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i Tedeschi amano i Würstel belli grossi e duri

written by King Lear    - giovedì, agosto 28, 2008



i Tedeschi amano i Würstel

belli grossi e duri





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Hi Ratzi! Regia Papa Boys. Out Now in tutti i cinema di Sidney

written by King Lear    - giovedì, luglio 17, 2008




Hi Ratzi!


regia Papa Boys



Le armi della Fede non sono mai state così pericolose.
E questa volta non ci sarà nessun Cristo
che ci salverà.

Preparatevi all'Armageddon.



OUT NOW - IN TUTTI I CINEMA DI SIDNEY






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Premio Strega 2008

written by King Lear    - domenica, luglio 13, 2008


Premio Strega 2008 by Chatterly

Il Premio Strega 2008 è un omaggio creato da Chatterly
 
 
 
Premio Strega 2008
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Mi sveglio di colpo. Ho un gran cerchio alla testa, come se avessi una corona di spine.
Faccio per alzarmi dal divano e ce la faccio quasi, non fosse per quelle stramaledette bottiglie vuote di Strega che mi s’impicciano fra i piedi facendomi andare lungo disteso sul pavimento. A momenti mi spacco tutti i denti, anche quelli del giudizio che mi sono stati cavati anni or sono per tanto erano brutti cariati e grommosi. Ma coi denti del giudizio, così per lo meno mi ha spiegato il dentista, quasi nessuno è fortunato, perché spuntano e fanno un male cane e una volta che sono venuti fuori sono già buoni per le pinze. Il telefono continua a strillare peggio della Callas trapanata da Onassis nel suo migliore incubo. Cerco di rialzarmi ma la pianta del piede incontra ancora una bottiglia: lo Strega, sia stramaledetto, ti lascia la bocca impastata e una testa pesante più del piombo: sono certo che se mi cadesse adesso in testa una testata nucleare sarei l’unico a salvarmi nel raggio di chilometri e chilometri. Sono più sicuro io di qualsiasi bunker di Hitler, la mia testa è così pesante ma così pesante che manco Dio riuscirebbe a penetrarla anche solo con il pensiero. Come un verme striscio, non posso fare altro: il telefono grida peggio d’un ossesso, cioè della Callas che viene. Devo raggiungere a tutti i costi quell’aggeggio infernale o, poco ma sicuro, impazzisco e faccio una strage, che neanche il commissario Montalbano li ricuce insieme i pezzi del caso.
Ce l’ho quasi fatta. Le mie dita l’avevano pizzicata quella stupida cornetta, quando sono stramazzato al suolo: legato alle caviglie dalle mie stesse mutande imbollettate di tutto, dallo sperma sprecato e seccato alle strisce di cacca secca. Non sono mai stato uno che guarda ai particolari, soprattutto nell’intimo. Fatemene una colpa! Comunque il fatto è che la testa ce l’ho come ce l’ho e sono per terra legato alle caviglie dalle mie mutande sporche: roba che se entra qualcuno – perché io la porta di casa la lascio sempre aperta per ogni evenienza, non sono mica un maniaco di quelli che si chiudono dentro a chiave e chi si è visto si è visto! – ci faccio una figura di merda. Sbraito come un ossesso verso la cornetta del telefono caduta impiccata, che grida, “Pronto… pronto…!!! Grandissima testa di cazzo, sarà meglio per te che rispondi subito o alla prima occasione ti stritolo quelle cazzo di palle come noccioline americane con le mie mani. Mi hai sentito, grandissimo stronzo figlio di puttana…?”
Sbraito che sono legato, ma non sono mica sicuro che il messaggio penetri in quella cazzo di cornetta. Scalcio come un cavallo appena castrato, lottando contro l’elastico delle mutande, rischiando qualche frattura agli zoccoli… cioè ai piedi…, ma finalmente volano via, non so dove, ma prendono il volo. Sono libero come un uccel di bosco. Barcollante ma sono in piedi e la cornetta ce l’ho attaccata all’orecchio: Sandrone tira giù madonne santi e cristi tutti in una volta, è inarrestabile, un simile turpiloquio non lo si sente neanche in Via Prè a Genova nell’ora di punta, cioè a mezzanotte passata. “Si può sapere quanto cazzo ci impieghi a rispondere, per la miseria…! No, non me lo dire, non me ne frega un cazzo.”
“Potresti evitare di masticare un cazzo ogni due parole, Sandrone? Mi sono appena svegliato e ho la testa pesante. Fammi ‘sta cortesia.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Perché… perché mi rompi le scatole allora?”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Sono il tuo agente e il tuo editor, ricordatelo. Senza di me tu non sei nessuno.”
“Seee, non sono nessuno senza di te. Me l’avrai ripetuto un milione di volte, però sono sempre nella merda fino al collo, chissà come mai! Sei nella merda pure tu, nonostante i soldi che ti imbottiscono il cervello, questo te lo devo proprio dire …”
“Adesso le cose stanno per cambiare”, biascica Sandrone inghiottendo di malavoglia le mie ultime osservazioni sulla merda che lo soffocherebbe.
“Dunque, ricordi che l’anno scorso lo Strega l’ha preso quello che c’ha il nome che sembra un purgativo?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“E allora? Solo questo sai dire? Era una cagata pazzesca ma ha vinto lo Strega.”
“E allora?”, ripeto nella cornetta cercando di rimanere in piedi attento: “Vuoi che gli faccia le mie congratulazioni o che altro?”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Ah! Ecco, ora sei più chiaro. Dopo Manniti l’altro cazzone potrei essere io. E tu mi rompi le palle per questo? Ti pare giusto? No, dico io, ti pare una cosa normale?”
“Senti, testa di fringuello, quant’è che non paghi l’affitto?”
“Boh, non tengo memoria per ‘ste cazzate.”
“Quando ti daranno un calcio in culo vedrai che te ne importerà.”
Taccio. Uno a zero per lui.
Rimango appeso alla cornetta grattandomi i coglioni: avrei bisogno di un bel bidè o un bagno, ma… lasciamo perdere: ho altre cose per la testa, e poi io odio lavarmi con l’acqua e il sapone.
“Quanto prenderei per ‘sta marchetta?”
“Abbastanza.”
“E il libro?”
El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“Cioè?”
“Che diavolo vuoi che ne sappia io? Vedila così, non capiscono un cazzo e ti ha detto bene.”
“A quanto mi danno?”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Che coglioni patentati! Devono essere fuori di brocca di brutto.”
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“Ripulirti, tanto per cominciare”, bofonchia Sandrone. “Con l’acqua il sapone e la lametta. Una bella ripulita.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“Questo lo dici tu. Che mi dici di quello che mentre se la spassava nel bagnoschiuma un fulmine gl’è entrato su per il buco del culo? C’è rimasto secco proprio come Dio comanda. Non esiste che faccia anche solo una stronza doccia.”
“Sgancio io, in un centro benessere, okay?”
“Mi paghi per farmi pulire da delle puttanelle?”
“Hai capito bene.”
“Puttanelle quanto?”
“Quanto piace a te.”
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
“Con El Diablo? Come cazzo ti è passato per la mente?”
“Non mi è passato per la mente. L’ho presentato e morta lì. Non ci speravo neanche un po’. Ma quei trucidi della commissione non so che diavolo ci hanno visto e così adesso sei in lista.”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
Sandrone tace mezzo secondo. “Okay. Basta che ti ci fai fare un bello shampoo.”
Riappendo.
Chi l’avrebbe mai detto? Io in lizza per il Premio Strega. C’è il rischio che diventi famoso, non ricco, ma famoso per forza. Magari poi ci fanno pure un film. Oggi è così: vinci un cazzo di premio e il primo testa di cazzo che lo pagano meglio ci tira fuori uno di quei filmacci da botteghino. Tra diritti eccetera, eccetera, mi beccherei tanti soldi come non ne ho visti mai in vita mia.
Però la faccenda mi puzza. Sono uno di quelli che la sente la puzza, prima di chiunque altro.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
 
Al Centro Benessere mi danno una strigliata che mette in allarme persino quelli della Raccolta Rifiuti. Le povere pollastre che mi hanno preso sotto la loro ala non potevano immaginare quanto sudiciume avevo incollato addosso. Quando finiscono di rendermi presentabile non lo sono più loro: invecchiate di venti anni come minimo, sembrano proprio delle streghe con la fregna moscia.
 
