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Free Tibet

Free Tibet


Così frivola!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 23, 2008






Così frivola!
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Inchinati, Femmina!
 
 
Ti par questo il modo
di rivolgersi a un Re?
Perché sei la Favorita
non pensare di farmi
scacco matto! Basta
una mia parola e tosto
- te lo giuro! -, finisci
nelle negre segrete
a piangere sul destino
che t’ha voluta indifesa
giovane ma in catene
 
Regolati dunque
e portami il rispetto
che si deve a un Re
qual io sono per diritto
di nascita, Femmina!
 
 
 
 
 
Così frivola
 
 
Vattene via
Non ti voglio bene
Non più
Ho deciso così
Non ti voglio più bene
perché non ti sei mai impegnata,
...mai schierata con il bene o il male
Pensi sempre e soltanto a farti vedere
in giro giù in città a braccetto di qualche scimmione
vestito come un damerino
Dimentichi la nostra partita a scacchi,
dimentichi che il Re è sempre l’ultimo a cadere
Hai troppe nuvole che ti frullano in testa
Jaco Pastorius l’hanno ammazzato a forza di botte
 
Vattene lontano
dove il jazz non ti potrà raggiungere
Non ti sei mai impegnata per un se o un ma
Pensi che, che il mondo giri tutto intorno a te
Di gran gusto chiacchieri con i passerotti e i picciotti
Non fai per me, non fai per me
Pensi solo alla bellezza che ti dà lo specchio,
e non spendi un centesimo per quella interiore
A te ti basta l’ombretto la cipria e la matita
 
Così fringuella, così frivola
Così fringuella, così frivola
Così fringuella, così frivola
 
Porta via le tua fantasie
Apri quella maledetta porta
e ancheggia come tu sola sai fare
Porta via le tue fantasie e il vizio
perché lo dice anche la Bibbia
Perché io so che tu hai peccato
 
Vattene via
Non ti voglio bene
Non più
Ho deciso così
Non ti voglio più bene
Tanto a te ti basta l’ombretto la cipria e la matita
A te ti basta l’ombretto la cipria e la matita
 
Così fringuella, così frivola
Così fringuella, così frivola
Così fringuella, così frivola
 
Hai peccato - è scritto nella Bibbia
Hai il peccato - io l’ho visto sederti accanto
Hai peccato, ma il Re sarà sempre l’ultimo a cadere
Fattene una ragione
 
 
 
 
 
Marlene
 
 
E adesso sì che è finita
Marlene, Marlene, Marlene…
Non cade più la neve al confine
della Germania
Tu hai sempre la solita aria svagata
Fumi sigarette buone
Fuori tuonano i cannoni, muoiono i barboni
gli zingari e i papponi, tutti in un campo uguale,
tutti condannati a medesimo basso destino
Le nuvole tagliano in due questo cielo
che i preti dicono essere infinito di Dio;
però c’è solo una strada in salita d’ingiusta penitenza,
e poi il fischio delle pallottole veloci alla schiena
Non ne esce salvo uno mai
nemmeno in orizzontale, per Dio
 
Questo cielo si fa pesante di fumo, di carne umana
che brucia e brucia e brucia sempre di più
 
Marlene, Marlene, Marlene…
Che ne farai adesso della cenere?
A chi darai il tuo rossetto, la prima boccata
di fumo?
 
Marlene, Marlene, Marlene…
Così bella, così bella come te
in Germania non ce n’è, il sorriso bianco...
è più bianco della neve di questo inverno
che è sol più grigio, che viene giù
fra scoppi di risa isteriche e urla di cenere
 
Marlene, Marlene, Marlene…
Fra scoppi di risa isteriche e urla di cenere,
dimmi perché, perché...
 
 
 
 
 
Gabbiano
 
 
Non oso davvero
dire se un gabbiano
sia come un uomo
felice o meno,
se la pace la trova
tra le alte nuvole
o a pelo dell’acqua
in cerca di cibo,
d’un piccolo pesce
affogato al sole
Né oso dire
se tra sole e venti
le ali gli siano
solido appoggio;
eppur quando
un uccello così
profumato di salsedine
e non stanco
del lungo viaggio
si trova davanti
al mio sguardo,
in quel momento
capisco
che chiamato
al mondo
non posso rifiutare
di vivere
per quel che sono

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:16 | poesia, amore, prosa poetica, avantpop | clicca per commentare commenti (26)



Sirchia condannato a 3 anni ma coperto dall’indulto

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, aprile 18, 2008


Sirchia condannato a 3 anni
ma coperto dall’indulto


L’ex Ministro della Salute era accusato

per un giro di tangenti in ambito sanitario


di
Giuseppe Iannozzi



Girolamo Sirchia, il 2 febbraio 2005, è stato indagato per corruzione, subito dopo il suicidio del suo amico Francesco Mercuriali il 3 ottobre precedente.
Oggi, 17 aprile 2008, l’ex ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, è stato condannato a 3 anni di reclusione nell’ambito del processo milanese in cui è imputato insieme ad altre sette persone e una società per presunte tangenti nel mondo della sanità milanese. Per Sirchia l’accusa aveva chiesto 2 anni e 9 mesi di reclusione: una pena leggermente più pesante, dunque, che tuttavia non verrà scontata in quanto coperta da indulto. All’ex ministro è stata anche comminata la pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. «Sono stato condannato nonostante avessimo portato prove e testimonianze a favore - è stato il primo commento dell’ex ministro -. Evidentemente io e i miei difensori non siamo riusciti a convincere i giudici».

Le tangenti, stando alle accuse, sarebbero state pagate per apparecchiature sanitarie a ospedali milanesi quando Sirchia era primario al Policlinico di Milano. L’inchiesta in questione portò il 29 settembre 2004 agli arresti domiciliari per il professor Francesco Mercuriali, ex primario di Immunoematologia del Niguarda, che si suicidò a casa sua il successivo 4 ottobre. Fra le presunte tangenti citate nell’atto di chiusura indagine, ci sono tre assegni su un conto corrente di Chiasso ritenuto riferibile a Sirchia per un totale di 30.500 dollari emessi da Health Care Id Inc. di Chicago, e tre assegni da 11.000 marchi tedeschi ciascuno emessi dalla Immucor tedesca, la filiale centrale europea della Immucor Usa.
Sirchia si è sempre difeso dicendo che quel denaro era il corrispettivo di una serie di consulenze. Per questo, a caldo dopo il pronunciamento della corte, parla di una sentenza «fuori dalla realtà e non condivisibile».

