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La Gelmini prepara la scuola a finire sotto dittatura

written by King Lear    - giovedì, settembre 11, 2008



La Gelmini censura i contestatori
facendo intervenire le forze dell'ordine
La scuola pronta per finire sotto dittatura



di Giuseppe Iannozzi


La sucola riveduta e corretta di Mariastella Gelmini non ammette una benché minima pacifica contestazione. Minacciando di riformare a breve anche le scuole medie, la Gelmini contestata non ha dubbi: chi le dà contro, chiunque le dica che così non "s'ha da fare", lei, o chi per essa, lo bacchetta e lo bacchetta duro.

"E' una vergogna. Lo sfascio della cultura. Noi precari in mezzo alla strada". Così il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, è stato contestato da un gruppetto di docenti precari nella mattina del 10 settembre 2008 presso l'istituto Isacco Newton di Roma, dove si trovava per una presentazione editoriale. "Io non difendo solo il mio posto di lavoro, ma la qualità della cultura italiana", afferma un insegnante di un liceo scientifico di Anzio. "Il ministro ha tagliato 87 mila cattedre, portando a 33 il numero di alunni per classe", ha sottolineato il precario di Anzio, che ha aggiunto: "I tre maestri per classe erano la punta di eccellenza della scuola italiana".

"Non capisco perché dobbiamo pagare tre insegnanti quando tutto funziona anche con uno solo", così è subito scattata la Gelmini puntando l'indice contro chi la contestava. Ed ancora: "Vergogna". A questo punto, agenti in borghese nascosti fra i presenti, sono intervenuti e hanno messo subito a tacere i contestatori. Li identificano uno per uno chiedendo loro i documenti. Su questi insegnati pesa una grandissima colpa: sono dei precari appartenenti ad alcuni coordinamenti sorti in questo periodo per contrastare i provvedimenti di contrazione della spesa e di taglio di cattedre varati dal governo Berlusconi.

Pina Picierno, ministro ombra delle Politiche giovanili del Pd: "Quanto avvenuto questa mattina in un liceo romano è inquietante. Ma in che Paese ci troviamo se ai fischi di qualche contestatore al ministro Gelmini si risponde con l'intervento delle forze di polizia? Pochi fischi e addirittura scatta l'identificazione, siamo all'assurdo. Si tratta di un gesto intimidatorio di cui chiediamo conto allo stesso ministro degli Interni. Di cosa si ha paura, di chi esprime idee diverse? Oggi dà noia chi fischia, domani magari chi scrive o chi la pensa diversamente. Un brutto spettacolo, indegno di un paese democratico. Come al solito questo governo si dimostra forte con i deboli e debole con i forti. Comunque viste le misure del ministro Gelmini è bene che le questure si attrezzino perché in breve dovrà identificare tre quarti della popolazione italiana".

La scuola, grazie alla Gelmini, è purtroppo pronta per finire sotto dittatura.


Aggiornamento dell'ultima ora
- L'intervento della polizia, dopo che il ministro Gelmini era stato fischiato da alcuni insegnanti precari, ha suscitato fortissimo imbarazzo tra le fila politiche e un'ovvia pronta risposta di allarme da parte dell'opposizione nonché dell'opinione pubblica. Si legge in una nota del ministero "di non procedere a controlli e identificazioni se qualche facinoroso alza la voce, anche perché ho sufficienti argomentazioni per rispondere a qualsiasi contestazione". Il ministro Gelmini ha espresso anche la volontà di volersi recare "nelle scuole d'Italia per confrontarmi con i ragazzi, raccogliere proposte e chiedere loro se la scuola così com'è li soddisfi o, come credo, se sia necessario mettere mano ad una riforma complessiva del nostro sistema d'istruzione". Tuttavia, pur apprezzando la buona volontà a posteriori del ministro Gelmini, rimane indelebile il fatto che ieri, presso l'istituto Isacco Newton di Roma, la polizia c'era ed era in borghese; rimane il fatto non poco grave che è intervenuta al primo fischio di dissenso, mettendo a tacere la pacifica contestazione; rimane ancora il fatto che la polizia in borghese c'era e non era presso la scuola per puro caso. E oggi l'ultimo affronto alla precarietà è sempre portato dal ministro Mariastella Gelmini che definisce i contestatori, insegnanti precari, dei "facinorosi".

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Berlusconi perde la causa intentata contro l'Economist

written by King Lear    - sabato, settembre 06, 2008





Berlusconi perde la causa

intentata contro l'Economist





L'annuncio su The Economist - In July 2001 Silvio Berlusconi, then prime minister of Italy, launched a lawsuit in Italy alleging that The Economist had defamed him in its article "An Italian Story", which appeared in our April 26th 2001 issue. The magazine cover bore the title: "Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy". We are pleased to announce that the Court in Milan has issued a judgment rejecting all Mr Berlusconi's claims and requiring him to make a payment for costs to The Economist. The full judgment, in Italian, is available here. The Economist will not be making any further comment. Mr Berlusconi is once again prime minister of Italy.



Una storia italiana
The Economist 6 Aprile 2001



E' previsto che, con le elezioni del mese prossimo, Silvio Berlusconi, diventi di nuovo primo ministro.
E tuttavia egli è ancora coinvolto in una serie di battaglie legali. Le sue società hanno usato denaro proveniente da fonti non rintracciabili e deve affrontare accuse che lo vogliono collegato alla mafia.
Il 20 aprile, in una disadorna aula giudiziaria milanese, tre giudici si sono incontrati per ascoltare le testimonianze di un importante processo. Il procedimento trattava di un caso di presunta corruzione di giudici. Sulla porta, c'era, scritta a mano, la lista degli accusati.  In cima c'era il nome di Silvio Berlusconi.
Il caso illustra in modo evidente come Berlusconi non si sia lasciato alle spalle i suoi problemi legali. Poco prima che diventasse primo ministro, nel maggio del 1994, il suo impero finanziario, FININVEST, fu oggetto delle indagini di Mani Pulite.

Quest'operazione, inaugurata dai magistrati di Milano nel 1992, aveva messo a nudo una profonda corruzione nella politica, nella burocrazia e nel mondo degli affari italiani.
Quando Berlusconi fondò il suo partito politico - Forza Italia - si sapeva poco di come egli gestisse i propri affari. Si presentava agli italiani come un uomo che si era fatto da sé, che aveva costruito un potente impero televisivo infrangendo il monopolio del sistema di trasmissione statale, la RAI. Affermava di rappresentare una rottura con il passato corrotto dell'Italia.

