al giornata. Chi decide quali siano normalmente è il Direttore che definisce la rotta del giornale nelle scelte di tutti i giorni, normalmente ispirate ad un piano editoriale presentato al momento dell’insediamento (esempio: un giornale edito da Greenpeace avrà sicuramente un direttore favorevole alle fonti energetiche riciclabili, perciò darà sempre il massimo risalto ad un incidente nucleare rispetto ad un fatto di cronaca nera).
 
 
 
6. Il caso Aldo Moro: quando la notizia è diventata vecchia, se mai lo è diventata?
 
La notizia diventa vecchia quando non ha più una carica di novità riguardo a chi la fruisce. In questo senso la “notizia Moro rapito” è divenuta vecchia immediatamente dopo la sua comunicazione ai fruitori. Il 17 marzo la notizia era “Moro in mano alle BR”, i giorni seguenti la notizia era costituita dai comunicati BR e così via.
 
 
 
7. “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: chi dovrebbe leggerlo?
C’è una fascia di lettori cui questo saggio è maggiormente indicato, e se sì, per quale motivo?
 
Il libro si rivolge in primo luogo a chi studia i mass-media, studenti universitari e liceali. Troverei auspicabile che lo leggessero anche tutti coloro che per motivi anagrafici non hanno idea dell’evento di 30 anni fa. Trovo che sia anche molto interessante per chi, come me, vuole ricordare e avere una documentazione agile e veloce sull’argomento da consultare in futuro. “Moro rapito!” è l’ideale libro da acquistare insieme a qualsiasi altro libro che narra la vicenda Moro sotto altri punti di vista.






Puoi leggere la recensione a "Moro rapito" e l'intervista all'autore Ivo Mej anche su BombaSicilia, cliccando su Ivo Mej su BombaSicilia



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Luca Casarini. La parte della fortuna. Strade Blu, Mondadori

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, marzo 25, 2008



Luca Casarini

La parte della fortuna








Sandrone Dazieri balla felice come una pasqua



Un'altra volta Casarini

di Fabrizio Roncone


fonte: Il Corriere della Sera
 

- Compagno Luca Casarini, proprio lei, il gran capo dei no global…

“Proprio io, cosa?”

- Beh, si è messo a lavorare… anzi, a scrivere per Berlusconi.

“Un attimo, ora le spiego”.

- Sì, un attimo. Dovevate fare la rivoluzione, e poi invece…

“Invece che? Mi ascolti, posso chiarire tutto”.

- Eh…

“Eh un bel niente. C’è poco da ironizzare. Io ho solo scritto un romanzo”.

- Genere?

“Diciamo un social-noir”.

- Genere sconosciuto Casarini.

“Infatti. Ma, vede, io non saprei scriverlo un saggio politico. Così ho scelto la strada del giallo-denuncia e…”.

- E se lo fa pubblicare dalla Mondadori, la casa editrice di cui è proprietaria la famiglia Berlusconi. Complimenti per la coerenza.

“Ma che c’entra?”

- C’entra. Quanto le danno?

“Mi pagano il minimo. Una manciata di euro, come sempre capita agli scrittori esordienti”.

- Dica la verità: come c’è arrivato a una casa editrice così prestigiosa?

“Merito di Sandrone Dazieri”.

- L’autore di “Attenti al gorilla”.

“Esatto. Sandrone scrive gialli, è consulente per la Mondadori e ci conosciamo da una vita, da quando lui, per capirci, frequentava il centro sociale Leoncavallo… La faccenda è più chiara, ora?”

- Il cavaliere lo sa?

“Che mi pubblicherà un libro? No, non credo sappia niente”.

- I suoi compagni di Roma, l’altra sera, gli hanno tirato le uova…

“Centrandolo, peraltro… ah ah ah!”

- Guardi, sono sghignazzi inutili. Ormai lei lavora per lui. Si regoli.

“Ma davvero le sembra così strano? “

- Il problema, Casarini, è se strano dovesse sembrare anche ai suoi compagni no global…

“E Claudio Bisio, allora?”

- Bisio?

“Bisio, che è di sinistra, non lavora a Ziling, su Canale 5? E poi, che ne so? Altri scrittori tipo Lucarelli o Saviano? Anche loro: pur essendo di sinistra, pubblicano con la Mondadori. E comunque, guardi, il mio vero problema è un altro”.

- Quale?

“Allora: io e altre tredici compagni siamo in Corte D’Assise, a Cosenza, per un faldone dei fatti del G8″.

- E allora?

