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Addio a Fernanda Pivano ultima grande americanista protagonista della cultura internazionale
written by King Lear
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mercoledì, agosto 19, 2009
Addio a Fernanda Pivano
ultima grande americanista
protagonista della scena culturale internazionale
a cura di Iannozzi Giuseppe
Nanda Pivano è morta a 92 anni. L'ultima grande americanista, indiscussa protagonista d'un ideale gemellaggio fra la cultura italiana e quella americana, se n'è andata. Si è spenta in una clinica privata di Milano. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.
Grande protagonista della cultura italiana, nel dopoguerra fu Nanda a far conoscere nel nostro Paese gli autori della Beat Generation, ma non solo. Dobbiamo a lei traduzioni immortali di grandissimi autori della Letteratura americana, da Edgar Lee Masters ad Ernest Hemingway, da Francis Scott Fitzgerald a Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, firmando anche prefazioni per autori quali Dorothy Parker, Chuck Palahniuk, oltre a una fondamentale intervista a Charles Bukowski pubblicata in volume da Sugar edizioni.
Circa un mese or sono, nonostante la malattia, Nanda Pivano aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia, ultima fatica di un'intellettuale che ha vissuto sempre con passione, amica di tanti grandi della scena culturale internazionale.
"Sono quelle persone straordinarie che ci regala il cielo ogni tanto e che se ne vanno. La Nanda è una parte dell'universo, non una piccola parte di me che se ne va". Così Dori Ghezzi, amica di Fernanda Pivano la quale fu ovviamente grande amica ed estimatrice di Fabrizio De André. "Fernanda Pivano ci ha insegnato un linguaggio universale che annullava tutte le distanze. Si faceva capire, dai più giovani a tutti gli altri". E: "Sapevo che questa volta non ce l'avrebbe fatta e sono contenta di esserle stata vicina in questi ultimi giorni. Poche settimane fa, prima che io partissi per la Sardegna, avevamo cantato Bocca di rosa insieme. Ha lottato fino all''ultimo". Ed ancora, ricordando quei giorni passati che li vide tutt'e tre insieme, Nanda, Fabrizio e lei, Dori Ghezzi: "Tra loro c'è stato un legame straordinario che ha coinvolto anche me. Ho avuto la fortuna di convivere con persone non comuni".
Questa intervista, una delle utlime, raccolta da Lorenzo Acquaviva di Fucine.com [ http://www.fucine.com/ ] a Fernanda Pivano per ricordarla meglio. Lorenzo Acquaviva (LA): Qual'è stato il reale impatto del movimento beat sui giovani americani degli anni '50?
Fernanda Pivano (FP): E' stato un impatto colossale, limitato tuttavia ad un primo momento, a frange minoritarie. Perché la generazione degli anni '50, quella che è stata chiamata la "generazione silenziosa", la generazione che non parla, non vede e non sente, era la generazione di un'amministrazione come quella di Eisenhower che non era stata in grado di limitare o quanto meno attenuare l'enorme impatto che aveva avuto Joseph McCarthy nella costituzione di un neofascismo strisciante grazie alle famose interviste concesse alla televisione. In questa storia l'America è stata molto saggia perché - come mi diceva il senatore Paul Douglas - è riuscita ad assorbire questo fenomeno senza ricorrere a modi cruenti, in tempo utile. E io ho avuto lo straordinario privilegio di assistere all'ultima volta che McCarthy è andato al ristorante del Senato nel '56. Douglas mi aveva invitata proprio lì a colazione dove, a un certo punto, si è affacciato sulla porta questo omone grande e grosso con un garofano all'occhiello, come usano fare i cattolici americani nel giorno di St. Patrick.
Accompagnato da due guardie del corpo, McCarthy è entrato e tutte le persone che si trovavano nello sterminato salone del ristorante sono rimaste ammutolite. Paul Douglas mi ha fatto segno, così, di stare zitta, e siamo stati tutti immobili e senza fiatare fino a quando lui ha attraversato il salone e si è seduto al suo tavolo con le sue guardie del corpo. Subito dopo tutti quanti hanno ricominciato a chiacchierare e Douglas mi ha detto: "Vedi, noi ora gli stiamo facendo sabotaggio, e con questo sabotaggio noi lo espelleremo dal senato". Poi ha proseguito: "questa è una lezione della democrazia americana perché noi siamo riusciti ad eliminare questa persona senza spargimento di sangue", e questa è una cosa che io ho proprio recepito.
Poi avrebbero dovuto fare la stessa cosa con il Vietnam, ma lei mi sta chiedendo degli anni '50. Comunque in questa situazione si è formata questa frangia minoritaria di giovani che, nata per reagire all'amministrazione di Eisenhower, ha formulato una serie di pensieri coi quali si è raccolta come gruppo. I pensieri erano liberazione omosessuale e liberazione sessuale in genere perché regnava una grande apprensione, naturalmente, mentre si stava formando il neofascismo e si può capire che genere di repressione esisteva in quel momento. Le richieste, ovviamente, riguardavano anche la liberazione femminile perché è lì che è nato il movimento della liberazione delle donne...
LA: Anche se poi Joyce Johnson ha scritto un libro intitolato "Minor Characters", con ciò significando che le donne sono state dei personaggi minori nella cultura beat, che hanno avuto spesso la funzione di mogli o fidanzate che aspettavano i propri uomini in casa; lei forse è stata una privilegiata in mezzo a tutti questi uomini.
FP: Si, si, certo, però sono stati loro che le hanno liberate; la liberazione femminile è cominciata da lì. Poi c'è stata la liberazione razziale, nel senso che loro sognavano che finisse la segregazione razziale che negli anni '50 era molto forte e che qualsiasi cosa se ne dica è ancora molto forte oggi, perché loro sono sempre lì a giocare ai bianchi e neri, insomma. Poi esisteva una forte spinta verso l'ecologia, perché l'ecologia è incominciata allora. Noi avevamo dei giornalini underground, così li chiamavamo, e uno di questi aveva come titolo una "E", che voleva dire ecologia; ed è stato Gary Snyder che ha cominciato a creare una coscienza ecologista. Poi, naturalmente, c'era una forte spinta antiatomica. E' l'unica di tutte queste cose che ha avuto veramente una risposta, perché oramai tutti se ne fregavano e se ne fregano, oltre a quella di suscitare l'interesse verso le religioni orientali perché in queste - contrariamente a quel che avviene nel sistema giudaico cristiano, dove esiste il senso del giudizio e della punizione - ognuno si regola sulla sua coscienza cercando, senza violenza e senza sovrapporsi agli altri, di raggiungere le sue finalità. In questa situazione i ragazzi si sono trovati a dover scegliere e lentamente, molto lentamente, una frangia minoritaria, costituita da una trentina di persone, è diventata una frangia ben più consistente che si è sparsa capillarmente da New York agli altri stati.
LA: Quindi non moda, non sandali, barbe, capelli più o meno o lunghi, c'era una coscienza nei giovani di appartenere ad una generazione in trasformazione.
FP: Ma certo, certo, quella storia dei sandali è un affare borghese che è venuto fuori quando i mercanti hanno messo nelle vetrine della Fifth Avenue la scritta: "Jeans usati da un vero beat".
LA: Quindi possiamo parlare, signora Pivano, di movimento beat? Voglio dire: l'atteggiamento degli stessi esponenti beat spesso è stato di critica nei confronti di una categorizzazione. Ricordo ad esempio che il titolo suggerito dallo stesso Ginsberg per la famosa introduzione a "Jukebox all'idrogeno" è: "Un poeta non soltanto un minestrone beat". Quindi possiamo parlare di movimento beat?
