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Appunti a uso e consumo di Biondillo e Wu Ming 1

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, luglio 08, 2008





Sull’attuale stato della Letteratura italiana

Appunti a uso e consumo di Biondillo e Wu Ming 1
 
 

 
 
Signor Gianni Biondillo,
 
 
non condivo una sola acca di quello che Lei ha scritto, cercando invano di portare acqua al suo mulino in nero, o in giallo se preferisce. Solo questo. Aggiungo però che non saranno né i Wu Ming, né Lei o Giancarlo De Cataldo a fare la Letteratura; né servono i dozzinali articoli scritti in memoria di Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio, Amelia Rosselli, ecc. ecc. per riportare nelle biblioteche e nei cuori degli italiani il vero spirito della Grande Letteratura. La critica minimalista adoperata oggi, quando non addirittura di carattere revisionista, è soltanto un male portato in maniera piuttosto subdola a esclusivo sfavore dei classici. Il New Italian Epic, ad esempio, è il sublime manifesto al Niente Assoluto; e non ci sarebbe poi niente di male nell’esaltarlo, se solo non ci si proponesse di revisionare i classici per occultarli di peso nel Niente.  
Semplicemente, oggi, la Letteratura non esiste più, se non per tre o quattro nomi: Umberto Eco, Aldo Busi, Sebastiano Vassalli. Quelli che Lei indica, Alberto Garlini, Giacomo Sartori, Luca Ricci, Andrea Bajani, Marco Missiroli, Biagio Cepollaro, Francesca Matteoni, Andrea Raos, Giordano e Piperno e Saviano, sono piccoli - davvero piccoli - calibri, innocenti per compostezza retorica di stili e di contenuti. Domani di questi autori non rimarrà nemmeno una virgola. O un epitaffio.
Signor Gianni Biondillo, gli autori, per lo meno alcuni di quelli da Lei citati, sono stati inseriti - non si sa bene con quale criterio - nel manifesto del New Italian Epic o in articoli a esso inerenti o a esso collegati. Forse a Lei, Signor Roberto Bui (Wu Ming 1) potrà non piacere che si indichi il New Italian Epic come un manifesto, allora glielo spiego altrimenti: autoesaltazione fine a sé stessa, una molta piatta forma di autocelebrazione, sperando forse in un ritorno pubblicitario. E con linguaggio più diretto e fantozziano: “una cagata pazzesca”.
Sinceramente, con rispetto parlando, Signor Roberto Bui, farebbe bene a riprendersi, ad aver più cura di sé stesso invece di sparare castronerie che non stanno né in cielo né in terra.
Non mi sento di essere pessimista come Paolo Di Stefano: Mario Rigoni Stern era già Storia della Letteratura, ben prima dei coccodrilli dedicategli in occasione della morte. Così anche Giuseppe Pontiggia. Di Pontiggia, di Rigoni Stern, di Gina Lagorio si continuerà a parlare ancora a lungo; ma, soprattutto, questi autori di così grande calibro non verranno presto dimenticati né dai lettori (quelli che resistono all’imperante medioevo che oggi fa strage di idee e ideali per mezzo di mode e di veline improvvisatesi scrittrici), né dagli editori, i quali prima o poi dovranno pur uscire dallo stato di cecità che oggi gli ha serrato gli occhi.

I Critici e il New Italian Epic: Mi pare che “Manituana” dei Wu Ming abbia venduto intorno alle 50.000 copie o giù di lì: davvero poco per cinque teste, quando una ragazzina con un romanzetto rosa riesce tranquillamente a vendere 50.000 copie nel giro di pochi mesi, purché abbia alle spalle una casa editrice che non sia un piccolissimo editore. Forse anche da questa consapevolezza, o esasperazione che la si voglia considerare, alcuni scrittori hanno finito con il registrarsi nel New Italian Epic: la speranza, ovviamente, quella di riuscire a darsi maggiore visibilità, credendo che l’unione faccia in ogni caso e sempre la forza. Non mi pare però che essere nel New Italian Epic abbia portato sostanziali vantaggi a qualcuno, né ai Wu Ming, né a Giuseppe Genna, né a De Cataldo (ricordato soprattutto per “Romanzo criminale”), né a Valerio Evangelisti, ecc. ecc. C’è stato sì un po’ di polverone mediatico, fra i critici sostanzialmente, perché il comune lettore non è stato sfiorato dalle castronerie del NIE né da un orecchio né dall’altro, ma morta lì.
Il tentativo di autopromozione, di autocelebrazione che è nel NIE ha portato, così a occhio e croce, più che altro inevitabili (e prevedibili) manifestazioni ironiche e di fastidio.
Chi oggi crede di fare la nuova epica italiana si recensisce e si loda all’interno di una ristrettissima élite di scrittori, più o meno conosciuti: una sorta di club dove tutti si dicono “Bravi!” alzando a dismisura il tono di voce. Chi può dar loro credito? Soltanto chi fa parte di questo club, perché non ha alternative: ci è dentro e deve rispettare le regole non scritte dell’appartenenza al club. I critici, resisi conto di ciò, infastiditi da un simile spocchioso atteggiamento, hanno finito con il defilarsi del tutto, lasciando il NIE a sé stesso, preferendo guardare altrove, in lontananza. Credo davvero che non gli si possa dar torto.