“La Presidenza del Consiglio dell’epoca, cioè Berlusconi, ci ha chiesto cinque milioni di euro per 'Danni all’immagine dell’Italia' … e così…”

- Capito.

“Non è fighissimo? Se Berlusconi vuole quei soldi, deve cominciare a pagarmi… Senta, ma non parliamo un po’ anche della trama del romanzo?”

- Un'altra volta Casarini.

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Fiori e Fulmini, Canti celtici: il punto della situazione

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, febbraio 27, 2008


Cristina Bove e Renzo MontagnoliIl punto della situazione

di Cristina Bove

e
Renzo Montagnoli



Sono ormai quattro mesi, anche qualche giorno in più, che hanno visto la luce due volumi delle edizioni Il Foglio.
(mi riferisco a Fiori e fulmini, di Cristina Bove e ai Canti celtici di Renzo Montagnoli).
Ci sembra quindi doveroso fare un punto della situazione, delineare che cosa hanno rappresentato e rappresentano per noi queste due pubblicazioni.
Già con Due voci verso sera avevamo precisato che il nostro desiderio, più che di avere fra le mani un libro stampato scritto da noi, era di lasciare una traccia del nostro passaggio su questa terra, evidenziando i valori precipui della vita perché essa possa essere considerata veramente tale.
Confermiamo anche ora questa impostazione, perché, lungi dal pensare che i nostri scritti potessero cambiare lo stato delle cose, che anzi va aggravandosi, siamo rimasti dell’idea che due voci fuori dal coro dell’acquiescenza o dell’indifferenza possano rappresentare un mezzo per tenere deste le coscienze. Il poeta ha la fortuna, ma anche la sfortuna, di vedere oltre le apparenze che sempre più spesso vengono spacciate per realtà, è una Cassandra che non può restare indifferente a una crescente accentuata disumanizzazione.
Le testimonianze che abbiamo ricevuto, i commenti positivi che ci sono stati esplicitati, gli incoraggiamenti che abbiamo avuto ci confortano in questo lavoro, perché lasciano intravvedere la speranza che tutto non è ancora perduto.
E se vogliamo ragionare in termini puramente materialistici, i riscontri assai positivi di vendite ci dicono che queste due opere sono state apprezzate.
Certo la critica ufficiale ci ha snobbato, ma questo non è motivo di rammarico, ma eventualmente di compiacimento e né potevamo pretendere il contrario, essendo due voci fuori dal coro.
Più d’uno penserà che stiamo facendo un po’ di pubblicità ed è anche vero, ma dovete considerare che opere scomode vengono volutamente ignorate da chi intesse le trame di un mondo omologato al nulla.
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare un editore serio e onesto come Gordiano Lupi, che ha creduto in noi, nel nostro lavoro, assumendosene il rischio, e questo per noi è già stato un premio alle nostre fatiche, ma restiamo dell’idea che la diffusione di Fiori e fulmini e di Canti celtici debba andare ben oltre l’interesse economico, ma che possa rappresentare l’occasione nel lettore di ritrovare un mondo quale dovrebbe essere e non è, un risveglio di coscienza attuato attraverso una gradevole lettura.
Rinnoviamo, quindi, l’invito a leggere queste due sillogi, restando anche disponibili a chiarire quei punti che vi dovessero risultare non chiari o scarsamente comprensibili, ma pensiamo che la nostra esposizione, lungi da arrampicate sugli specchi o da contorsionstiche elucubrazioni, potrà invece essere l’occasione per riflessioni, magari da fare insieme.
Di seguito riportiamo un paio di poesie, tratte dai due volumi, affinché possiate avere un’idea di ciò che stiamo parlando, e le modalità per ordinare le opere.


  come ordinare

  • Direttamente dal sito dell'editore: www.ilfoglioletterario.it - e a mezzo mail ilfoglio@infol.it

  • Spediamo contrassegno con soli due euro di spese postali, ma si può anche fare un bonifico anticipato o un versamento su ccp 19232586.