«Sono ovviamente dispiaciuto perché malgrado le prove e le testimonianze portate ha prevalso il teorema dell’accusa - ha detto dopo la lettura della sentenza -. Ovviamente mi riservo di impugnare una decisione che reputo fuori dalla realtà». L’ex primario del Policlinico ha inoltre sottolineato che per lui è un dovere «rispettare quello che il Tribunale decide ma è anche un dovere - ha detto - difendere la mia onorabilità». Il professore, assistito dagli avv. Giovanni Maria Dedola e Paolo Grasso, si è detto comunque amareggiato per essere uscito da un processo con una condanna coperta da indulto e una pena accessoria legata a un preciso episodio che presto cadrà in prescrizione.

«Al fine di chiarire meglio la mia posizione all’opinione pubblica rilevo che evidentemente non abbiamo saputo convincere il Collegio Giudicante, che ha sposato in pieno la tesi dell’Accusa, rincarando addirittura la pena, malgrado l’assenza di prove e ragionevoli indizi a mio carico e malgrado le testimonianze e le prove a discarico. Ecco le prove per cui il teorema dell’Accusa e recepito dal Collegio Giudicante “consulenze professionali = corruzione” è smentito dai seguenti fatti: a) le consulenze Janssen-Cilag erano autorizzate dall’Ospedale Maggiore a norma di legge e regolarmente denunciate nelle mie Dichiarazioni dei Redditi. Janssen Cilag non era fornitore del Centro Trasfusionale da me diretto. Tutte le consulenze peraltro erano note all’Ospedale e tese allo sviluppo di nuove tecnologie mediche; b) non partecipavo alle Commissioni Ospedaliere deputate a scegliere i fornitori nei procedimenti di gara, giacché la competenza era interamente in capo al Provveditorato dell’Ospedale… […] per quanto riguarda l’accusa di aver privilegiato alcune Aziende dichiarando i loro prodotti come unici sul mercato, questa accusa non ha fondamento alcuno come dimostrato dal fatto che né il Pubblico Ministero né il loro consulente hanno potuto presentare alcuna prova, malgrado i nostri ripetuti inviti a farlo. […] esisterebbe un corrotto, cioè il sottoscritto, senza corruttori giacché nessuna delle Aziende presunte corruttrici è stata condannata o incriminata».

L’ex ministro assicura che «ogni consulenza prestata è documentata da relazioni scientifiche, relazioni a congressi, sviluppo di nuovi prodotti e tutta la documentazione è stata presentata ai Giudici. L’Ospedale Maggiore di Milano non si è costituito parte civile giacché non solo non ne ha derivato alcun danno, ma, al contrario, ha tratto vantaggio dai prezzi di acquisto e da donazioni di materiali e apparecchiature grazie al nostro lavoro».

Prepariamoci dunque a una veloce canonizzazione dell’ex Ministro. Anche Girolamo Sirchia è “innocente!” per la nostra legge, che indiscutibilmente è proprio italiana: 3 anni coperti dall’indulto, questa la pena per cui l’ex ministro si dichiara amareggiato.


Legge 31 luglio 2006, n. 241

“Concessione di indulto“
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 31 luglio 2006



CAMERA


Democrazia Socialista
Barani, Catone, De Luca Francesco, Del Bue, Nardi.

Forza Italia
Adornato, Alfano Angelino, Alfano Gioacchino, Aprea, Aracu, Armosino, Azzolini, Baiamonte, Baldelli, Berlusconi, Bernardo, Berruti, Bertolini, Biancofiore, Bocciardo, Bonaiuti, Bondi, Boniver, Boscetto, Brancher, Bruno, Brusco, Caligiuri, Campa, Carfagna, Carlucci, Casero, Ceccacci, Ceroni, Cesaro, Cicchitto, Cicu, Colucci, Conte Gianfranco, Costa, Craxi, Crimi, Dell’elce, Della Vedova, Di Cagno Abbrescia, Di Centa, Di Virgilio, Fabbri, Fallica, Fasolino, Fedele, Ferrigno, Fini Giuseppe, Fitto, Floresta, Fontana Gregorio, Franzoso, Fratta Pasini, Galli, Garagnani, Gardini, Gelmini, Germana, Giacomoni, Giro, Giudice, Iannarilli, Jannone, La Loggia, Lainati, Laurini, Lazzari, Lenna, Leone, Licastro Scardino, Lupi, Marinello, Marras, Martusciello, Mazzaracchio, Milanato, Minardo, Mistrello Destro, Misuraca, Mondello, Mormino, Moroni, Nan, Napoli Osvaldo, Palmieri, Palumbo, Paoletti Tangheroni, Paroli, Pecorella, Pelino, Pepe Mario, Pescante, Picchi, Pili, Pizzolante, Ponzo, Prestigiacomo, Ravetto, Rivolta, Rossi Luciano, Russo Paolo, Santelli, Sanza, Scajola, Simeoni, Stagno D’alcontres, Stradella, Testoni, Tondo, Tortoli, Uggè, Valducci, Valentini, Verdini, Verro, Vitali, Vito Alfredo, Vito Elio, Zanetta, Zorzato.

Italia Dei Valori
Rossi Gasparrini.

La Rosa Nel Pugno
Antinucci, Beltrandi, Bonino, Boselli, Buemi, Buglio, Capezzone, Crema, D’Elia, Di Gioia, Mancini, Mellano, Piazza Angelo, Poretti, Schietroma, Turci, Turco, Villetti.

Misto
Brugger, Neri, Nucara, Oliva, Rao, Reina, Widmann, Zeller.

Rifondazione Comunista

Acerbo, Burgio, Cannavò, Cardano, Caruso, Cogodi, De Cristofaro, De Simone, Deiana, Dioguardi, Duranti, Falomi, Farina Daniele, Ferrara, Folena, Forgione, Frias, Giordano, Guadagno, Iacomino, Khalil, Locatelli, Lombardi, Mantovani, Mascia, Migliore, Mungo, Olivieri, Pegolo, Perugia, Provera, Ricci Andrea, Ricci Mario, Rocchi, Russo Franco, Siniscalchi, Smeriglio, Sperandio, Zipponi.

Udc
Adolfo, Alfano Ciro, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Casini, Cesa, Ciocchetti, Compagnon, Conti Riccardo, D’Agrò, D’Alia, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Volontè, Zinzi.

Udeur
Adenti, Affronti, Capotosti, Cioffi, D’Elpidio, Fabris, Giuditta, Li Causi, Morrone, Picano, Pisacane, Satta.