Premi letterari e scuole di scrittura: Dire che i premi letterari sono truccati, o in mano agli Editori, fa inalberare gli addetti ai lavori, e chi i premi li indice, e chi parteggia per un autore piuttosto che per un altro. Tuttavia da qualche anno a questa parte, ad esempio, il Premio Strega è diventato una kermesse non meno volgare e scontata del Festival di Sanremo: l’ultimo grande Romanzo che ho visto premiato è stato “Chimera” di Sebastiano Vassalli. Gli ultimi anni del premio sarebbero da cancellare con un colpo di spugna, subito. In ogni caso il tempo, implacabile giudice, eliminerà dalla Memoria e dalla Storia tanti e tanti scrittori che sono stati portati in alto dal marketing, senza che dietro di essi ci fosse del naturale e vero talento. Per nostra fortuna il tempo è un giudice implacabile, che non si ferma di fronte a niente e nessuno, foss’anche Dio in persona. Sono dell’avviso che nel giro di pochissimi anni nomi quali Mazzantini, Ammaniti, Giordano, saranno meno di ombre.
 
Il libro, da sempre, è stato anche un oggetto di consumo e in ciò non c’è niente di male; purtroppo in quest’ultimi anni il libro è stato ridotto a puro oggetto di consumo «usa e getta», per cui non dura neanche un anno. Si scrivono e si pubblicano libri scevri di contenuti e di stile: ovvio che vendano solo durante il momento della moda, e che nel giro di un anno o giù di lì siano sol più buoni per finire al macero, nemmeno buoni per una seconda possibilità nei remainders.
Le scuole di scrittura hanno contribuito non poco a mettere sul mercato scrittori, che tali non sono: non è sufficiente che uno oggi sappia tenere in mano una penna per poterlo indicare, senz’ombra di dubbio, che è uno scrittore, per giunta con la S maiuscola. Per i semi-analfabeti sono state create collane editoriali apposite, che hanno nomi assurdi o molto elastici, tipo Strade Blu e Stile libero, giusto per citarne due da tutti conosciute. In queste collane vengono accolti sédicenti scrittori, perlopiù contemporanei, che con la scusa di adoprare uno stile minimalista (o carveriano) si permettono di scrivere in una lingua inesistente, vagamente somigliante all’italiano. E solo di rado si rischia d’incappare in un lavoro un po’ valido. Sia come sia, i libri che non valgono, domani non saranno più: ci sono troppi libri scritti per essere dei prodotti e la Storia non può permettersi di conservare tutto l’«usa e getta» che la società produce.
 
Non troppo spesso autori, che nella propria epoca non trovano riscontro, vengono scoperti (o riscoperti) postumi. Non è una grande consolazione, ma è pur sempre qualcosa che vale la pena di prendere in considerazione. Non di rado sono i piccoli editori a recuperare da un ingiusto oblio autori validissimi, ma che nel loro tempo storico non incontrarono l’attenzione del pubblico e della critica; e molti libri veramente validi, sotto ogni punto di vista, vengono oggi pubblicati dalla piccola editoria, il cui tallone di Achille è purtroppo la distribuzione. Tuttavia il lettore che vuole leggere un buon libro, che non vuole infognarsi nella lobotomizzazione imperante, con un po’ di buona volontà, riesce a reperire quegli autori e quei titoli che gli interessano. Par superfluo evidenziarlo, ma il lettore deve anche sapersi tenere informato sulle uscite editoriali, altrimenti tanto vale che si getti a capofitto nelle mode del momento.
 
 
Giuseppe Iannozzi
Torino, 7-8 luglio, 2008

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:19 | cultura, polemiche, letteratura, editoria, narrativa italiana, blogosfera, noir, lettera aperta, editoriale di g iannozzi, la battaglia di maratona, new italian epic | clicca per commentare commenti (9)



Boicottiamo Tariq Ramadan e Valerio Evangelisti, e non La Fiera del Libro

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, maggio 06, 2008





Boicottiamo Tariq Ramadan


e Valerio Evangelisti,


e non La Fiera del Libro
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
La battaglia di Maratona
A pochi giorni dall’inaugurazione della Fiera del Libro di Torino c’è ancora chi polemizza, a volte con argomenti a dir poco fallaci e privi di qualsivoglia buonsenso, altre ancora in modo del tutto pecoreccio. Tra i contestatori non troppo eccellenti anche Valerio Evangelisti, sulle colonne di Carmilla on line: “[…] Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.
Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.
E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.
E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?
Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta. […] Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?
Io lo trovo disgustoso.” Faccia una cosa saggia il buon vecchio Evangelisti, stia in santa pace a casetta sua, in Messico, invece di fomentare l’odio con approssimative quanto fallaci motivazioni per cui anche noi dovremmo provare il disgusto che prova lui. Il boicottaggio di un evento culturale è sempre e solo drammatico indizio di inciviltà. Ma in un paese come il nostro, l’Italia, che ha fatto dell’inciviltà il suo vessillo più di moda sia tra le fila di sinistra sia tra quelle di destra, par quasi superfluo domandarsi quale differenza dovrebbe mai esserci fra contestatori e contestati. In un paese dove si contesta per sapere dove si dovrebbe portare a cagare il proprio cane, dove l’editoria è in mano a quattro editori, in un paese che pubblica ogni minchiata purché firmata dall’idiota o dalla puttanella di turno, non sorprende che ci sia ancora gente incapace di capire che boicottare la cultura è solo sintomo di inciviltà pecoreccia.
 