    Leggi anche:


  • Intervista a Cristina Bove a cura di G. Iannozzi
  • Intervista a Renzo Montagnoli a cura di G. Iannozzi

  • by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:48 | cultura, poesia, libri, letteratura, interviste, editoria, scrittura, autori, notizie dalla rete, in libreria, prima pagina, pubblicitĂ , blogger, scrittori, ospiti, novitĂ  in libreria, notizieflash | clicca per commentare commenti (5)



    Cristina Bove, Fiori e fulmini, intervista all'autrice

    written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, febbraio 11, 2008



    Fiori e fulmini, Cristina Bove


    Intervista a


    Cristina Bove


    Fiori e Fulmini

     
     
    a cura di Giuseppe Iannozzi
     
     

     
    Cristina Bove1. Parliamo di te, prima di entrare nel cuore della tua poesia, quella di “Fiori e fulmini”.
    Chi è dunque Cristina Bove? Una breve autobiografia, possibilmente evidenziando gli aspetti più artistici e culturali che hanno fatto di te una poetessa ma anche una pittrice, e non solo.
     
    Sono nata a Napoli, nel settembre del 1942, mi sono trasferita a Roma quando mi sono sposata e ancora vi risiedo. Molte esperienze dolorose mi hanno segnata, ma anche meravigliose come la nascita dei miei quattro figli, l’amore, le amicizie, la lettura, la pittura, la scultura, la poesia. Ed ora questo mezzo magico che mi permette incontri di pensiero che mai avrei potuto immaginare, e questa intervista che mi stai facendo.
     
     
    2. Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di sentire il mondo e quindi la società che lo abita/vive? Per quali motivi?
     
    Le mie letture sono state e sono tuttora quelle di un’autodidatta onnivora e vorace, che non potendo acquistare libri si iscriveva a tutte le biblioteche delle città in cui risiedeva Perfino a Tunisi, dove ho vissuto circa tre anni, mi iscrissi alla biblioteca dell’Istituto Culturale Italiano, e dove venni ospitata anche con una mia personale di pittura.
    Ho letto talmente tanto, che la mia memoria è un sedimento di tracce lasciate dai più svariati autori ed argomenti, Shakespeare, Hugo, Goethe, Dowstoevskij, Tolstoj, Hemingway, Bulgakov, i classici latini e greci, Pavese, Calvino, Campana, Primo Levi, trattati di medicina, di astrofisica, amo Hawking, Eco…Tagore, potrei continuare la lista, nel più completo disordine di acquisizione. Se dovessi dire quali autori hanno lasciato un segno dovrei dire tutti. Ma non chiedermi citazioni, la mia labile memoria non me le consente.
     
     
    Giuseppe Iannozzi raccomanda3. “Fiori e fulmini” è un libro particolare, non ci sono difatti delle sezioni spazio-temporali, è invece un corpo unico di liriche che si possono leggere singolarmente ma anche partendo dalla prima per arrivare fino all’ultima. Se di decide di leggere da “A me” fino a “Web”, allora si ha l’impressione d’aver letto la lunga felice dura vita d’una donna, la tua, Cristina. Una vita fatta di ricchezze semplici e di dolori, senza mai cedere ai facili sentimentalismi e all’ipocrisia, ma sempre affrontando la vita a muso duro, anche quando la vita ti segna con il marchio del dolore.
    Come hai scelto le poesie che avrebbero fatto parte di “Fiori e fulmini”?
     
    Intanto ti ringrazio di aver colto così bene il senso delle mio libro e della mia vita, le poesie sono state mantenute in ordine alfabetico e non cronologico, perché ho sempre pensato che la poesia è più che altro una suggestione, che nasce sì dalla percezione di un momento, dall’emozione di un sentimento intensamente vissuto, ma che permea ogni respiro, ogni attimo della vita di chi ne è “affetto”.
     
     
    4. Il tuo poetare è ricco di dolore, d’un dolore a volte tragico, ma non per questo versato all’autocompiacimento. C’è pietas, ma una pietas che solo l’uomo può dare a un suo fratello. C’è una religiosità che è radicata al tempo storico che si vive e che non si genuflette per pregare un dio che si dice abiti nei cieli. Puoi approfondire?
     
    Il dolore mi ha insegnato che ogni essere umano vive con la più alta probabilità di provarlo, che nessuno è escluso dall’ineluttabilità della morte, che gli uomini sono coraggiosi a vivere sapendo che dovranno morire, che se gli dei esistono, sono loro che devono imparare dagli uomini, loro che devono amarli, ammirarli, ricompensarli di questo spettacolo cui assistono e dove ogni recita costa sangue e vita di un essere umano.
     
     
    5. Renzo Montagnoli, parlando della tua poesia, ha scritto: “…la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità. […]”
    A tuo avviso, che cosa sono oggi i feticci della felicità, quali sono quegli egoismi che dovremmo tenere per la nostra felicità e quali dovremmo invece rigettare in parte o on in toto? Quali sono gli autentici valori della civiltà, e soprattutto, oggi come oggi, ci sono ancora dei valori in cui poter credere a occhi chiusi?
     