Ulivo
Albonetti, Allam, Amato, Amendola, Amici, Attili, Aurisicchio, Bandoli, Baratella, Barbi, Bellanova, Benvenuto, Benzoni, Bersani, Betta, Bianchi, Bianco, Bimbi, Bindi, Bocci, Boffa, Bordo, Brandolini, Bressa, Bucchino, Buffo, Burchiellaro, Burtone, Caldarola, Calgaro, Capodicasa, Carbonella, Cardinale, Carta, Castagnetti, Ceccuzzi, Cesario, Chianale, Chiaromonte, Chicchi, Chiti, Cialente, Codurelli, Colasio, Cordoni, Cosentino Lionello, Crisafulli, Crisci, Cuperlo, D’alema, D’antona, D’antoni, Damiano, Dato, De Biasi, De Brasi, De Castro, De Piccoli, Delbono, Di Girolamo, Di Salvo, Duilio, Fadda, Farina Gianni, Farinone, Fasciani, Fassino, Fedi, Ferrari, Fiano, Filippeschi, Fincato, Fiorio, Fioroni, Fistarol, Fluvi, Fogliardi, Fontana Cinzia, Franceschini, Franci, Froner, Fumagalli, Galeazzi, Gambescia, Garofani, Gentili, Gentiloni, Ghizzoni, Giachetti, Giacomelli, Giovanelli, Giulietti, Gozi, Grassi, Grillini, Iannuzzi, Incostante, Intrieri, Lanzillotta, Laratta, Leddi Maiola, Lenzi, Leoni, Letta, Levi, Lomaglio, Longhi, Lovelli, Lucà, Lulli, Luongo, Lusetti, Maderloni, Mantini, Maran, Marantelli, Marcenaro, Marchi, Mariani, Marino, Marone, Martella, Mattarella, Melandri, Merlo Giorgio, Merloni, Meta, Migliavacca, Miglioli, Milana, Minniti, Misiani, Monaco, Morri, Mosella, Motta, Musi, Mussi, Naccarato, Nannicini, Narducci, Nicchi, Oliverio, Orlando Andrea, Ottone, Papini, Parisi, Pedulli, Pertoldi, Pettinari, Pinotti, Piro, Piscitello, Pollastrini, Prodi, Quartiani, Ranieri, Realacci, Rigoni, Rossi Nicola, Rotondo, Ruggeri, Rugghia, Rusconi, Ruta, Rutelli, Samperi, Sanga, Sanna, Santagata, Sasso, Schirru, Scotto, Sereni, Servodio, Sircana, Soro, Spini, Sposetti, Squeglia, Stramaccioni, Strizzolo, Suppa, Tanoni, Tenaglia, Testa, Tolotti, Tomaselli, Trupia, Vannucci, Velo, Ventura, Verini, Vichi, Vico, Villari, Viola, Violante, Visco, Volpini, Zaccaria, Zanotti, Zucchi, Zunino.

Verdi
Balducci, Boato, Boco, Bonelli, Cassola, Cento, De Zulueta, Francescato, Fundarò, Lion, Pecoraro Scanio, Pellegrino, Piazza Camillo, Poletti, Trepiccione, Zanella.



SENATO


ALLEANZA NAZIONALE

Buccico Emilio Nicola, Curto Euprepio, De Angelis Marcello, Matteoli Altero, Saporito Learco, Valentino Giuseppe

AUT
Bosone Daniele, Molinari Claudio, Montalbano Accursio, Negri Magda, Peterlini Oskar, Pinzger Manfred, Rubinato Simonetta, Thaler Ausserhofer Helga, Tonini Giorgio

DC-IND-MA
Antonione Roberto, Cutrufo Mauro, Girfatti Antonio Franco, Manunza Ignazio, Massidda Piergiorgio, Pistorio Giovanni, Rotondi Gianfranco, Santini Giacomo, Saro Giuseppe Ferruccio, Stracquadanio Giorgio Clelio

FORZA ITALIA
Alberti Casellati M. E., Amato Pietro Paolo, Asciutti Franco, Azzollini Antonio, Baldini Massimo, Barba Vincenzo, Barelli Paolo, Bettamio Giampaolo, Bianconi Laura, Biondi Alfredo, Bonfrisco Anna Cinzia, Burani Procaccini Maria, Camber Giulio, Cantoni Gianpiero Carlo, Carrara Valerio, Casoli Francesco, Cicolani Angelo Maria, Colli Ombretta, Comincioli Romano, Costa Rosario Giorgio, D’Ali’ Antonio, Dell’Utri Marcello, Fazzone Claudio, Ferrara Mario Francesco, Firrarello Giuseppe, Gentile Antonio, Ghedini Niccolo’, Ghigo Enzo, Giuliano Pasquale, Grillo Luigi, Iannuzzi Raffaele, Iorio Angelo Michele, Izzo Cosimo, Lorusso Antonio, Lunardi Pietro, Malan Lucio, Malvano Franco, Marini Giulio, Mauro Giovanni, Morra Carmelo, Nessa Pasquale, Novi Emiddio, Palma Nitto Francesco, Pastore Andrea, Pianetta Enrico, Piccioni Lorenzo, Piccone Filippo, Pisanu Beppe, Pittelli Giancarlo, Possa Guido, Quagliariello Gaetano, Rebuzzi Antonella, Sacconi Maurizio, Scarabosio Aldo, Scarpa Bonazza Buora Paolo, Schifani Renato Giuseppe, Scotti Luigi, Stanca Lucio, Sterpa Egidio, Taddei Vincenzo, Tomassini Antonio, Vegas Giuseppe, Ventucci Cosimo, Viceconte G. Walter C., Vizzini Carlo, Zanettin Pierantonio, Ziccone Guido

IU-VERDI-COMUNISTI ITALIANI
Bulgarelli Mauro, Cossutta Armando, De Petris Loredana, Pecoraro Scanio Marco, Ripamonti Natale, Silvestri Gianpaolo

MISTO
Andreotti Giulio, Colombo Emilio, Cossiga Francesco, Del Pennino Antonio Adolfo Mar

MISTO-PDM
Fuda Pietro

MISTO.POP-UDEUR

Barbato Tommaso, Cusumano Stefano, Mastella Clemente

RIFONDAZIONE COMUNISTA-SE
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UDC
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ULIVO
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Love to You, poesie per Chatterly