Con una nota, il Quirinale ha risposto alle dichiarazioni dello scrittore musulmano Tariq Ramadan, tra i promotori del boicottaggio di Israele alla manifestazione torinese: “Il presidente della Repubblica non ha mai affermato che chi critica Israele è un antisemita e la sua presenza all’inaugurazione della Fiera del Libro di Torino è nella stessa linea della sua partecipazione a molteplici eventi culturali che hanno luogo in Italia”. Secondo Ramadan il Capo dello Stato avrebbe commesso un doppio errore: decidendo di partecipare all’inaugurazione della kermesse le avrebbe dato connotazioni politiche e avrebbe tacciato di antisemitismo i contestatori. “Venendo alla Fiera del Libro commette un duplice errore. Il primo semplicemente partecipando, perché la sua presenza certifica che si tratta di un evento politico e non solo culturale. Il secondo errore sta nell’aver tacciato di antisemitismo chiunque critichi lo stato di Israele: è un errore estremamente pericoloso”. Io invece trovo ben più pericolose le basse insinuazioni di Ramadan e lo sproloquio pecoreccio di Evangelisti, per esempio, ma è purtroppo una mera questione di punti di vista!
Ramadan, controverso e discusso teorico dell’Euroislam, ha continuato la sua polemica, senza tenere mai a freno la lingua: “A Parigi ero d’accordo a non boicottare il Salon du Livre perché all’interno c’era uno spazio riservato alla Palestina. A Torino, invece, sono a favore del boicottaggio perché qui non c’è nessun dibattito democratico, ci sono solo posizioni a favore di Israele”. La risposta del Quirinale non si è fatta attendere; in una nota si spiega chiaramente che la visita di Giorgio Napolitano avrà lo stesso valore delle sue partecipazioni ad altre manifestazioni italiane: “E’ del tutto falso attribuire al presidente Napolitano l’errore di aver tacciato di antisemitismo tutti coloro i quali criticano lo stato di Israele. La critica delle politiche del governo israeliano è del tutto legittima, innanzitutto all’interno di Israele. Quel che è inammissibile è qualsiasi posizione tendente a negare la legittimità dello stato di Israele, quale nacque per volontà delle Nazioni Unite nel 1948, e il suo diritto all’esistenza nella pace e nella sicurezza”.
 
Visto che siamo invischiati, volenti o nolenti, in modaiola epoca di boicottaggi, sarebbe interessante invitare i lettori a boicottare quegli scrittori che oggi invitano a non accedere alla cultura che sarà alla Fiera del Libro di Torino. Questi scrittori, o intellettualoidi che li si voglia considerare, che assaggino la loro stessa medicina: invito dunque i lettori a non leggere né Valerio Evangelisti né Tariq Ramadan. Io direi, finalmente in pace con me stesso, che è atto dovuto e più che mai legittimo boicottare chi oggi si fa promotore di idee tanto disgustose.

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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:37 | cultura, politica, riflessioni, polemiche, web , controinformazione, appuntamenti, iniziative, blogosfera, provocazioni, notizie dalla rete, prima pagina, societĂ , blogger, sgarbi, scrittori, ultime notizie, stalinismo, allarmi, notizieflash, opinionismo, editoriale di g iannozzi, la battaglia di maratona, inkazzatissimo, diritti del lettore, copia e diffondi | clicca per commentare commenti (8)



Bertinotti alla Fiera del Libro di Torino

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 30, 2008



Bertinotti alla Fiera del Libro di Torino

non è ospite gradito


di Giuseppe Iannozzi



C'è bagarre intorno alla Fiera del Libro di Torino che riceverà il suo battesimo l'8 Maggio 2008.
Le discussioni, ahinoi, sono iniziate già da qualche mese, da quando si è saputo che Israele sarebbe stato l'ospite d'onore. A molti l'idea di Israele alla Fiera del Libro in qualità di ospite d'onore non è andata proprio giù. Soprattutto la sinistra più radicale (sarebbe il caso di dire fanatica) ha da subito osteggiato la Fiera invitando al boicottaggio, sparando senza mezzi termini contro Ernesto Ferrero e la Fiera di quest'anno. Molti intellettuali risentiti hanno deciso di non prender parte alla Fiera, una forma di protesta contro Israele, che però - è bene sottolinearlo - appare più che altro come una autocastrazione.

Gli attivisti del Forum Palestina non vanno tanto per il sottile e invitano caldamente Fausto Bertinotti a non partecipare alla Fiera del Libro di Torino: “E’ una inaccettabile provocazione. Almeno questa potrebbe risparmiarla ad un popolo della sinistra che ha contribuito a dissolvere”. A scatenare il putiferio è stata una intervista allo scrittore e psicanalista Massimo Fagioli sulle pagine de Il Riformista, in cui rivela che starebbe preparando un grande rientro pubblico per Fausto Bertinotti proprio alla Fiera del Libro di Torino per il prossimo 10 maggio. E' in effetti un azzardo scevro di buon gusto, ma non per le ragioni portate avanti dalla sinistra più radicale: è un sacrosanto diritto di Bertinotti, come per qualsiasi libero cittadino, visitare la Fiera. Tuttavia andarci in veste di politico, il cui scopo precipuo è quello di rilanciare la propria immagine, è un'idea a dir poco infausta. Strumentalizzare la cultura a fini politici, questo è il serio e unico problema. Fausto Bertinotti, sino ad ora, non ha mostrato segno alcuno di cedimento: intende infatti partecipare alla Fiera per politicizzarla e far scaldare così gli animi più intransigenti con gli occhi foderati di prosciutto. 

