© - Tutti i contenuti di questo blog possono essere riprodotti
previo consenso scritto dell'Autore.
Tutte le violazioni saranno perseguite a termini di Legge.

Gli Editori e/o Autori
che desiderano inviare copie promozionali dei loro Lavori
affinché vengano recensiti sulle pagine di Bio Iannozzi
possono contattare tramite e-mail l'Autore di questo blog.


Patrizia D'Addario si racconta in Gradisca presidente
written by King Lear
-
domenica, novembre 29, 2009
Patrizia D'Addario
con Maddalena Tulanti
Gradisca, presidente - Aliberti Editore

Autore: Patrizia D'Addario
Titolo: Gradisca, Presidente
Aliberti Editore
Pagine: 231
Prezzo: € 17,90
Formato: 14x21
ISBN: 9788874245727
l'introduzione a "GRADISCA PRESIDENTE" Patrizia D'Addario e Maddalena Tulanti - Aliberti Editore
Cap. 1. - Libri, musica, cinema e cucina: le mie passioni
Mi piace leggere storie vere, racconti, romanzi o poesie dentro le quali io possa ritrovarmi. Per esempio mi è piaciuto moltissimo il libro di Veronica De Laurentiis, Riprenditi la tua vita, perché parla di una figlia violentata dal padre che riesce a superare il trauma. Nel mio caso non c’è nulla di autobiografico, non ho subìto violenza sessuale da parte di mio padre, ma anche lui era violento e con me aveva un brutto rapporto.
Mi è piaciuto Quando la notte, di Cristina Comencini, perché parla di un uomo orrendo che fa breccia nel cuore di una donna bella e sensibile. Vi ho trovato affinità fra me e il mio ultimo uomo. Ho trovato bello il libro di Margaret Mazzantini, Venuto al mondo, o quello di Dalila Di Lazzaro L’angelo della mia vita, perché parlano di figli e mia figlia è la cosa più bella e importante che ho.
L’opera di fantasia che più mi ha colpito è invece L’ombra del vento, dello spagnolo Ruiz Zafón. Qui si tratta di una specie di gioco, si parla di magia e i giochi e la magia, si sa, sono la mia passione. Leggo volentieri anche Gianrico Carofiglio, mi piacciono le sue storie e poi è anche della mia città.
La recente morte di Alda Merini mi ha colpita molto perché ho sempre pensato che follia e poesia siano un connubio perfetto. «Io nacqui destinata a soffrire. Mi auguravo di morire. Ma la vita mi fu feroce: mi lasciò sopravvivere » sono i versi di Alda Merini che mi piacciono di più, potrebbe essere il mio ritratto, o quello che vorrei fosse scritto sulla mia tomba.
La musica che ascolto da qualche anno è quella che chiamano la Buddha bar o Caffè del mar. Musica ambient per intenderci, rilassante per l’anima e per il corpo. La mettevo anche quando accompagnavo gli uomini in viaggio, poiché guidando io, anche la musica la sceglievo io.
Mi piace però anche l’opera italiana, Tosca e Traviata sono le mie preferite, ovviamente. Ma amo anche Rigoletto. Non dimenticate che, insieme a Mimmo, abbiamo anche partecipato al Rigoletto del Petruzzelli.
I miei cantanti preferiti non hanno a che vedere con i tempi della mia giovinezza, piuttosto con quelli di mio padre e mia madre. Mi piace Frank Sinatra per esempio, o, per venire più a noi, Liza Minnelli. Entrambi li ho studiati perché li ho imitati nel mio spettacolo di travestimenti al congresso di magia di Losanna, li conosco fin nei minimi particolari.
Il mio mito del cinema è Marilyn Monroe, lo è sempre stata, so tutto di lei. Oggi poi mi piace pensare che anche lei ha amato un presidente, John Kennedy, anzi quasi due, perché pure suo fratello Bob era innamorato di lei, ricambiato. Poi fu ucciso anche lui e prima di arrivare alla Casa Bianca. Marilyn finisce male lo so, ma avete capito che mi attirano i perdenti, non i vincenti. È vero che tutte le mie battaglie le faccio per vincerle, ma non ce ne è una che non avrei intrapreso perché l’ho persa.
Mi piace anche Angelina Jolie, ma sopratutto in Changeling, il film di Clint Eastwood. Forse mi piace soprattutto la storia della protagonista. Non si arrende alla prepotenza dei potenti nemmeno di fronte al manicomio e alle torture dell’elettroshock. Anche io.
Come attore invece amo Richard Gere, anche come uomo per la verità, credo che sia proprio il mio tipo ideale di maschio, è così chic, atletico senza essere un palestrato, raffinato senza essere effeminato.
Poi, non c’entra con i libri e nemmeno con la musica, ma dovete saperlo: amo moltissimo cucinare, soprattutto i dolci, ma so fare di tutto, dai primi ai secondi di carne e di pesce. Se a palazzo Grazioli, la sera della cena del 16 ottobre avessi cucinato io, avremmo mangiato senz’altro meglio. È una virtù di famiglia, ve l’ho detto che anche mio fratello minore cucinava, ma pure mia madre è brava ai fornelli. Io, di più.