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, marzo 16, 2008




Love to You è Opera di Chatterly




Love to You


Poesie per Chatterly
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 


 
 
per Te, Chatterly,
My Immortal Muse,
con tutto il mio più sincero affetto
 


 
Ho fede in te
 
 
Ho fede solo in te
Non mi dire dei Cieli
o di Angeli che non vedo
Raccontami di te,
di come sei bella nuda
quando sogni davanti
allo specchio la vita eterna
che sai è già dentro te, Bimba
 
 
 
 
Amica Chatterly
 
 
Ti scriverò un pensiero banale
Ti dirò che manchi alla Gioia,
che il tuo animo innamorato
anche sotto l’ombra dei giorni
dall’autunno alla primavera
oggi in questa Casa manca
 
Non ho idea di quale malia
t’abbia colta nel fior degl’anni
Nulla so e tutto temo
come il cieco che scopre il buio
d’improvviso e dal panico
quasi si soffoca coll’aria
che giù nei polmoni butta
tutta d’un sol fiato
 
Vorrei poter darti una lama di cielo
per tagliare quei lacci che ti legano,
che prigioniera ti tengono
tra scogli faraglioni e chissà
quali altri perigli
 
La Clessidra è uguale a come l’hai lasciata
e il Pipistrello osserva la più pallida dieta
Tutto è uguale a ieri, tutto è banale
ma la Casa senza di te è così vuota,
così vuota che fa paura viverla
 
 
 
 
Il Grande Vuoto


Dammi indietro il mio sitar,
i libri degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
L’autunno ha preso casa qui
Quando sono venuto
te l’avevo detto ch’ero
di passaggio;
hai taciuto
invitandomi a radermi il capo
Poi ci siamo seduti
senza parlare:
fuori c’era aria di rivoluzione

Dammi indietro quel giorno,
il suono estatico del sitar
che insegnava all’anima
la ribellione e la comunione
Dammi indietro la saggezza
e tutto il Grande Vuoto dell’Universo
Quando sono venuto
non ho mentito, ero una zucca vuota
una fra le tante possibili
Ora ho bisogno di suonare
e riprendere la strada sotto il sole
Ho conosciuto tante malattie,
alcune mortali e sono ancora qui
Ho visto piccoli uomini spaccare teste
e ho visto i loro stupidi becchini
Ho conosciuto un momento di pietà
solo per fermarmi a lungo in una distrazione
Ho visto monaci scivolare lungo il fiume
con la pancia gonfia d’acqua e il volto ammaccato
L’Universo ha impiegato proprio niente
per cadere nel suo Centro
Così ti chiedo di darmi indietro il sitar
Sono una zucca a metà e non vuota,
me l’hai insegnato tu immersi
nelle luci delle candele
Ma ora devo trovare il Suono Perfetto
che ci sollevi dalla Miseria
Fuori c’è più morte che rivoluzione,
non è tempo buono per la meditazione
I Beatles sono quasi tutti morti
I Rolling Stones sono neri dentro

O sì, sono così neri dentro
Tutti noi lo siamo
Dammi indietro il mio sitar,
le parole consumate degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
per dirmi “t’amo”
 
 
 
 
Baci di sangue
 
 
Dimmi dov’è la felicità, quella verità
che solo ieri cercavamo
sulle labbra rosse di sangue,
dentro ai baci profondi da anima
a anima!
 
E’ stata abbastanza una poesia sbagliata
perché il velluto della tua pelle
sparisse per sempre da queste stanze,
che ancora vivono del tuo profumo,
che ancora s’inebriano del tuo fantasma
Se solo Morte con la sua falce di luna
fosse al mio fianco per un tetro orgasmo!
Ma anche una fine così
non toglierebbe mai di mezzo tutto l’Inferno
e il Paradiso che mi hai dato in pasto,
affogandomi dentro ai tuoi occhi affamati
 
Che senso ha il giorno che mastica sabbia,
che senso ha la notte senza il tuo volto?
La verità è che più della Morte,
più forte d’ogni altra cosa è la Dimenticanza,
quello stato che un poeta un po’ folle
inutile a sé con rime disperate direbbe oblio
 
Dimmi dov’è la felicità, quella verità
che solo ieri cercavamo
ora che siamo meno di due anime
in solitario, ora che siamo due corpi (due feti)
abbandonati alla putrefazione,
dentro a feretri sigillati all’eternità!
 
Parlami, parlami perché io non lo so
 
 
 
 
Il cielo della Musa
 
 
…e Tu, Musa, non sai quanti mari
ed inutili cieli il Poeta ha navigato;
ma sempre t’ama con mille versi
che non sanno uscire
dalla pochezza del suo ingegno.
 
Un castello di sabbia si fa deserto
e cerca rifugio nell’imbuto del tempo;
ma sempre la tua Immortalità,
sempre costruisce un’altra dimensione
che possa accogliere riso e pianto.
 
…e Tu, Musa, mia sola Immagine
e Coscienza, tieni in piedi la fragilità
della mia Anima.
 
…e Tu, Musa, mia sola Immortalità,
sai perché il Poeta che è in me
non sa un Cielo che non sia anche il tuo.
 
 
 
 
Non è il mio cuore
(Pensando a te)
 
 
E io dove sono? dove lo spazio infinito
che m’ebbe in sua gloria?
Ero una stella e brillavo in cielo, alto,
ma solo m’illudevo che così fosse
Ero uno sbadiglio e soffocavo dentro al petto
Ero una risata e morivo fra le labbra della notte
 
Un giorno mi dicesti “Basta!”
Posasti la tua mano sulla mia bocca
perché finalmente tacesse
e con essa anche la mia anima disfatta
Eri stanca delle mie false verità;
più non sopportavi che mi dessi via
nelle fauci d’un cielo senza stelle
Eri triste per me
perché troppo spesso mi perdevo
nell’Infinito a contare mille finte stelle
che non splendevano se non di vanità
e di tosse - eco lanciata
nel siderale freddo degli affetti
Eri triste per me
perché ero già morto da tanto tempo
e io non me n’ero accorto:
solo facevo conto di tornare a brillare
nella luce dei tuoi occhi
Ma la speranza già tutta s’era sepolta
dentro al mio stanco petto
come un delfino di Atlantide arenato
e raccolto nella polvere della storia;
e questa realtà - in verità - la sapevo
anche se non la contemplavo
 
Un giorno gridasti “Non è il mio cuore!”
E io soffocai finalmente, infinitamente
perché ero uno sbadiglio ammutinato
e solo ero capace di soffocarmi dentro al petto,
perché ero una risata strozzata
e solo ero capace di morire fra le labbra della notte
 
E tu dove sei? dov’è quello spazio infinito
che ti ha in sua eterna gloria? Lì ti vorrei raggiungere
per sempre, lì ti vorrei incontrare per ammirare
un’ultima volta la luce dei tuoi occhi belli,
dei tuoi occhi che sono mille brillanti stelle
di verità - pensando a te, pensando a te solamente
 
 
 
 
Fuoco Sacro
 
 
Prendevo l’erta che m’avrebbe portato… sì, ma dove?
 