In ogni caso, l’edizione di quest’anno della Fiera del Libro di Torino è dedicata a Israele: solo per questo si è trovata al centro di numerosi appelli che chiedevano la revoca di questa decisione. Una feroce campagna di boicottaggio è già in atto da tempo, scrittori palestinesi, arabi e in parte (anche) israeliani, vorrebbe che Israele non ci fosse a Torino; a detta del Forum Palestina, la celebrazione dello stato d'Israele contribuisce attivamente al “politicidio della identità, della cultura e dei diritti del popolo palestinese”. A rendere il clima più infuocato c’è la coincidenza con il fatto che proprio sabato 10 maggio a Torino ci sarà una manifestazione nazionale convocata dalle reti e dai comitati di solidarietà con il popolo palestinese, impegnati da molte settimane in quella che Forum Palestina definisce “una campagna di informazione e denuncia sulla insostenibile situazione della popolazione palestinese a sessanta anni dalla nascita di Israele (e della negazione della nascita di uno stato per i palestinesi) e contro l’inopportunità di dedicare proprio in questa occasione la Fiera del Libro di Torino a Israele. Fausto Bertinotti potrebbe e dovrebbe scegliere un luogo diverso per il suo grande rientro in pubblico”. Sul fatto che Fausto Bertinotti abbia scelto luogo e occasione sbagliati non ci piove. E' sbagliato invece invitare al boicottaggio della Cultura. Boicottare oggi la cultura, tentare simili inviti e accoglierli significa solamente piombarsi a capofitto in un medioevo oscurantista di ottusa violenza intellettualoide. Forum Palestina giustifica così il suo invito a non partecipare alla Fiera: “Partecipare alla Fiera del Libro dedicata a uno stato che si regge sull’occupazione militare e coloniale e sull’apartheid proprio mentre nelle strade di Torino sfileranno i palestinesi e il popolo della sinistra che ne sostiene i legittimi diritti e la resistenza, non può che apparire che come una inaccettabile provocazione”. Che Bertinotti si troverebbe molto più a suo agio a casetta sua, davanti alla tivù a vedere una partita (foss'anche in vhs) o a rileggere il Capitale di Marx, non c'è dubbio alcuno; ma come si è già detto, Bertinotti non intende affatto mollare la presa: il suo personalissimo interesse è tutto proiettato al rilancio del politico Bertinotti. Ma c'è già chi scommette che con questa infausta mossa non farà altro che finire di seppellirsi con le sue stesse mani.

A questo punto, a pochi giorni dall'apertura al pubblico della Fiera, non c'è che da augurarsi che ci sia un fausto e più che mai veloce requiem in onore di Bertinotti, e che la Fiera possa arrivare felicemente, senza incidenti, alla fine. Noi tutti si prega che alla fine sia la Cultura a prevalere sugli interessi dei politicanti di mestiere, sugli intellettualoidi sinistrorsi, sull'intolleranza e, non da ultimo, sulla strumentalizzazione di questo che è un evento culturale e non altro.

1 maggio 2008, Bertinotti contestato a Torino: Fausto Bertinotti è stato contestato durante la mattina del 1mo Maggio a Torino dagli attivisti di alcuni centri sociali. E' accaduto prima che iniziasse la manifestazione del Primo Maggio in piazza Vittorio, dove c'era il concentramento del corteo. Quando l'ex presidente della Camera si è avvicinato agli striscioni e alle bandiere di Rifondazione Comunista, un gruppo di giovani dei centri sociali lo hanno praticamente fatto allontanare contestandogli la politica del governo di centro sinistra e la sua partecipazione alla Fiera del Libro di Torino.

Bertinotti è stato costretto ad allontanarsi in tutta fretta dalle fila di Rifondazione Comunista. Bertinotti è comunque atteso per uno degli incontri dedicati dalla Fiera del Libro alle "parole" della Costituzione: a lui spetterebbe il dibattito sull' articolo 1 e sulla parola "lavoro".

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:35 | cultura, politica, polemiche, comunismo, cronaca, di voce e di rabbia, prima pagina, attualitĂ , libertĂ , cospirazioni, ultime notizie, societĂ  e politica, notizieflash, opinionismo, last news, editoriale di g iannozzi, la battaglia di maratona | clicca per commentare commenti (8)