FP: Ad un certo momento sì, si è potuto parlare di un movimento beat, da principio non era un movimento ma solo dei ragazzi che avevano delle idee comuni e che si riunivano, si sedevano per terra in un luogo isolato per non disturbare nessuno, a gambe incrociate, a fumare un joint, perché allora non si chiamava ancora spinello, dividendoselo magari tra dieci o dodici persone. E ciò non era per ubriacarsi o per drogarsi ma era per fumare una specie di pipa della pace, come avevano fatto a loro tempo gli indiani, cosa che poi ha preso altre vie, altri canali. Questa nostra illusione è durata fin quando non sono intervenuti i mercanti della droga, perché prima la droga era un puro simbolo. La droga era come l'alcool negli anni '20, quando non si poteva sopportare la repressione del proibizionismo e per reagire a ciò loro bevevano, con il risultato che al momento in cui il proibizionismo è finito si sono ritrovati alcolizzati. Con la marijuana invece ciò non si verifica, perché non dà questa assuefazione, sicchè‚ ad un certo punto, quando è cominciato il commercio della droga vera (come i derivati degli oppiacei, come l'eroina, la cocaina e tutte queste cose terribili) hanno smesso di fumare marijuana perché poteva essere frainteso.
LA: Signora Pivano possiamo considerare i beats una sottocultura, visto che la controcultura emergerà decisamente negli anni '60, direttamente influenzata dal fenomeno beat e caratterizzata da una coesione, da una consapevolezza politica che i beats non avevamo o non volevamo avere, oppure una via intermedia, né sottocultura, né controcultura?
FP: La controcultura è venuta più tardi: all'inizio era una sottocultura perché era una cultura costituita da giovani che lasciavano l'università, che rifiutavano l'insegnamento universitario e facevano le università libere, come le chiamavano, dove insegnavano gli argomenti che interessavano i giovani.
LA: Il Black Mountain College?
FP: No, la Black Mountain era una comune università, dove sono nate le forme d'arte moderna, dove è nata Merce Cunningham, dove è nato John Cage, ed era soprattutto una università di avanguardia, di totale avanguardia, dove hanno dato luogo al primo happening; l'hanno svolto lì perché lì si trovavano tutti questi artisti che non volevano sottostare alla regola conformista dell'accademismo e hanno fatto un loro accademismo.
LA: Lei quindi dice che è una sottocultura, però una sottocultura presuppone una accettazione sociale che il movimento beat non aveva, quindi forse neanche sottocultura. Cosa ne pensa?
FP: No, era una sottocultura nel senso che rifiutava la cultura universitaria perché era una cultura a sé stante; la controcultura invece è venuta anni dopo quando sono incominciati i movimenti rivoluzionari, allora quella si è chiamata controcultura.
LA: Con Mario Savio nel '63 a Berkeley, c’è l'inizio di una consapevolezza...
FP: Si, Mario Savio è stato quello che ha dato inizio al movimento studentesco di tutto il mondo, poi è finito facendo il barista, questo per dire che era una persona onesta, che non voleva guadagnare soldi.
La controcultura aveva avuto poi come eroi Abbie Hoffman e Jerry Rubin, quelli erano stati gli eroi della controcultura. La controcultura era già un movimento rivoluzionario. Era già un'altra cosa, perché questi, i beats, non facevano rivoluzioni, si limitavano ad esporre delle idee alla base delle quali, naturalmente, stava la non violenza, la fine delle guerre, il disarmo: i nostri sogni erano quelli.
LA: Alberoni distingue tra una situazione di "stato nascente" caratterizzato da effervescenza, critica, mutamento della propria vita, delle proprie attitudini, nonché di incipiente critica verso il mondo, e distingue ciò dal "movimento" che invece è una istituzionalizzazione almeno in nuce di tutto questo, attraverso programmi, organizzazioni, etc. Si può pensare all'esistenza di un passaggio simile tra beat generation e movement?
FP: Sì, il movimento si è chiamato "movimento" quando è diventato rivoluzionario, cioé quando è diventato controcultura, da principio non era un movimento, da principio era un sogno.
LA: Quindi non esisteva neanche la volontà di organizzarlo.
FP: No, no, no, non ci si pensava neanche da lontano ad organizzarsi, non c'era niente di organizzato. Avevano una base anarchica molto forte e la prima regola della base anarchica era la non organizzazione. Invece la controcultura si è immediatamente politicizzata, ha completamente negato l'anarchia.
LA: Nelle opere, nei romanzi, nelle poesie, nella condotta esistenziale stessa degli esponenti beat è chiaramente rilevabile una forte carica di critica sociale. Molto spesso ciò è apparso strumentale ad un proprio atteggiamento, ad una propria esigenza personale: il che ha favorito una generica critica - soprattutto di sinistra - che vorrebbe i beats come dei "disimpegnati", dei protestatari senza un programma. Che cosa ne pensa?
FP: Questa è la cosa che a suo tempo mi aveva proprio indignato, perché questa critica, in Italia, ha messo allo scoperto un' ignoranza terribile. Da noi non avevano capito che si era venuta formando una Nuova Sinistra. La sinistra storica, che è l'unica che abbiamo conosciuto nel nostro paese, è la sinistra che si occupa dei sindacati, dei movimenti per l'organizzazione del lavoro, e così via; invece la nuova sinistra americana era quella che si occupava dei problemi esistenziali. Questi giovani, di cui lei sta parlando, sono confluiti in gran parte nella Nuova Sinistra e a un certo punto il loro portavoce più clamoroso, che era Ginsberg, è giunto a dire in una biografia scritta, quella del current biography, "io faccio parte della nuova sinistra"; così questa nuova sinistra che aveva fatto i sit in, che aveva fatto tutti i movimenti rivoluzionari pacifici - ribadisco pacifici, perché la base era la non violenza - ha preso un determinato contorno. Gli italiani però hanno pensato di non tenerne conto o non l'hanno mai saputo.
LA: Troppo il peso, forse, di un passato fatto di partito, di centralizzazione, forse di ideologia...
FP: Ma sì, l'ideologia certo. Ma del resto anche quella della Nuova Sinistra era ideologia, però non rientrava nella norma sovietica. E' stato questo questo il fatto nuovo. Allora è sorto questo terribile fraintendimento e questi ragazzi, che si stavano battendo con un coraggio leonino, sono stati considerati dei borghesi, dei velleitari soprattutto. Noi avevamo la famosa espressione "qualunquista", che in America non sanno neanche cosa vuol dire, mentre per loro l'insulto più comune era "velleitario" e poi quelli che volevano farsi una strizzatina d'occhio dicevano che erano dei qualunquisti. Questa è stata una ingiuria e soprattutto ha evidenziato una totale incomprensione.
LA: Quindi c'era in loro un qualche tipo di consapevolezza del fatto che la politica, la politica intesa come potere in senso lato, non è riduttivamente l'apparato ma soprattutto un fenomeno che entra a distorcere gli stessi rapporti sociali, la coscienza, realizzando quindi un ampliamento del campo semantico della politica, che poi Marcuse, la Scuola di Francoforte analizzerà...
FP: Marcuse e la Scuola di Francoforte però fanno parte della controcultura.
LA: Certo, io intendevo i beats come iniziatori di una certa idea di politica vista in un senso più diffuso, più allargato.
FP: Vede c’è proprio un abisso tra i beats e la controcultura. Per i beats la politica era solo una manipolazione del pensiero esercitata dai potenti per dominare le anime,attraverso la meccanizzazione delle anime, come diceva Ginsberg, ed era fatta per mezzo della la scuola, della chiesa, della politica, che poi era la stampa, i mass media, tutte cose che sono state esaltate come una specie di enorme spettro da Burroughs in "Naked Lunch", il "Pasto Nudo". Lì c’è stata la teorizzazione delle forze che dominano le coscienze e impediscono loro di essere libere.