A partire dal 1994, i magistrati hanno indagato su molte presunte accuse contro Berlusconi, compresi riciclaggio di denaro sporco, collusione con la Mafia, evasione fiscale, concorso in omicidio, corruzione di politici, giudici e guardie di finanza. Berlusconi vigorosamente respinge tutte le accuse, sostiene che giudici di sinistra dominano la magistratura e che le indagini di Mani Pulite erano politicamente motivate. Non c'è da sorprendersi che i suoi più intimi accoliti ribadiscano le sue affermazioni. "Berlusconi è perseguitato fin dal 1993; c'è qualcosa di marcio nel sistema giudiziario", dice Fedele Confalonieri, un suo vecchio amico, e presidente di Mediaset.

Nel 1996, un alto magistrato inglese, Simon Brown, aveva un'opinione alquanto diversa. Il caso riguardava un fallito tentativo di Berlusconi di impedire che magistrati italiani si impossessassero di documenti sequestrati dall'Ufficio Frodi Inglese.
I magistrati avevano bisogno di alcuni di questi documenti come prova di un caso di finanziamento politico illegale, mentre Berlusconi sosteneva che il presunto reato fosse di natura politica.

Il Giudice Brown sostenne che si trattava di uso improprio di parole: descrivere la campagna dei giudici come motivata da "fini politici", ovvero descrivere Berlusconi come perseguitato politico... i magistrati si mostrano equanimi nel trattare allo stesso modo i politici di tutte le parti. E', indubbiamente ironico il fatto che alcuni di coloro che chiedono di resistere lo facciano asserendo un'offesa di natura politica che mal si concilia con il fatto che in quel momento fosse lo stesso Berlusconi al governo... semplicemente mi è difficile considerare ‘prigionieri politici' dei finanziatori politici corrotti.

Ma Berlusconi ha una seconda linea di difesa: "l'Italia non è un paese normale. Anche un caso anomalo come Berlusconi va compreso nel contesto del paese. Non ha fatto niente di più grave di un qualsiasi uomo d'affari italiano" - afferma Confalonieri.
Certo molte persone, e non solo a destra, fanno eco a questa difesa. Berlusconi; dicono, ha fatto solo quello che tutti gli uomini d'affari dovevano fare per andare avanti: pagare tutti quelli, politici e giudici inclusi, che potevano aiutare. Il problema di Berlusconi, dicono, è semplicemente di essere stato più intelligente e di divenire più ricco dei suoi rivali. Inoltre, aggiungono, che cosa facevano i magistrati prima di Mani Pulite, quando erano visibilmente inerti nel perseguire le persone importanti.  Altri sono in disaccordo. "E' andato aldilà di qualsiasi modo accettabile di fare affari in Italia", commenta un importante banchiere italiano.

La macchina della giustizia
Tre cose sono importanti se vogliamo pienamente comprendere i nodi legali di Berlusconi. Per prima cosa nel sistema processuale italiano, in presenza di una notizia di reato, i magistrati hanno il dovere legale di indagare.
In secondo luogo, una volta che le denuncie sono pervenute, il sistema giudiziario si muove con molta lentezza; un processo può durare anni, come pure il processo di appello.
In terzo luogo, in Italia gli accusati non sono considerati colpevoli prima della sentenza definitiva nelle corti di appello.
Berlusconi, fino ad oggi, non ha mai avuto condanne definitive, ma soltanto tre dei nove procedimenti penali contro di lui sono arrivati alla corte d'appello. Nel solo caso in cui si conosce il verdetto, relativamente a donazioni politiche illegittime, la corte non lo ha considerato innocente. Ha semplicemente confermato la sentenza del giudice di primo grado che, a causa del tempo trascorso dalla commissione del reato, aveva applicato delle prescrizioni che, ai sensi del codice penale italiano, estinguono la pena.

Tutti i problemi legali di Berlusconi sono legati alla sua carriera nel mondo degli affari, cominciata negli anni 60.
Quando entrò in politica, rinunciò alla conduzione di tutte le sue società Fininvest; tranne che alla squadra del Milan. Comunque, egli resta l'azionista di controllo, e uno o entrambi i suoi figli adulti fanno parte dei consigli di amministrazione di ognuna delle principali società del suo impero.
La struttura di quell'impero anche oggi non è trasparente e, nel passato, è stata ancora più confusa.
Ventidue delle holding possedute dalla famiglia Berlusconi controllano circa il 96% della Fininvest. Il principale attivo di Fininvest è di gran lunga un pacchetto azionario di Mediaset: il cui valore è di 13.100 miliardi lire (6 miliardi di dollari).
La TV è soltanto una parte dell'impero mediatico di Berlusconi. Ha un pacchetto azionario di controllo della Mondadori, la più grande casa editrice italiana. Il reparto libri della Mondadori ha quasi il 30% del mercato interno. Il settore delle riviste, con circa 50 testate, il 38%. La famiglia Berlusconi possiede anche uno dei principali quotidiani nazionali italiani, "Il Giornale".
La Fininvest possiede anche il 36% del pacchetto azionario della società di assicurazioni Mediolanum, fondatanel 1982 da Ennio Doris con l'appoggio finanziario di Berlusconi. Mediolanum entrò in Borsa nel 1996.
E la Fininvest è proprietaria di un nugolo di società in perdita, come ad esempio il portale Internet Jumpy e Pagine Utili.

La scia dei soldi
L'imprenditore Silvio Berlusconi si è svezzato nel settore immobiliare: a Milano e dintorni. Alla fine dei anni '60, ebbe l'idea di sviluppare Milano 2, una città giardino con 3.500 appartamenti. Fu costruita nei dintorni orientali di Milano sotto la rotta dei velivoli che decollavano dal vicino aeroporto di Linate. Il quartiere divenne ancora più apprezzato dopo che i velivoli furono misteriosamente dirottati su altre zone residenziali.
Ma non fu l'unico mistero. Aziende svizzere, con assetti proprietari impenetrabili, hanno iniettato 4.1 miliardi di lire (equivalenti a 33.5 miliardi di lire di oggi) nel capitale delle aziende italiane responsabili di Milano 2.  Quindi, sulla carta, il progetto non apparteneva a Berlusconi, ma a terzi anonimi.
Funzionari alla Banca d'Italia sospettavano, tuttavia, che dietro alle compagnie svizzere ci fosse lo stesso Berlusconi. All'epoca detenere capitale all'estero senza divulgarlo alle autorità era reato. Una squadra dalla Guardia di Finanza, sotto la direzione di Massimo Berruti, indagò nel 1979 ma concluse, nonostante prove che dimostravano come Berlusconi avesse garantito personalmente prestiti bancari per le aziende italiane, che lui non era il beneficiario finale delle aziende svizzere. Il rapporto ufficiale fu firmato dal capo di Berruti.
Anche lui membro, come Berlusconi, dell'associazione massonica P2. Immediatamente dopo la conclusione dell'indagine, Berruti ha lasciato la Guardia di Finanza e ha iniziato a lavorare come avvocato per Berlusconi. Oggi è parlamentare di Forza Italia.