Piccola storiella ignobile

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, febbraio 28, 2008





Piccola storiella ignobile


 
di  Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Homo doctus in se semper divitias habet, scriveva Fedro. Significa pressappoco questo: “L’uomo dotto ha sempre con sé le sue ricchezze”. A chi si rivolgeva il caro e buon vecchio Fedro con questa sentenza…? Simonide naufragò, come ci racconta Fedro nella sua favola, ma ricco del suo sapere riuscì comunque a ottenere vesti, denari, servi ed onori, mentre gli altri naufraghi che erano con lui, perdute le ricchezze materiali che prima del naufragio avevano in gran copia, rimasero a becco asciutto o peggio.
Fu proprio lui il primo di una serie di poeti lirici che fecero della subordinazione e della produzione letteraria su committenza a scopo di lucro la propria professione.
Fedro ce lo racconta con magnanima amorevolezza, ma chi fu realmente Simonide?
Un poeta non ispirato dalle Muse, bensì un uomo che lavorava su committenza, un uomo disposto a calpestare tutto e tutti pur di avere un danaro in più nella sua borsa.
Simonide viene oggi ricordato come uomo avido, avaro, sporco. Ma sono anche molti quelli che dicono di Simonide che fu il primo esempio di poeta laico. Resta però il fatto innegabile che un avaro è e rimane sempre un avaro, e il mondo ieri come oggi è ricco soprattutto di uomini avari:  poco importa che vengano bollati di laicismo o di cristiana santità.
 
Chi fu dunque Simonide? Fu il poeta dei tiranni, di coloro che dietro compenso lo incaricavano di scrivere. E seppur io gli riconosca che aveva un gran stile, ch’era uomo di gusto e di memoria, come dimenticare che scriveva per chiunque lo pagasse sull’unghia e profumatamente?
 
Leggiamo il Simonide di Fedro:

“Il sapiente ha sempre con sé le sue ricchezze. Simonide, che scrisse straordinarie liriche, per sopportare più facilmente la povertà, si mise a girare per le famose città dell’Asia, cantando, dietro compenso, le lodi dei vincitori. Divenuto ricco con questo tipo di guadagno, volle ritornare in patria viaggiando per mare; era nato infatti, come dicono, nell’isola di Ceo. S’imbarcò su una nave, che, essendo vecchia, si sfasciò in mare aperto a causa d’una terribile tempesta. Ecco dunque alcuni raccattare le borse, altri gli oggetti preziosi, come mezzo per mantenersi in vita. Un tale, alquanto incuriosito, gli chiese: “E tu, Simonide, non prendi niente delle tue ricchezze?”
“I miei beni”, rispose, “li ho tutti con me”.
Pochi scamparono a nuoto, i più perirono, appesantiti dal carico. Sono lì pronti i briganti, rapinano quello che ciascuno aveva portato in salvo, li lasciano nudi.
C’era vicino l’antica città di Clazomene, dove i naufraghi si diressero. Qui, dedito allo studio delle lettere, viveva un tale che aveva letto spesso i versi di Simonide e ne era grandissimo ammiratore, pur da lontano; riconosciutolo proprio dal modo di parlare, lo volle assolutamente accogliere a casa sua; lo rifornì di vesti, di denaro, di servi. Intanto gli altri naufraghi andavano in giro con il loro quadretto, mendicando da mangiare. Simonide, quando per caso se li vide davanti, esclamò: “Vi avevo detto che tutti i miei beni li avevo con me; quello che voi avete arraffato in fretta e furia, è andato in malora”.
 
In maniera molto elastica, senza guardare troppo ai dettagli, si potrebbe dire che Simonide fu il primo a cercarsi dei mecenati, quando questi non erano ancora diventati moda imperante; bisogna difatti aspettare quattrocento anni buoni perché Gaio Cilnio Mecenate nascesse accogliendo fra le sue braccia Orazio, Virgilio, Properzio.
Mecenate sostenne però anche il regime imperiale di Augusto ed invitò Virgilio a scrivere l’Eneide per magnificare Roma e il suo coraggio di fronte al mondo allora conosciuto. Virgilio essendo sotto l’egida di Mecenate, alla fine, accondiscese alla richiesta e iniziò l’Eneide, ma con una certa svogliatezza. Il poema epico nasce in un clima non troppo felice, difatti la Repubblica era caduta e la guerra civile aveva sbriciolato la società. I valori di Roma, i più antichi e nobili, sono stati dimenticati, seppur si viva in tempo di pace. Per reagire a questo ad Augusto non resta che tentare di ridare alla società romana i valori morali tradizionali, e l’Eneide commissionata da Mecenate a Virgilio dovrebbe servire a restituire all’Urbe la memoria. Virgilio scrive l’Eneide prendendosi non poche pause. Il poema viene scritto senza un vera ispirazione, ma Virgilio non si può sottrarre all’impegno: ciò spiega, almeno in parte, il motivo per cui l’Eneide abbonda di lacune, di dimenticanze, di errori pacchiani. Virgilio fa morire un personaggio in un Libro e dopo qualche accadimento lo ritroviamo vivo e vegeto, senza che Virgilio ci spieghi in alcun modo come ciò sia stato possibile, se per qualche intervento degli Dei o che altro. La leggenda vuole che Virgilio scrivesse del poema solo tre versi al giorno. Nonostante l’alto stile, l’Eneide è un poema incompleto: probabilmente Virgilio non ha avuto il tempo di completarlo né di rivederlo. Sempre la leggenda vuole che sentendo le Pàrche vicine, Virgilio abbia dato ordine all’amico Vario di bruciare il poema incompleto. Vario non obbedì all’amico e Augusto, dopo aver ordinato un modesto editing sul testo lasciato da Virgilio, lo fece pubblicare così com’era.
 