LA: Liquefazionisti, Unionisti, Divisionisti e Fattualisti: insomma, i quattro partiti che Burroughs distingue in "Naked Lunch".
FP: Quelle sono fantasie, però ciò che non è fantasia è che lui ha individuato quali sono i quattro elementi che manipolano il pensiero umano. Quello è stato straordinario, è stata la sua idea.
LA: Esisteva quindi questa consapevolezza di falsa coscienza, di manipolazione che era molto forte in tutte le opere dei beat.
FP: Certo, loro l'hanno scoperta, la manipolazione, sulla base di Burroughs, cosa che poi naturalmente hanno sviluppato e ripreso; hanno scoperto che l'uomo non era più libero perché le forze del potere e le istituzioni manipolavano il pensiero ed allora, per questo, si sono chiamati underground, si sono chiamati sotterranei rifiutando il potere che c'era in quel momento, proponendo la liberazione e tutte le cose che le ho detto prima. Quella era la base dei discorsi, dei sogni e dei pensieri dei beat: vede che la politica non centra proprio, che era tutto un fatto di umanità, di sviluppo della propria umanità, del ritrovare o meno rapporti più sinceri, più liberi.
LA: Tuli Kupferberg dice che il marxismo era preelettrico, prepsichedelico, quindi oramai superato e non più rispondente alle esigenze di una società postmoderna. Quindi in generale qual'era l'atteggiamento nei confronti del marxismo, perché per esempio in "Sulla Strada" c’è un personaggio che si chiama Carlo Marx che è Allen Ginsberg...
FP: Kerouac ha preso in giro Ginsberg chiamandolo Marx perché Ginsberg faceva discorsi marxisti.
LA: E poi se vogliamo Cassady e Corso sono un po' dei lumpen proletariat moderni.
FP: No, sono degli anarchici. Lei tutte queste persone le deve definire degli anarchici, se no non ne viene a capo.
LA: Forse neanche anarchici, perché l'anarchismo presuppone comunque un'idea politica che loro non volevano avere.
FP: L'anarchismo presuppone solo libertà, non idea politica e presuppone il rifiuto di qualsiasi forma politica.
LA: Quindi nei confronti del marxismo come si ponevano?
FP: Nei confronti del marxismo non si ponevano in modo negativo, però ne facevano parte solo agli estremi limiti dell'ideologia, perché bisogna vedere se quando si parla di marxismo ci si riferisce al marxismo morale, all'ideologia o all'organizzazione politica. Questi all'organizzazione politica si sottraevano totalmente!
LA: E per quanto riguarda l'ideologia?
FP: Non erano certo dei conservatori - è chiaro - con le cose che sostenevano e con le cose che facevano; però il marxismo era già un fenomeno politico, costituiva già un tentativo di organizzazione politica alla quale loro si sottraevano perché erano anarchici.
LA: Prendendo le tre opere principali, poi ce ne sono tantissime tutte ugualmente importanti. Personalmente amo molto Corso, forse sottovalutato...
FP: Era sottovalutato perché voleva fare il poeta maledetto e lo faceva era sempre ubriaco, era sempre drogato, rubava i soldi. Faceva tutto questo genere di cose...
LA: Nel suo libro "C'era una volta un beat" ho avuto modo di leggere le sue vicissitudini con Corso, di cui ha subito anche un assalto...
FP: (ride) Era un disastro. Adesso però le posso dare la notizia che Gregory sta molto meglio ed è aiutato da uno scultore e pittore giapponese che si chiama Yamasaki che lo ha trovato che faceva l'homeless in Times Square, dormiva per terra, e non dico a Roma dove l'hanno trovato... Meglio non pensarci, ma a New York, quando Ginsberg è riuscito a farlo tornare a New York, lui dormiva per terra in mezzo a questi disgraziati e questi senza tetto. Pare che Clinton li abbia tutti in qualche modo sistemati, i senza tetto, riattivando quelle assicurazioni, agevolazioni e protezioni che erano in vigore con i governi democratici e che Reagan aveva abolito. Allora questi poveri disgraziati, fuori dai ricoveri o dai manicomi, senza una lira dormivano per terra assieme ai senza lavoro e agli sfrattati. Clinton è riuscito in qualche modo a riorganizzare il sistema del lavoro e anche della protezione, perché tutti questi ragazzi vivevano con i sussidi governativi.
LA: Anche Kerouac stesso in "On the road" parla di sussidio ai reduci.
FP: Lui era troppo anarchico, non voleva saperne neanche di quello, ma gli altri stavano per un mese a fare il cameriere in un bar e poi per sei mesi ricevevano il sussidio governativo.
LA: Infatti il tipico atteggiamento del beat nei confronti del lavoro è quello di non impegno, di guadagnare dei soldi per essere liberi.
FP: Essere liberi, esatto.
LA: Ritornando alle tre opere più rappresentative: "Howl", "On the road", "Naked Lunch", senz'altro diverse per contenuti, ma unite da questa voglia di scuotere le fondamenta della cultura, della società americana. In che modo hanno influito su queste componenti?
FP: Niente è più stato lo stesso. Loro hanno trasformato il mondo, non soltanto l'America, e purtroppo questa trasformazione, in un primo momento, è diventato look: quello che diceva lei prima, a proposito dei sandali, i jeans ecc. è vero. Quando poi, lentamente, si è riusciti a far circolare le idee, queste hanno prodotto nelle coscienze degli effetti determinanti, perché ancora adesso mi vengono a chiedere di "Sulla strada", che è il manifesto della libertà e dell'anarchia. E' stato Kerouac che ha inventato tutto. In più, lui ha anche introdotto il buddismo. Di fatto i corsi tenuti nel '55 alla Columbia da Suzuki sono stati frequentati da gente come John Cage, che infatti di lì a poco ha composto la musica del cambiamento, ha cominciato a guardare gli I' Ching e a scrivere musica sulla base dei numeri ricavati dagli stessi I' Ching. Subito dopo è arrivato Henry Miller che era un vecchio zen, già dagli anni '20, e quando Miller ha conosciuto Suzuki, gli ha detto di invitare Kerouac e così questi, riottoso come era lui, è andato assieme a Miller. Successivamente Kerouac ha tirato dentro Neal Cassady, che a quel tempo era l'amante di Ginsberg, e così anche Ginsberg è andato, a sua volta, da Suzuki. Ecco spiegata la causa dell'esplosione del buddismo. Ginsberg era un catalizzatore straordinario, aveva questo coraggio di esporsi: Gore Vidal, lo ha chiamato il public relations dei beats.
LA: Del resto Ginsberg è stato l'agente degli stessi beat, ha cercato gli editori per le pubblicazioni.
FP: Si, ha fatto tanto. E' stato quello che ha contribuito in modo determinante a far circolare le idee che stavano alla loro base, quello che li ha tenuti sempre uniti, perché loro continuavano a dire: " I don't want to be a beat, what's that, what is beat" e invece lui li ha tenuti assieme.
LA: Era l'anima razionale, il cervello pensante. Infatti poi Ginsberg è diventato un professore universitario, entrando a far parte di quell'establishment che contestava.
FP: Certo, purtroppo si.
LA: Qualche piccolo dissapore con Ginsberg ultimamente, prima che lui morisse?
FP: No, non voglio parlare di dissapori, non ci sono dissapori tra anarchici; però lui era molto cambiato, l'università l'aveva molto cambiato. L'establishment è un veleno terribile, il veleno da cui parte il denaro.
LA: E per quanto riguarda le presenze nere, stranamente solamente Le Roy Jones come figura di rilievo...