Quando Sandrone viene a casa mia - per spaccarmi le palle e per cos’altro sennò? – mi trova ripulito a dovere, solo la topaia gli fa schifo e il fatto che me ne stia lungo disteso sul divano fra cartacce e scarafaggi grattandomi i coglioni. Tuona peggio di Odino: “Che diavolo ti sei messo in testa? Non ho pagato per ridurti di nuovo a una bestia…” Tuona sì, ma vomita di brutto anche: si è appena reso conto d’aver schiacciato un paio di scarafaggi succulenti, e lui li odia, non quanto Kafka ma li odia.
“Adesso pulisci!”, gli grido tanto per prenderlo per i fondelli. E quello che fa? Prende la scopa e scopa, scopa come un forsennato: mai vista una cosa del genere. Il Sandrone con la scopa in mano che si aggira per il mio appartamento, un invasato peggio di quei rappresentanti che ti bussano alla porta per rifilarti le loro scope tuttofare.
Getto un’occhiata alla pelata madida di sudore di Sandrone: non c’è un solo capello, nemmeno per sbaglio. E’ così pelato da fare invidia a una palla da bowling. Non fosse per gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, sarebbe anonimo al cento per cento: ha un mostaccio glabro, solo due peli sul mento, le sopracciglia sottili e il naso piccolo e schiacciato come quello di un cane, le orecchie anch’esse piccole e attaccate al cranio in maniera esagerata, la bocca da rettile e piccola ma piena di turpiloqui adatti a ogni occasione. Sembra uno di quegli sfigati passati nel gorgo della chemioterapia. E’ brutto da far paura. Ha la faccia… la faccia potrebbe essere scambiata per quella d’un alieno tanto è anonima.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
“Ti sei dato un daffare del diavolo. La cosa puzza, di zolfo.”
“Tutto puzza a questo mondo. Sono il tuo agente e il tuo editor. E’ forse sbagliato che mi preoccupi per te?”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“No, io intendevo proprio la nemesi.” Lo guardo in faccia, in quella faccia anonima che si ritrova. Sandrone non ha mai fatto un giorno di lavoro, è nato figlio di papà, la pappa pronta: l’hanno ficcato in M******** perché così ha comandato la sua famiglia e lui da un giorno all’altro si è trovato a fare il destino di teste di cazzo e di scrittorini.Ha imparato presto, come un vero pusher, pur non sapendo un’acca di editoria: l’intelligenza e i soldi sono le sole cose che non gli mancano. Per il resto è una merda d’uomo.
“Allora, tu che ci guadagni? Sputa il rospo o non mi schiodo.”
Sandrone deglutisce. Porca puttana, manco il pomo d’Adamo: c’ha ‘na nocciolina non un pomo. Giuro che fa impressione guardarlo dritto negli occhi per un secondo più del necessario: non è umano, non ha niente della scimmia, è filiforme, così magro che gli conti le costole sotto la giacca. Ma il bastardo ha una salute di ferro: peggio d’una lucertola. Il suo vecchio è più che centenario e sta ancora in piedi da solo, niente pannolone o badanti. Il figlio è uguale: sono a sangue freddo, entrambi. C’è di che aver paura. Se non fossi una persona razionale sosterrei il dubbio che sono degli alieni venuti da chissà quale pianeta.
Il mio agente deglutisce.
“Allora? Come cazzo è successo che sono finito in lizza per lo Strega? E’ una tua idea, confessa?”
Non risponde. E’ impassibile, peggio di uno schifoso rettile.
“O sputi il rospo o ti pianto in asso.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Non mi conviene no con te.”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Vuoi la verità? D’accordo. Gli serve uno di destra da premiare.”
“Che cosa?”
“Hai capito bene.”
“Ma io non sono di destra. Non sono neanche di sinistra. Non sono di centro. Non so neanche che cazzo sia la politica.”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Che ce l’abbia o meno, cazzo!, è così.”
“Perché vogliono uno di… di destra?”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Ed è così?”
“Ovvio che no! Ti sembra che io sia il tipo che premia uno di sinistra?”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Di sinistra? Allora non hai proprio capito un cazzo. Quelli sono di sinistra come tu sei una Cenerentola vergine e santa dalla bocca al buco del culo.”
“Tutta apparenza?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Te l’ho già detto. Sei di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
Sbruffo. “La verità: in quanti hanno letto El Diablo?”
Adesso Sandrone sembra imbarazzato.
“Nessuno”, ammette dopo due minuti buoni. “E’ che non serve per cose di questo genere.”
Faccio finta di niente. “E tu, tu che ne pensi?”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Non hai capito”, puntualizzo con voce sottile come il sibilo di un serpente: “Voglio sapere il tuo parere su El Diablo.”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
“E: cosa?”
“L’hai letto?”
Adesso fa schioccare la lingua contro il palato. Dev’esserci l’inferno in quella bocca, un mare di aridità.
Gli ripeto la domanda puntando il mio naso proprio sulla sua faccia da latticino andato a male. Lui deglutisce, a vuoto. “Allora?”, lo incalzo.
“Io… io non leggo mai… è il mio lavoro… non c’è bisogno che legga i tuoi lavori… sono tuoi… mi fido…”
Non ci vedo più. Una gragnola di pugni. Dove colpisco colpisco. Sandrone cerca di ripararsi con le braccia quella cazzo di faccia, ma soccombe dopo i primi pugni: oramai sono incazzato nero, picchio e picchio duro, con una forza che manco sospettavo d’avere. Glieli mollo sulla faccia anonima che si ritrova, non gli concedo un solo attimo di respiro, ci vado giù pesante, peggio d’un boxeur. Neanche quando perde i sensi mi fermo. Continuo a pestarlo: finalmente vedo un po’ di rosso, un po’ di sangue in quella faccia. Non posso proprio fermarmi, non ora.
 
Al Premio Strega ci sono tutti quelli che contano.
Vengo paparazzato non so neanche io quante volte: i flash mi vengono sputati addosso a tutta birra, manco fossi preso da una diavolo di fatwa. Finita ‘sta cazzata vado a troie, me ne prendo due esagerate e me le sbatto finché c’ho fiato.
Sandrone applaude. Sarebbe uguale a tutti gli altri – ma è chiaro che è un eufemismo – se solo non fosse tutto bende, praticamente più bello d’una mummia. Si vedono solo due occhietti come due capocchie di spillo e la montatura degli occhiali, per il resto il suo volto anonimo è tutto avvolto nelle garze bianche.
Quando si è ripreso non ha detto niente. Mi ha solo chiesto se avevo un’aspirina perché aveva un po’ di mal di testa. Adesso è qui. I giornalisti applaudono, finalmente hanno il loro cazzo di autore di destra, un picchiatore fascista. Ma non lo sanno loro che sono stato io a ridurlo così al mio agente, nonché editor, etc. etc. A loro basta pensarmi di destra: oltre la punta del loro naso non vedono. Sono contenti come Cristo risorto.