|
commenti (12)
La Zolfa di Heman Zed, irriverente ritratto dell’Italia secessionista e non
written by King Lear
-
lunedì, novembre 23, 2009
La Zolfa di Heman Zed irriverente ritratto dell’Italia secessionista e non
di Iannozzi Giuseppe
Sulfo IV, nato Amilcare Fusillo, è uno stronzo patentato: alla sua famiglia non piace e a dire il vero una famiglia non ce l’ha più, perché se potessero lo farebbero fuori in un men che non si dica. Ad Amilcare non resta che una soluzione, trovarsi un nuovo lavoro e dimostrare a quelle canaglie dei suoi parenti che è sì uno stronzo ma uno di quelli con il pedigree. L’occasione gli viene offerta quando incappa in un singolare annuncio: a San Pinerlo, sperduto paesino della provincia italiana, si cerca un portinaio, e lui Amilcare risponde all’annuncio e gli ci vuole poco per capire che il lavoro offertogli è proprio quello adatto a un tipaccio come lui. Quello che ancora non sa è che la Zolfa, il cuore di fuoco del paese, è qualcosa di ben più complesso di una ex fabbrica di fiammiferi adibita a residence. Gli inquilini sono tutt’altro che normali: hanno cervelli mostruosi, da freak, anche se la loro apparenza, a una indagine non troppo scrupolosa, possa sembrare abituale, quella della tipica testa di cazzo made in Italy. Amilcare Fusillo accettando il nuovo lavoro viene ribattezzato Sulfo IV per continuare la tradizione dei suoi predecessori. Sulfo prende dunque servizio e subito viene a contatto con buttane, squarquoie, squinternati, invasati mussoliniani e altri tristi figuri che sembrano essere fuggiti da un manicomio criminale, ma anche a dirla così è un eufemismo. Quando il suo capo, il Cavaliere Pistone, annuncia un colpo di Stato per proclamare la Repubblica Comunale di San Pinerlo, dopo il dovuto tributo di sangue, Sulfo IV intuisce d’essersi cacciato in un pasticciaccio; eppure non abbandona, forse perché, pur non volendo ammetterlo, lui Amilcare è più pazzo che stronzo. Impossibile evitare lo scontro diretto: le rivendicazioni secessionistiche avanzate dal Cavaliere Pistone per nome e per conto della Zolfa, alla fine, attirano le ire dello Stato italiano ma anche del Vaticano. Inizia così una vera e propria battaglia con tanto di assedio, durante il quale il Cavaliere Pistone dimostrerà a tutti le sue innate doti di condottiero secessionista. E mentre sotto gli occhi sbalorditi dell’opinione pubblica si consuma il dramma, Telebronco, il primo canale di San Pinerlo, trasmette in diretta, ovviamente sotto la stretta vigilanza del Cavaliere.
Una galleria di personaggi anomali - che a livello mentale sono dei freak – e la cui sola aspirazione par essere quella di diventare giorno dopo giorno più anormali, perché di integrarsi nella società non ci pensano affatto. Heman Zed dipinge l’Italia, i suoi vizi e le sue poche virtù, nella Zolfa: un ritratto impietoso che richiama (in)volontariamente l’assurda comicità della famiglia Simpson di Matt Groening, ma soprattutto l’irriverenza dei Griffin creati da Seth MacFarlane. 
|
commenti (1)
Danilo Arona torna a Bassavilla. Una guida insolita di Alessandria!
written by King Lear
-
sabato, novembre 07, 2009
Danilo Arona torna a Bassavilla
Una guida insolita di Alessandria!
di Iannozzi Giuseppe
Bisogna essere disposti a credere nel “non conoscibile” per addentrarsi lungo le strade di Bassavilla. Con fede, cieca quasi. Ciò che non si conosce, non significa che non esista. Esistono le masche e i poltergeist e le case maledette, i dèmoni e gli angeli caduti. Il più delle volte sono dei poveri cristi investiti loro malgrado da una cattiva e immeritata fama, che agli occhi dell’opinione pubblica li ha trasformati in creature da bestiario se non addirittura in essere infernali. La fantasia popolare, il desiderio - spesse volte inconscio - di voler a tutti i costi credere che esista un mondo sovrannaturale, porta le masse, il popolo o il volgo che dir si voglia, a vedere creature fantastiche e satanassi, soprattutto in quei luoghi che sono stati teatro di gravi fatti di sangue. Streghe e fantasmi diventano così reali, ma reali ai soli occhi di chi li vede, di chi crede di averli incontrati sulla propria strada. Un accadimento, per quanto banale possa essere, se non trova subito una spiegazione razionale, viene ricondotto “ai confini della realtà”. Quando poi la scienza, per sua ignoranza o incompetenza, non è in grado di spiegare un fenomeno, è facile che la gente lo trasformi in prodotto del Diavolo. Danilo Arona è un seminatore di inquietudini, autore di un genere proprio, che spezza i confini del quotidiano e ci sposta sull’orlo di abissi vertiginosi, popolati da fantasmi e infestati da strane entità. Sulla base di coincidenze, di prove, di analogie, di episodi tanto insoliti quanto documentati.
Arona è un Charles Fort moderno o uno dei migliori autori fantastici che abbiamo in Italia? Tra i mille dubbi che lascia nel lettore, questo è forse il più insondabile.”