Milano 2 fu l'origine dell'impero televisivo del Sig. Berlusconi, che, nel 1978, lanciò una rete locale di televisione via cavo, Telemilano. Questo progetto si ingrandì: e di molto. L'ambizione di Berlusconi era sfidare il monopolio RAI sulle pubblicità sulle reti televisive nazionali, per le quali esisteva una enorme domanda inepressa. Telemilano divenne Canale 5 nel 1980.
C'era solo un ostacolo: la legge prevedeva che la sola Rai potesse operare su tutto il territorio nazionale.  Anche se le TV private erano largamente non regolate, una decisione giudiziaria del 1980 aveva permesso alle reti televisive private di operare solo su base locale.
Ma Berlusconi non tardò a trovare il modo di aggirare la decisione della corte. Acquistò programmi, in particolare film e telenovelas americani, e li offrì a prezzi stracciati a piccole reti regionali. Berlusconi raccoglieva le entrate da spazi pubblicitari pre-registrati che lui stesso inseriva. Ciascun canale del circuito Canale 5 accettò quindi di trasmettere gli stessi programmi negli stessi identici orari. Fu così che ci si assicurò un audience a livello nazionale.

Come ha fatto Berlusconi a finanziare il suo impero televisivo nascente? Una parte della risposta sta nel debito bancario. Le banche del settore pubblico hanno dato una mano consistente, fornendo alla società prestiti più ingenti rispetto a quelli che il merito di credito della Fininvest avrebbe comportato. Ma la parte restante della risposta non appare per niente chiara. Nel 1978, alla nascita del suo gruppo televisivo, Berlusconi creò 22 società holding che controllano la Fininvest. Dal 1978 al 1985, 93.9 miliardi di lire (387 miliardi di lire di oggi) confluirono nelle 22 aziende, apparentemente dal Sig. Berlusconi.

Nel 1997, un finanziere con legami con la mafia ha accusato Berlusconi davanti a magistrati siciliani di aver usato 20 miliardi di soldi mafiosi per costruire i suoi interessi televisivi. I magistrati chiesero che la Banca d'Italia collaborasse nelle indagini della divisione anti-Mafia. Due funzionari passarono 18 mesi a controllare e ricontrollare le carte contabili e azionarie delle 22 compagnie. The Economist possiede una copia dei loro rapporti, oltre 700 pagine. Le due conclusioni principali sono sconcertanti.
La prima è la mancanza di trasparenza da parte di Berlusconi rispetto alle due società fiduciarie registrate per esercitare i diritti proprietari delle sue azioni nelle 22 società. Le società fiduciarie erano sussidiarie della Banca Nazionale del Lavoro (BNL), una banca molto grande. Berlusconi metteva soldi nelle società holding attraverso due banche italiane poco conosciute, anziché tramite la BNL stessa. Quindi, le società fiduciarie della BNL non avevano un quadro chiaro su quale fosse l'origine di questi fondi. Nel 1994, i dirigenti della BNL erano talmente preoccupati per questo motivo che hanno eseguito due ispezioni diverse in relazione ai legami tra le Banca e le 22 società.

Queste ispezioni rivelarono altre anomalie, come, per esempio, alcune vendite di azioni che furono registrate esclusivamente sulla parola di Berlusconi, senza prova documentaria. Per esempio, quando vendette azioni in una delle società holding ad una sussidiaria Fininvest per 165 miliardi di lire, i fondi aggirarono completamente le società fiduciarie. E quindi non avevano idea come, o se, l'acquirente avesse pagato le azioni.
La seconda conclusione è che l'origine ultima del denaro versato nelle 22 società non può essere rintracciato,  per tre motivi. Primo, 29.7 miliardi di lire erano stati pagati in contanti, o equivalenti. Secondo, gli investigatori non avevano trovato documenti di sostegno negli archivi delle società fiduciarie, delle banche o delle compagnie holding per 20.6 miliardi di lire. Terzo, Berlusconi era stato molto abile nel far fare ai fondi tanti giri.
Ma perché Berlusconi lo fece? Gli investigatori erano perplessi. Una società, Palina, evidentemente una parte terza, aveva mandato 27.7 miliardi di lire alle società fiduciarie, che a loro volta avevano trasferito la somma alle società holding. Da lì, i fondi raggiungevano la Fininvest e poi, tramite una sussidiaria Fininvest, di nuovo alla Palina. Tutte queste transazioni si verificarono nello stesso giorno e presso la stessa banca. Dietro alla Palina, gli investigatori scoprirono, si nascondeva lo stesso Berlusconi. Aveva usato un uomo di 75,  vittima di infarto, come prestanome. Subito dopo il completamento dell'operazione, la Palina fu liquidata. I suoi bilanci sono rimasti vuoti.

Dunque, la vera fonte dei 93.9 miliardi di lire che confluirono nelle 22 società nel periodo 1978-85 rimane un mistero che solo Berlusconi può risolvere. Gli abbiamo spedito domande scritte su questo argomento, ma si è rifiutato di rispondere. Una lettura attenta dei rapporti suggerisce che la possibilità di riciclaggio nelle 22 società non può essere esclusa. Banca Rasini, una delle banche poco note usate dal Sig. Berlusconi, e un tempo datrice di lavoro di suo padre, è spuntata in processi di riciclaggio negli anni '80. Ma gli investigatori antimafia non hanno trovato prove per sostenere le accuse che avevano dato avvio al loro lavoro. Speravano chiaramente di produrre un secondo rapporto, ma l'indagine era già scaduta per prescrizione.

Un amico che ha bisogno
Con l'acquisto dei suoi due principali concorrenti - Italia 1 nel 1983, e Retequattro nel 1984 - il dott.
Berlusconi si assicurò quello che, in buona sostanza, era un vero e proprio monopolio nel settore delle tivù private.
Per aggirare la legge e poter trasmettere su tutto il territorio italiano, aveva però bisogno di un piccolo aiuto da parte dei suoi amici politici. Nessuno lo aiutò più di Bettino Craxi, che divenne capo del Partito Socialista nel 1976 e Presidente del Consiglio nel 1983. Il dott. Berlusconi, attraverso le sue due reti principali, offriva un'arma politica molto potente.

Nell'ottobre del 1984, in diverse città italiane funzionari pubblici sigillarono le sue tivù per aver trasmesso illegalmente. Questo avrebbe potuto comportare un disastro per il gruppo Fininvest, all'epoca fortemente indebitato. Nel giro di pochi giorni, Craxi - morto l'anno scorso in Tunisia, dopo essere stato condannato in contumacia per reati di corruzione - firmava un decreto che permetteva alle tivù di Berlusconi di continuare a trasmettere. Il decreto, dopo alcune scaramucce parlamentari, diventava legge.