Torquato Tasso, con la sua Gerusalemme liberata, ebbe non pochi tetri ripensamenti durante la stesura: doveva difatti stare molto attento a non fare involontario dispetto alla corte estense, al cardinale d’Este, e ovviamente alla Chiesa tutta. Il duca Alfonso II d’Este lo fece segregare nell’Ospedale Sant’Anna, quella che oggi è ancora ricordata come la cella del Tasso. Ci rimase per sette lunghi anni. Dalla sua prigionia scrisse diverse lettere a vari signori pregandoli di ridargli la libertà, ma niente. Durante la prigionia fu pubblicata, senza il suo consenso, un’edizione non corretta della Gerusalemme che comprendeva solo i primi 14 canti (su venti che erano) e chiamata Goffredo di Buglione. Fu così costretto a pubblicare da sé la Gerusalemme liberata: la nuova versione uscì nel 1581. Finalmente il 12 luglio 1586 fu liberato per intercessione dei Gonzaga. Tuttavia la Gerusalemme liberata sollevò un mare di polemiche, e Torquato Tasso fu fino alla fine della sua vita divorato dalla paura d’aver sbagliato a scrivere la Gerusalemme. Morì a 51 anni, senza il becco d’un quattrino e fu sepolto nella Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, dove si era recato in cerca d’un seppur minimo sollievo spirituale.
 
I mecenati furono gioia e dolori per un po’ tutti gli uomini di lettere, impegnati nell’Arte o nelle Scienze. Gli artisti accolti da un mecenate dovevano stare bene attenti a non dispiacere alcuno. Simonide era invece felice di cantare le gesta di tiranni e di chiunque altro lo pagasse.
 
Oggi l’invito che si fa agli scrittori in erba è quantomeno bizzarro: imparare a scrivere leggendo i fumetti. Non dico che ciò non sia possibile, ma solo se la tua aspirazione massima è scrivere thriller triti e ritriti, gialli e noir, e fantascienza a basso costo e prezzo, allora sì, puoi leggere anche solo fumetti. Anzi, è consigliabile leggere solo e solo quelli. Tuttavia, nel più favorevole dei casi, il divoratore di fumetti rimarrà sempre e solo un thrillerista dell’ultima ora, perché i fumetti sono spesse volte assai meglio di tante schifezze pubblicate e fatte passare per capolavori del giallo, del thriller e via dicendo.
 
Qualche anno fa si consigliava agli aspiranti scrittori - di genere - di cominciare a leggere Emilio Salgari, oggi si consiglia loro di imparare dai fumetti, domani dalla pubblicità nella buca delle lettere! Ciò spiega perché le nuove generazioni non sanno scrivere se non in maniera stereotipata, per cui ogni storia per ogni autore è sempre la stessa: cambiano soltanto i nomi dei personaggi, ma io lettore posso cominciare a leggere il libro di Tizio e stanco di Tizio passare tranquillamente a quello di Caio, tanto il plot è uguale per entrambi, solo i nomi di personaggi e geografie cambiano. Un dettaglio, che presto diventerà meno ancora d’un dettaglio, ahinoi!
 
Così, portare oggi un semplice consiglio, quello di studiare a fondo il Boccaccio, Dante, Leopardi, il Manzoni, Verga, invece di leggete pacchi e pacchi di fumetti di cliché, può mettere a serio rischio chi ha osato tanto: bisogna difatti stare bene attenti che non ci sia in ascolto, nascosto nel folto del traffico cittadino e della monnezza straripante dai cassettoni, qualche Tarzan in sovrappeso pronto ad annodarti ben stretta la cravatta!  

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Caos Calmo: Nanni Moretti nel caos sollevato da Nicolò Anselmi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, febbraio 14, 2008






La Cei attacca Nanni Moretti

C’è un caos immondo intorno a Caos Calmo



di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
La battaglia di Maratona
Oramai i giudizi della Cei, o meglio la censura che propaganda per mari e per monti non dovrebbe più far notizia. Tuttavia nel bene e nel male la Cei riesce a sollevare un vespaio di polemiche, forse perché, giorno dopo giorno, diventa sempre più intollerante e fondamentalista. Il fondamentalismo cattolico è un’altra piaga di questo ventunesimo secolo già piagato di per sé, per colpa di un retaggio culturale barbaro e medioevale ereditato dal dopo-Sessantotto in poi.
L’occasione per lanciare anatemi contro la cultura, oggi la Cei la trova nel cinema, anzi in un film, “Caos Calmo” con Nanni Moretti e Isabella Ferrari. “Caos Calmo”, prima d’essere una pellicola, è un libro, premio Strega 2006, un romanzo sul dolore, sulla perdita, sul caos che accompagna chi resta tentando di sopravvivere a sé stesso dopo aver visto finire sottoterra la donna amata.
 
“Caos Calmo” di Sandro Veronesi è uno di quei libri, che usando una abusata formula di giudizio, potremmo definire “onesto”, niente di eccelso, giusto un romanzo che è stato scritto. La qualità più evidente di questo lavoro di Veronesi è essenzialmente una e una sola: ha un Inizio e una Fine.
 