Ogni città, nel cuore del New England più puritano di Nathaniel Hawthorne od inaccessibile e persa nelle Langhe piemontesi, ha una sua storia, di folclore e leggende soprattutto. Non è importante quante anime (ci) vivono e quante invece riposano nei loro letti o nei cimiteri, perché ogni luogo abitato ha dei misteri esagerati – come le chiacchiere portate in punta di lingua dalle comari, sempre pronte a giurare e spergiurare che Tizio e Caio se la intendono e che Sempronio è di sicuro un poco di buono. Al pari del gossip più becero, le leggende proliferano in ogni dove, da Torino a Milano, da Firenze a Napoli, da Roma a Palermo. Ogni centro abitato ha i suoi delitti di paese, i suoi fantasmi, la sua haunted house, oltre a un serial killer doc, a una donna di malaffare e a un prete impiccione e manesco (nascosto nel buio della sacrestia). Danilo Arona in “Ritorno a Bassavilla” conduce il lettore lungo alcuni sentieri di una Alessandria misteriosa, ma per il solo fatto che Dio ha creato fantasmi e dèmoni a sua immagine e somiglianza molto prima di avere la genialata di dare corpo e anima all’Uomo. “Ritorno a Bassavilla” di Danilo Arona è una raccolta di racconti, di osservazioni, di racconti appena abbozzati. Una raccolta che è una sorta di guida insolita tra masche, spettri e mostri che si dice abbiano infestato le mai tranquille vie di Alessandria. Non dimentichiamoci però che “Alessandria non è stata fondata da un giorno all’altro come vuole la leggenda. E’ stata una impresa collettiva, lenta, faticosa, risultato di collaborazione da parte di genti diverse” (.U. Eco, in “La cittadella da riciclare”); e se è Umberto Eco a dirlo, allora deve essere vero per forza.
L'autore
Danilo Arona è uno dei maestri indiscussi della letteratura fantastica contemporanea. Critico cinematografico e giornalista, nonché ricercatore sul campo di fenomeni “insoliti”, ha collezionato in trent’anni di carriera un enorme numero di pubblicazioni tra romanzi, raccolte, saggi e racconti editi da molti editori italiani e stranieri.
Tra i suoi libri La Stazione del Dio del Suono, Palo Mayombe, Black Magic Woman, L’estate di Montebuio. È anche tra gli autori della raccolta Archetipi di Edizioni XII.
Il suo sito Internet è www.daniloarona.com
Danilo Arona - Ritorno a Bassavilla - 1a edizione anno 2009 - 192 pp.brossura - Edizioni XII [ www.xii-online.com ] - Collana Eclissi - n. 5 - ISBN 978-88-95733-12-8 - Prezzo 12,00 €

|
commenti (1)
Cinzia Tani e Lo stupore del mondo
written by King Lear
-
venerdì, ottobre 30, 2009
Cinzia Tani e Lo stupore del mondo
Roma, 1201. Il piccolo Pietro si è appena abbandonato all'abbraccio della levatrice, quando un tuono improvviso irrompe su palazzo Graziani, la balia perde la presa e il primo dei due gemelli appena venuti alla luce le scivola dalle mani. In quel tuono inspiegabile, a ciel sereno, è racchiuso il cattivo presagio che condiziona il destino di Pietro: nel suo volto, irrimediabilmente deturpato dalla caduta, molti leggono un segno del demonio, gli altri vengono respinti dalla sua deformità. Con il tempo l'isolamento rende il ragazzo diffidente, cupo e determinato, almeno quanto suo fratello Matteo cresce fiducioso e remissivo, ben voluto da tutti. Solamente il sogno di diventare cavaliere sembra accomunarli, ma ciascuno per realizzarlo seguirà il proprio temperamento e i propri ideali, che li porteranno inevitabilmente a combattere su fronti opposti.
Lontano da Roma, dalle rovine dell'antico impero e dai rigori della Santa Sede, vivono invece gli altri protagonisti del romanzo, la bella Flora dagli occhi immensi, curiosa e indipendente, e il suo amato e sfuggente Rashid, il ragazzino arabo che sa parlare agli uccelli. Separati dai conflitti religiosi di una Sicilia assolata e rigogliosa, i due si ritroveranno nuovamente insieme, adulti, nella reggia pugliese dell'imperatore, a Foggia. Ed è proprio Federico II, lo svevo dai capelli fulvi e lo sguardo acuto, il poeta con la passione per le arti e le scienze naturali, l'uomo potente impegnato nei continui conflitti con il Papato e la Lega Lombarda, a muovere Pietro, Matteo, Flora, Rashid e tutti gli altri personaggi, a spingerli a congiungersi o scontrarsi seguendo l'amore e la gelosia, il tradimento e la vendetta. Fino al rogo della città di Victoria, alle porte di Parma, dove l'imperatore ha trasferito il tesoro, l'harem, i serragli con gli animali esotici e il suo prezioso trattato sulla caccia con il falcone. E dove ogni destino troverà compimento. Con una prosa veloce ma sempre attenta, capace di soffermarsi amorevolmente nella mente e nel cuore dei suoi personaggi, di levarsi sopra un'Italia divisa ma già ben riconoscibile, dai verdi accesi dell'Umbria al profumo di arancio e gelsomino della Sicilia, Cinzia Tani ci regala un Medioevo distante dagli stereotipi, intriso di colori sgargianti e vivacità culturale, senza per questo tralasciare le tensioni di uno dei periodi più affascinanti della nostra storia, così simile per molti aspetti alle contraddizioni e ai sogni di oggi.