Ero andato a trovare un vecchio poeta, uno che aveva scritto sempre pestando tasti lettere parole pensieri sulla macchina per scrivere. Ma non aveva mai pubblicato niente in vita sua; ed è sicuro che nemmeno da morto una sua poesia sarebbe apparsa sulle pagine d’una disperata antologia a tiratura limitata o a grande dispersione. La fama non gl’avrebbe arriso solo perché morto in solitudine e in aria di santità artistica.
 
* * *
 
“Quando me ne andrò, tutti questi fogli finiranno insieme alla spazzatura.”
“Hai mai provato a pubblicare?”
”E perché?”
“Perché? Ma sei matto o cosa? Perché è così che si fa.”
“Voi giovani! Tutti matti. Che vi credete, neanche Dio lo sa. Ma vi credete più grandi d’ogni padreterno in cielo o all’inferno.”
“Pubblicare mica è un delitto? E poi io non mi credo niente.”
“Allora, meglio così.”
“Sì, d’accordo. Ma non mi hai ancora detto perché non hai pubblicato. Sei ancora in tempo. O cerchi forse la fama postuma?”
“Per tutte le code del diavolo! Non cerco un cazzo. Né fama in vita né postuma. Non mi va di pubblicare.”
“Sì, d’accordo.”
”Penserai che sono almeno almeno un po’ svitato.”
“Non ti nascondo che è proprio quel che penso.”
”Pensano tutti che io sia matto o peggio. Sai quanto me ne frega!”
“Continui a non rispondermi. Perché?”
“’Fanculo! Quante poesie leggi? e quante ne scrivi al giorno?”
“Non saprei… Un paio forse le scrivo. Ma non ti so dire quante poesie leggo.”
“E’ questo il punto: tutti scrivono e nessuno legge.”
“Se la metti così, pare tragica.”
“Cosa? La poesia o la situazione?”
“Mi stai facendo rimbambire a forza d’ascoltarti. E io che ti rispondo pure.”
“Il fatto è che la poesia è un cadavere freddo che tutti riesumano. Tutti lo espongono in pubblico: lo tirano a lucido e lo vestono bene… solo capi firmati. E qualcuno gli stacca pure un pompino. E tu credi che un cadavere possa venire? No, quello non viene. Ma a chi lo riesuma piace pensare che il sapore del suo seme gli sia rimasto in bocca. O se preferisci, nell’anima. Niente di più falso.”
“E anche se così fosse?”
”Io non ho cadaveri da riesumare né da esporre in pubblico. Non sono un necrofilo.”
“Allora perché ti ostini a scrivere? Guardati intorno: sei circondato da pile e pile di fogli scritti. Il lavoro d’una vita intera. E quando morirai, per chi avrai scritto? Tutte queste poesie saranno bruciate o dimenticate in qualche soffitta nel più fortunato dei casi. Una vita passata a…”
”…a farmi fottere. Sai che ti dico? Avrei dovuto fottere di più e scrivere solo il testamento in punto di morte. Ma ho sbagliato.”
“Le donne non mi sembra ti siano mancate.”
“Ne avrei avute almeno il doppio se non il triplo. Ma io dovevo scrivere. Scrivere, che assurdità!”
“Non mi sembra che il tempo ti abbia fatto più saggio: continui a scrivere.”
”Alla mia età o scrivi o vai al parco a dare da mangiare ai piccioni. Mi ci vedi a staccarmi una sega? Io no. E poi la penna cerca il calamaio.”
”Credo d’aver capito.”
“Se hai capito davvero, vedi di piantarla con le poesie, e scopa di più. Non c’è bisogno di perdere tempo a scriverle, a leggerle. Non importa quanto sei bravo o incapace.”
”Io non lo so se scrivo bene o male, ma tu – accipicchia! -, tu sei un poeta.”
“’Fanculo!”
“Le ho lette le tue poesie, non tutte, ma le ho lette.”
“’Fanculo di nuovo.”
 
* * *
 
Passeggiavo tra gli algidi avelli: m’è sempre piaciuta la pace che si respira nei cimiteri. E ripensavo a quanto il vecchio poeta m’aveva detto. Il vento tirava un po’ e cercava di strapparmi il cappello, ma io lo tenevo ben calcato in testa e lo pinzavo fra le dita quando un colpo troppo forte s’abbatteva addosso alla mia sinistra figura. Presto il vecchio avrebbe avuto il suo posto tra i morti: e forse l’avrei incontrato con una poesia in testa e mai scritta, o più semplicemente con un fiore appassito in mano ma leggendo il suo epitaffio.
 
* * *
 
Me ne stavo a letto a fumare la prima sigaretta della giornata ed intanto ammiravo il fondoschiena della donna che mi stava accanto ancora addormentata. Era un bel vedere. Pensai: “Trovo sempre donne che s’infilano nel mio letto. Arrivavamo al punto di offrirmi la loro anima per un po’ di fuoco sacro.” * E sorrisi, mentre la donna al mio fianco apriva i suoi occhi su di me.
“Dormito bene?”
“Dammi le tue chiavi dolci,/ voglio farne una copia,/ voglio scrivere una lunga poesia per le tue braccia.” **
Lei prese a ridere, teneramente: un campanellino legato al collo d’un agnellino era la sua risata.
“Sei andato a trovarlo più quel tuo amico? il poeta?”
“Sono stato da lui pochi giorni fa.”
“E che ti ha detto?” E io la baciai soffocandole quasi la domanda in bocca.
Ci baciammo a lungo, sensualmente.
Ripresi fiato, giusto il tempo d’un attimo, e le risposi: “Di scopare… ”. E presi a masticarle dolcemente il lobo dell’orecchio, poi il collo e più giù ancora.
“Perché?”
Smisi di sbaciucchiarla e morderla, e la guardai dritto negli occhi verdi: “Perché la donna è la miglior poesia che si possa desiderare. Perché la donna è poesia che non si può scrivere. La si può solo amare.”
Lei era calda, lusingata: era anima e corpo. “Ora lasciati amare. Lascia che ti morda ancora un po’.” E tornai a mordicchiarla, a piluccare il suo dolce sapore con l’avidità della mia bocca. Una giovane bruna rosa carnosa era fra le mie labbra.
 