Il mio El Diablo non l’ha letto un cane. Posso solo sperare che qualcuno l’acquisti per sbaglio, prima che lo tolgano dagli scaffali delle librerie. Tempo tre mesi e lo leveranno, fascetta o non fascetta con su scritto PREMIO STREGA 2008. Dopo ci sarà l’edizione economica: dovrò sperare anche in questo caso che qualche pirla lo prenda per sbaglio. Intasco l’assegno, perché sono gli unici soldi che vedrò, tanto più che al Centro Benessere mi hanno scorticato ben bene la sporcizia che mi portavo addosso da anni, quindi qualcosa mi spetta di diritto. Faccio un sorriso deficiente a tutte le facce presenti: è quello che vogliono, un fascista confezionato in un sorriso a trentadue denti. Glielo lascio credere. Sandrone s’illude d’aver pagato lo scotto: non immagina che per il momento ha solo ricevuto l’anticipo. Tengo in braccio la coppa o quello che cazzo è: la riciclerò per farne un portacenere o giù di lì. Un simile peso dovrà pur trovare una sua collocazione utile nel mio appartamento, o no?
Mi afferra per la spalla destra una mano. E’ un tipaccio con una montagna di capelli neri, crespi come quelli d’uno sporco negro.
“Vorrei trarre un film dal suo libro…”
Ho già capito tutto. Forse, tutto sommato, qualche soldo in più lo vedrò. Gli stringo la mano, con più energia del necessario. Lui non fa una piega. Glielo leggo in faccia che non ha letto un emerito cazzo del mio libro; gli avranno rifilato una cartelletta stampa che avrà guardato annoiato, ma il film lo farà e nei crediti scriveranno che è stato tratto dal mio romanzo.
Sarò famoso per quasi due ore di proiezione. Mica quindici minuti come profetizzava Warhol!
‘Fanculo.

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Il mangiapatate del Valhalla

written by King Lear    - giovedì, luglio 03, 2008






Il mangiapatate del Valhalla


di Giuseppe Iannozzi



Frans teneva una brutta nomea giù in paese: tutti lo additavano Giuda, un’ingrata fama per chiunque quella che Frans s’era fatta nel corso degli anni, porcata dopo porcata.
Io lo conobbi ch’era già vecchio. Francesco non era italiano: veniva dal Valhalla, così la chiamava lui la Germania di Hitler ed Eva, e ogni volta che ne diceva la riempiva di mitologia norrena, e soprattutto la portava dentro la Canzone dei Nibelunghi. Non poche volte finiva col tirare in ballo Schopenhauer e Nietzsche e Wagner e Sigfrido. Aveva visto i lager, e anche se non lo aveva mai ammesso con nessuno, forte era il sospetto che fosse stato un kapò. Non si chiamava neanche Francesco: in realtà era Frankobert. Però tutti lo si chiamava o Frans, all’italiana, o Giuda se lo si voleva prendere per i fondelli, e quando proprio non lo si voleva fra i piedi Crucco. Aveva ormai più di settant’anni, i capelli bianchi e tagliati corti ma ancora particolarmente folti; il volto non recava nessun segno di particolare bellezza, solo rughe sulla fronte ma nemmeno poi tante a volerle contare, occhi piccoli d’un nero inteso e profondo, labbra sottili; mascella debolmente volitiva con un che di cagnesco lungo gli zigomi, forse per via della barba che Frans teneva corta sempre curata al millimetro. Era un uomo grosso nonostante l’età: godeva di buona salute nonostante fumasse parecchio. Qualche volta s’era lamentato d’un’emicrania che non ne voleva che sapere di farsi da parte; aveva consultato il Dottore giù in paese e quello gl’aveva detto ch’era a grappolo, probabilmente d’origine ansiosa, dovuta alla tensione. Gl’aveva fatto fare delle analisi del sangue ma niente. Per scrupolo anche una tomografia assiale computerizzata: niente di niente, quell’uomo era sano come un pesce, perlomeno per le attuali conoscenze mediche. Non avendo ottenuto alcun risultato, Frans aveva sbottato un po’ pestando i pugni sulla scrivania del Dottore: poi s’era arreso, più per noia che per mancanza di coraggio e aveva promesso che avrebbe fumato qualche sigaretta in meno, ma in maniera più che recisa aveva rifiutato gli ansiolitici che gl’erano stati prescritti.
Le sue simpatie nazionalistiche non erano un mistero per nessuno: quand’era più giovane aveva dato del filo da torcere a un po’ tutti i socialisti e più d’una volta era venuto alle mani con sindacalisti e giovani sessantottini urlando proclami nazisti alle loro marce contro la guerra. Poi in Italia era scoppiato il terrore rosso, le Brigate Rosse, una scia di sangue che non mancò di portare la sua eco anche agli orecchi di Frans, il quale, neanche poi a torto, sputò in terra, in piazza davanti a tutto il paese, per proclamare che i brigatisti erano gli aborti d’un comunismo malato. Investì non poca foga per dare addosso ai fondatori delle BR, Alberto Franceschini e Renato Curcio definendoli peggiori di qualsiasi abominio al mondo e ch’era uno schifo che andassero in giro a piede libero dicendosi eredi della lotta partigiana. Disse pure che le BR volevano far fuori tutta la Democrazia Cristiana per instaurare una dittatura proletaria, al che tutti gli risero in faccia e molti se le presero di santa ragione. Ma il pasticcio accade quando le BR prendono Aldo Moro: il 16 marzo 1978 danno l’assalto in via Fani, a Roma, a l’auto su cui viaggia il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Tutt’e sei gli agenti della scorta vengono uccisi, Moro viene invece trascinato via dalle BR in un covo, in via Gradoli, sempre a Roma. Aldo Moro è al terzo piano d’un condominio, in una stanza dietro una libreria in attesa di subire il “processo del popolo”. A quel punto, anche chi non poteva vedere Frans per antipatia, per colpa delle sue idee, dovette allentare il morso: il rapimento di Moro era un fattaccio troppo grosso per lavarsene le mani e qualcuno, dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, senza dire nulla lasciò l’impegno comunista giù alla sede del partito. Furono non pochi quelli che dopo il dramma lasciarono la politica attiva per dirsi apolitici. Era la vittoria di Frans e la sconfitta della democrazia. Non bastano i posti di blocco allestiti in tutta Italia né serve che il MSI invochi la legge militare, né servono Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer per far fronte all’emergenza. Le BR diffondono un ultimo comunicato e l’8 maggio del settantotto, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, Moro viene brutalmente ucciso. Il cadavere viene rinvenuto nel portabagagli d’un’auto rubata in via Caetani, in pieno centro dell’Urbe, simbolicamente tra Piazza del Gesù, sede della DC, e Via delle Botteghe Oscure, sede del PCI. Se ci furono quanti condannarono apertamente l’omicidio di Moro, di più furono quelli che con il loro silenzio fecero capire che così doveva essere.
 