Cinzia Tani - Lo stupore del mondo - Mondadori (collana Omnibus) - 393 pagine - € 19,00
|
Su Dio l'Uomo la Politica
written by King Lear
-
martedì, ottobre 20, 2009
Su Dio
l’Uomo
la Politica
di Iannozzi Giuseppe
1. Amico, non credo che tu dica quello che pensi. Il silenzio ti fa dire molte cose e l’interpretazione che se ne fa è quasi sempre giusta, con uno scarto dell’1 per cento. Sei ancora umano, troppo umano. 2. La gente non ha fame. Non più. Forse ieri aveva bisogno di una verità, anche creata ad arte. Oggi tutto è un teatrino macabro di marionette, di fili, di fili che si annodano, che si spezzano, che si legano sotto l’insegna della più squallida diplomazia (affaristica). Un pasticciaccio brutto, meno d’una storia borghese. Bisognerebbe imparare da Marcuse e non da un Dio che se c’è è il più imbarazzante politico che l’umanità abbia mai incontrato sul suo cammino.
3. Il problema è: il 99% dell’umanità non sa più chi sia o cosa sia l’“uomo”, per cui ne consegue che si fa “fiera” fra le fiere. Prima di scoprire o riscoprire Dio o dio, io sono dell’opinione che si dovrebbe imparare a comprendere l’“uomo”, l’alieno che è intorno a noi e che in noi. Poi dopo si potrà anche pensare a Dio, se c’è chi avrà bisogno di una fede; e non metto in dubbio, sin da ora, che saranno in molti ad aver bisogno di una religione, o di più di una.
4. SCENDE LA NOTTE QUI
MANCA LA FEBBRE E LA FOLLIA,
UN SORRISO AMANTE
O LA COMPLICITA' DI CHARLIE MANSON
5. Il dorrichismo è una malattia non dissimile dalla niupeppica, anche se è giusto evidenziare che D’Orrico riesce a combinare più guai di altri. I suoi non sono giudizi: sono perlopiù insulti buttati nel mucchio e che hanno una risonanza solo in virtù del suo nome, perché se non venissero schizzati dall’onanismo di D’Orrico nessuno li prenderebbe in considerazione, nemmeno come provocazione. Bisognerebbe capire perché tanti intellettualoidi danno spago a uno come D’Orrico, contribuendo così a farne una firma, superflua. In ogni caso la firma di D’Orrico è clownesca per la critica italiana e per i classici della Letteratura, di cui non ha capito un’acca, forse perché ancora troppo impegnato davanti allo specchio a schiacciarsi i brufoli e poi a nasconderli sotto il cerone!
6. Bere e bere male tanto per il gusto dell’ubriacatura non sta bene. In una osteria che è umile uno ci può pure stare, accomodato alla boia d’un giuda tra canti stonati e chellerine stagionate; ma in una di soli malfamati e al freddo esposta dove il vino è di aceto, spiacente, no. C’è un limite, anche agli amori consumati al buio per il piacere di riconoscere domani un bastardo in più al mondo. Poi a prendere il vizio di farlo nella tromba delle scale il serio rischio sul più bello è un coltello nel budello o alle spalle. Amici miei, il sangue non è il prezzo sull’etichetta d’una bottiglia d’aceto.
7. I pettegolezzi migliori vengono dagli uomini. Le donne non sono ancora abbastanza femmine per partorire una anima e un corpo alla vacuità di pensiero.
8. Come Zeus ce l’ho sempre in tiro. Divino il mio peccare.
9. La sinistra italiana è politicamente sinistra, null’altro.
10. Chi non va a puttane va in chiesa a messa la domenica. E’ poi solo una questione di gusti se stare con una femmina a pagamento o con un prete che ti chiede l’obolo.
11. Ieri l’informazione aveva i suoi grossi vecchi difetti. Oggi ne ha imparati degli altri, nuovi. Immaginare che la stampa possa essere qualche cosa di più di una interessata politica di facciata è illusione. In fondo dio, se è vero che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli ha cagato sù una gran faccia da culo.
|
commenti (11)
Il seme della colpa. Christian Lehmann. L'eutanasia e i baroni della medicina
written by King Lear
-
domenica, ottobre 18, 2009

Il seme della colpa
Christian Lehmann
L’eutanasia e i baroni della medicina
Il vero volto del medical thriller
di Iannozzi Giuseppe
Se si escludono Kathy Reichs, Patricia Cornwell, Robin Cook, autori anglofoni, il solo autore di un certo rilievo per l’Europa sarebbe David Khayat, che è soprattutto un oncologo, di fama mondiale. Fortuna nostra, in Italia il medical thriller ha conosciuto soltanto delle comparsate con Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi per un volume antologico edito da Einaudi qualche anno or sono: il solo racconto meritevole, Una lunga quaresima di paura – che avrebbe meritato una edizione a sé – è quello di Eraldo Baldini, che mischia con comprovata sapienza leggende popolari, riti pagani ed elementi horror per un thriller all’ultimo spasimo. Insignificanti rimangono i lavori di Lucarelli e Rigosi, che tentando una strada, per certi verso meno specialistica, danno vita il primo al solito killer, il secondo a un commissario malato di premonizioni.