FP: No, erano tanti; solo che erano molto disarticolati, perché da qualsiasi parte si prendesse il problema loro lo trasformavano nel problema tra bianchi e neri; non si riusciva mai a parlare di queste cose. A loro interessava che i bianchi erano cattivi e che i neri erano buoni, che i neri venivano sfruttati e che i bianchi erano gli sfruttatori, e così via.
Analogo discorso si può fare per i beat in Italia, i quali ad esempio andavano alla sede del "Corriere della Sera" dicendo "Voi siete dei porci perché siete ricchi, noi invece siamo poveri" ed in pratica volevano i soldi. Questo in realtà era un sottoproletariato, non era una sottocultura. I neri avevano anche loro il loro problema che era quello del loro colore e che i bianchi li avevano tenuti schiavi. Le Roy Jones è stato uno che si è buttato non nel movimento ma nel comunismo.
LA: Quindi si è politicizzato, ideologicizzato rispetto agli altri.
FP: Completamente. Lui era andato a Cuba perché Fidel Castro aveva pagato il viaggio ad un certo numero di studenti neri, proprio perché andassero lì, a vedere cos'era Cuba, e lui si è incendiato di entusiasmo, ha sposato la causa fino in fondo, tanto da andare in prigione, diventando un rivoluzionario attivo. Ha fatto parte, insomma, di quella controcultura rivoluzionaria.
LA: Per quanto concerne invece "Howl", che rappresenta il loro manifesto poetico, come "On the road" lo è a livello di romanzo,mi chiedo: in che modo è stato recepito quel messaggio?
FP: Dall'establishment non poteva essere recepito peggio. I ragazzi invece conoscevano la poesia a memoria, la recitavano a memoria. Mi ricordo una sera, a Londra, ero con Ginsberg a Piccadilly Circus, dove è situata la fontana con l'amorino, Eros, e ci eravamo avvicinati a vedere cosa facevano i ragazzi, perché eravamo sempre un pò curiosi. Proprio lì si trovava un ragazzo che, senza sapere che fosse presente Ginsberg, stava recitando "Howl" a memoria.
LA: Quello che sarebbe stato il libretto rosso di Mao negli anni '60...
FP: ...Lo era "Howl" negli anni '50. Un'altra volta invece mi ricordo che ero a Firenze assieme a Ginsberg in Piazza del Duomo, e qualcuno su un muro con un pennarello, o non so che cosa, aveva scritto "Ginsberg, you are a God" e lui, quando ha visto questa cosa, si è spaventato e mi ha detto "Mi danno troppe responsabilità".
LA: Come è successo poi anche a Kerouac...
FP: Si, ma Kerouac l'ha sempre rifiutata la responsabilità. Lui diceva "I am the King of beats, but I'm not a beatnik!". Kerouac e Gregory sono stati quelli che hanno negato di più questa definizione di beat, non ne volevano sapere.
LA: Le anime più autenticamente beat, insomma.
FP: Eh, si.
LA: Come condotta di vita, intendo.
FP: Quello è Kerouac, è lui che ha inventato tutto.
LA: Burroughs?
FP: Burroughs è diverso, un genio. Norman Mailer disse che era l'unico genio vivente in America. Era veramente impossibile, non difficile. Pensi che quando lo vidi la prima volta mi ha guardato e ha detto: "Fosse per me le donne le ammazzerei tutte!" e io gli ho risposto "Me too", anch'io, e allora siamo diventati amici; però era dura (ride).
LA: Perché lui è stato l'ispiratore, quello che faceva questi psicodrammi collettivi nell'appartamento a New York, nella metà degli anni '40. E' stato forse l'ispiratore di una certa sensibilità che poi si è sviluppata in modo diverso, con caratteristiche proprie da parte di Ginsberg, Kerouac, etc.
FP: Certo. Poi lui si mise a coltivare marijuana, andò in Africa... L'idea era sempre quella, la trasgressione sociale, il rifiutarsi al dominio, il sottrarsi alla regolamentazione, alla irreggimentazione da parte delle istituzioni.
LA: Quello che è stato curioso è che alla fine i beats hanno fatto largo uso di molti simboli della modernità che loro contestavano, come la velocità, le macchine, i magnetofoni.
FP: Si, loro rifiutavano la tecnologia ma poi se avevano i soldi le usavano per queste cose. Per esempio, vede, questa storia dell'autostop che loro hanno celebrato e di cui si sono serviti... Kerouac a tale proposito mi aveva detto "Ma io non facevo mica l'autostop perché ero senza soldi, i soldi me li dava la mamma se ne avevo bisogno; facevo l'autostop perché volevo conoscere della gente nuova che altrimenti non avrei mai avvicinato. Sapessi quante storie mi hanno raccontato questi sconosciuti che incontravo facendo l'autostop". Questo è veramente rivelatore.
LA: Si, infatti buona parte di "On the road" è costruito su queste storie.
FP: Bello quel libro, tanto bello che sei anni glielo l'hanno fatto tenere nello zaino senza pubblicarlo. Noi conosciamo solo la versione rifatta, rispetto al manoscritto originale.Glielo hanno fatto rifare sei volte, lo hanno fatto diventare alcolizzato, lo hanno distrutto e se non era per Joyce Johnson, che era una creatura veramente deliziosa, una mia carissima amica, una donna fantastica di una generosità indicibile, se non c'era lei, ripeto, non so che cosa sarebbe successo a Kerouac. Lei lo ha proprio sostenuto, tenendolo in casa, facendolo mangiare la minestra di piselli, perché lui voleva mangiare solo quella.
LA: Tornando al discorso che faceva lei prima, sull'atteggiamento in Italia nei confronti dei beat...
FP: In Italia non hanno capito niente. Hanno fatto un convegno l'anno scorso durante il festival di Venezia, un convegno di professori per parlare dei beat, e uno di loro ha detto che i beats si dovevano confrontare con i "sans papier" francesi. Ecco, allora, se nel 1996 siamo ancora al punto che i beat erano "i sans papier", tragga lei le conclusioni.
LA: Vorrei tornare sull'atteggiamento dei beats nei confronti del lavoro, che riflette in modo evidente il loro totale anarchismo. Il lavoro era un mezzo per procurarsi dei soldi e per permettersi di fare le cose che a loro piacevano. Ciò che facevano erano tutti mestieri non istituzionalizzati quali il posteggiatore, il marittimo, il frenatore di treni, ecc...
FP: Si, però il fatto è che quando loro scrivevano o dipingevano non lo consideravano un lavoro. Noi, invece,lo consideriamo un lavoro. Quello era il modo di esprimere la loro coscienza, la loro anima, il loro pensiero, i loro sogni e noi invece facciamo un lavoro per prendere i soldi. Loro i soldi li prendevano facendo il cameriere in un bar.
LA: Quindi esisteva questo atteggiamento di assoluto rifiuto nei confronti di qualsiasi cosa che potesse essere una espressione del potere, come il denaro, la burocrazia...
FP: Allora sì, al principio quando si era nella formazione. Da ultimo no. Erano diventati professori.
LA: Forse non tutti, Corso per esempio...
FP: Guardi, lei non sa che cosa è stato!
LA: Mi racconti qualcosa, un ricordo di Corso.
FP: Oh Madonna, io ne ho talmente tante di cose da raccontare su Corso che lei non se lo sogna neanche. Una volta lo avevano invitato a fare una lezione all'Università di Pisa. L'idea che Corso vada a fare una lezione all'università di Pisa è una roba tutta da ridere. Insomma, io sono andata per salvare il salvabile, perché l'avrebbero portato in prigione, non so cosa avrebbero potuto fargli. Fatto sta che sono andata lì e ho dovuto tenere la scena per un'ora e mezza perché lui, durante questo lasso di tempo, non si era fatto vivo. Finalmente Corso arriva e intanto tra la gente regnava una certa apprensione su cosa gli poteva essere successo. Lui poverino era andato a farsi il metadone in ospedale e, senza parlare, ha tirato su la manica e ha fatto vedere il braccio davanti a tutta la classe. Poi è rimasto lì. Io gli ho fatto due o tre domande e lui ridendo mi ha detto: "You know evereything, you can answer for me!", tu sai tutto, tu puoi rispondere per me. E naturalmente il pubblico non era contento. Non parliamo dei professori che erano presenti e che erano sconvolti.