* * *
 
Quando tornai a trovare il vecchio scrittore scoprii che non c’era più. Il suo appartamento era spoglio: solo la macchina per scrivere accomodata su una vecchia poltrona scassata, ma dei tanti fogli che aveva scritto non c’era alcuna traccia.
 
* * *
 
Lo cercai, ma non troppo disperatamente. Non ho mai saputo se fosse morto o solo si fosse reso invisibile al mondo, invisibile come le sue poesie.
 
 
 
 
* Riadattamento d’una famosa battuta di Marlon Brando.
** Versi da “Giorno di pioggia” (1974) di Francesco De Gregori.

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Oddio, amico mio!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, marzo 13, 2008

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Oddio, amico mio!



di Giuseppe Iannozzi
 


 
Amico mio, puoi buttar cacca quanta vuoi addosso a me. Puoi dire che non capisco un emerito cazzo, ecc. ecc. Puoi, insieme ai tuoi amichetti, giocare al vecchio gioco di dir di me sempre più male ogni volta che apro il becco credendo così di riuscire a far di te quel gigante che non sei. Puoi in verità fare ogni cosetta che ti frulli per la testolina nel tentativo di annichilire la mia onestà, di sporcarla, di deflorarla prendendomi alle spalle. Puoi in verità tutto questo e altro ancora. 
 
Ma non sono in un angolo. Nell’angolo ci sei tu.
Nell’angolo c’è Chi indarno cerca d’assurgere a dio da venerare.
Per quel che mi riguarda non venero né te né nessun altro. Non sono in un angolo soprattutto perché nella mia posizione, che non ha alcun interesse per quanto minimo lo si possa immaginare, non ci sono angoli ma solo bufere di sputi e qualche volta una pozzanghera che riflette un raggio di sole.
 
Da chi ti fai carezzare le spalle, Amico mio? Da uno che se lo chiami dalla sua non ha nemmeno l’eco. Un anonimo non esiste, lo sanno tutti, gl’ignoranti persino, per Dio! Non esiste perché l’ha deciso lui stesso, gettando nel fango la dignità e l’onestà, per assumere quella forma vaga che solo certe ombre tengono. Un anonimo, una cosetta invero così piccina che non è neanche giusto paragonarla al fiato dabbasso di Jago: troppo onore gliene verrebbe.
 
Così, senza rancore, ti lascio là dove sei, traballante sulle ginocchia in quell’angolo che hai scelto di difendere colle unghie e coi denti, come fanno certi boxeur disperati condannati e finiti, eppur ancora riottosi - quasi ingenui - colle mani giunte aspettando il Grande Miracolo, o chi getti la spugna in loro vece, prima che il Grande Colpo li costringa fuori del ring.
 
Oddio!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 07:24 | anonimi, prosa poetica | clicca per commentare commenti (7)



Cappuccetto rosso, c'era una volta... e altre favole

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, marzo 08, 2008






C’era una volta…


Vecchie favole spacciate per nuove
 


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
Cappuccetto Rosso
 
Cappuccetto Rosso, un tempo m’amavi, mi dicevi “che mani grandi, che occhi grandi, che naso grande, che naso grande, che naso grande... che bocca grandeee...”; ed io subito ti rispondevo che il naso non era poi così grande e che la bocca mi serviva così grande per baciarti meglio. Così tu mi strappavi gli occhiali, grandi anch’essi, e li pestavi sotto i tuoi piedini, e lasciavi che ti baciassi: in bocca avevo ogni dì il tuo buon sapore, come di agnellino. In verità era più sapore di capra, ma non badavo allora a certi particolari, anche se dopo un bacio e poi due e tre e quattro… e cento e duecento… e mille… alla fine fui costretto ad ammettere che mi restava sapor di caprone sulle papille gustative. Comunque! Eravamo così innamorati a quei tempi, così tanto che anche se mi ossessionava l’idea d’aver baciato colla lingua in bocca un vecchio caprone d’alta montagna, non ci facevo più caso, non più di tanto, insomma non ci pensavo più non appena tu mi sfioravi con la tua manina piccina piccina la punta del nasone per ridarmi il dono della vista, cioè delle lenti bifocali. Quelli erano tempi, mio Dio, mio Dio che nostalgia! Poi, non ancor contenti dei baci e delle carezze date e sofferte, tu mi sparavi in petto con un fucile. E mentr’io agonizzavo sul letto, colla cuffia della nonna ancora sul capo a coprirmi la calvizie devastante, tu cantavi con la voce di Lucio Battisti:
 
Davanti a me c’è un’altra vita
la nostra è già finita
e nuove notti e nuovi giorni
cara vai o torni con me.
 
Davanti a te ci sono io
(dammi forza mio Dio)
o un altro uomo
(chiedo adesso perdono)
e nuove notti e nuovi giorni
cara non odiarmi se puoi.
 
Poi le parole si smorzavano piano nelle mie seppur grandi orecchie. Non rimaneva altro che un’eco strana tutta impegnata in “o un altro uomo”. E io morivo così, senza pensare ad altro.
Eravamo così tanto innamorati allora, Cappuccetto Rosso. Così tanto, per Dio!
 
 
 
 
Nullità
 
Saprei disegnare col carboncino ogni tratto del mio viso. L’uccello sopra il ramo è caduto senza far rumore. Ed allora perché io non la smetto di pisciarmi nei pantaloni? Il Grande Nulla dunque esiste. E io incosciente che sino ad ora pensavo fosse cosa da niente.
 
 
 
 
Dormi, dormi, dolce fanciulla
 
Dormi, dormi, dolce fanciulla
Il Domani ti aspetta
con un dì di poco sole
e un camino di fiamme rosse
per riscaldare le fredde mani
di lavoro stanche; e poi canzoni
e batticuori improvvisi
sognando principi ben pria d’esser
scivolata tra le seriche carezze
delle vergini lenzuola
 
Dormi, dormi e sogna di me
come se ti fossi accanto
 
 
 
Da sveglio
 
Non sono andato oltre la seconda pagina, mi sono addormentato prima e ho sognato. Ma quando mi sono svegliato non ricordavo più nulla, così mi sono alzato lasciando cadere in terra il libro ch’era sul mio grembo, ho guardato fuori della finestra le nuvole sul sole e solo allora mi sono ricordato che non avevo ancora guardato nella buca delle lettere. Non c’era niente a parte la pubblicità. Ho ripreso in mano il libro e l’ho stipato insieme a mille altri titoli, poi ho riempito il bicchiere di vino e sono uscito di casa senza chiudere la porta.
O buon Gesù, allora è vero che il mio cuore ha una chiave!
 