Christian Lehmann è autore che rifugge il sensazionalismo spicciolo, i cliché tipici degli hard-boiled, per soffermarsi soprattutto sul cotidiano, sul mal di vivere di ogni giorno che colpisce indistintamente tutti, da chi ha una salute da leone a chi invece conta i minuti che gli rimangono sulle lancette dell’orologio.
Il seme della colpa di Christian Lehmann è un romanzo che affonda il bisturi nel dolore di tutti i giorni, ma non tenta di esorcizzarlo o di estirparlo, semplicemente perché non è possibile, tranne nel caso si voglia credere alle impossibili promesse (e terapie) della New Age per andare incontro presto o tardi a una cocente delusione. Con Il seme della colpa Lehmann ci introduce in un tema più che mai attuale, quello dell’eutanasia o dolce morte.
La storia è quella di Laurent Scheller e Thierry Salvaing, due medici. Con il passare degli anni il primo diventa famoso dopo aver scritto un bestseller, ma il suo è un successo effimero; Thierry invece non la prova neanche la carta della fama, si dedica invece anima e corpo ai suoi pazienti, è un bravo padre e marito e non chiede poi molto altro alla vita, forse solo di riuscire ad alleviare il dolore di chi muore. Un brutto giorno Thierry viene accusato di omicidio: una paziente terminale, che solo sotto morfina trova un minimo di sollievo, muore in circostanze poco precise. Il medico viene subito accusato d’aver dato mano libera alla dolce morte. In un men che non si dica è in prigione. La moglie di Thierry disperata, dopo anni che non sente più Laurent, decide di chiamarlo per chiedergli il suo aiuto. E’ convinta che solo Laurent possa tirare fuori di prigione Thierry, perché adesso Scheller è un uomo di fama e poi è stato un grande amico di suo marito. Peccato che Scheller non sia più quello d’una volta: è ancora famoso, ma ogni giorno che passa è un passo in più incontro all’impietoso oblio. Tuttavia quando sente la voce di Béatrice Ferey, donna che è stata anche la sua amante, decide di aiutare Thierry, l’uomo che Béatrice alla fine ha deciso di sposare.
Adèle Cellier, ricoverata nel reparto di oncologia del professor Grenier, curata dal medico generico Thierry Salvaing, muore. Grenier subito accusa Salvaing di aver praticato l’eutanasia su Adèle. A nulla servono le rimostranze di Thierry: il giudice Silvia Rijic ha ascoltato il medico, ma preferisce credere a Grenier, gran barone della medicina. Laurent, una volta a casa dell’amico insieme a Béatrice, sua ex fiamma, ha il sospetto d’aver sbagliato tutto nella vita: forse avrebbe dovuto sposare Béatrice e accontentarsi d’una vita umile e semplice. Tra Béatrice e Laurent rinasce subito l’amicizia e Laurent si illude che la donna provi ancora qualche cosa per lui; ma soprattutto capisce che se riuscirà a portare fuori di prigione il suo amico Salvaing per lui Laurent Scheller si spalancheranno ancora una volta le porte della fama. Perché sì, per riuscire a far scarcerare l’amico c’è una sola via praticabile: convincere l’opinione pubblica, con ogni mezzo possibile, che il medico di famiglia Thierry Salvaing è innocente mentre il gran barone della medicina Grenier potrebbe non essere quello che fa credere di essere. Coinvolgere giornali e televisione per dire ai francesi che Thierry è un bravo medico, un padre di famiglia e un uomo coscienzioso: di questo deve concedere l’opinione pubblica e soltanto lui può farlo interpretando il ruolo di “regista assoluto”.
Ne Il seme della colpa non ci sono né iperbolici inseguimenti lungo le strade parigine né macabri cadaveri ogni cinque minuti, non c’è il serial killer né il poliziotto incazzato e duro a morire: c’è invece la terribile realtà, la vita quotidiana di un semplice medico di famiglia che viene accusato d’aver dispensato la dolce morte a una sua paziente. C’è il dramma di chi muore e lo sa, senza che nessuno si preoccupi di alleviare le sue pene. C’è l’accanimento terapeutico finché fa comodo ai baroni della medicina, ma poi, dopo, c’è la dimenticanza totale e assoluta, un paziente in fin di vita con le sue piaghe da decubito immobilizzato a letto che solo gli infermieri di tanto in tanto passano a trovare. C’è l’arroganza e l’indifferenza dei baroni della medicina che fanno i loro interessi e quelli delle case farmaceutiche. C’è che la normalità da (quasi) tutti accettata è quella di salvaguardare gli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Ne Il seme della colpa c’è tutto questo e c’è di più: la denuncia. Christian Lehmann non offre soluzioni contro lo strapotere dei baroni della medicina ma la denuncia c’è; e fra le righe, ma neanche poi tanto, ci suggerisce che la dolce morte in alcuni casi è compassione e pietas.Christian Lehmann nasce a Parigi nel 1958. Diventa medico generico nel 1985. Da allora affianca la sua professione con quella di scrittore e giornalista. Oltre a essere autore di gialli e noir è un apprezzato scrittore per bambini.