* * *
 
Gli anni passarono, non furono facili e più d’una volta giù in piazza si venne alle mani e qualcuno perse più d’un dente. Ma appunto in un paese, per quanto grande sia, le cose rimangono in famiglia compresi rancori e invidie. Come si suol dire, i panni sporchi si lavano in paese. Frans attraversò incolume gli anni Ottanta e ne fece di cotte e di crude, più volte con l’inganno: una sorta di Jago shakesperiano ma più bastardo, un Giuda a tutti gli effetti. Quando non gli riusciva di mandare a gambe all’aria il nemico, allora lo prendeva da parte, gli sussurrava qualcosa all’orecchio e quello si menava poi la zappa sui piedi da sé. Frans teneva sempre l’orecchio bene in allerta: non c’era malignità di cui non fosse a conoscenza e alla prima occasione la sfruttava per mettere due contadini l’uno contro l’altro o due assessori, e via dicendo. Era un Giuda. Lo sapevano. Tutti lo additavano così. E tutti però lo ascoltavano, perché quando chiamati la curiosità era più forte d’ogni buonsenso.
Gli anni passarono e quello ch’era un semplice paese finì con l’acquistare vizi e malattie delle città: non che prima fosse tutto rose e fiori, ma dopo la grande crisi degli anni Ottanta, delle fabbriche chiuse, le strade allargarono i loro confini per dar riparo a loschi individui, perlopiù bosniaci. Arrivarono dall’Est le donne a fare la vita. I clienti locali non mancarono, anzi furono loro i primi ad approfittarne, a dare l’esempio e per questo furono ripagati con prezzi di favore. La prostituzione divenne una piaga e Frans, che odiava i bosniaci, diceva che oramai s’era in Sodoma e Gomorra. Per quanto fosse maligno Frans, non diceva poi il falso: il problema è che non tollerava le puttane bosniache, perché fossero state italiane ci sarebbe andato pure lui a inzuppare il biscotto. Ma con una bosniaca no, non ci sarebbe mai andato. E allora tempestava tutti, spettegolava alle loro spalle, si occupava di scappatelle e di altro ancora, poi riferiva: matrimoni e famiglie sfasciate per un brucior di ventre, e Frans ci godeva più che se avesse scopato con una donna. Far del male gli riusciva naturale. Una sera una puttana lo chiamò:
“Frankobert, che ci fa da queste parti?”
Frans aggrottò le sopracciglia: “Non quello che vorresti.” E fece per tirar lungo.
Ma quella lo richiamò. “Frankobert, non vuole scopare?”
“Non te.”
“A te non piacere noi?”
Frankobert finse di non sentire, ma quella continuò a chiamarlo con quel suo vocione rauco: e allora comprese.
“Tu sei un trans.”
“Trans e Frans!” E così dicendo scoppiò in una risata di gola.
Francesco ci vide rosso, o meglio vide nero e non ci pensò su due volte a correre incontro a quella. Prima che se ne potesse render conto era a terra con un labbro rotto e sanguinante, piagnucolante e isterica. Frans le aveva tirato un cartone con tutto il peso del corpo e se quella fosse stata una vera donna, poco ma sicuro, che le avrebbe spaccato la mascella. Ma anche così, per l’infelice fu un colpo che le fece inghiottire denti sangue e parole, le poche che sapeva in un italiano stentato. Frans avrebbe voluto suonargliele di santa ragione, ma quella s’era messa a piangere proprio come una donnetta e si stava facendo gente dappresso. In distanza sentiva i loro passi. Le assestò un paio di calci nel culo e come niente fosse, con calma, si ritirò nel buio ma insoddisfatto: prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare, non se la sarebbe cavata con così poco.
 
Tre le trovarono morte, sgozzate: un sorriso da orecchio a orecchio. Ma nessuno in paese credeva che quel sorriso si potesse collegare a qualche organizzazione malavitosa nostrana. Era chiaramente un tentativo per depistare le indagini: chiunque le avesse fatte fuori a quelle poverette, doveva essere uno dell’Est, un pazzo, un Evilenko. Una di loro era un trans. Quando il fattaccio venne alla luce, Frans fu uno dei sospettati: ma a suo carico non c’era alcuna prova, così non si fece niente, neanche un mandato per frugargli nelle tasche. E Frans, in posizione di vantaggio, non mancò d’accusare i rossi, gli stalinisti, gridando ch’erano stati loro a portare la peste e che adesso stanchi d’avercela sempre fra le gambe s’erano decisi a farla fuori. In piazza si venne più volte alle mani: i paesani contro Frans, botte da orbi, denti che volavano e occhi pesti. Non intervenne nessuno, nemmeno le forze dell’ordine: che se la vedessero fra di loro finché avevano denti in bocca da sputare.
 