Dopo un pò lui dice "beh adesso io me ne vado", questo dopo cinque minuti. Allora un americano, non ho mai saputo chi fosse, si è alzato e dopo essersi presentato ed indicata l'università dove insegnava, ha detto : "You are a bastard perché non potete venire qua a prendere in giro queste persone che sono venute da tutta Italia per ascoltarvi; adesso voi dovete parlare". Corso rispose con candore "Meee" (ride): era fantastico. Allora si è voltato verso di me per capire se era proprio vero e mi disse " Why aren't you saying something?" Allora ha cominciato a spiegare in che cosa consistesse l'operazione del metadone, quasi fosse una conferenza medica. Insomma come Dio ha voluto questa farsa era finita, ed era stata una cosa tremenda. No, Gregory proprio per quello che riguarda l'università non mi sembra la persona più adatta.
LA: Un altrettanto ricordo di Kerouac.
FP: Era un uomo disperato che non aveva potuto scavalcare il dolore di aver visto il suo libro tenuto per così tanto tempo senza essere pubblicato, non aveva mai superato questa cosa che gli avevano fatto.
LA: Per lui scrivere era una esigenza assolutamente insopprimibile.
FP: Insopprimibile. Lui viaggiava con uno zaino che conteneva soltanto questo manoscritto di "Sulla Strada" e otto libri che lui aveva scritto dopo, che continuavano a non essere pubblicati perché non avevano pubblicato "Sulla Strada"; poi appena hanno dato alle stampe "Sulla Strada" hanno fatto lo stesso per tutti gli altri, di colpo. Ma quei sei anni sono stati un disastro per lui.
LA: Penso che l'atteggiamento dell'establishment nei confronti di Kerouac sia stato devastante, attraverso recensioni, interviste, dibattiti che nel migliore dei casi erano ironici e sarcastici quando non si traducevano in una aperta ridicolizzazione dei suoi romanzi.
FP: Sempre, lo hanno ridicolizzato... E queste critiche dicevano che aveva fatto l'ennesima autobiografia; ogni volta che usciva un libro i critici lo recensivano come l'ennesima autobiografia di Kerouac. Ma non era vero affatto, perché ciascuna era profondamente diversa dall'altra; e poi perché tutti gli autori fanno la propria autobiografia e non esiste autore che non lo faccia se è un vero scrittore. C’è proprio una massima che adesso non ricordo esattamente, forse di Thoreau o di Whitman, che diceva: "Tra dieci anni ci saranno solo autobiografie".
LA: E direttamente rilevabile dai suoi romanzi poi la sua grande cultura europea, le sue letture, alcuni nomi che mi vengono in mente Celine, Joyce, Dostojevskij. "I sotterranei" già nel titolo riecheggia le dostojevskiane "Memorie del sottosuolo".
FP: Certo, però non dimentichiamoci anche il contributo nell'apprezzare e diffondere la cultura deil mondo orientale.
LA: Per quanto riguarda Ginsberg, invece, quale è stato il suo ruolo nella "controcultura" degli anni sessanta?
FP: Quello di catalizzatore. Lui era molto camaleontico, si adattava a tutte la situazioni, le catalizzava e le divulgava. Era lui che creava le situazioni, ed era Ginsberg che chiamava gli altri, per averli assieme a lui e creare una opinione. Aveva bisogno di avere gli altri intorno a sè, e che la pensassero allo stesso modo. Esponeva ciò che lui e gli altri pensavano, in modo da creare un'opinione pubblica, un'idea pubblica. Ginsberg in proposito aveva coniato l'espressione "Solitudine Pubblica".
LA: Che cosa rimane oggi?
FP: Rimane un sogno straordinario. Per i ragazzi, soprattutto... Vengono a chiedere a me che cosa rimane, i ragazzi, ed io sono molto orgogliosa di questo, ma non posso dare più il blueprint che davo allora, perché il blueprint che davo allora è lo stesso che darei adesso visto che non abbiamo realizzato niente. Quando noi abbiamo ottenuto la firma per il trattato antiatomico e una settimana dopo Mao, che era il leader dei giovani, ha buttato una bomba atomica, noi siamo stati sconfitti; la nostra sconfitta è avvenuta allora. Mi ricordo Ginsberg durante una intervista telefonica: si stava andando a Boulder e l'intervista arrivava dalla Georgia; l'intervistatore continuava a stuzzicarlo dicendo: "Come mai lei non scrive più poesie", e cose di questo genere e lui, ad un certo punto, pallido come un morto, disse: "Io sono un uomo che ha avuto un sogno, e l'ho visto fallire. That's all". E allora a questi ragazzi io dico che il nostro sogno era buono, l'ho detto da principio quale fosse. Era questa liberazione, questo decondizionamento totale, a tutti i livelli, a tutti i costi. Cercate di realizzarlo voi, però. Molti giovani credono di imitare uno stile e lì fanno male. Quando c’è stata la conferenza per il 25° anniversario di Kerouac a Boulder, nella conclusione fatta da John Clellon Holmes, il poeta mise in guardia l'enorme pubblico presente, dicendo di non imitare il loro modo di scrivere, perché quelle erano cose che loro facevano proprio per il fatto che in quel momento esisteva la necessità di farlo, mentre ora era necessario inventare un altro modo, risolvendo i problemi derivanti da questa realtà, da questa contemporaneità.
LA: Già. Here and now non there and now.
FP: Ai ragazzi che mi fanno vedere queste cose imitate da Ginsberg, da Kerouac, io dico che sono molto belle, ma che devono trovare un modo di scrivere di adesso, che sia quello rispondente ai problemi di adesso, anche se forse sono esattamente gli stessi problemi. L'Amazzonia è venuta fuori ora, ma eravamo noi che parlavamo dell'Amazzonia: i problemi sono rimasti gli stessi. Attualmente sono sorte tutte queste associazioni buddiste: io ho tutti i distintivi delle associazioni buddiste, e ben vengano, perché sono state le associazioni buddiste che i beat hanno importato, che in qualche maniera hanno fatto finire il terrorismo.
LA: Anche se poi si potrebbe discutere sulla genuinità della adesioni...
FP: Anche se sono in mala fede è sempre meglio che una persona segua una predicazione che invita alla non violenza, al perdono, al rifiuto della vendetta, al bene dimenticando il male, che in qualche modo qualche traccia lascerà, piuttosto che prenda il mitra e vada ad ammazzare della gente, il che era ciò che stava succedendo. E allora ben vengano.
LA: A proposito dell'attenzione riservata dai media al movimento beat, troppe volte ho constatato il porre l'attenzione sulle cose più folkloristiche, più direttamente visibili quali la droga, la promiscuità sessuale, dimenticando questa ricerca interiore, la riscoperta della propria "umanità".
FP: Questo sta a dimostrare la faziosità se non l'ignoranza che regna tra i media.
LA: Ancora una cosa, cara signora Pivano, abbiamo dimenticato di ricordare la musa ispiratrice del beat: questo incredibile personaggio che era Neal Cassady!
FP: Penso che "incredibile" sia la parola adatta a definirlo. Era una persona deliziosa, così dolce, così buono, così carino: era proprio straordinario.