Il decreto di Craxi non fece niente per vietare la concentrazione di proprietà nel settore televisivo. E non lo fece nemmeno la c.d. "legge Mammì" (dal nome di Oscar Mammì, allora Ministro delle Telecomunicazioni), varata nel 1990. La legge fu, infatti, "tagliata su misura" sugli interessi del dott. Berlusconi e sulle sue tre reti nazionali, proclamando che nessun singolo gruppo poteva essere proprietario di più di 3 delle 12 reti che avrebbero ottenuto le licenze dallo Stato. Il governo di coalizione all'epoca, che dipendeva fortemente dal Partito Socialista di Craxi, aveva insistito per il varo di questa misura controversa, nonostante le dimissioni, in segno di protesta, di cinque ministri. In effetti, la legge ha sancito il duopolio tra la Mediaset e la Rai.

Nel 1991 e 1992, il dott. Berlusconi versò un totale di 23 miliardi di lire nei conti correnti offshore di Craxi attraverso una parte ‘clandestina' del suo impero Fininvest, la società All Iberian. In seguito a diversi indizi scoperti durante le indagini sui conti bancari di Craxi, gli inquirenti trovano una rete occulta e consistente di compagnie Fininvest, costituite in giurisdizioni come le Isole Vergini Britanniche e le Channel Islands. Queste società non furono contabilizzate come società collegate nei bilanci della Fininvest. Secondo gli inquirenti, nel 1993 il dott. Berlusconi firmò una lettera ai revisori contabili dichiarando il falso, e cioè che queste società non facevano parte del gruppo Fininvest.
Gli inquirenti affermano di essersi trovati di fronte ad una frode internazionale di largo respiro, perpetrata sotto la direzione del dott. Berlusconi, per travasare cifre enormi dalla Fininvest nelle compagnie segrete off-shore. Secondo loro, la Fininvest adoperò varie tecniche fraudolente: le società offshore, affermano i procuratori, usarono questi fondi per diversi tipi di attività illegali, come, ad esempio, l'acquisto conto terzi di azioni in diverse società quotate del gruppo Fininvest, con l'evidente intenzione di gonfiare il prezzo delle azioni. Un'operazione chiaramente fittizia come testimonia il fatto che le azioni, intestate al portatore,  rimanessero sempre nelle mani dello stesso fiduciario. Un vero compratore di azioni al portatore in un'azienda quotata non le avrebbe mai lasciate in custodia della stessa persona utilizzata dal venditore.

Interessi offshore
Un'altra parte cruciale nelle accuse degli inquirenti è che le società offshore fossero usate per accumulare partecipazioni occulte in reti televisive in Italia e Spagna. Gli inquirenti affermano l'esistenza di prove documentali che lo dimostrano.
La legge Mammì prevedeva che il dott. Berlusconi dovesse vendere il 90% degli suoi interessi in Telepiù, una pay-tv da lui fondata nel 1990. Nonostante questa indicazione, il dott. Berlusconi, secondo gli inquirenti,  mantenne il controllo di questa partecipazione fino al 1994 tramite le sue società offshore. Per farlo predispose contratti con collaboratori disposti a servirgli da prestanome. Ai sensi di tali contratti, mentre la proprietà legale delle azioni passava agli investitori, la proprietà beneficiaria rimaneva con le società offshore del dott.  Berlusconi.

I magistrati scoprirono un'altra operazione simile, diretta ad accumulare una partecipazione del 52% in Telecinco, una rete televisiva spagnola. Il tutto in frode alla legge giacchè la legislazione spagnola antitrust,  infatti, non permetteva di possedere più del 25% in quel tipo di attività. E' per questo che Baltasar Garzon, un magistrato anti-corruzione spagnolo, vuole che sia tolta l'immunità di cui gode Berlusconi in qualità di parlamentare europeo. Ma è probabile che dovrà attendere. Per otto mesi, i ministri della giustizia e degli esteri spagnoli sono stati coinvolti in uno scontro serrato per decidere quale sia l'autorità competente a sottoporre una richiesta al parlamento europeo.

Il dott. Berlusconi è attualmente indagato per aver falsificato i bilanci del gruppo Fininvest. La presunta falsificazione doveva nascondere tutte le presunte illegalità connesse. Il falso in bilancio è un reato molto serio in Italia, e comporta sentenze fino a cinque anni di prigione. I magistrati hanno chiesto recentemente che delle accuse altrettanto serie di falso in bilancio vengano formulate sui bilanci di gruppo della Fininvest .

E' comunque verosimile che il dott. Berlusconi stia programmando una scappatoia. Il 17 marzo, davanti ad un gruppo di imprenditori italiani ha dichiarato che, se eletto, il suo governo avrebbe depenalizzato la maggior parte dei casi di falso in bilancio, rendendo così vano il lavoro dei magistrati.  Ma nonostante i magistrati non abbiano potuto trovare la destinazione finale delle decine di miliardi di lire pagate da settori vari dell'impero segreto offshore del dott. Berlusconi, hanno scoperto dov'erano finiti alcuni pagamenti.
Il dott. Berlusconi ha ottenuto il controllo del gruppo editoriale Mondadori nel 1991, dopo una feroce battaglia legale con Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano che ha passato un breve periodo in prigione durante il periodo di Mani pulite.

Il dott. Berlusconi è stato accusato di aver dato 400 milioni in tangenti ad un magistrato della Corte di Appello,  di nome Vittorio Metta, per emettere una sentenza a lui favorevole nel giudizio conclusivo. Quando gli inquirenti hanno cominciato ad indagare sul caso, hanno scoperto che, nel 1992, il Dott. Metta aveva pagato 400 milioni di lire in contanti come parte del costo di un appartamento. Nel febbraio del 1991, un mese dopo la sentenza del Dott. Metta, una delle società segrete offshore versò 3 miliardi di lire sul conto svizzero dell'avvocato Cesare Previti, strettissimo collaboratore di Berlusconi e, in seguito, ministro della difesa nel governo da questi presieduto. Dal conto del Avv. Previti, gli inquirenti hanno seguito le tracce di un versamento di 425 milioni di lire sul conto svizzero di un altro avvocato, Attilio Pacifico, che a sua volta prelevò questa cifra in contanti nell'ottobre del 1991. Il Dott. Pacifico fu accusato di aver trasferito la tangente al Dott. Metta.

Nonostante i magistrati non avessero trovato prove dirette del pagamento in contanti al Dott. Metta, essi ritenevano di avere basi indiziarie sufficientemente solide. Un esame dei conti in banca del Dott. Metta non aveva, infatti, rilevato prelievi in contanti di 400 milioni nel periodo rilevante; stesso risultato aveva dato la verifica sui conti, italiani e svizzeri, intestati al magistrato italiano in pensione che, sempre secondo il Metta,  gli avevaconsegnato i 400 milioni di lire in contanti; e questo anche se tali conti contenevano alcuni milioni di dollari.
Su queste basi gli inquirenti si convinsero del fatto che i 400 milioni di lire che il Dott. Metta aveva ricevuto in contanti provenissero dalla somma che il dott. Berlusconi aveva pagato all'Avv. Previti nel febbraio 1991.
Ma, nello scorso mese di giugno, un magistrato ad un'udienza preliminare adottò un punto di vista diverso.  Credette al Dott. Metta e, di conseguenza, quindi decise che il dott. Berlusconi e gli altri indagati, compresi l'avv. Previti e il Dott. Metta, fossero innocenti. Gli inquirenti hanno fatto appello contro questa decisone.