    I feticci della felicità sono i valori creati ad hoc dal consumismo bieco che ci vede intenti a riempirci la pancia e a circondarci di orpelli mentre la maggior parte dell’umanità muore di stenti. L’ipocrisia dei sistemi religiosi che si proclamano detentori assoluti della Verità rivelata (sic) e nel nome di dio scatenano inferni. La perdita dei sogni e degli ideali a favore di immediate soddisfazioni di appetiti istintuali, a volte brutali, che conducono l’uomo ad abusare dell’uomo. Bisognerebbe sollecitare nei giovani risorse di pensiero, offrire loro apprezzamento e considerazione per ogni conquista intellettuale, facendo diventare marginali quelle semplicemente esteriori.
    Si può ancora credere all’amore, ai sogni di Prometeo di ciascuno, alla poesia…
     
     
    6. In che misura la poesia può aiutare l’umanità ad essere migliore? E, perché?
     
    Perché sposta l’attenzione dagli istinti all’intuito, dalla quotidianità che appiattisce alla originalità di un pensiero che eleva. Perché fa trovare in sé stessi il proprio aspetto alato, quello che non è soggetto alle leggi di gravità e che non ha bisogno di mezzi materiali per esprimersi, è pensiero alla ricerca di un cuore.
     
     
    7. Il tuo poetare è molto diretto, a volte molto vicino alla prosa poetica: la musicalità è data più che altro da assonanze e allitterazioni. Vorrei che mi spiegassi qual è il tuo stile, e soprattutto quanto esso è importante affinché la poesia penetri nell’animo del lettore.
     
    Mi è difficile rispondere a questa domanda, perché non mi sono mai soffermata ad analizzare questo aspetto della mia poesia. Non vi sono ricerche tecniche, perfino le scelte lessicali sono inaspettate a me stessa, se dovessi cercare di spiegare direi che è la poesia che viene a cercare me, che spesso mi sento soltanto una cassa di risonanza in cui può esprimersi ed echeggiare.
     
     
    8. La tua poesia è evocazione intimista o anche messaggio sociale per una civiltà migliore?
     
    Della prima indubbiamente, del secondo non so, se diventa messaggio è soltanto perché è la proiezione dell’idea che ho io di un mondo migliore.
     
     
    9. In “Ho visto la città” scrivi: “Ho sentito il mio cuore/ svegliarsi nel silenzio/ del diamante/ cercare le parole/ che i poeti/ lasciarono leggére/ come felci sfiorate dalla luna/ arcobaleni allodole e cristalli/ fiori di mare suoni di colori/ i colori dell’amore/ in un respiro./ Sono viva/ perché nella mia notte/ qualcuno accese un sogno/ di poesia.” La poesia è dunque uno spirito salvifico tanto per il poeta quanto per il lettore? E se sì, perché? Da chi o da che cosa ci salva la poesia, quali ferite dell’animo riesce a lenire?
     
    Forse mi ripeto, ma credo fermamente che la poesia aiuti a spostare l’attenzione dall’immanente verso il trascendente, dal gravame del quotidiano al mistero in cui siamo immersi. Non dà risposte, ma forse fa nascere domande.
     
     
    10. Il titolo del tuo libro: “Fiori e fulmini”. Più fiori o più fulmini?
     
    Credo più fiori, anche perché per contrastare un solo fulmine occorrono parecchi fiori.
     
     
    11. Probabilmente mi sono dimenticato di farti una domanda importante, ragion per cui ti lascio libera di formularla da te e di dare una risposta.
     
    Probabilmente non saprei come rispondermi.
     
     
    12. Grazie, Cristina. Sei stata molto disponibile e coraggiosa a sottoporti alle mie non facili domande. Ti auguro ogni bene per la tua poesia e la tua vita privata.
     
    Grazie a te, Beppe, non sei stato cattivo, e per me è stato un piacere ed un onore risponderti. Ti ricambio gli auguri di ogni bene .
     