LA: Kerouac, parlando di lui, dei suoi figli e della moglie Carolyn, li chiamò "angeli biondi".
FP: E' vero, ed erano sempre nudi per casa, sempre tutti nudi. Adesso Carolyn vive a Londra, non so con chi stia ... da ultimo si era sfiorita, ma da principio era veramente un angelo biondo.

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Per l'assassinio di Abdul Guibre "Abba" soltanto 15 anni di carcere
written by King Lear
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venerdì, luglio 17, 2009
Abdul Guibre "Abba" lo hanno ammazzatoFausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio
Per i due assassini 15 anni di carcere
Ma meritavano l'ergastolo senza se e ma
di Iannozzi Giuseppe
Quanto vale la vita di un ragazzo di 19 anni? una vita spezzata a suon di calci pugni e sprangate? Appena 15 anni di carcere. Abba lo hanno ammazzato Fausto e Daniele Cristofoli, due baristi, padre e figlio di 51 e 31 anni. Lo hanno ammazzato con cieca furia, a colpi di spranga, perché aveva rubato un misero pacchetto di biscotti. La vita del 19enne Abdul Guibre si è arrestata il 14 settembre 2008 in via Zuretti, a Milano, sotto i colpi incessanti di spranga di due assassini. Oggi Fausto e Daniele Cristofoli prendono 15 anni di galera, che si sospetta verranno presto dimezzati, come spesso accade in simili casi qui in Italia, dove legge e giustizia valgono meno di due baiocchi bucati. I due sono stati condannati per concorso in omicidio volontario aggravato da motivi abbietti e futili. Il pm Roberta Brera aveva chiesto per entrambi 16 anni e 8 mesi. Il processo si è svolto con rito abbreviato - che dà diritto allo sconto di un terzo della pena, che per questo reato va dai 21 ai 24 anni - davanti al gup Nicola Clivio, che ha accolto l'impianto accusatorio del pm e ha concesso ai due baristi soltanto le attenuanti generiche e un piccolo sconto, oltre a quello previsto dal rito abbreviato, per il buon atteggiamento processuale e l'offerta di risarcimento, peraltro rifiutata dai familiari di Abba.
«E' stata fatta giustizia, ma solo in parte, perché la pena poteva e doveva essere più alta - ha detto Hassane Guibre, padre del giovane ucciso -. Dei soldi non mi importa, non penso al risarcimento che non mi restituisce mio figlio, ma al mio dolore». Il giudice aveva fissato un risarcimento pari a 100mila Euro per i genitori di Abdul (detto Abba), cittadino italiano figlio di immigrati del Burkina Faso, e di 25mila euro per ognuna delle sorelle. La famiglia di Abdul ha rifiutato la magra offerta, che non restituisce la vita a nessuno. In ogni caso i legali della famiglia Guibre hanna chiesto 900mila Euro di risarcimento.
I difensori di Fausto e Daniele Cristofoli, i legali Marco Bolchini ed Elisabetta Radici, avevano invece chiesto la derubricazione da omicidio volontario a preterintenzionale e che fosse esclusa l'aggravante dei futili motivi. Adesso Bolchini annuncia l'intenzione di voler ricorrere in appello: «E' una sentenza che ci soddisfa solo in parte. insisteremo in appello per trasformare l'accusa da omicidio volontario in preterintenzionale...» Ed Elisabetta Radici: «Se lo aspettavano perché li avevamo preparati, non avevamo ingenerato illusioni in loro di fronte a un capo d'imputazione così grave».
Fuori dall'aula del processo, la madre di Abba: «Ho troppo dolore per riuscire a parlare. Abba è una persona a cui tutti vogliono e volevano bene ed è uno che non si può dimenticare». Assanatou, 28 anni, una delle sorelle di Abba: «Fino ad oggi credevo nella giustizia, ma la giustizia oggi mi ha fatto crollare per terra: sono troppo pochi gli anni a cui sono stati condannati». Un'altra sorella di Abba: «Mio fratello è stato ucciso per razzismo. Li ho guardati in faccia e ho capito che non si sono pentiti». L'altra sorella, Adiaratou, aggiunge: «Bisognava condannarli fino alla fine della loro vita e buttare via la chiave. Non possono dare 15 anni a persone che hanno anche dei precedenti perché poi escono e ripetono quello che hanno già fatto. Non è giusto». Un cugino di Abba, con l'amarezza scolpita in viso: «E' una condanna troppo bassa, è dura per me non avere più una persona che vedevo tutti i giorni e ho perso. Torno a casa nervoso, triste e arrabbiato». E un altro cugino: «Capisco che l'ergastolo non è possibile, ma io esprimo quello che noi sentiamo: è una faccenda che si è risolta troppo velocemente. Certamente organizzeremo qualcosa, forse una manifestazione per far capire alla gente che non è stata una sentenza giusta. Volevamo l'ergastolo».
Abba lo hanno ammazzato Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio di 51 e 31 anni. Non c'è molto da dire su questi due assassini razzisti se non che se la giustizia fosse davvero tale allora avrebbero preso l'ergastolo senza né sconti né concessioni.

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Michael Jackson: Conrad Murray nel mirino della polizia di Los Angeles
written by King Lear
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mercoledì, luglio 15, 2009
Michael Jackson: Conrad Murraynel mirino della polizia di Los Angeles
a cura di Iannozzi Giuseppe
Si è subito pensato che, prima o poi, Conrad Murray sarebbe stato accusato di omicidio. La morte di Michael Jackson, il 25 giugno, ha subito attirato l'attenzione degli inquirenti, della famiglia, dei fans sul medico personale di Jacko, che mezz'ora prima aveva iniettato alla popstar una dose di Propofol, potente anestetico usato solitamente per eseguire interventi chirurgici. La notizia è ufficiosa e viene data in anteprima dal sito Tmz.com. Secondo una fonte vicina alla polizia di Los Angeles, l'arresto cardiaco di Michael sarebbe stato causato proprio da una dose letale di Propofol. Si parla di "pesanti prove a carico del dottor Murray".
Ma ci sono anche altri grandi indagati: il medico delle star Arnold Klein, l'anestesista Stuart Finkelstein e un dottore che ha seguito la popstar negli anni Novanta, Neil Ratner. Il sito Tmz.com specifica che la polizia avrebbe tenuto "diversi colloqui con l'ufficio del procuratore di Los Angeles"; tuttavia non è stata formalizzata nessuna accusa. Per il momento.
Tito Jackson, uno dei fratelli di Jacko, in un'intervista al Daily Mirror rivela che "Michael ha fatto di tutto per nascondere la sua dipendenza dai farmaci". Ma un giorno lui e gli altri fratelli andarono a trovarlo nel suo ranch, per una improvvisata: "Siamo entrati in casa sua e abbiamo discusso con lui. Gli abbiamo chiesto se era vero che faceva uso di droghe e lui ha continuato a negare. Ha detto che stavamo esagerando. Abbiamo cercato di parlargli altre volte, ma il suo staff ci ha sempre tenuto fuori. Non ho mai capito se stavano semplicemente facendo quello che gli era stato chiesto o se facevano parte di una specie di complotto".

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Michael Jackson nel commosso ricordo di Lou Ferrigno
written by King Lear
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martedì, luglio 07, 2009
Michael Jackson nel commosso ricordo di Lou Ferrigno
a cura di Iannozzi Giuseppe
Amici dal lontano 1995, Michael Jackson e Lou Ferrigno, l'ex Hulk rivela al Daily Mirror, con evidente commozione, che Jacko era in "ottime condizioni fisiche", e racconta inoltre del suo rapporto d'amicizia con il Re del Pop svelandone tratti tenerissimi e inediti: "Michael era sottoposto ad uno stress tremendo ed è questo che lo ha ucciso. Aveva accumulato debiti per 400 milioni di dollari ed era come se avesse una pistola puntata alla tempia: per questo aveva deciso di tornare sulle scene.