Il seme della colpa - Christian Lehmann – MeridianoZero – noir - traduzione di Giovanni Zucca - ISBN 978-88-8237-175-3 - Pag. 160 - Euro 13,50

|
commenti (5)
Antonio Menna. Baciami molto, autore di Cocaina & Cioccolato
written by King Lear
-
sabato, ottobre 17, 2009
Dopo 2 anni di attesa, è finalmente uscito BACIAMI MOLTO,
il nuovo romanzo di Antonio Menna,
500 pagine per un giallo corale, una grandissima prova d'Autore,
un mosaico suggestivo di personaggi, relazioni, alleanze, congiure, tradimenti...
BACIAMI MOLTO
Cicorivolta Edizioni
collana i quaderni di Cico
in copertina "BESAMECICO"
progetto grafico di Emidio Giovannozzi
ISBN 978-88-95106-77-9
© ottobre 2009
pp. 509
Euro 15,00
Lucia Labruna aveva ventitré anni, i capelli rossi e gli occhi azzurri. Studiava legge, doveva dare l’ultimo esame ma non ha potuto. La sera prima è stata uccisa con un filo di ferro lungo quasi mezzo metro, sottile come una frusta. Strangolata nel cortile di casa al ritorno da una riunione politica. Era consigliere comunale. Chi l’ha uccisa? E perché? “Certi delitti si risolvono in 48 ore o mai più”: dice ai suoi uomini Antonio Ammaturo, vicequestore di Polizia, che preferisce essere chiamato commissario. Comincia un’incessante ricerca dell’assassino, con colpi di scena, cambi di visuale, improvvise accelerazioni. Un’indagine di precisione per un romanzo corale che scava nei sentimenti, si insinua nelle storie personali, disegna caratteri, analizza ogni dettaglio e consegna al lettore un mosaico suggestivo di personaggi, relazioni, alleanze, congiure, tradimenti. Baciami molto è un romanzo avvolgente come una ragnatela, un giallo profumato di quotidiano, che ti porta con sé in un viaggio senza tregua, con tante voci, una sola tensione e un finale struggente.«Una cittadina dell’entroterra napoletano, solo apparentemente tranquilla, viene scossa da un delitto “diverso dagli altri”. È l’inizio di un giallo teso e ricco di colpi di scena che inchiodano il lettore. L’indagine è condotta da una figura di investigatore austera e tenera, che per uno scherzo del destino porta lo stesso nome, Antonio Ammaturo, di un poliziotto veramente esistito, eroe civile napoletano, ucciso a Napoli dalle Brigate Rosse negli Anni Ottanta. L’inchiesta, però, è solo un pretesto. Antonio Menna racconta, filtrandoli nella trama avvincente di un giallo investigativo, intrecci relazionali, amicizie vere e fasulle, tormenti, mascheramenti e una complessa, insidiosa lotta politica per il potere. Nel romanzo scorre la vita minima. Il male appare inevitabile. La polizia fa il suo dovere, non è arrogante ma mite. Né eroi né corrotti. Chi ancora crede in qualcosa rimane solo. L’amore è un bisogno e insieme un malanno. Una storia figlia della realtà che è cucita più che mai addosso a ognuno di noi. Un giallo sul potere che diventa un romanzo anche sentimentale, dai tratti tenui, nato da chi, pur dentro una vita che inesorabilmente inciampa, non vuole perdere la voglia di ribellarsi e, quindi, di sognare».
(Mariella Vernazzaro)
(brano tratto da "BACIAMI MOLTO")
Antonio Menna, lucano di nascita, napoletano di fatto, vive un po' a Roma e un po' a Marano di Napoli. Giornalista, è collaboratore del quotidiano Il Mattino e di altri giornali. Si occupa anche di comunicazione istituzionale e uffici stampa. Da circa un anno è assessore alla Cultura del Comune di Marano di Napoli, dove è stato eletto consigliere comunale per la prima volta nel 1996 e poi sempre riconfermato. È stato già assessore dal 2000 al 2005. È al suo secondo romanzo. Nel giugno del 2007 ha pubblicato, sempre per Cicorivolta, “Cocaina & Cioccolato”.
Con i suoi racconti ha vinto numerosi concorsi letterari.
Ha un blog (www.antoniomenna.com) e usa Facebook (www.facebook.com/antoniomenna).
(...)
La paura di Dora si chiamava "serpe nel manicone". Tra i napoletani quando si dice che uno "tiene il serpe nel manicone" vuol dire che ha la coscienza sporca. E la cosa si rivela con comportamenti sospetti. Lei doveva mostrarsi, invece, indifferente. Il serpe nella manica ce l'aveva per davvero ma la collega non lo doveva capire.
"Lo so io che hai", ribadì, avvicinandosi, "hai litigato un'altra volta con Paolo".
Dora tirò un sospiro di sollievo.
"Questa ormai è storia di tutti i giorni", disse.
"Non andate proprio d'accordo?", domandò la collega.
"Abbiamo caratteri molto simili".
"E vi scornate. Un classico. Dovete venirvi incontro".
"Basta una sciocchezza e si torna a litigare. A volte anche per cazzate".