Trattare con i giudici
Berlusconi è sotto accusa anche per corruzione di magistrati. Tra i suoi co-imputati, che smentiscono le accuse, figurano Previti e Pacifico, e, di nuovo, il caso coinvolge De Benedetti come parte lesa.  Nel 1985, De Benedetti firmò un contratto per comprare la SME, un conglomerato alimentare, dall'IRI, un grande gruppo di proprietà dello Stato. Berlusconi e un altro imprenditore costituirono allora una società per poter fare un'offerta di acquisto migliore. Dopo una sentenza che nel 1986 sancì che il contratto di De Benedetti non era valido, il suo affare con l'IRI sfumò. A quel punto De Benedetti trascinò il caso davanti alla giurisdizione suprema, dove perse di nuovo.
Una delle accuse rivolte a Berlusconi, da lui smentita, è di aver promesso soldi a magistrati per decidere in suo favore in quell'occasione. Sia che queste accuse siano vere, sia che siano false, c'è un evidente movimento di denaro che, per il tramite di Previti, porta da Berlusconi a Renato Squillante, un giudice.

In questo senso The Economist ha documenti che testimoniano di un bonifico per 434.404 dollari del 6 marzo 1991 da un conto svizzero intestato a Berlusconi a un conto svizzero intestato a Previti; il 7 marzo, un bonifico trasferiva la stessa identica cifra dal conto di Previti al conto svizzero della compagnia panamericana Rowena Finance. Prove giudiziarie dimostrano che il conto della Rowena Finance appartiene a Squillante.

Nel 1994, Berlusconi ha tentato di nominare il suo sodale Previti come ministro della Giustizia, ma il Presidente della Repubblica si è rifiutato di approvare la nomina.
Berlusconi non si è presentato alle 26 udienze finora fissate in questo procedimento - alcune delle quali sono state rimandate molto recentemente, per permettere ai suoi avvocati di candidarsi nelle prossime elezioni. Il Sig. Berlusconi ha chiesto che i magistrati vengano ricusati, in quanto "maldisposti" nei suoi confronti.
Se viene giudicato colpevole del reato dalla corte di appello, potrebbe andare in prigione; l'accusa non cadrà in  prescrizione se non nel 2008. A differenza del reato di falso in bilancio, sarà molto difficile per il suo governo, se riesce a vincere le elezioni, depenalizzare il reato di corruzione ai giudici. Questo processo potrebbe essere unico nella storia giuridica italiana. Nessun presidente del consiglio in carica dal dopoguerra è mai stato indagato in un processo criminale.

Di casa con "cosa nostra"?
I problemi tra Berlusconi e la magistratura non si sono limitati a Milano. In Sicilia, mafiosi pentiti ? in particolare Salvatore Cancemi, le cui deposizioni hanno aiutato gli inquirenti a condannare alcuni boss mafiosi - hanno rivolto pesanti accuse al dott. Berlusconi ed al suo intimo amico, Marcello Dell'Utri. Nel 1996,  Cancemi affermò che entrambi erano in diretto contatto con il boss mafioso che, nel 1992, ordinò l'attentato in cui fu ucciso il magistrato anti-mafia Paolo Borsellino.
L'anno scorso, dopo un'indagine durata due anni, i magistrati hanno richiesto che l'investigazione venisse archiviata senza accuse. Non hanno trovato prove per corroborare le accuse di Cancemi.
Nel 1996, un'altra indagine, anche questa basata su accuse fatte da Cancemi sui presunti rapporti tra Berlusconi e la Mafia è stata archiviata, in modo analogo, dopo due anni di lavoro.
Un'inchiesta parallela si concluse con incriminazioni a Dell'Utri per associazione a delinquere, accuse che egli nega. Con l'eccezione di Berlusconi, quasi tutti i testimoni dell'accusa nel processo, cominciato nel 1997, sono stati ascoltati. Secondo Ennio Tinaglia, avvocato per la provincia di Palermo costituitasi parte civile nel procedimento, la Procura ha "presentato prove molto forti dei legami strettissimi tra Dell'Utri e la Mafia". La mera menzione della mafia fa sobbalzare i dirigenti Fininvest. "Nella graduatoria dei crimini solo la pedofilia è peggio della mafia. E' una cosa terribile, vergognosa" dice Fedele Confalonieri, uno degli ex-colleghi di. Dell'Utri.

Ma chi è Dell'Utri? A parte un breve periodo alla fine degli anni settanta, Dell'Utri, di origine siciliana, ha lavorato con Berlusconi in Fininvest dal 1974 al 1994. Come amministratore delegato di Publitalia, la sezione  pubblicità del gruppo, era responsabile della società che generava la cassa del gruppo Fininvest. Il Sig.  Dell'Utri, parlamentare, fu un fondatore di Forza Italia e l'organizzatore della campagna elettorale di Berlusconi nel 1994.
Gli inquirenti hanno richiesto che Dell'Utri risponda ad accuse di concorso in diffamazione nei confronti di altri magistrati. Ed è attualmente indagato perché accusato di aver tentato di corrompere un testimone per l'accusa nel suo processo. Nel 1996, un procedimento penale ha rivelato che tra il 1989 ed il 1993 Dell'Utri ricevette donazioni, spesso in contanti, per un valore complessivo di 4 miliardi di lire dal dott. Berlusconi. Se Berlusconi non è obbligato a testimoniare nei processi contro di lui, non può rifiutarsi di testimoniare nel processo contro Dell'Utri, neanche se sarà eletto Presidente del Consiglio.

La procura lo interrogherà sulla sua amiciza di lunga data con Dell'Utri. E dovrà rispondere anche ad altre domande che sinora ha evitato, che comprendono il come e il perché dell'assunzione di Vittorio Mangano, un mafioso pluricondannato appartenente ad una potente gang di Palermo, per lavorare presso la villa di campagna di Berlusconi vicino a Milano per due anni negli anni '70.
In cima alla lista degli inquirenti ci saranno le domande sulla documentazione dell'anti-Mafia relativa alle 22 società holding. E non dovrebbe essere tra le ultime domande poste quella relativa all'origine dei fondi di queste ventidue società. Così come quelle su una rete televisiva siciliana di cui Berlusconi fu coproprietario,  insieme ad un'altra persona con legami mafiosi.