“Caos Calmo”, il film di Antonello Grimaldi, con Nanni Moretti, Valeria Golino, Alessandro Gassman e Isabella Ferrari, è lo stesso caos raccontato da Sandro Veronesi. Grimaldi, seguendo la trama del romanzo di Veronesi, ha anche inserito nella storia circa 4 minuti di orologio dove Pietro (Nanni Moretti) e Lara (Isabella Ferrari) fanno sesso. E la Cei subito si è fatta prendere dal demonio levando al cielo anatemi. Dario Fo, che come la Cei non manca mai di dire la sua: “Noi questa situazione la conosciamo da sempre, appena salito sul palco ero già sotto controllo e ne sono orgoglioso. La cosa più grave è la mancanza di umorismo da parte della Chiesa. Sono profondamente indignato per come la Cei entra a piedi giunti nella vita della gente. Loro sono sempre là, vedono il sesso come qualcosa che non s’ha da fare, poi se la rifanno con i bambini, come successo negli Stati Uniti. Non pagano le tasse e si permettono di inserirsi nella politica. Significativo è anche ciò che è successo alla Sapienza. Secondo me non è stata negativa la contestazione, ma è stato sbagliato il modo di realizzarla, occorreva maggior scaltrezza perché gli esponenti del clero sono maestri nel gioco degli scacchi”.
 
Il produttore Procacci, il regista Grimaldi e l’attore principale Moretti avrebbero voluto parlare del film, che è già stato acquistato da 12 paesi a occhi chiusi, prima d’averlo visto. Al festival di Berlino si doveva parlare del film, molto applaudito; ed invece il vescovo Nicolò Anselmi ha subito rotto le uova nel paniere: “… Spesso esponenti della Chiesa hanno avuto posizioni critiche verso il cinema, la novità è la grande agitazione che creano in Italia, nel mondo giornalistico e in quello politico. I politici mi sembrano indifesi e impauriti e i giornalisti sempre più prigionieri della loro isterica sciatteria”. Nanni Moretti per difendersi cita Ermanno Olmi: “L’impressione è quella di un ritorno al concilio di Trento”. La Cei chiede a viva voce che i più giovani vengano protetti, che non gli si faccia vedere la scena hard fra Nanni Moretti e Isabella Ferrari. E l’attrice, naturalmente piccata, risponde: “Il mio dovere di attrice è quello di soddisfare le richieste del regista, solo così vado a dormire contenta. Strano che l’accusa sia contro i quattro minuti della scena di sesso, c’è il momento in cui butto la fede nuziale rinnegando il matrimonio, non è contro la religione?” E Alessandro Gassman: “La Chiesa faccia il suo lavoro. Ma che c’entra con il cinema? Non dovrebbero pensare ai poveri e ai derelitti della società?” E Valeria Golino incalza: “Si scandalizzano perché si tratta di Moretti, considerato un guru, e invece abbiamo scoperto un uomo. Se all’inizio abbiamo reagito tra irritazione e divertimento, pensando che questa cosa è solo un piccolo segno di quello che succede in Italia, dove una donna è stata fermata in ospedale per aborto, c’è poco da ridere, c’è da avere paura”.
 
Sandro Veronesi, anch’esso presente a Berlino: “Quando il libro vinse il premio Strega fu attaccato dalla Chiesa per le stesse ragioni. La cosa più disarmante è che, allora come adesso, qualcuno avvalora il sospetto che sia tutta una mossa pubblicitaria”. E il regista del film, Grimaldi.: “Credevamo che finalmente si potesse parlare solo del film…”. Grimaldi difende a spada tratta i suoi 4 minuti hard specificando che la scena incriminata dalla Cei è “necessaria ad esprimere una svolta dei due personaggi, la liberazione dal dolore per lui e dalla vita passata per lei. E doveva essere sesso e basta, ogni accenno romantico non avrebbe avuto senso”.
Il regista Steven Frears, quasi divertito da tanto caos: “Perché non vi liberate del Vaticano? Potreste venderlo in blocco a Berlusconi”.
 
Tutto questo rumore per 4 minuti di sesso davanti alla macchina da presa.
 
Chi oggi spera d’andare al cinema per vedere scene erotiche, peggio per lui, perché in “Caos Calmo” ci sono sì e no 4 minuti di orologio, 4 minuti di sesso che in Italia vengono definiti hard, quando è invece vero che ci sono delle scene di erotismo al limite della noia più piatta per una coppia sposata. Il punto è che “Caos Calmo” non è la burrosa sodomia di “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci (sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Franco Arcalli) con Marlon Brando e Maria Schneider, non è nemmeno “9 settimane e 1/2” di Adrian Lyne con Mickey Rourke e Kim Basinger - film che s’ispirava a un racconto autobiografico di Elizabeth McNeill -, è solo l’onesto film di Antonello Grimaldi tratto dall’altrettanto onesto romanzo di Sandro Veronesi.