    Cristina Bove
     
     
     
     
    La prefazione a “Fiori e fulmini”

    firmata da Renzo Montagnoli
     
     
    Il poeta riesce a guardare il mondo che lo circonda, trascendendo ciò che gli occhi vedono, e in questo Cristina Bove non si smentisce, perché in lei è presente questa straordinaria virtù ed è coeva con la capacità di trasmettere in modo chiaro, direi limpido, le sensazioni del suo animo.
    Questa raccolta comprende un centinaio di poesie, solo una parte delle numerose che nel corso della sua vita ha saputo creare, senza mai essere ripetitiva.
    In “Fiori e fulmini”, pur nelle molteplici tematiche affrontate, riluce la mano sensibile che riesce a trasferire nel verso, con ammirevole semplicità, le più svariate emozioni, dal tormento di un ricordo allo sdegno per la sorte riservata ai più deboli.
    L’animo di Cristina è uno specchio in cui si riflettono visioni che rimbalzano sulla carta pregne di intime considerazioni, una presa di coscienza che solo il confronto fra la realtà e il sentimento trasfigura in messaggi, ora soffusi, spesso silenziosi, e quasi mai in urla liberatorie.
    C’è una visione dell’esistenza, anche nei suoi aspetti più tragici, che lascia alla speranza dell’amore, inteso nella sua accezione più ampia, quel dare spontaneo che gratifica anche senza risposta e che fa sentire più vivi, come in Amo le voci “ Amo le voci che parlano sommesse che sanno dire senza farti male che scelgono il silenzio quando è bene tacere “, oppure in Brulicava di luci , una lirica di ispirazione quasi bucolica, dove il richiamo alla morte va a sottolineare l’amore per la vita, una sorta di antitesi che ne esalta il valore.
    Ci sono liriche intimiste, dove il volgere gli occhi dentro di sé è il cercare di conoscere la risposta a tanti perché e al riguardo ritengo opportuno sottolineare il particolare spirito religioso presente in tanti versi, una visione della vita che esula dai dogmi delle religioni per sfociare nella dubbiosa consapevolezza che qualche entità a noi ignota presieda ai destini del mondo, ai passi che percorriamo ogni giorno, a fatti ed eventi a cui partecipiamo secondo un copione che non conosciamo, ma che qualcuno ha ben definito.
    Domande logiche che tutti ci poniamo, ma che la sensibilità dell’autore sa volgere in possibili risposte che alla luce della ragione hanno un senso senza essere certe, perché l’unica realtà tangibile è la vita, è quel fluire del tempo che ci accompagna dalla nascita fino al distacco, un distacco che può anche essere mediato, come quando qualcuno a noi caro ci lascia senza che possiamo far nulla, un’improvvisa consapevolezza della nostra impotenza di uomini che crediamo di saper tutto, ma che ignoriamo il perché esistiamo.
    Al riguardo struggente è A mia madre, laddove Cristina scrive “Mentre la vita che donasti a me non consentiva di donarla a te “, una traslazione di pensiero che porta dal pathos individuale a quello universale, una drammatica consapevolezza che il ciclo vitale non può essere modificato.
    Più fiori che fulmini, perché anche nell’uso sapiente e mai ridondante delle metafore il verso, fluido, cristallino è al servizio della filosofia dell’autore, un concetto semplice, ma dalla grande portata per il bene del mondo: la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità.
    Un’ultima, doverosa annotazione: leggere le poesie di Cristina Bove è come entrare in un’altra dimensione, in un’atmosfera dolcemente sospesa che infonde una grande serenità.
     
     
    Fiori e fulminiCristina BoveEdizioni Il Foglio - Collana Autori Contemporanei Poesia – ISBN 9788876061639 - € 15,00


     
     
    A ME


    A me
    che da lontano mare di terra
    magma
    approdo a calcinate banchine
    ossari e nebulosi fantasmi di velieri
    portandomi indicibili lutti
    e squarci mai richiusi
    si chiede ancora un gemito
    ma io non piango più né voglio più gridare
    ho fatto un nido
    sull’albero spezzato di maestra
    ultimo assedio all’acqua d’un morto galeone
    e volo
    oltre i rimbombi e i laceranti numi
    ali sparute
    residue remiganti
    piume ne ho perse tante
    e guardo in faccia il sole
    a costo di morire.




    WEB


    Dai balconi del web
    panoramica vista di orizzonti
    remoti come galassie
    o prossimi alle dita
    come tasti
    anime scritte
    a caratteri mobili
    in alfabeti singoli
    occhi smarriti in sogni
    retroilluminati
    ammaliati da mille incantatori
    nella fantasmagoria di mille scene
    cui la mente si abitua
    e poi
    della luce dell’alba
    che le sembra sbiadita
    non si accontenta più.


    [ c ] Le poesie "A me" e "Web" di Cristina Bove sono riprodotte su questo blog per gentile concessione dell'Autrice.