Ed intanto gli anni continuavano a staccarsi dal calendario; molti rancori vennero a galla, altri furono seppelliti insieme ai loro padroni e Frans la fece franca. Ma oramai era sul viale del tramonto, così almeno si credeva: non più giovane, era considerato al pari di uno dei tanti vecchi del paese. Francesco, o Giuda o Frans o Frankobert, era un vecchio con l’emicrania: ancora un uomo in forze, lo sguardo maligno del nazionalista convinto, la barba corta e curata al millimetro. Sì, era un uomo capace d’incutere timore. Lo conobbi per caso, diciamo pure così! Io ero arrivato da poco in paese e non sapevo granché, tranne che non mi piaceva molto il clima: l’istinto mi diceva che c’era qualche cosa di stonato, anche se non avrei saputo dire con precisione.
Ero seduto al bar, in piazza, accanto a Giuda che cercava di conquistarmi, arrivando al punto di offrirmi persino una sigaretta. Che accettai nonostante non fumassi più da parecchio tempo.
“Non dovrei fumare. Sempre questa emicrania. I dottori non capiscono…”, sbottò e mi fece accendere.
Tirai una generosa boccata: “Lei è un trapiantato.”
“Già. Gliel’ho detto: sono arrivato qui che ero giovane.”
“Non è vecchio.”
“Porto gli anni meglio di tanti altri. Ma non è essere giovani.” Buttò fumo dalle nari: “Pensa di trattenersi a lungo?”
”Non lo so.”
”Il famoso non lo so. E’ capitato pure a me. Ed eccomi qui.”
“Qualche rimpianto?”
“Non lo so.” E scoppiò a ridere. “Il fatto è che il paese è un vizio uguale alle città.”
“Credo di non capire. Se potesse…”
“Facciamo che ci diamo del tu: così è più facile… Che vuoi sapere?”
”Il paese è tranquillo.”
”Solo in apparenza. E’ un covo di vizi. Omosessuali, scambisti, puttane e comunisti. Un tempo tutta questi sarebbero finiti altrove…”
“Altrove, dove?
“Hai capito. Non fare il fesso.” E tirò fuori uno dei suoi sorrisi.
Aveva ragione: avevo capito, ma volevo che fosse lui a dirlo.
“Frans, perché mi hai raccontato la tua vita?”
”Forse solo perché volevo raccontarla a un giovane come te.”
”Non ho niente di speciale.”
“E invece sì. Hai la faccia dell’ingenuo. E io non mi fido degli ingenui. Era meglio che mi mettessi subito in chiaro con te. Potrai far fessi gli altri ma non me.”
Finsi di non capire.
“Hai capito benissimo. Ci stai provando…”
“Come?”
“Vuoi una confessione per poi sbattermi in prima pagina.”
”Non sono un giornalista.”
”Chi cazzo se ne frega! Però vuoi il mio culo. Ce l’hai scritto in fronte.”
“Tu non hai segni di rughe, una gran bella faccia…”
La battuta lo fece sorridere debolmente: “Sei spiritoso, ma non abbocco. Le rughe ci sono e io non ho fatto niente. E forse è proprio questo il problema: non ho fatto niente.”
”Che intendi?”
”Non credere che mi stia sbottonando.”
“Io non credo in niente, se questo ti può far piacere.”
Mi sorrise, come un diavolo di fronte a un angelo nudo e spennato, quasi con divertita pietà: “Lo vedi anche tu questo paese. Sono anni che ci sono dentro e non è cambiato. Gli anni sono passati, gli uomini con loro, ma niente di niente è cambiato veramente. La stessa mentalità di quando sono arrivato resiste ancora oggi. Come vedi sono colpevole di non essere riuscito a cambiare una virgola qui.”
“La cosa ti dà fastidio? E perché mai? Il paese non è tuo, intendo che tu non sei di queste parti, non te ne dovrebbe fregare delle opinioni di questa gente.”
”Te l’ho già detto, qui tutti scambisti e comunisti. Un vizio non diverso da quello delle città.”
”Non spetta a te giudicare.”
“Lo sai come mi chiamano?”
Scossi il capo.
”Te lo dico io come mi chiamano: Giuda. E sai perché?”
Imbarazzato ma non troppo, scossi di nuovo il capo.
“Perché mi hanno attribuito i loro crimini, quelli dei rossi. Ma io non sono dei loro. E’ chiaro?”
”Certo. Tu sei stato nei lager.”
”Infatti.” E non aggiunse altro: speravo davvero che gli sfuggisse un accenno ai lager, al suo passato di kapò e soprattutto se lo era stato e con quale ruolo. Ma i suoi settant’anni resistettero alla mia astuzia, che a lui doveva sembrare davvero tanto ingenua, divertente.
“Hai fatto qualche cosa di…”
Frans scoppiò in una risata cavernosa.
Dopo che si fu sfogato: “E tu saresti quello che non vuole da me una confessione! Ti ho detto che mi chiamano Giuda. Ma mi chiamano anche Crucco, e lo sai perché? Per prendere in giro i miei natali, la grande canzone dei Nibelunghi.”
”Non capisco.”
”Sei un furbetto.” Mi sorrise malevolo: “E patetico.” Sospirò. “L’hai vista questa gentaglia? Sono neri, come se fossero stati gettati nel carbone sin dalla nascita. Non c’è un solo centimetro di bellezza in loro, sono sporchi dentro e fuori. E sono comunisti.”
“E questo te li rende… antipatici?”
“Sono dei rossi e sono brutti. Guardali bene: sembrano i figli del diavolo.”
“Non ho mai visto un figlio del Diavolo. Credo sia un personaggio alquanto riservato.”
”I suoi figli sono i condannati. Tutta questa marmaglia finirà all’inferno prima o poi.”
”Allora non dovresti preoccuparti.”
“Io non mi preoccupo.”
”Non dai questa impressione. Perdona la franchezza, ma non sei quello che vorresti lasciare a intendere”; lo stuzzicai. “Sei una mammoletta. Come loro. Si vede che gli anni ti hanno rammollito.”
Tacque. Poi mi sorrise, un sorriso che mi fece arricciare l’anima: “Fai il furbetto, ancora. E’ un gioco che ti diverte. Peccato tu stia dalla parte sbagliata.”
”E quale sarebbe la parte giusta?”
”Il Valhalla è Giusto.”
Cercai di reprimere una smorfia, ma Frans se ne accorse: “Sei uno stronzo, lo sai?”
“Mi riesce bene.”
“E’ la sola, purtroppo per te. Direi che la nostra chiacchierata è terminata.”
”Hai fretta, Frankobert?”
“Perché sei venuto in questo luogo dimenticato da dio?”
”Per incontrarti.”
”Finalmente un po’ di sincerità.”
”Si dice che in questi anni non ti sei risparmiato: una porcata dietro l’altra.”
“E tu ci credi.”
”Non dico che non ci credo.”
“Sono in arresto? O hai intenzione di portarmi in qualche circo itinerante?”
”Nessuna delle due cose.”
“Che vuoi?”
”So benissimo quante volte hai fatto a pugni coi socialisti…”
”Se è per questo se le danno anche fra di loro…”
“Non è questo il punto. Tu sei…” Non volevo dirlo così ma glielo dissi: “…un sospetto.”
”Ti sbagli: un nazionalista, un tedesco. Io affronto la vita con coraggioso pessimismo, mentre tutti gli altri no: comunisti e cattolici al tempo stesso. Ciò che viene pensato è quella cosa al di fuori della vita terrena, quindi è priva di significato.”
“Il noumeno.”
”Le catene di Platone e di Kant.”
“Il Valhalla invece no…”
”Se all’umano si contrappone l’inumano, allo spirito saggio si contrappone quello malvagio e alla veracità si contrappone la menzogna, il mondo è essenzialmente diviso fra coppie di antagonisti.”
“Ζωροάστρης, Zōroastrēs”
“Cominci a capire. C’è un posto per chiunque venga scelto, ma è più semplice trovare un posto che entrarvi.”
“Le cinquecentoquaranta porte. Frankobert, tu sei malato.”
“Sei un dottore? Che ne sai tu del nuovo mito? Niente, niente come queste pecore in odor di socialismo.”
Rimanemmo in silenzio, a lungo, guardandoci negl’occhi, pronti a sbranarci.
 
* * *
 
Anno 2028 d.C.
 
Quella volta da Frans non ci ricavai nulla. A mani vuote ero andato a incontrarlo, forte solo della mia ingenua giovinezza, e a mani vuote ero tornato indietro, o meglio: con la coda fra le gambe. Non ebbi più modo d’incontrarlo. Avevo fallito miseramente.
Ma gli anni cominciarono ad accumularsi anche per me e con essi le delusioni. L’Italia la vidi cambiare radicalmente, non sono mai stato un patriota, però mi fece male vedere che i poveri, nel giro di trent’anni o poco più, diventarono la maggior parte della popolazione. Con gli anni i Governi che si avvicendarono furono sempre più di manica larga verso gli extracomunitari, i clandestini e i profughi: il paese si riempì di tante e tante etnie, e tutti volevano un pezzo della bengodi, ma l’Italia era sol più un territorio per metà ridotto a mero deserto e per l’altra metà povero in canna, insomma nulla che potesse aver a che fare coi reality show e le soap-opera passate sul Satellite di Stato che mostravano una terra ubertosa, di donne belle e giovani e di soldi facili. La realtà era ben diversa: il paese era finito sotto i colpi della rivolta civile più volte senza concludere nulla, le strade erano prese d’assalto da disperate lotte fra poveri. La legge non interveniva: nessun poliziotto aveva voglia di rischiare la pellaccia per sedare una rissa fra cinesi slavi italiani. I negri erano quelli che più se ne stavano tranquilli: bastava non pestargli i piedi, lasciarli liberi di spacciare, lasciarli liberi d’aggregarsi ai pusher nostrani. I Governi, solo all’inizio, tentarono d’arginare l’afflusso di clandestini, poi lasciarono che cani e porci entrassero: i controlli sulle coste furono smantellati nel giro di pochi anni, e i pochi rimasti a controllarle chiudevano sempre tutt’e due gli occhi, in non pochi casi per sempre con una pallottola in fronte.
A causa del buco nell’ozono, l’inquinamento fece del cielo un largo sudario grigio, onnipresente: al mattino uno si svegliava già madido di sudore con le lenzuola appiccicate al corpo, fuori c’erano già venticinque gradi e l’umidità era sempre non inferiore al novanta per cento. Durante il giorno la temperatura saliva fino a quaranta gradi e oltre. Ma i pochi che potevano permettersi d’andare in macchina non lesinavano sulla benzina, nonostante questa avesse oramai toccato costi proibitivi, più dell’oro. I pochi ricchi si spostavano solo in auto: il più delle volte ne possedevano un’intera scuderia, garage con dieci o venti automobili e tutte diverse. I poveri utilizzavano, per forza di cose, i mezzi pubblici vecchi di almeno cinquanta anni. Ma avevano pure le loro carrette, vecchie macchine capaci di tirare fuori l’inferno dal tubo di scappamento. Erano mezzi illegali, ma a nessuno gliene fregava granché. Motori truccati che inquinavano l’aria, e i morti di cancro ai polmoni ogni giorno non si contavano neanche più. I governi, tutti ammantati nell’aura d’un presunto socialismo, lasciarono che i poveri si ammazzassero pure fra di loro: l’importante era che potessero riempire le loro pance. I generi alimentari non geneticamente modificati avevano prezzi proibitivi, solo i politici e pochi altri con le mani in pasta se li potevano permettere; per tutto il resto della popolazione c’erano gli OGM, così si era finito col chiamare ogni cosa, dal panino alla sportina di broccoli.
 