Era un ragazzo fantastico, timidissimo ma molto dolce, che era consapevole di tutta l’attenzione di cui godeva, ma che quando era con me diventava una persona estremamente semplice. A legarci, è stata anche la nostra comune infanzia, fatta di soprusi e di dolore per colpa dei nostri padri. La sua via di fuga fu la musica, mentre la mia fu il body-building. In aprile, mi chiese di aiutarlo a rimettersi in forma in vista dei concerti di Londra: così andavo da lui tre volte a settimana con i manubri da poco più di un chilo per fargli fare gli esercizi, anche se Michael non amava i pesi, perché diceva che non voleva che gli venissero delle spalle e dei muscoli come i miei. Al che, io lo prendevo in giro, dicendogli che in nessuna maniera dei manubri di un chilo gli avrebbero fatto venire delle spalle grosse come le mie. Durante le sedute, parlavamo di tante cose: della vita passata e di quella presente, dei suoi sogni e delle sue speranze. Non c’erano guardie del corpo né security: lui non voleva nessuno intorno quando lavorava con me e spessissimo ascoltavamo della musica, Beatles e The Mama & The Papas in particolare. Michael mi ha pure insegnato il suo celebre Moonwalk, ma questo è un segreto che resterà con me.
Era molto felice e il merito era dei suoi bambini. E noi ci facevamo davvero un sacco di risate insieme. Era un vero burlone: ricordo che mi faceva spesso delle telefonate dove camuffava la voce e mi diceva di chiamarsi Omar e di essere un mio stalker. Io lo riconoscevo immediatamente, ma lui negava sempre. Una volta venne ad una convention dedicata ai film d’azione dove c’ero anche io vestito da mostro, con tanto di maschera. Nessuno lo riconobbe e, all’inizio, nemmeno io, perché pensavo fosse un qualche personaggio di Star Trek, solo dopo mi resi conto che si trattava di Michael. Del resto, lui ha sempre adorato travestirsi, così poteva andarsene in giro senza essere riconosciuto: in fondo, è rimasto un bambino che non voleva crescere ed è questo il motivo per cui ha costruito Neverland. Non era solo per i bambini, era la sua Disneyland personale, dove poteva fare quello che voleva lontano dalle telecamere.
Stava bene, era in forma esattamente come quindici anni fa e non c’era alcun segnale che mi facesse pensare che prendesse dei farmaci. La sua flessibilità, poi, era in costante miglioramento, perché gli esercizi facevano ormai parte della sua routine e questo era un dato molto importante per una persona con il suo fisico e che non ballava da tanto tempo. L’ultima volta che l’ho visto è stato tre settimane fa, mentre facevo degli spettacoli sulla East Coast: eravamo d’accordo di stare un pò insieme prima che Michael andasse in Inghilterra, ma poi mi è arrivata la terribile notizia della sua morte. E’ stato un vero choc: all’inizio, pensavo fosse un macabro scherzo, invece, purtroppo, era tutto vero. Mi sono sentito come dopo l’11 settembre, con un grande senso di vuoto e una perdita enorme nella mia vita".
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Michael Jackson soffriva di vitiligine. Parla il medico Arnold Klein che l'ha avuto in cura
written by King Lear
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lunedì, luglio 06, 2009
Michael Jackson soffriva di vitiligineParla il medico Arnold Klein
Questa intervista ad Arnold Klein, per gli amici Arnie, raccolta da Silvia Bezio (La Repubblica.it), dovrebbe mettere a tacere una volta per tutte le idiozie che vorrebbero Michael Jackson traditore della sua razza. Jacko era affetto da una grave forma di vitiligine, i primi sintomi risalgono al 1984. Alla fine Michael Jackson fu costretto a farsi schiarire completamente la pelle; a sottoporsi a sedute terapeutiche ogni due settimane; a proteggersi dal sole con un ombrello. Arnold Klein fa il punto anche sulle accuse di pedofilia che di fatto distrussero la carriera artistica di Jacko nonché la sua vita privata: "E infatti il primo bambino che lo aveva accusato di molestie ha poi ammesso che era un'invenzione del padre che voleva scrivere una sceneggiatura...".
Non si sa quando i detrattori di Jacko taceranno e per sempre. Forse un giorno sì. Oggi, tutti, amici e nemici di Michael vorrebbero un pezzetto della sua eredità, o perlomeno stare per i classici 15 minuti sotto le luci dei riflettori.
g.i.
Quando vi siete conosciuti con Jackson?
"Michael è diventato mio paziente nel 1984, e come tutti sanno aveva enormi problemi medici. Aveva la vitiligine. Io sono stato il primo a diagnosticarla e l'ho aiutato nel processo di sbiancamento della pelle, necessario per renderla più omogenea, senza chiazze. Ma dovevo avere a che fare con altri medici, e di molti di loro non mi fidavo affatto".
Che vuol dire?
"Quando uno come Michael ti racconta che c'era del personale negli altri studi medici che raccoglieva i peli che gli radevano non per buttarli via ma per venderli, sapevi che dovevi proteggerlo".
Lei sapeva anche quello che i medici gli prescrivevano?
"Prescrivere droghe come Diprivan, o Propofol, che servono per provocare anestesia generale, solo per far dormire qualcuno, è criminale. Ero il suo medico ma sono diventato suo amico proprio perché cercavo di proteggerlo. E con Michael ho alcuni dei ricordi più belli della mia vita".
Per esempio?
"Mi ricordo una volta a Roma, al Majestic, con Michael che firmava gli asciugamani e poi li buttava dal balcone alla folla sotto per farla felice. O una notte a Parigi a Eurodisney con il figlio di Charlie Chaplin: il parco era chiuso e loro due si rincorrevano, uno con la camminata di Charlie Chaplin, l'altro con il "moonwalk". Adorava andare a Disneyland, ci sarebbe andato tutti i giorni. Quest'uomo non ha mai avuto un'infanzia, non è mai cresciuto".
Lei ha detto di non aver mai creduto alle accuse che gli erano state fatte di pedofolia.
"Nemmeno un secondo. Michael amava i bambini. E infatti il primo bambino che lo aveva accusato di molestie ha poi ammesso che era un'invenzione del padre che voleva scrivere una sceneggiatura... Tutti i bambini vogliono dormire a letto con i genitori. Michael glielo faceva fare".
Lei è il padrino di uno dei suoi figli?
"Non sono il padre, se è questo che vuol sapere".
No, il padrino...
"Ah, sì e Macauley Culkin è il padrino della bimba. E sono i bambini più carini che io abbia mai conosciuto. Perché Michael li copriva coi veli? Non voleva farli riconoscere, lo faceva per proteggerli, non per altri motivi. Sono bambini educati e intelligenti. Il grande legge già libri scientifici; Paris ha molto talento, potrebbe diventare una grande ballerina. Lo diceva anche Michael".
Lei aveva approvato la scelta di Jackson di diventare padre?
"Sì perché era la cosa che più desiderava al mondo. Ho appena rivisto Debbie e pur non conoscendo le sue intenzioni l'unica cosa che le ho chiesto è di trattare bene i bambini in futuro".
Pensa che sia sincera quando dice che ora rivuole i figli?
"Che Debbie prenda i bambini o meno, ha tutti i diritti di partecipare alla loro crescita e educazione".
C'è qualcosa che non le piace dello spettacolo mediatico di questi giorni?