     
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    Il blog di Cristina Bove: http://cristinabove.splinder.com

    Il blog dedicato a “Fiori e fulmini”: http://fioriefulmini.blogspot.com

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    Marco Candida: intervista all'autore de

    written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, gennaio 21, 2008




    Intervista a


    Marco Candida

    Il diario dei sogni




    a cura di Giuseppe Iannozzi




    1. In che misura “Il diario dei sogni” è romanzo autobiografico e/o diaristico? Per quali motivi?
     
    Mi pare che l’uso di “e/o” nella tua domanda leghi concetti diversi. L’autobiografia riguarda i contenuti di un romanzo. Posso raccontare anche una storia di alieni gialli sul Pianeta 746 e non per questo essere meno autobiografico che se scrivessi un romanzo intitolato: “I miei primi quarant’anni”. Il diario, invece, è una forma letteraria – e tra l’altro talmente ben nota, che non occorre aggiungere ulteriori spiegazioni. Ciò premesso, Il diario dei sogni non ha la forma letteraria di un diario: è un resoconto. In secondo luogo, all’inizio del libro c’è una pagina dove si ricorda che ogni riferimento a fatti, luoghi e persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Immagino che questo valga anche per me.
     
     
    2. Sei al secondo romanzo. Che cosa aggiunge, o toglie, alla tua prima esperienza editoriale, “La mania per l’alfabeto”?
     
    Nel romanzo La mania per l’alfabeto sono per così dire indicate alcune strade – di pensiero, di linguaggio, di forme letterarie, di idee… –: ora si tratta di cominciare a percorrerle queste strade, e se necessario anche a tracciarle. Il diario dei sogni sviluppa, ad esempio, alcuni elementi già presenti nel precedente romanzo: principalmente il microracconto. Poi posso aggiungere questo. Soprattutto nelle pellicole cinematografiche – ma anche nei libri – arriva il momento di quello che tra amici si usa chiamare il “discorso finale”, dove il protagonista tira le somme e cerca di dare un senso a quel che si è raccontato. Gli esempi sono infiniti. Dico quelli che avevo in mente io: da Moonlight Mile con Holly Hunter e Susan Sarandon, a Kramer contro Kramer con Meryl Streep, a Rocky, a Rambo… Ci sono momenti dove il protagonista parla, come si dice, con il cuore in mano, e tira fuori tutto quello che gli brucia dentro. Ecco, le due e-mail, il Discorso per il mio funerale, lo “Scritto per l’ufficio” e altri testi contenuti in La mania per l’alfabeto sono una collazione di possibili “discorsi finali” dove il protagonista fa parlare le sue viscere. Il diario dei sogni, invece, si può considerare come un romanzo dedicato a quelle parti dei romanzi che di solito almeno io tendo a saltare: cioè il racconto dei sogni. Come lettore lo sguardo del subcosciente del protagonista di solito non mi interessa, lo leggo con noia, addirittura lo salto. Un’immersione totale, però, credo potrebbe essere interessante. L’idea di caratterizzare un personaggio quasi esclusivamente attraverso i suoi sogni e costringere il lettore a farsi un’idea del profilo della sua personalità in pratica soltanto attraverso i suoi sogni come lettore mi attrae.            
     
     
    3. “Il diario dei sogni” è una sorta di taccuino, almeno a mio avviso, dove in una forma narrativa più o meno coerente vengono esorcizzate le paure del protagonista. Dico giusto?
     
    Questa è una delle possibili interpretazioni. Credo che però in questo romanzo si tratti essenzialmente non di angosce personali ma di superstizioni. Verino sferra critiche ferocissime a molte credenze superstiziose. Alcune di queste credenze sono già largamente considerate come superstizioni – come la telepatia, la telecinesi, la possessione spiritica… Accanto a queste alcune solide certezze che fondano le nostre esistenze vengono smascherate come credenze superstiziose.
     
     
    4. Negli anni della Beat Generation, Jack Kerouac scrisse “Il libro dei sogni”. Nel suo caso si trattava di scrittura automatica. Il tuo lavoro invece ha richiesto qualcosa come sei mesi di gestazione. Il tuo Verino Lunari ha dei sogni, particolarmente vividi, che raccolti insieme danno luogo ad una sorta di narrazione. Verino annota tutti i suoi sogni, subito dopo che li ha sognati: impiega circa 40 minuti, dopodiché il sogno gli rimane addosso, come un profumo. La domanda è questa: c’è una qualche relazione fra la scrittura automatica di Kerouac e la tua, e se sì, perché?
     