 
 
Geppetto
 
Geppetto avrà come al suo solito fumato troppo, eppur lo sa che alla sua età i neuroni bruciano che è una bellezza. Dovrebbe proprio smettere, ma è ostinato. Tanto ostinato. Un giorno l’ho sorpreso che si fumava l’abbecedario di Pinocchio. Quel povero burattino c’è rimasto secco: mai più avrebbe immaginato il suo caro nonnetto in quello stato sconcio, gli sono praticamente mancate le parole in bocca. Ha cercato indarno di tirare una smorfia sulla faccia di legno, ma niente, nemmeno l’accenno d’un’ombra. Triste quanto può esserlo solo un burattino cui son stati tagliati i fili, s’è accasciato a terra ed è rimasto davanti all’icona del suo creatore, impassibile a fumare. Non è servito né il Grillo Parlante né la Fatina a farlo rialzare. Esasperato il Grillo Parlante ha gettato la spugna, ha polemizzato con Geppetto saltandogli sul naso puntandogli subito una zampetta contro perché l’accusa venisse così sottolineata in maniera inappellabile: “Tu, Geppetto, non hai forse visto che hai fatto a questo burattino?” E quello, senza scomporsi ma tirando bene il fumo e sputandolo fuori in una nuvola grigia e grassa, che ha quasi messo al tappeto il Grillo: “Quel pezzo di legno! Meglio sarebbe stato se mai l’avessi pensato. E’ il frutto del Diavolo, d’un momento brutto di sbandamento che anch’io mi son creduto Dio. Ed invece ero sotto il  possesso delle infernali forze”.
E il Grillo, rattristato e senza argomenti: “Ma è pur sempre quel figlio che tu hai creato. Che importa allora che sia venuto dal Bene o dal Male? Che importa più, ora che è tuo e ti chiama nonnetto?”
“Importa eccome. Posso forse dire che sia il frutto dei miei lombi? Ho forse giaciuto con una donna, ho forse atteso nove mesi la sua nascita? Ha forse ricevuto la prima poppata dalla madre? No. E’ solo un pezzo di legno e io ho ogni diritto su di lui, anche quello di spinellarmi il suo abbecedario”.
La Fatina ha tentato di guardare negli occhi di Geppetto, ma subito ha dovuto distogliere lo sguardo tanto forte era l’odio covato in quel vecchio volto scavato.
Reggendosi l’un l’altro sono usciti, lasciandosi alle spalle la bottega del falegname con dentro un Pinocchio più morto che vivo e quel povero diavolo di Geppetto.
Fuori trovarono ad aspettarli il Gatto e la Volpe.
Si salutarono con un impercettibile segno del capo e tutti insieme senza fiatare s’avviarono lungo la strada in cerca d’un’altra favola.
 
 
 
Gli Stivali delle Sette Leghe
 
 
C’era una volta un villaggio. Ci vivevano perlopiù vecchi, pochissime le donne e ancor meno i giovani. C’era però uno scemo, il classico Scemo del Villaggio: questi si vantava d’aver ai piedi gli Stivali delle Sette Leghe, ma tutti guardandoli capivano che in realtà erano solo degli stivali male in arnese, messi così male ch’era un miracolo che stessero ancora in piedi, cioè ai piedi. In ogni modo, lo Scemo del Villaggio era più che mai persuaso che quegli stivali fossero magici e non c’era giorno che non se ne vantasse, anche se, ad onor del vero, nessuno lo ascoltava più: era una storia così trita e ritrita che anche la pazienza dei più vecchi s’era assopita insieme alla voglia di sfottere quel povero scemo. Lo lasciavano cianciare, persino il Parroco non diceva nulla e si limitava a un accenno di sorriso ma così scipito che pareva gl’avessero appena strappata l’appendice dalla pancia a mani nude.
Lo Scemo del Villaggio era quel che si dice un uomo felice: era il solo che calzava i famosi stivali. Proprio l’unico.
I giorni passavano tutti uguali.
Il Villaggio continuava a sopravvivere, senza che un solo evento di rilievo lo sollevasse almeno un poco dalla sua miseria.
Lo Scemo continuava a vivere felice. E fu felice sul serio per una lunghissima pezza, perlomeno fino a quando si rese conto che nessuno prestava attenzione a quegli stivali cui lui tanto teneva, più della sua stessa anima. Così, un giorno, che non era né di sole né di nuvole, incontrando il Parroco sulla sua strada al suo saluto lui ch’era scemo gli rispose in malo modo. Bestemmiò insomma. Ma il Parroco non batté ciglio e col breviario in mano fece per portarsi avanti col passo.
Deluso lo Scemo lo rincorse e gli chiese spiegazione: “Ma nemmeno un’avemaria!”
“Figliolo, sei scemo. La Madonna non sa che farsene delle tue preghiere”.
“Ma io ho bestemmiato!”, ribatté lo Scemo più che mai confuso.
“Figliolo, la Madonna non sa che farsene delle tue bestemmie: da un orecchio entrano e dall’altro escono”.
Cocciuto più d’un mulo, lo Scemo insistette che meritava d’esser punito, ma non ci fu verso: per il Parroco era solo scemo, punto e basta.
Ben presto lo Scemo del Villaggio si rese conto che qualunque cosa egli facesse, fosse contraria anche alla Legge, nessuno gli badava. Avrebbe potuto uccidere a mani nude il Sindaco che tanto nessuno avrebbe mosso un solo dito per condannarlo. Quella dello Scemo era davvero una condizione miserrima: non c’era in tutto il Villaggio uno che lo considerasse qualcosa più d’uno scemo come tanti. Gli veniva da piangere, perché non c’era davvero altro che potesse fare. E quando un bel giorno, sotto il sole di mezzogiorno, aprì le cateratte in piazza, finalmente una vecchina gli si fece dappresso e gl’offrì un fazzoletto affinché si asciugasse le copiose lacrime. Lo Scemo raccolse il fazzoletto e ci si soffiò il nasone, dopodiché lo restituì alla vecchia che senza scomporsi lo agguantò felice d’aver indietro il suo. Fu in quel momento che lo Scemo comprese che più di così davvero non poteva ottenere da quel Villaggio di vecchi che tutto avevano visto, insensibili oramai a ogni cosa.
Prima che fosse l’alba, quando il buio era ancora fitto, lo Scemo del Villaggio si alzò dal suo grosso grosso letto, s’infilò gli Stivali delle Sette Leghe e sacco in spalla, senza salutare nessuno, si lasciò tutto dietro.
Solo quando fu Mezzogiorno qualcuno cominciò a biasciare piano.
Verso le Tredici finalmente un vecchio lo disse chiaro e tondo: “Lo Scemo ha portato via le chiappe dal Villaggio!”
Tutti i vecchi in piazza presero a ridere spalancando le bocche vuote di denti.
“Ma dove sarà andato?”, si domandò qualcuno.
“E chi può saperlo! Quello aveva gli Stivali delle Sette Leghe. A quest’ora chissà quanto s’è portato lontano”.
E tutti giù a ridere di gusto.
I giorni passarono e il Villaggio rimase seppellito nella sua apatia.
Un giorno un vecchio tirò le cuoia. Lo seppellirono senza proferir parola.
E poi un altro e un altro e un altro ancora… Non passava giorno che un vecchio non ci lasciasse le penne. Il Villaggio stava perdendo tutti i suoi cittadini.
La moria non s’arrestò.
Rimasero sol più il Sindaco e il Parroco ancora in piedi.
“Ma perché sono tutti morti?”
“Le vie del Signore sono infinite”.
“Sì, d’accordo. Ma perché?”
Il Parroco rimase in silenzio per un bel pezzo. Alla fine scosse il capo sconsolato: “Non lo so. Però domani toccherà a uno di noi, e caro buon vecchio Sindaco, con tutto il rispetto che Le porto, in questo momento nemmeno Lei può immaginare quanto vorrei avere gli Stivali delle Sette Leghe…”
Il Sindaco tirò fuori di bocca un lungo “oh!”…
Rimasero insieme, l’uno accanto all’altro, in attesa e guardinghi, entrambi pregando di poter essere l’ultimo ad abbandonare quel piccolo fazzoletto di lacrime.