Nonostante le sue affermazioni di essere il prototipo dell'uomo che si è fatto da solo, Berlusconi ha avuto bisogno di molto aiuto da fonti malsane. Benchè lui dica di voler sostituire il vecchio sistemo corrotto, il suo impero né è in gran parte un prodotto. L'elezione di Berlusconi come primo ministro perpetuerebbe, anziché cambiare, le vecchie brutte abitudini italiane.  

Tratto dall’articolo di fondo di Economist del 26/04/2001

Adatto a governare l’Italia?
I fatti noti su Silvio Berlusconi, per non parlare delle questioni ancora senza risposta, lo escludono da alti incarichi, anche se i suoi connazionali sembrano inclini a farlo primo ministro
In qualsiasi democrazia che si rispetti non sarebbe immaginabile che l’uomo che si presume sia sul punto di essere eletto primo ministro sia stato recentemente oggetto di investigazioni per, tra le altre cose, riciclaggio di denaro, complicità in assassinio, connessione con la Mafia, evasione fiscale e corruzione di politici, giudici e ispettori fiscali. Ma il paese è l’Italia e l’uomo è Silvio Berlusconi, quasi certamente il suo cittadino più ricco.

Parecchi sostenitori del sig. Berlusconi, che includono la maggior parte degli uomini di affari italiani, svalutano queste critiche come prodotto di ingenuità, ignoranza e malevolenza. Essi dicono che è lui, non il popolo italiano, vittima di disonestà. Essi dicono che da quando lui è entrato in politica, solo sette anni fa, è stato perseguitato da magistrati di sinistra, giornalisti e politici, tutti gelosi della sua ricchezza e spaventati dalla sua intenzione di rinnovare l’Italia e farla finita con la vecchia guardia; essi aggiungono, inoltre, che se anche Berlusconi ha pagato gli ispettori fiscali (sotto ricatto, ovviamente) e con ciò? Così si facevano gli affari in Italia quando lui costruì la sua fortuna. Lui non era peggiore di qualsiasi altro ? solo più abile, e più ambizioso. Perché prendersela con l’uomo che ha la visione, l’intuito ed il coraggio di offrire i suoi servizi così magnanimamente alla nazione?

D’altronde, prosegue il coro di quanti lo giustificano, è risultato chiaro che la maggior parte degli Italiani, compresi molti della sinistra, si sono stancati della lunga vicenda dei problemi legali del sig. Berlusconi. Parecchi  dei suoi connazionali hanno un malcelato apprezzamento per il modo con il quale egli ha fatto marameo alle leggi fiscali ed all’autorità dello stato. Se lui può fare tanto bene per se stesso, certamente è il più qualificato per aiutare ad abbondanza gli Italiani.

Plausibile ma sbagliato
Ahimè, questo barile di disquisizioni fa acqua da tutte le parti. Gli interrogativi e le preoccupazioni a proposito del sig. Berlusconi non sono espressi solo dai suoi oppositori a sinistra. La nozione che lui stesso sia la principale vittima di disonesti ispettori fiscali e magistrati maligni è fantasiosa. Nessuno di coloro che lo difendono menziona le perdite dello stato ? in altre parole, il popolo italiano ? che deriverebbe dalla cancellazione delle tasse dovuta agli ispettori fiscali che si dice che lui abbia corrotto. D’altronde il sig. Berlusconi è sotto investigazione per crimini che non sono semplici peccatucci commessi nei confronti di agenti delle tasse ufficiali e indagatori. E’ vero, con il tortuoso sistema giudiziario italiano, in un solo giudizio contro di lui è stato pronunciato un verdetto finale contro di lui: questo giudizio riguardava donazioni politiche illegali e la corte non lo ha trovato innocente. Ma le nostre investigazioni dimostrano che egli non può sottrarsi all’esigenza di rispondere di una lista di gravi addebiti. In aggiunta, la sua strana e consolidata riluttanza a spiegare l’origine delle sue iniziali fonti finanziarie getta un nero manto sulla sua intera reputazione di uomo d’affari.

In ogni caso, in qualsiasi paese normale gli elettori? e probabilmente la legge? non avrebbero ammesso il sig. Berlusconi alla candidatura senza prima obbligarlo a spogliarsi di molte delle sue attività di vaste dimensioni.  Il conflitto di interessi tra le sue attività e gli affari dello stato sarebbe gargantuesco. Valutato a 14 miliardi di dollari (più o meno 30mila miliardi di lire) lui è coinvolto in maniera intricata in vaste aree della finanza italiana, del commercio, e della televisione con ramificazioni in quasi ogni aspetto delle attività di affari e pubbliche; il suo impero include banche, assicurazioni, proprietà immobiliari, editoria, pubblicità, media e calcio. Anche durante il suo lontano sfortunato incarico di primo ministro, nel 1994, egli emanò una serie di decreti che interessavano pesantemente le sue attività commerciali. Se lui vince di nuovo il 13 maggio controllerà un buon 90% delle stazioni televisive nazionali. Lui non ha fatto il più piccolo sforzo per risolvere questo evidente conflitto.

Perché così poca attenzione in Italia?
Ci sono storiche ragioni che spingono gli Italiani a non curarsi della opportunità di tenere il sig. Berlusconi lontano da alti compiti. E’ una triste verità che per anni essi hanno avuto pochi motivi per rispettare le istituzioni o le regole dello Stato. Sino ad una decade fa l’Italia era governata in base ad una gestione corrotta sotto la quale tutti i partiti considerati rispettabili, usualmente guidati dalla Democrazia cristiana, dettavano legge, in perpetua coalizione spesso rinnovata, intesa a tenere lontani comunisti e fascisti. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, centristi ed ex comunisti rimodernati colmarono il vuoto che si era aperto a sinistra, mentre il sig. Berlusconi zompava nel vuoto a destra. La campagna mani pulite contro la corruzione a partire dal 1992 fu entusiasticamente accolta dalla popolazione e, sotto tutti gli aspetti, la venalità è meno pervasiva di prima. Tuttavia permane la stessa attitudine di mancato rispetto delle leggi, delle istituzioni e delle corti. E il sig. Berlusconi, divulgando amabilità e capacità propagandistica, ha persuaso molti Italiani che lui almeno rappresenta qualcosa di nuovo.  Vi mostriamo che nella fondamentale materia della probità non è così.

Il che è lontano dal dire che il sig. Berlusconi non offra alcune politiche ragionevoli, o che l’Italia non abbia bisogno di riforme. Il sistema giudiziario può ben guadagnare da una revisione. Invero l’intera costituzione è matura per una modifica. L’esecutivo è troppo debole, la legislatura troppo prone all’indecisione, il sistema elettorale troppo proporzionale. Ma questi problemi sono di un ordine differente rispetto a quello di una sospetta criminalità al massimo livello.