All’inizio fu solo una voce, poi, dopo due anni, nessuno metteva più in dubbio che i palazzi governativi fossero diventati postriboli con tanto di maitresse e prostitute ordinabili 24 ore su 24. Solo all’inizio qualche giornale osò parlare di scandali sessuali; poi tutto fu insabbiato. E quando tutti lo seppero che Palazzo Madama era un unico grande covo di vizi, nessuno disse più nulla e nessuno parlò più di scandalo. Che Palazzo Madama fosse diventato un postribolo di lusso non sconvolgeva più la coscienza di nessuno; in strada si moriva di caldo, di fame e di coltellate, a chi gliene poteva fregare che Sodoma e Gomorra fossero risorte alla luce del sole?
 
Ebbi modo di pensare a Frans, anzi a Frankobert: mi chiedevo se fosse stato veramente colpevole degli assassini nei campi di concentramento nel ’39 - ’45. Doveva essere finito sottoterra da un bel pezzo… Ma un giorno ricevetti una telefonata: il centralino non seppe dirmi di più, solo se accettavo la chiamata a mio carico. A malincuore accettai. La voce era arrochita, ma era indubbiamente quella di Frans. Fu breve, mi chiese d’incontrarlo, allo stesso posto…: “Dovresti essere sottoterra da un pezzo, Francesco.”
“Ti è andata male. Sono vivo e vegeto”. E riattaccò.
 
Frans non era cambiato. Era come se gl’anni per lui non fossero passati affatto. Aveva la stessa aria grigia e temprata di quand’era un settantenne. Lo fissai non poco sbigottito, poi gettai lo sguardo sulle mie mani incartapecorite, livide, quelle d’un vecchio; e in quel preciso momento mi convinsi che Frankobert per mantenersi così doveva aver stretto un patto col diavolo.
Mi salutò strizzando gli occhi. “Ci si rivede.”
“Ne è passato del tempo.”
“Già! Con te è stato impietoso.”
Non me l’aspettavo. Frans non si preoccupò di addolcirmi la pillola, anzi: “Adesso sembri più vecchio di me. E malmesso anche a salute scommetto. Io, la solita emicrania. C’ho fatto il callo.”
E scoppiò a ridermi in faccia.
“Perché mi hai chiamato?”
”Perché non sono cambiato secondo te?”
Mi strinsi nelle spalle. Non avevo una spiegazione plausibile: il livore mi consumava, vederlo lì, fresco, uguale a come tanti anni prima l’avevo lasciato.
“No che non lo sai. Il mio sangue è puro, non come il tuo.”
“Puro”, ripetei meccanicamente.
“Esatto. Puro. La mia famiglia è d’un ceppo puro al cento per cento. Nessuno del nostro ramo si è mai accoppiato con un debole, con uno che non fosse genuinamente tedesco.”
“Non significa niente.”
”Significa invece. Credi che l’arianesimo fu tutta una cosa sporca per fare fuori gli Ebrei, i politici scomodi, gli omosessuali, vero? In parte fu anche questo. Ma l’arianesimo fu soprattutto la ricerca della purezza della razza, perché solo tramite la purezza del sangue l’uomo può essere realmente forte. Come me.” E si batté il petto con un pugno. “Ti chiedevi anni fa se avessi visto i campi di concentramento. Li ho visti. Ci sono stato dentro anche.”
“Adesso non è più importante.”
“No, invece lo è. A me non interessavano gli Ebrei, né le docce. Fosse stato per me li avrei confinati in una regione tutta per loro e morta lì. Hitler era un pazzo. Ma è stato anche un uomo di grande acume. Quel piccoletto scoglionato, nero e brutto come la fame, comprese che il sangue puro è l’unica medicina per fare l’uomo forte nei secoli dei secoli. Quello che invece non comprese è l’intelligenza altrui, anche di quelli col sangue misto e sporco come il tuo. E’ stato questo suo non capire la sua rovina.”
“E’ un cumulo di idiozie.”
“Se è come dici, perché io sono ancora qui e tu hai già un piede nella fossa? Sei sicuro che sia solo un cumulo di idiozie?”
Non sapevo che rispondergli. “Guardati intorno. Il mondo è cambiato. Non c’è più traccia di sangue puro. I vampiri sono morti di fame! E sai perché? Perché il sangue misto è uno schifo, non dona l’immortalità né contribuisce a rendere la razza umana più forte. Gli incroci di etnie diverse sporcano il sangue, lo avvelenano di tare genetiche.”
”Non è vero”; ribattei debolmente tenendomi a distanza da quell’essere mostruoso, che eppure m’affascinava. “Non è mai stato dimostrato…”
“Dimostrato, che cosa? Pretendevi forse che qualcuno ti venisse a dire che a forza di incroci l’uomo s’indebolisce?”
“E’ dimostrato che riprodursi all’interno d’una ristretta cerchia porta nelle generazioni venture tare genetiche, come l’emofilia, l’albinismo…”
“Sei proprio un ingenuo. Non parlo di scoparti tua madre o tua sorella o tua cugina per avere una sana discendenza. Parlo di tutt’altro. Parlo d’un sano accoppiarsi fra tedeschi di Germania. Di rimanere all’interno della propria razza frequentando famiglie sane nel corpo e nella mente. Di questo parlo. Non parlo di inutili e bestiali incesti medioevali.”
“Frankobert, hai le prove di quello che dici?”
Mi sorrise in modo strano. Si alzò dalla panchina dov’era seduto. Era dritto come un fuso: per lui gl’anni era come se non fossero passati. Solo qualche ruga in più sulla fronte da come lo ricordavo, e forse la mia memoria faceva pure cilecca, mentre io ero gobbo, tremante, col cuore malmesso e non avevo neanche la metà dei suoi anni.
“Sono io la prova, vivente per giunta. Non è abbastanza?”
Scossi il capo.
Non volevo credere che quella fosse la spiegazione.
Non poteva essere come diceva Frans.
“Il patto con il Diavolo!”
“Chiamalo pure così se vuoi, ciò non toglie che questa è la verità.”
“Che farai?”
“Non sono l’unico.”
“Lo sospettavo…”
“Che farete dunque?”
“Abbiamo tempo.”
“Capisco.”
“Non ti preoccupare. Quando il mondo cambierà tu sarai sottoterra già da un pezzo.”
“Avresti dovuto dirmelo tempo fa…”
“Quand’eri ancora giovane. Ora sei solo un vecchio noioso. Un trombone, vero?”
“L’anzianità non viene ben vista… se è questo che intendi.”
“Ti irridono per le tue idee. Eppure andavano di moda.” Scoppiò a ridere: “Ma oggi non più.”
“Non sono cambiate le mie idee, solo il corpo mi ha abbandonato.”
“Se non hai un buon corpo, e tu non ce l’hai più, non hai neanche più una mente che si possa dire sana.”
“Mangiapatate del cazzo!”, farfugliai. Il petto mi bruciava. Mi portai una mano sul cuore, mentre Frankobert mi osservava con occhio cinico.
“Ecco la fine che farete tutti. Resisteranno solo i più forti, perché hanno capito che la purezza è la sola medicina per resistere alla vita. La vita non è socialismo né comunismo, che portano l’uomo a mischiare il proprio sangue con cani e porci.”
“Non è così… Cuba, per esempio…”
“Cuba è ancora sotto embargo. I cubani scopano con i cubani. Non fosse stato per l’embargo, a quest’ora avrebbero tutti il sangue annacquato e malato, come il tuo.”
“Mi stai suggerendo che…”
“Ci hai preso. E’ stato la loro fortuna più grande. Quella cazzo di isoletta forse se la caverà, ma non per merito del comunismo. Solo perché è stata una cellula isolata dal mondo, sino a ora. Il comunismo è poi solo una parola masticata, che passa di bocca in bocca, come un chewingum, null’altro. Una parola.” E così dicendo scoppiò a ridermi in faccia mentre il bruciore al petto andava intensificandosi.
 