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Hitler è morto, e a me mi piace recensire i risvolti di copertina

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, febbraio 08, 2008






Hitler è morto


E a me mi piace recensire

anche i risvolti di copertina



di Giuseppe Iannozzi




La battaglia di Maratona
Di ogni libro di Giuseppe Genna si dice che sia il più bello che abbia scritto. Giusto un appunto questo. Ma se chiedi in libreria Genna nessuno che ne sappia, se non dopo aver consultato più volte sul computer il database degli autori. E’ uno di quegli autori di cui si parla in Rete…
Personalmente dopo uscite editoriali ben tragiche, in senso negativo, ho rivalutato moltissimo il lavoro di Giuseppe Genna nonché le sue idee sulla letteratura. La copertina fa rabbrividire tanto è priva di buon gusto. Ma rimanendo su di un piano strettamente critico: Eric-Emmanuel Schmitt, “La parte dell’altro”, un romanzo che io ritengo essere esemplare, che mette in gioco la vita reale di Hitler e quella di un Hitler “se fosse stato un buono” e che non esito a consigliare caldamente per chi pretende che un libro sia qualcosa di più di un po’ di frasi vergate e incollate l’una dopo l’altra. “Hitler” di Giuseppe Genna non l’ho letto e non mi piace. E spiego anche il perché.
Questi i risvolti di copertina:
 
Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine, è di fatto Adolf Hitler. E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su Adolf Hitler. Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre Ia più efferata tragedia della storia. Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’uomo le cui donne - tutte - tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno, come ha detto Claude Lanzmann, l’autore di “Shoah” che ispira ogni pagina di questo libro. Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani. Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.
 
Dall’anticipazione:
 
Giuseppe Genna è autore di dodici libri, alcuni dei quali tradotti in Europa, Stati Uniti, Russia e Giappone, scrive su Vanity Fair e nel 2005 su Raitre è andata in onda la fiction “Suor Jo”, ispirata ad alcuni suoi libri.
Il protagonista di queste pagine, è Adolf Hitler e questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su Adolf Hitler. Non ci sono discronie né invenzioni ma particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker.
L’autore riserva uno sguardo attonito di fronte allo scatenamento di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita ad Hitler e vorrebbe, pur non potendo, risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio.
 
Solitamente i risvolti di copertina sono la cosa, proprio la cosa, che vale leggere, più del romanzo, perché ben scritti, mentre il romanzo contenuto fra i risvolti è quasi sempre di uova marce. Non per “Hitler” di Genna però: ”E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su Adolf Hitler”, questa la prima macroscopica menzogna tout court. Il primo romanzo su Hitler? Accidenti! Solo qualche bifolco potrebbe crederci e neanche. Ci viene anche detto che questo lavoro “smonta qualsiasi funzione mitica”. Ma non era lavoro che era già stato fatto in maniera esemplare da Ian Kershaw in “Hitler: 1889-1936-1936-1945”? Sì. Nelle quasi 2500 pagine Kershaw ci restituisce l’Hitler in tutte le sue sfaccettature, l’uomo, il non uomo, le debolezze, l’ira e la pazzia. Ci sono tantissimi autori che hanno scritto di/su Hitler, ben prima di Genna, sceverandolo del “mito”, quindi nei risvolti di copertina ci viene detta un’altra menzogna. Ci viene forse detto qualche cosa che non sapevamo di Hitler? Non mi sembra, tranne nel caso si vogliano considerare verità le menzogne riportate nei risvolti di copertina.
 
Joachim Fest: perché dovrei ritenere la sua biografia su Hitler la più importante?
Preferisco la monumentale biografia di Ian Kershaw “Hitler: 1889-1936-1936-1945”. Ritengo che Fest sopravvaluti Hitler, gli dà troppa enfasi dimenticando il contesto sociale. Ian Kershaw descrive alla perfezione Hitler e il contesto sociale proprio facendo di Hitler l’epicentro della Storia, cosa che invece non fa il più tradizionale e sorpassato Fest, anche se più immediato e di più facile lettura.
Comunque ho letto solo i risvolti di copertina, che non mi hanno per niente convinto. Joachin Fest incluso. E sinceramente spero che Giuseppe Genna abbia preso in esame anche altri testi, oltre alla (sorpassata) biografia di Fest.
 
Postilla: “La caduta”, il film basato su “Gli ultimi giorni di Hitler” di Joackin Fest, anche quello non mi ha convinto, per niente. Lo ritengo un filmetto, ma non per colpa degli attori... per colpa della sceneggiatura che sopravvaluta Hitler. Sinceramente ritengo “La caduta” un film pericoloso, non adatto a tutti, neanche a molti maggiorenni, proprio perché di Hitler viene data una immagine fin troppo esaltata dimenticando completamente il contesto sociale.
 
Non posso dire se sia vero che Claude Lanzmann sia in ogni pagina di questo libro di Genna, non dai risvolti di copertina, anche se mi sembra una esagerazione pretestuosa asserire che “ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno, come ha detto Claude Lanzmann, l’autore di 'Shoah' che ispira ogni pagina di questo libro”. Posso invece dire senz’ombra di dubbio che chi non ha visto e non ha ancora letto “Shoah” di Claude Lanzmann non potrà mai avere una visione realisticamente critica del nazismo e dei campi di concentramento. 
 
E’ mia personale opinione che non ci sono ragioni sufficienti per impegnarsi a leggere questo ennesimo lavoro di Genna: non ce ne sono perché il libro è stato fatto uscire nel giorno che Adolf Hitler si chiude a chiave nel suo Führerbunker, perché i risvolti di copertina sono ingannevoli e presuntuosi, quindi forse è molto meglio rivolgersi a Louis Ferdinand Céline e alla sua “Trilogia del Nord” per capire il nazismo e quanto esso ha influenzato persone, cose e paesaggi. Per la serie “non l’ho letto ma non mi piace”.

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