L’affermazione più forte del sig. Berlusconi è che molte delle accuse contro di lui ? tanto di conflitto di interessi che di crimini più gravi ? sono note da anni, e tuttavia la maggior parte degli Italiani non ne sembrano turbati. In altre parole, benché la giustizia possa non concordare, il giudizio dell’opinione pubblica lo trova innocente. Se la giustizia è davvero motivata politicamente questa è una tremenda condanna dello Stato italiano. Se, per contro, la giustizia è indipendente l’acquiescenza pubblica è una tremenda condanna dell’elettorato. Comunque sia, l’elezione del sig. Berlusconi a primo ministro segnerebbe un giorno nero per la Democrazia italiana e per il rispetto della legge. 



"An Italian Story" - l'articolo in inglese


    Scarica la sentenza in italiano che dà torto a Berlusconi

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Carfagna bollente e Ventura fortunata, la Guzzanti divertente

written by King Lear    - mercoledì, agosto 20, 2008


Mara Carfagna


Carfagna bollente e Ventura fortunata

La Guzzanti invece solo divertente
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità, è al centro dell’attenzione di mezza Italia in seguito a dei presunti e bollenti rapporti con il premier Silvio Berlusconi.
La Simona Ventura nazionale (Ma non aveva annunciato proprio la Ventura di voler tentare la ventura negli USA, piuttosto che rimanere in Italia? Possibile che non ci si possa fidare più neanche delle showgirls? Oggi strombazzano a destra e a manca che se ne vanno, il giorno dopo ti hanno già rivoltato la frittata in padella, e se parli la padella te la rifilano sulla testa a futura memoria che “la parola di una showgirl vale meno di quella di un politico”.) prende le difese della Carfagna, in una intervista in edicola su Vanity Fair, e non si poteva pensare altrimenti: “L’attacco alla donna è stato vergognoso. Mara è una collega e sono stata felice quando è stata eletta parlamentare, perché viene dal nostro ambiente che è da sempre considerato, a torto, superficiale e immorale. E’ una persona capace. Ma poi, per troppa ambizione, forse ha fatto il passo più lungo della gamba”.
Le viene chiesto alla Ventura: “Secondo lei si è bruciata?”
“Mi auguro di no, anche se mi hanno detto che non sta passando un bel momento. Questo mi dispiace”.
 
Intanto lo scontro fra la Carfagna e Sabina Guzzanti prosegue a botte di querele; e beate loro che si possono permettere di querelarsi, perché i poveri morti di fame al massimo possono ammazzarsi a colpi di Totocalcio e lotterie nazionali. “Berlusconi ha detto che bisogna stringere i denti. No, non tu Mara!”. La Carfagna ha invocato subito l’avvocato: “Toccherà alla magistratura stabilire se quella della Guzzanti è satira o diffamazione. Io sono serena. Ho presentato querela. Aspetterò che sia un giudice a decidere chi di noi due ha ragione”. Così la Carfagna in una intervista rilasciata a Libero. “Sapevo che, da ministro, avrei dovuto pagare il costo della diffidenza e della presunzione di incapacità. Ma mai avrei pensato che si potesse arrivare a tali bassezze o denigrazioni”. E Vittorio Feltri le tiene bordone, perché lo stress avrebbe levato al ministro ben due chili: “Ho vissuto quei momenti con tenacia e serenità. Consapevole che anche quegli attacchi, per quanto grevi e meschini, facessero parte del gioco. Chi ha scatenato la campagna stampa nei miei confronti l’ha fatto per invidia e frustrazione”. Le viene anche chiesto: “E ha anche un nome e cognome?” E la Carfagna: “Non ha importanza. Chiunque esso sia, per me è acqua passata. Ho spalle larghe e nervi saldi. Io chiedo soltanto di essere giudicata, dagli opinionisti e dagli elettori, al termine del mandato da ministro. Per i fatti, non per le chiacchiere o l’aspetto fisico”. La Carfagna dà poi sfogo a un luogo comune: “Che in Italia non funzioni, lo sanno tutti”. Però quando un povero morte di fame lo sbattono in galera a calci in culo per aver rubato un tozzo di pane, se soltanto osa piagnucolare che in Italia la giustizia non funziona, tutti ad attaccarlo che non è vero, che in Italia la Giustizia è la Legge e viceversa, che in Italia si è tutti uguali solo che alcuni sono più uguali di tanti altri!
 
Nell’intanto la Simona Ventura nazionale, su Vanity Fair, ci mette un po’ in allarme affermando che le piacerebbe avere un quarto figlio con l’uomo giusto. Ma non doveva andare in America a tentare la ventura? Perché è ancora qui in Italia?

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Georgia, giornalisti minacciati al checkpoint - Giornalista ferita in diretta tv

written by King Lear    - venerdì, agosto 15, 2008



Georgia, giornalisti minacciati al checkpoint

Una giornalista ferita in diretta televisiva






Un gruppo di giornalisti è stato fermato al checkpoint in Georgia.
I soldati gli hanno puntato le armi contro.
I soldati hanno poi sparato in aria per far allontanare i giornalisti.
Sequestrate le loro attrezzature e le auto.

Una giornalista è rimasta ferita, in maniera lieve, a un braccio mentre andava in diretta tv: una pallottola l'ha colpita di striscio.

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Il Dalai Lama accusa: "La Cina viola la tregua olimpica in Tibet"

written by King Lear    - mercoledì, agosto 13, 2008


La Cina viola la tregua olimpica in Tibet
Mentre vanno in onda i giochi di Pechino 2008
i monaci tibetani continuano ad essere brutalizzati
La denuncia arriva dal santo Dalai Lama



a cura di G. Iannozzi


Il Dalai Lama ha accusato la Cina di violare, con la repressione in Tibet, la tregua olimpica che tutti dovrebbero rispettare durante i Giochi, tanto più il Paese che sta ospitando l'edizione di Pechino 2008. Lo hanno riferito diversi parlamentari francesi dopo aver incontrato il leader spirituale dei buddhisti tibetani, in visita per dodici giorni in Francia per motivi religiosi.

Al Dalai Lama è stato chiesto se, in occasione dello svolgimento dei giochi olimpici, il regime cinese avesse sospeso «gli arresti e l'oppressione» nella regione himalayana. «La sua risposta è stata molto chiara: no», ha raccontato uno dei membri del Parlamento di Parigi, Robert Badinter, già ministro della Giustizia sotto la Presidenza di Francois Mitterrand. «Mentre i Giochi sono in corso, continuano l'oppressione del popolo tibetano», sono state le parole del leader buddhista, al secolo Tenzin Gyatso. Nel corso di una conferenza stampa tenuta in precedenza a Parigi, il leader spirituale buddhista aveva affermato che, poiché la Cina «ha una gran voglia di entrare a pieno titolo nella comunità internazionale», quest'ultima a sua volta «ha la responsabilità di inserirla nei canoni ordinari della democrazia mondiale».