Quando ripresi conoscenza la faccia di Francesco era sulla mia.
“Hai avuto un infarto”, mi disse subito senza mezzi termini. “Fossi in te non ci proverei neanche ad alzarmi. Me ne starei bello straiato per terra. Non che questo ti salverà la vita, ma forse qualche ora in più riesci a fartela, per il Diavolo!”
“Credo tu abbia ragione…”, bofonchiai.
“Certo che sì.”
“Dove… dove siamo?”
“Dove ci siamo incontrati.”
“Fa freddo.”
“L’aria serotina è fredda. Il tramonto sta scavando le montagne. Uno spettacolo. Per te niente Valhalla… Uno spettacolo davvero.”
Poi tacque. E anch’io.




Lord Ninni (Ninni Raimondi)

Lord Ninni (Ninni Raimondi)

interviene su “Il mangiapatate del Valhalla”
 
 
 
 
"Al contrario, [ ...] se fosse così, potrebbe non essere; e se fosse così, sarebbe; ma siccome non è così, allora non è. E’ logico”.
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio.

"- Non è un romanzo giallo - disse Paul - Si tratta invece di una strana forma di narrativa, che probabilmente rientra nella fantascienza.
- Oh, no - dissentì Betty. - Non c’è scienza e non è ambientato nel futuro. La fantascienza si occupa del futuro. In particolare di un futuro in cui la scienza è più progredita di oggi. Il libro non soddisfa queste premesse.”

Philip K.Dick, La svastica sul sole.


La fantasia sociale introspettiva collocata in un probabile futuro, o fantapolitica, può essere affrontata da parecchie angolazioni, privilegiando di volta in volta il suo carattere fabulatorio o profetico, catartico o cognitivo, oppure osservandola come scheggia d'avanguardia o prodotto di consumo, ma l'aspetto che qui interessa, credo, è quello di un "filo" che produce possibilità o la possibilità terrificante che un incubo divenga soltanto un sogno e che il sogno possa essere non più espressione onirica ma realtà. C'è un’ulteriore possibilità: il risveglio. Questo racconto opera, infatti, con maggiore specificità e autonomia rispetto a qualsiasi altra finzione letteraria, cioè si sforza di dare consistenza "strutturale" (sia essa cosmologica, biologica, sociale, storica) al proprio mondo, che significa anche coerenza, credibilità, verosimiglianza. Tutto questo l'ha spiegato, molto bene, Umberto Eco, nei suoi studi sulla semiotica narrativa. Tuttavia, se non è questa la sede per esplorare le convergenze fra logica, semiotica e narratività, è indispensabile sottolineare la sua funzione.

Già, perché quando pensiamo agli universi della "Fantasia antropologico/politico/letteraria", in genere l'immaginazione corre agli spazi sconfinati dell'ego e della storia più o meno sconfinati, verso un futuro più o meno lontano, trasfigurato da nuove e sensibili emozioni, più o meno oniriche; verso mondi e situazioni perdute o ad un passato fantastico, leggendario o storicamente documentato (magari in questo caso facendo attenzione a schivare le trappole disseminate nella giungla dei generi), dove ai piaceri dell'estrapolazione spesso si sostituiscono meccanismi più sfumati dell'immaginario.

In questo racconto i sentieri legati all'emozione, ego, realtà e possibilità, sono assai più sottili e imprevedibili; spesso legati a un filo, a un'esitazione più o meno consapevole non tanto di natura ermeneutica, cioè del tipo "Che cos'è, ovvero, qual è la natura del mondo o dell'oggetto che mi trovo davanti e come posso integrarlo nel sistema di conoscenze della mia vita per comprenderlo, ma ipotetica, cioè del tipo: "E se ...?", o meglio ancora, "che cosa sarebbe successo se ... ?".

Ma attenzione, perché il racconto sia attraente, le regole devono essere precise e rigorose ed è risaputo che non troppa emozione suscitano le facili generalizzazioni. Quindi, nel Tuo impianto e messaggio, la dimensione storica è irrinunciabile, verificando e approfondendo - con intelligenza - le conseguenze di un autentico mutamento del corso della storia umana, così come noi la conosciamo.
Il racconto, che serba la sobrietà tra equivoci e impurità nel momento della lettura avvincente ed emozionale, rimane tuttavia intrecciato a tutto ciò che è proiettato nell'asse della storia. Da qui si dipartono varie direttrici fabulatorie che testimoniano come Te, caro Giuseppe, abbia individuato nella storia un campo da gioco privilegiato, scrivendo insieme ad essa un capitolo decisivo dei nostri mondi emozionali e delle nostre paure.
Ti sei avventurato in lungo e in largo, attraverso l'asse del tempo, in spostamenti, viaggi e paradossi temporali creando una storia alternativa o meglio ancora un'alternatività storica che inquieta e stupisce agghiacciandoci.
Dolce musica e soddisfazione per chi legge e soprattutto, comprende quanto prezioso sia il lavoro che gli occhi divorano.

Questo è il trionfo della scrittura, caro Beppe.
Il trionfo dell’omogeinicità in questa vita che, piatta, può nascondere quelle provocatorie alternative che con garbo ed introspezione hai saputo scrivere e descrivere.

Veramente un bel brano!
Congratulazioni.

Con la migliore stima e riconoscimento, un abbraccio e un saluto cordiali.


Ninni Raimondi
Bologna, 5 Luglio, 2008

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:33 | racconti, fantapolitica, critica, politically scorrect | clicca per commentare commenti (18)



Berlusconi con il panama - OT: alcune semplici regole di comportamento

written by King Lear    - domenica, giugno 22, 2008



Berlusconi con il panama

Troppo caldo anche per il Padrino Nazionale!