"E ieri che è successo?", domandò la collega.
"Sciocchezze. Io volevo mangiare una cosa, lui un'altra. Siamo finiti a dirci reciprocamente che abbiamo le fisime, i vizi, e poi che siamo egoisti".
"E qui è scattata la lite".
"Esatto, stamattina non mi ha nemmeno salutata. E io ci sto sempre male".
"Ma tu hai capito questo Montana?", cambiò discorso la collega, "tutte ste donne. Ma poi chi sarà questo assassino che gliele uccide tutte? Sai come staranno le altre due? Avranno la paura in corpo".
In quel momento, Dora, avrebbe voluto raccontare all'amica com'è vivere con la paura in corpo. Guardarsi sempre le spalle, temere che da un momento all'altro qualcuno ti salti addosso e ti stringa la gola. Camminare per strada a passo sveltissimo e uscire il meno possibile. Fare mille ipotesi (e se cambia sistema? E se non colpisce più di sera ma di giorno? E se non strangola più, ma spara. O ti pugnala allo stomaco? O ti investe con una macchina?).
"Ma a te piace questo assessore sciupafemmine? Te lo faresti? A me un po' di sangue me lo fa. Non è bello ma c'ha quella faccia maschia che ispira sesso. Dai, che ti farebbe bene pure a te. Da quanto tempo non lo fai?".
"E dai, Rita, mi scoccia parlare di queste cose", rispose Dora.
"E che sarà mai? Ti scoccia parlarne figuriamoci farlo. E come sei. Io quasi quasi vado di sopra e mi propongo a Montana. Gli dico: senti assessore tu devi avere qualche virtù nascosta. Visto che ti si sono liberati due posti, avrei pensato di candidarmi. Che dici?", e sbracò in un'altra risata di gola.
Dora finse un sorriso di rimprovero, con tanto di scuotimento di testa. Si alzò per mettere a posto i fascicoli.
"E poi ci sta pure il brivido. Diventi una sua amante e ti possono uccidere da un momento all'altro. Sai che adrenalina?", continuò la collega.
"Io vado a buttarmi un po' d'acqua in faccia", disse Dora, uscendo dalla stanza e pensando, in quel momento, che si era comportata proprio come non doveva. Nervosa, impaziente, sfuggente. Rita poteva fare tranquillamente due più due e tirare l'inciucio. Decise di rientrare nella stanza e di mostrarsi più disinvolta.
"Comunque, per tua norma e regola, io scopo bene e con regolarità", disse Dora.
"Azzo, ti sei ripresa. Ti sei sciacquata con l'acqua di Lourdes? E mo me la vado a buttare pure io in faccia".
"Meglio in testa", osservò Dora.
"Ah, ma allora ti sei ripresa per davvero".
"Andiamoci a prendere un caffè, che ho lavorato troppo", disse Dora, ridendo insieme a Rita e sentendo, per un attimo, che aveva fatto la cosa giusta anche se il peso lo aveva ancora tutto sullo stomaco.
Sulla porta dell'ufficio impattarono in Galli, il dirigente. Era un uomo silenzioso come un topo. Strisciava nei corridoi, passando da un ufficio all'altro con i fascicoli in mano, lasciandosi dietro solo l'ombra. Dalla scrivania avevi giusto il tempo di alzare gli occhi. Ti rimaneva la sensazione di averlo visto. Era basso e di una magrezza innaturale, aveva uno scavo al centro del ventre e le costole piccole e in rilievo. Come se un batterio, consumati tutti i grassi, avesse cominciato a rosicchiargli le ossa. Aveva un viso di spigoli e angoli con il naso che, per il vuoto intorno, sembrava lungo come un becco. Portava i capelli rasi, a spazzola, brizzolati e vestiva sempre con una giacca scura e una camicia bianca, senza cravatta. Se invece di svicolare, si fermasse, pensò Dora, l'effetto sarebbe quello dell'uomo morto in camera da letto.
"Dove andate?", disse Galli all'indirizzo delle due.
"Al bar", rispose Rita.
"Marcate il permesso, mi raccomando", rispose il dirigente.
"Non mancheremo", replicò Rita, voltando le spalle e tirandosi dietro Dora.
Fosse stato il dirigente del Demografico, quel Giuliano appena assunto, Rita gli avrebbe offerto volentieri un caffè. "Ma quel Galli, mamma mia, ma che è un uomo quello lì?".
Dora sorrise e rispose: "piacerà anche lui a qualcuna".
Il gusto legato alle persone, secondo Dora, era imponderabile. Aveva visto uomini di un'antipatia mostruosa far perdere la testa a donne simpaticissime. Ragazze con la cellulite riuscire a far innamorare il più bello della scuola. Come fai a dire, a tavolino, cosa ti può piacere o non piacere? A lei, per esempio, perché Ennio le faceva girare così la testa? Era il viso maschio di cui parlava Rita o la parlantina sciolta o certi modi timidi e decisi al tempo stesso o una capacità tutta sua di avvolgerti e farti sentire al sicuro o quei tratti antipatici che però si trasformavano all'improvviso e diventavano paciosi e belli o quel senso di disagio che metteva nell'interlocutore o quell'aria supponente di chi la sa sempre lunga o quel carattere ombroso con improvvisi scatti di simpatia? Oppure gli faceva semplicemente sangue, come diceva Rita, e per questa ragione riusciva a far l'amore con lui come non era mai riuscita a farlo con nessuno, nemmeno con Paolo, che pure lei non avrebbe mai lasciato?