La Repubblica Popolare «non va isolata, ma dev'essere ricondotta nell'ambito dell'assetto sociale come è comunemente inteso, e il mondo deve creare con essa rapporti di amicizia genuini. È assolutamente essenziale», aveva avvertito il premio Nobel per la Pace 1989. «Nel frattempo, bisogna che siamo fermi su certi principi come la democrazia, i diritti umani, la libertà di stampa, lo stato di diritto».
Il Dalai Lama aveva anche lodato, dicendosi «pienamente d'accordo», la presa di posizione del presidente americano George W. Bush il quale, a poche ore dall'inaugurazione dei Giochi, aveva manifestato la «profonda preoccupazione» sua e degli Stati Uniti per la situazione dei diritti dell'uomo e della libertà religiosa in Cina. Poi aveva avuto parole di elogio anche per la «trasparenza» di cui le autorità cinesi diedero prova in occasione del terremoto che il 12 maggio scorso devastò il sud-ovest del Paese. «Auspichiamo che tale trasparenza aumenterà, ma sulla questione del Tibet la Cina si nasconde. La paura è un problema grave, è un segno di debolezza», aveva sottolineato il Nobel, «ma non ci si può nascondere dal resto del mondo. Una società chiusa non ha futuro. È nell'interesse della stessa Cina».

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Olimpiadi di Pechino 2008 e censura

written by King Lear    - martedì, agosto 12, 2008


boicotta anche tu le Olimpiadi di Pechino 2008, spegni la TV Olimpiadi di Pechino 2008 e censura

di Giuseppe Iannozzi


Se si vuole uccidere un uomo, a qualunque società politica religione fede credo appartenga, la prima cosa che fa uno stato di regime è di togliergli la libertà di parola, perché senza di essa è praticamente inerme, isolato dai suoi simili. E’ quello che di fatto sta facendo la Cina: ha tolto la parola ai monaci per ucciderli in silenzio, senza che il mondo ne sappia niente. Così spera la Cina.
A tutt’oggi è impossibile sapere quanti monaci sono stati uccisi; quanti sono stati torturati in maniera indicibile, strappando loro unghie e denti, amputandogli mani e piedi, cavandogli gli occhi; quanti sono in prigione. I siti oscurati dalla Cina sono quelli che si occupano di monitorare che i diritti basilari degli uomini non vengano violati, e proprio questi siti sono stati oscurati al fine di impedire che il mondo sappia.

La Cina è vergognosa, è assassina. Partecipare ai Giochi è un gioco al macello, un rendersi colpevoli come e quanto lo stato cinese.
Presenziare ai Giochi è un atto vile per qualunque paese che osa dichiararsi civile, sia esso la Francia sia l’Italia sia l’America: chiunque parteciperà ai Giochi di Pechino sarà un assassino con le mani sporche di sangue, Carla Bruni inclusa, perché qui si tratta di uomini e non di biglie e se la first lady non l’ha capito allora non ha capito un ca**o della vita al pari di tanti altri milioni di persone che si dicono civili.

Boicottare la Cina è un atto di umanità, per alcune figure (politiche e dello spettacolo) anche di coraggio. Ma non si può essere sempre pecore di fronte agli orrori perpetrati.

In Italia i Giochi saranno trasmessi da RaiDue. Spero che gli italiani abbiano il buon senso di non accendere la tv né la radio per i Giochi. Spero preferiscano, a questo punto, starsene ad arrostire in spiaggia a far compagnia ai granchi, visto che tanto non sono buoni ad altro.

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Diego Cugia / Jack Folla è tornato, FUOCO E FIAMME

written by King Lear    - domenica, agosto 10, 2008




Diego Cugia / Jack Folla è tornato


Dal 2 agosto su L'Unità ogni martedì, giovedì e sabato

L'ex detenuto di Alcatraz è vivo e guarda il mondo



Fuoco e Fiamme



Spargi la voce




Diego Cugia - il sito ufficiale


http://www.diegocugia.com/


Diego Cugia


Fuoco e Fiamme - Jack Folla, Diego Cugia


il ritorno di Jack Folla


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Pechino 2008 nel sangue: un morto, feriti gravi, arresti

written by King Lear    - sabato, agosto 09, 2008



Pechino 2008

nel sangue

Un morto, feriti gravi, arresti
 
a cura di Giuseppe Iannozzi

 
Siamo solo al primo giorno e già c’è il morto a Pechino. Un cinese invasato ha ucciso a coltellate un turista americano, ne ha poi ferito gravemente un altro e infine si è suicidato lanciandosi dal secondo piano della Torre del Tamburo, monumento che si trova nel centro della capitale cinese. Il turista era parente del ct della nazionale americana maschile di pallavolo, Hugh McCutcheon. Feriti gravemente la donna che era con lui, anche lei parente di McCutcheon, e la guida cinese che li accompagnava.
 
L’aggressore, un uomo di 47 anni originario della città di Hangzhou, vicino a Shanghai, ha preso di mira i due turisti americani e la guida cinese che li accompagnava, all’interno della Torre del Tamburo, perlomeno così ha riferito l’agenzia di stampa cinese Xinhua.
Il grave incidente è stato subito segnalato al presidente George W. Bush, che poco prima aveva assistito alla partita della squadra Usa di beach volley. I motivi e le modalità dell’aggressione non sono tuttora chiari. La Torre del Tamburo è un palazzo risalente al ‘400, che delimita a nord l’asse su cui si affacciano i principali edifici storici di Pechino. Subito dopo l’attentato una folla di curiosi si è radunata attorno al monumento che è stato chiuso al pubblico.
 
A Pechino continuano le proteste per il Tibet libero: cinque attivisti filo-tibetani hanno inscenato una protesta in piazza Tiananmen e sono stati subito fermati dalla polizia locale. Lo afferma il gruppo Students for a Free Tibet in un comunicato. Quattro degli attivisti hanno dato vita a un «die in»: si sono sdraiati per terra avvolti in bandiere tibetane e hanno finto d’essere morti, mentre il quinto attivista spiegava ai passanti i motivi della protesta. I cinque attivisti, David Demes, tedesco, 21 anni, Evan Silverman, 31, Diane Gatterdam, 55 e Joan Roney, 39, statunitensi e Chris Schwartz, 24, canadese, sono ora nelle mani della polizia cinese. Si tratta della terza protesta organizzata questa settimana a Pechino da Students for a Free Tibet, un’organizzazione formata da esuli tibetani e simpatizzanti occidentali diretta dal tibetano Lhadon Tethong. Nelle precedenti iniziative, attivisti avevano esposto striscioni pro-Tibet e bandiere tibetane il 6 agosto e anche sabato mattina nei pressi del Nido d’Uccello, il nuovo stadio di Pechino.




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per un Tibet libero












una candela per il Tibet
















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