    Non pensavo a Kerouac e alla scrittura automatica. Non pensavo a nessuno. Desideravo soltanto scrivere un testo dove mi fosse possibile lasciar correre a briglie sciolte la fantasia e proporre idee a getto continuo. Soprattutto proporre idee a getto continuo. In qualità di lettore forte a causa di una forma di perversione il racconto di impianto tradizionale – che comunque ne Il diario dei sogni c’è – oggi come oggi rischia di stancarmi presto. Il racconto che si brucia in una pagina o due invece mi infiamma. E’ un concentrato emozionale. Di solito invece un racconto spalma le emozioni nell’arco di più pagine. Addirittura ci possono volere due o tre pagine di noia assoluta proprio allo scopo di emozionare il lettore con quello che segue. Mi pare che il lettore – con il suo bagaglio di storie che gli piega la schiena (storie che vengono dal cinema, dalla televisione, dai fumetti, dalla chiacchiera della strada) – possa essere sufficientemente pronto per trarre godimento da un racconto brevissimo – alla Manganelli. Per riprendere quel che dicevo sopra e cioè che La mania per l’alfabeto è un romanzo che si può leggere come una successione di “discorsi finali” come quelli che si trovano nei film, Il diario dei sogni si può considerare una successione serrata di micro-riassunti di trame di film – come quelli che compaiono su Sky se schiacci il tasto i per avere informazioni sul film che stai guardando, che trovi nelle guide televisive… e che trovi anche nelle quarte di copertine dei paperback supereconomici.  
     
     
    5. In uno dei primi romanzi di Jonathan Carroll, “Bones of the Moon” (1987), la protagonista, Cullen, ha dei sogni molto tridimensionali, per così dire. Ma non sono dei semplici sogni, perché ognuno di essi è frammento di una storia che alla fine collima con la dimensione del mondo reale. E’ un po’ quello che accade anche nel tuo romanzo. Che cos’è la dimensione onirica e quanto influenza la vita di tutti i giorni? E in ambito strettamente letterario?
     
    H.P. Lovercraft teneva quaderni dove annotava idee per i suoi racconti. Queste idee venivano anche dai sogni che faceva. Tra i miei file ci sono due o tre idee che vengono da sogni che ho fatto. In ambito letterario i sogni possono essere d’aiuto. Quanto all’influenza sulla vita di tutti i giorni, se si crede negli Oroscopi, forse si può credere anche che un sogno posso dirti qualcosa sulla tua vita. Spesso sogno di volare. A ventidue anni, avevo incubi spaventosi. Qualche volta un brutto sogno mi resta nella pelle per tutto il giorno. Qualche volta mi chiedo: “Questo l’ho sognato o mi è proprio successo?”. La mia opinione sull’argomento è la seguente. Il sogno è una cosa che produciamo con il nostro corpo – così come con il nostro corpo produciamo altre cose. Credo che tutto ciò che produciamo con il nostro corpo eserciti qualche influenza su di noi: sul nostro umore, soprattutto. E questo è quanto. Mi fermerei qui. Cioè, non penso certo che un sogno possa predire qualcosa o farmi vincere all’Enalotto.
     
     
    6. Verino Lunari comincia ad avere una forte attività onirica dopo esser stato costretto ad assumere escitalopram per tenere sotto controllo gli attacchi di panico, di cui ha cominciato a soffrire in maniera abbastanza repentina. Si tratta essenzialmente di uno stabilizzatore dell’umore, ma Verino Lunari l’assume e sogna, sogna troppo. Suggerisci forse l’idea che il mondo onirico possa esser stimolato per mezzo di antidepressivi e ansiolitici?
     
    I depressi non fanno sogni o sognano molto poco. Curando la depressione è possibile che si cominci a sognare o a sognare con maggiore frequenza.
     
     
    7. Un attacco di panico è un evento traumatico per la psiche ma anche per il fisico di chi ne è vittima. Chi ha un attacco di panico non può far quasi nulla per ostacolarlo: il pensiero è uno e uno solo ed è di morte imminente. Verino Lunari ne soffre, ma ha anche delle allucinazioni. Tuttavia non mi sembra che Verino cada in uno stato di allarmismo totale, come invece accade nei soggetti colpiti da DP (o DAP).  
     