Le due colleghe scesero al piano terra, Rita fece tiè al marcatempo e decise che non avrebbe timbrato alcun permesso. "La pausa caffè al bar è prevista nel contratto dei lavoratori comunali", disse ridendo, "una ogni ora, ovviamente". Entrarono al Solleone, un caffè con tavolini all'aperto e un banco pieno di pasticcini, proprio di fronte al Municipio. Dora, all'impatto con l'aria aperta, fu presa da un singhiozzo insistente. Rita scoppiò a ridere. "Ah, la libertà", disse.
Ma Dora sapeva cos'era. La paura la prendeva al respiro e glielo spezzava nei polmoni. Ogni volta che lasciava un luogo chiuso dove si sentiva protetta e affrontava uno spazio aperto cominciava a pensare di poter essere colpita alle spalle dall'assassino che girava per Marenza. Naturalmente non poteva dirlo a Rita, come a Paolo in altre circostanze. Non poteva confessare quella paura senza dover, poi, dire il resto.
Quando le prendeva così, portava una mano al petto e faceva un piccolo esercizio. Lo aveva imparato anni prima, quando diluì dentro una psicoterapia gli attacchi di panico che, periodicamente, le davano l'angoscia della morte e lo stupore della resurrezione in una trentina di secondi. Il medico che la seguì le disse che il segreto era fermare i motori, come le navi quando arrivano nei porti. Fermarsi, chiudere gli occhi, immaginarsi di avere un quadro di accensione o di spegnimento come i veicoli, e girare la chiave. Spegnere idealmente il contatto. Lasciarsi galleggiare. I primi tempi non riusciva a farlo. Le sembrava una cosa artificiale, irreale, stupida. Con il risultato di aggiungere all'angoscia dell'attacco di panico, la rabbia di non riuscire a fare l'esercizio. Poi, una volta, lo sperimentò a freddo, fuori dall'emergenza. Si sedette sul divano, chiuse gli occhi e decise di spegnere il motore. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e molleggiò le gambe, allentò l'addome e la mandibola. Immaginò che all'improvviso le avessero tolto il sistema muscolare e fosse rimasta come uno scheletro con la carne intorno. Si sentì sgonfiare lentamente e sentì svanire tutti i pesi. Anche il pensiero divenne liquido e una lieve contrattura al collo, che le si era formata al risveglio, scivolò via di colpo. L'esperimento le diede talmente tanto benessere che imparò a ripeterlo come esercizio di rilassamento. Riusciva a raggiungere la leggerezza in pochi secondi e quello stratagemma le fu così utile per gli attacchi di panico che, dopo un po', scomparvero.
Adesso, però, era invasa da un altro tipo di angoscia. Una paura costante di perdere tutto. La vita, innanzitutto.
(...)

Ordinalo direttamente dall'editore Cicorivolta Edizioni:
http://www.cicorivoltaedizioni.com/cicorivoltaedizioni_ordini.htm
Leggi l'intervista ad Antonio Menna a cura di Iannozzi Giuseppe

|
commenti (1)
L.R. CARRINO - POZZOROMOLO dall'Autore del fortunato Acqua storta
written by King Lear
-
lunedì, ottobre 12, 2009
L.R. CARRINOPOZZOROMOLO
dopo il grande successo
di ACQUA STORTA
(5 RISTAMPE IN 6 MESI)
L.R. CARRINO
POZZOROMOLO
Edizioni MERIDIANOZERO
Collana PRIMO PARALLELO
Euro 15,00
Pagine 288
ISBN 978-88-8237-177-7
in tutte le librerie
La sua mente candida, dimenticata dal mondo in un cimitero di vivi, tenta invano di ricostruire la verità, fino a una notte di san Lorenzo in cui, come terribili stelle, cadono a una a una le presenze ossessive di coloro che ha amato. C’era una masseria piena di sole con foglie di tabacco stese a essiccare, c’era una madre bella e degli aghi piantati nella carne in un’atroce punizione, c’era un padre che non c’era, c’era la
strada e i clienti che compravano il suo corpo, c’era un amore crudele.
La verità che strappa alla notte è la carne che la fa sentire donna quando invece è nata maschio, che la fa pazza e che le ha macchiato le mani di un sangue che non ricorda di chi sia. Gioia è l’agnello che lava i peccati degli altri. È la ferita e la colpa, vittima predestinata di carnefici imperdonabili. Gioia ha amato le mani che la picchiavano, la stupravano, la scartavano.
Carrino racconta la malattia mentale e l’ambiguità sessuale come se attingesse al ventre in cui riposa l’infanzia collettiva dell’umanità, dimenticando le regole della prosa e della poesia e scegliendo di fare arte. Il sangue che versa disperde gli incubi delle nostre notti.


|
commenti (4)























tutte le pagine del blog





























