"Mi irrita sentir parlare personaggi come il reverendo Al Sharpton e Jesse Jackson, tutta gente che prima diceva cose terribili alle sue spalle, tant'è vero che Michael non voleva più vederli. Ora invece stanno tutti intorno al padre Joe, per farsi pubblicità".
Cosa ricorda del rapporto di Michael con i fratelli che ha escluso dal testamento, per esempio LaToya o Janet?
"Non l'ho mai visto con la sua famiglia. So che parlava molto con Janet, l'amava molto, Janet deve molto a lui, e amava molto la madre. Non posso parlare del suo rapporto con suo padre, perché suo padre lo prendeva sempre in giro, da quando era piccolo. Io dico, se hai un tesoro in famiglia, perché prenderlo in giro? ".
Nell'ultimo anno quando Michael è tornato a trovarla è stato per ragioni mediche?
"Si, come ogni ballerino era straordinariamente magro, al rischio di anoressia. C'erano tante cose che dovevamo fare, anche per la sua faccia. Veniva ogni due settimane e si fermava anche per ore, incontrava Jo Champa, Anjelica Huston, mie clienti e amiche, mangiavano insieme, parlavano. Mi pareva tranquillo".

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Il mondo intero ricorda Michael Jackson. 200 ore di registrato per dvd e cd postumi
written by King Lear
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domenica, luglio 05, 2009
200 ore di registrato per dvd e cd postumi
Il tributo del mondo intero al Re del Pop
a cura di Iannozzi Giuseppe
Un triste evento, seppur record annunciato. La pubblica commemorazione di Michael Jackson, stando alle previsioni degli addetti ai lavori, potrebbe battere in termini di presenze la cerimonia d’insediamento del presidente Barack Obama.
L’ultimo saluto al Re del Pop travolgerà il mondo intero.
Non era mai accaduto, nemmeno per Jim Morrison, Elvis Presley, Jimi Hendrix, John Lennon, Freddie Mercury, James Brown.
Gli osservatori, prevedendo una copertura mediatica gigantesca dell’evento, assicurano che l’evento potrebbe essere l’Evento, con la maiuscola: “Sarà probabilmente il maggiore funerale di una star nella storia e centinaia di migliaia di persone accorreranno a Los Angeles per parteciparvi, anche da dietro le barricate che impediranno a coloro non muniti di biglietti di avvicinarsi” allo Staples Center, dove si terrà l’omaggio pubblico martedì 7 luglio. Una scelta, quella sul luogo, che ha sollevato alcune perplessità per via dei pochi posti disponibili. Secondo gli osservatori la commemorazione sarà seguita online da un numero di persone superiore rispetto a quello registrato per l’insediamento di Obama, al quale hanno assistito, in base ai dati diffusi da Nielsen, 70 milioni di utenti contro i 40 milioni che lo hanno seguito in televisione.
Secondo indiscrezioni ci sarebbero almeno 200 ore di registrato dal Staples Center di Los Angeles, delle prove per i concerti che Michael Jackson avrebbe dovuto tenere. Così tanto materiale che già si sta pensando a DVD e Cd per quello che è stato annunciato come l’ultimo concerto di Michael Jackson. 200 ore che serviranno almeno almeno per realizzare 5 DVD e altrettanti dischi dal vivo.
Un portavoce della famiglia ha fatto sapere che il corpo di Michael Jackson non sarà esposto alla commemorazione pubblica di martedì. Prima della cerimonia pubblica si svolgerà anche una funzione privata. Ma per il momento non sono stati resi noti i dettagli.
Sul palco dell’Apollo Theatre che ha reso omaggio a Jacko anche Spike Lee: “Senza di lui non avremmo avuto nemmeno Obama”. E il reverendo Al Sharpton ha aggiunto: “Potete scrivere quel che volete, ma lui resta il più grande”.

Madonna - Tribute To Michael Jackson (Pro Recording)
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Michael Jackson in un video girato 48 prima della tragedia. Balla e canta alla grande
written by King Lear
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venerdì, luglio 03, 2009
Michael Jackson in un video
girato 48 prima della tragedia
Balla e canta alla grande
di Iannozzi Giuseppe
E' l'ultimo video di Michael Jackson prima di morire. E' stato mandato in onda dalla Cnn, sollevando immediatamente una marea di commenti. Michael Jackson difatti appare in più che buona forma, solo un po' smagrito, ma in grado di cantare, di ballare come sempre, capace di eseguire serrati passi di danza che metterebbero in difficoltà chiunque altro. Ma non lui. Michael Jackson mostra di dare il meglio di sé: a soli due giorni dall'improvvisa e inspiegata/inspiegabile morte. Le immagini sono state registrate allo Staples Center di Los Angeles il 23 giugno, durante le prove per il tour che doveva cominciare a luglio a Londra. Insieme a un nutrito gruppo di ballerini, Jacko prova "History" e "They don't care about us".
Il video ha ovviamente scatenato un mare di commenti, in rete e non, rischiando di mandare in tilt la rete, soprattutto i social networks.
Secondo alcune indiscrezioni l'ultimo addio al Re del Pop potrebbe essere all'arena dello Staples Center, forse martedì alle 10 di mattina, ora di Los Angeles. Tuttavia la famiglia Jackson non ha confermato.
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Michael Jackson, testamento e figli a Diana Ross!
written by King Lear
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giovedì, luglio 02, 2009
a cura di Iannozzi Giuseppe
Non ci sarà una cerimonia funebre né «privata né pubblica» del Re del Pop nel ranch di Neverland. Lo hanno reso noto con un comunicato i Jackson: «Contrariamente a precedenti notizie, la famiglia Jackson rende noto ufficialmente che non ci sarà nessuna veglia funebre a Neverland. Si sta programmando una cerimonia di ricordo pubblica per Michael Jackson, e lo annunceremo a breve».
Michael Jackson non potrà dunque vivere “la sua eternità” a Neverland: la famiglia non ha infatti ottenuto l’autorizzazione per seppellire Michael Jackson nel suo ranch californiano, nella Contea di Santa Barbara, a circa 150 chilometri a nord-est di Los Angeles. A darne notizia è il Los Angeles Times, secondo il quale, nonostante il desiderio dei familiari, le autorità non sono riuscite ad aggirare le restrizioni legali che riguardano «la sepoltura in una residenza privata».
Neverland è stato voluto e costruito una ventina di anni or sono da Michael Jackson perché diventasse un parco giochi per i bambini con uno zoo privato e tante altre attrazioni, purtroppo cadute perlopiù in disuso a seguito del tracollo finanziario del Re del Pop, che non ha più potuto garantire alla su Neverland la necessaria manutenzione.
Le ultime indiscrezioni danno per scontato che Diana Ross potrebbe diventare la madre dei figli di Michael Jackson. Si legge difatti nel testamento datato 7 luglio 2002 che Jacko incarica la cantante e amica della custodia dei suoi figli, Prince Michael, 12 anni, Paris, 11 anni, e Prince Michael Two, 6 anni, qualora sua madre Katherine Jackson, 79 anni, non potesse prendersi cura di loro. Nel testamento Michael Jackson stima i suoi averi, tra beni immobiliari, azioni e diritti musicali, intorno ai 500 milioni di dollari e li assegna al fondo Michael Jackson Family Trust. Esclusa dal testamento anche l’ex moglie, l’infermiera Debbie Rowe, madre dei primi due figli, oltre al padre Joe.
Anche gli U2 di Bono Vox hanno omaggiato Michael Jackson dedicandogli “Angel of Harlem” inserendo al suo interno frammenti di “Man in the mirror” e “Don’t stop ‘til you get enough”. Prima di cantare, Bono ha detto alla folla in visibilio: “L’abbiamo scritta per Billie Holiday, ma stasera la cantiamo per Michael Jackson”.

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a cura di Iannozzi Giuseppe
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