Ultimamente vi ho dato un dito e vi siete presi prima la mano, poi tutto il braccio. Mi riferisco agli OT. Quande mi è possibile metto su dei post studiati appunto perché possiate andare fuori tema senza problemi: i post preposti a ospitare gli OT sono indicati chiaramente nelle categorie OT, bacheca, cazzeggioselvaggio.


Tuttavia c'è chi si ostina a spargere OT un po' da per tutto, senza rispetto alcuno per il sottoscritto e per gli ospiti che intervengono. Questo comportamento - che da un po' di tempo sta diventando la norma - mi dà molto ma molto fastidio. Se non avete voglia di leggere e restare in tema, bene, non leggete; ma per favore non trasformate questo blog in un bar di quart'ordine. La colpa è anche mia che non ho usato maggior fermezza quando il fenomeno ha cominciato a essere troppo evidente. Dunque, d'ora in poi, chi vorrà commentare restando in tema è ben accetto; chi dovesse invece ostinarsi a riempire i post di commenti off topic non ci penserò su due volte a cancellare le impronte del suo passaggio. Tolleranza zero verso chiunque.

Un po' mi dispiace; però questo blog non intende soccombere alle manie di protagonismo spicciolo dei blogger. E non in ultimo, quando lasciate dei commenti, per favore, cercate di esprimervi in italiano corretto. Per dirvela in maniera terra terra, questo blog non è un SMS. V'è chiaro? Spero di sì, perché non intendo ripertermi.


Giuseppe Iannozzi

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 19:01 | politica, blog, satira, politici, politically scorrect | clicca per commentare commenti (11)



Politikini.com la politica è una questione di culo: avere culo con il culo delle fan.

written by King Lear    - domenica, giugno 01, 2008



Politikini.com


La politica è una questione di culo

Politikini.com


Se sei una persona impegnata, che ci tiene al futuro del proprio paese; se sei cool
e hai le idee chiare in testa, allora è il caso che lo dimostri in maniera tale
che nessuno possa equivocare il tuo pensiero. Metti a nudo il tuo culo con un bel politikino,
l'ultima tendenza made in USA.

Sono i costumi più fashion di questa estate 2008 e stanno già spopolando
tra tutti i fanatici, politici convinti e non, nonché fra i migliori maniaci sessuali.
Per un prezzo stracciato puoi indossare il tuo politikino
acquistandolo direttamente su Politikini.com.

La nuova linea di bikini dedicata alla campagna presidenziale americana
è adesso tutta una questione di culo!
D'ora in poi le fan di Barak Obama, Hillary Clinton e John McCain
potranno pubblicizzare il proprio politico con il culo, difatti su ogni bikini è impresso
a grandi lettere il nome del candidato che si vorrebbe veder sedere alla Casa Bianca.

Si spera che questi bikini verranno indossati da attraenti giovani ragazze,
perché - diciamocelo pure in maniera politicamente scorretta - a nessuno farebbe piacere
trovarsi faccia a faccia con un culo flaccido, pieno di cellulite, segnato da pratiche sadomaso...

Speriamo dunque che i candidati alle presidenziali americane
abbiano culo con il culo delle proprie fan. Noi tutti glielo auguriamo con il cuore in mano,
soprattutto per noi che d'ora in poi vedremo i loro nomi impressi su tanti e tanti bikini.


di Giuseppe Iannozzi

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:03 | segnalazioni, politica, satira, primo piano, notizie dalla rete, costume, prima pagina, attualità, pubblicità, politically scorrect, ultime notizie, pubblicità progresso, società e politica, notizieflash, last news, dalla parte delle bambine, suffragette | clicca per commentare



Elvira Savino non è Alice nel Paese delle Meraviglie

written by King Lear    - domenica, maggio 18, 2008


Elvira Savino non è Alice nel Paese delle Meraviglie



Elvira Savino


non è Alice nel Paese delle Meraviglie
così bacchetta di santa ragione Dagospia
 
 

 
Elvira Savino scrive a Dagospia: «Non sono Alice nel Paese delle meraviglie. Quando ho accettato di essere candidata al Parlamento italiano ero ben consapevole che, se eletta, avrei dovuto sfidare tante diffidenze, anche maliziose. Ho trent’anni, una laurea in economia, un master e cinque anni di esperienza fra l’ufficio stampa di un partito e la redazione di un mensile: conosco bene le regole di Dagospia e del sistema mediatico. Se vengo dipinta come “topolona”, “pin-up di Montecitorio”, “miss Parlamento” oppure “onorevole tacco 12”, non posso che sorridere. […]
Ho una tale deferenza nei confronti delle istituzioni che ho sempre tenuto un comportamento decoroso e di grande rispetto nei confronti delle stesse. Se solo aver partecipato ad un (interessantissimo) dibattito fra personalità come Tremonti e D’Alema diventa occasione di commenti trash, non mi preoccupo per me. Resto turbata dalla somma di articoli e servizi televisivi, anche nei confronti di colleghe che hanno responsabilità maggiori delle mie, che tendono a dipingere la presenza parlamentare femminile (soprattutto quella del Pdl) come “leggera”, ed uso un eufemismo. Chi ha ruoli pubblici deve sapere di vivere in una casa di vetro, osservato da giudici severissimi (i media e i cittadini) […]
I parlamentari giustamente, non meritano alcuna indulgenza ma, altrettanto correttamente, le Istituzioni non possono essere messe alla berlina senza ragione, se non per il gusto del torbido. In un Paese in cui non si insegna più educazione civica e libri come “La Casta” diventano best seller, non abbiamo bisogno di farci del male gratuitamente. Va benissimo l’ironia, sacrosanto il diritto di cronaca, fondamentale l’esercizio della critica ma la volgarità è un’altra cosa, […]
Mettere un limite a questa perversione non toglierà nulla all’appeal di Dagospia e dei giornali (quotidiani come rotocalchi). In cambio, potrebbe favorire quel sentimento di fiducia nei confronti delle istituzioni che è vitale in ogni democrazia sana, come la nostra, nonostante tutto, è».


New Italian Epic - Chi l'ha duro... la vince!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:40 | segnalazioni, politica, donne, personaggi famosi, spettacoli, rassegna stampa, primo piano, saranno famosi, notizie dalla rete, politically scorrect, sgarbi, ultime notizie, società e politica, notizieflash, last news, dalla parte delle bambine, bimbissima, new italian epic, diritti dei politici | clicca per commentare commenti (2)



Validi motivi per non votare né a Destra né a Sinistra

written by King Lear    - venerdì, aprile 11, 2008






Il mio pensiero è


che i politici…

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Il mio pensiero è che i politici…
 
Walter Veltroni o Silvio Berlusconi? Questo è il problema.
Sono così uguali, nemmeno simili, proprio uguali. Non c’è neanche la possibilità di scegliere se morire di tumore o di Aids. Sono due tumori uguali le cui metastasi si sono già diffuse ampiamente in troppi animi.
 
Oh è inutile tanto! Chiunque vinca si troverà in mano un mare di monnezza in tutti i sensi e in simili condizioni non potrà peggiorare poi troppo le condizioni di questa terra dei cachi ridotta ai minimi termini dopo un D’Alema, un Berlusconi, un Prodi
 
Però mi ha fatto sorridere un pensierino di Beppe Sebaste, mi ha fatto sorridere d’amarezza: “Una volta anch’i