    Verino Lunari riporta i sogni che ha trascritto sul suo diario. E’ interessato a riportare i sogni più significativi – e più volte nel corso della narrazione ribadisce che quel che sta facendo non sembra avere molto senso, anche se noi lettori siamo in grado di comprendere che il senso c’è, ed è liberarsi di alcuni turbamenti interiori, rendere delle confessioni, però confondendo le carte, mischiando il sogno e la realtà. Non ci racconta i suoi attacchi di panico. Effettivamente, Giuseppe, Verino non ha attacchi di panico. Ha delle allucinazioni, ma non siamo sicuri che quello che sta raccontando sia completamente reale, perciò non possiamo essere sicuri che quello che ha davanti agl’occhi si possano precisamente definire allucinazioni. La storia cammina sempre sull’orlo di un’ambiguità pressoché totale.  
     
     
    8. In Verino Lunari si manifestano più che altro delle fobie: quella di diventare cieco, ad esempio. Forse sbaglio, ma Verino Lunari più che essere soggetto a DP è invece un tipo psicotico, pericoloso (per sé stesso).
     
    Sì, può essere.
     
      
    9. Rispetto a “La mania per l’alfabeto”, ritieni d’aver fatto un passo avanti come scrittore? E’ a tuo avviso “Il diario dei sogni” uno scritto di una persona più matura?
     
    Devi scusarmi se schivo la domanda, ma preferisco non fornire giudizi di merito su quello che propongo.
     
     
    10. Il protagonista è uno che un “lavoro vero” non ce l’ha. E’ uno scrittore. Che pubblica anche, seppur per piccole case editrici. E’ un ventottenne ed anela a vivere grazie ai compensi che gli vengono dalla scrittura, che però sono troppo pochi. A tuo avviso si può dire che lo scrittore è un “lavoratore”?
     
    Proprio non so cosa rispondere. E’ strano. Se non sei uno scrittore di successo e vuoi fare lo scrittore allora devi lavorare ventiquattrore su ventiquattro – e fare la fame, e condurre una vita più o meno terrificante. Se hai successo immagino, invece, che tu possa anche permetterti di scrivere una paginetta ogni tre mesi. In entrambi i casi lo scrittore non è una lavoratore normale. Nel primo caso è un mostruoso sgobbone, storpio, mezzo cieco, raggrinzito, calvo, che sputa maledizioni verso tutto e tutti, e in pratica non fa altro che lavorare, e quasi nessuno gli riconosce quello che fa. Nel secondo caso, invece, è un coglione.
     
     
    11. Quali testi hai consultato per scrivere “Il diario dei sogni”?
     
    Mi sono basato su alcuni testi che avevo letto da tempo  Hervey de Saint-Denys, I sogni e il modo di dirigerli (2000), edizioni Phoenix. Malcolm Godwin, Il sognatore lucido (1999), edizioni Corbaccio (scritto benissimo…). Bruni O., Principi di medicina del sonno in età evolutiva, Mediserve 2000. E poi i classici.
     
     
    12. Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di guardare al mondo?
     
    Non credo di avere particolari modelli. Dovendo cercare di dire le cose come io le sento, non mi pare di aver bisogno del modo di qualcun altro per dirle. Così non devo dire grazie a King, London, a Calvino, a Nice, a Carlo Sini…
     
     
    13. Il tuo romanzo potrebbe essere definito “un tentativo di scrittura avantpop”?
     
    Mi auguro che venga considerata una buona storia.
     
     
    14. C’è un qualche messaggio sociale nel tuo romanzo?
     
    Non mi sembrerebbe di buon gusto rispondere di sì.
     
     
    15. Se tu dovessi regalare un libro: quale consiglieresti e perché.
    E un libro che invece non consiglieresti nemmeno al tuo peggior nemico?
     
    Di solito regalo o consiglio libri che mi pare possano essere interessanti o produttivi per la singola persona. Tendo a non generalizzare e a pensare: “Nella loro libreria questo libro dovrebbero averlo tutti!” o “Nessuno dovrebbe avere questo libro!”.  
     
     
    16. Perché tra tanti libri in uscita, qualcuno dovrebbe decidere di comprare e leggere il tuo romanzo?
     
    Credo principalmente per i motivi che abbiamo cercato di elencare in questo dialogo.
     
     
    Grazie, Marco.
    In bocca al lupo… 
     
    Grazie a te,
    Crepi…

    Marco Candida è nato nel 1978 a Tortona. Ha esordito nel 2007 col romanzo “La mania per l’alfabeto” (Sironi editore).




    Il diario dei sogni

    Marco Candida
    Editore: Las Vegas edizioni
    Collana: I Jackpot
    Uscita: gennaio 2008
    Pagine: 183
    Prezzo: 10€
    Isbn: 978-88-95744-02-5





     



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