 Grazie a:

Cappuccetto Rosso

Ruggero Solmi
Anonimo Indiano

... per avermi ispirato a modo loro.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:09 | racconti, dark, favole nere, goth, gotico, prosa poetica | clicca per commentare commenti (20)



Faber: modesto omaggio a Fabrizio

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, dicembre 17, 2007





modesto omaggio a



FABER
 


di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
 
[…]
 
Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà che sono prossimo a morire.
 
Ho più della mia età, ho avuto tempi di invecchiamento più corti della media, forse perché non ho mai rifiutato nessun tipo di esperienza.
 
Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto.
 
Nemmeno un rimpianto – Fabrizio De André
 
 
 
 
Sirene
 
 
S’imbarcò
ch’era già vecchio
e senza speranze.
 
Fece ritorno
dal mare
col canto delle sirene
nel cuore,
trovando
la solita lagrima
ad aspettarlo.
 
 
 
 
 
Delitto e castigo
 
 
L’amico
uccise il fratello
con una lama di rasoio,
mentre la morte
scalzava loro,
la vita,
con un semplice sorriso.
 
 
 
 
 
Il Cerchio e la Croce
 
 
Giotto
tracciò
un cerchio,
senza compasso:
perfetto.

Dal cerchio,
il Papa capì
la grande abilità,
la perfezione dell'arte.
Di Giotto.

Ma prima,
Dio creò
la luce
ed illuminò
tutto il Creato:
c’era però
confusione,
tanta.
 
Oggi,
c’è ancora
tra gli uomini,
che si dicono
‘figli di Dio’.
 
E confusione
fu anche
per Gesù,
Figlio di Dio,
che indarno
invocò
la perfezione
d’una croce
meno crudele,
meno chiusa,
meno inchiodata,
nel cerchio
dell’Eternità.
 
 
 
 
 
Dove l’amore è
 
 
Maria gli diede
la Vita.
 
Il Padre gli mostrò
il Peccato,
dandolo in pasto
ai mortali.
E lasciò
che lo consegnassero
alla Croce.
 
Il Padre
inventò
il Figlio
in abusata coreografia:
cielo di negra rabbia
e favoleggiata Resurrezione.
 
La Madre
lo pianse morto
per tre giorni.
E dopo
ancora,
in segreto,
senza angeli.
 
Dove
l’amore è.
 
 
 
 
 
Destino di compassione
 
 
Vestiva
compassione,
la trincea
dei suoi sguardi
persi
nell’umanità.
 
 
 
 
 
Una puttana
 
 
La pagò,
per un’ora
sola,
un prezzo caro:
nessun bacio
sulla bocca.
 
 
 
 
 
Un’altra puttana
 
 
Pagò
col sudore
dei lombi.
E un bacio
in pegno.
 
Si pentì,
dopo:
troppo
maturato
sudore.
 
 
 
 
 
Zingarello
 
 
Cadesti
in un trucco,
suonando
melodie
di violino
e ritmi
di tamburello:
un soldino
in tasca
non bastava.
 
Pietre
scagliate
da ignorante
intolleranza:
da sola
la voce
raccontava
che
non
facevano
male,
purché
fossero
parole.
 
Ma la tasca,
col soldino
non bastava.
 
Un solitario sorso
di whisky,
e puntati occhi
ubriacati
nella solitudine
della notte:
e giù, giù, giù,
nella gola,
via il soldino.
 
E venne
sonno.
 
Addormentato,
avvolto,
nel gelo
d’un foglio
di giornale
di nera cronaca,
fu passaporto
di botte,
Zingarello.
 
   
 
 
 
Giovane amore
 
 
Sfumò la sognata gioventù
nel fumo della prima sigaretta;
sfigurò il primo inventato bacio
nel sorriso dell’imbarazzata inquietudine;
cambiarono gli occhi, ma sempre uguali
nella stanchezza d’un gioco solitario.
 
Sei sempre tu,
Amore,
che non ti lasci molestare,
che canti ‘giustizia’.
 
 
 
 
 
Il baratto
 
 
Mi raccontasti
che sapevi
la discrezione d’una cortesia,
il valore d’un bacio,
la forza d’un sorriso.
 
Mi si fermò
il cuore in petto,
gridando il tuo nome,
Signorina Anarchia.
 
Non provai dolore,
Amore.
 
 
 
 
 
Si fa primavera
 
 
Nei licenziamenti dei burattinai di parole
ho messo in piedi una stampella:
mai la vanità nell’ombra del suo naso
saprà spezzare o scovare la nascosta verità.
 
Negli amori consumati dai fiati della fretta
ho rifugiato un segreto di pulcinella:
così si farà incorrotto giudizio per i sordi.
 
Nei camposanti
ho disegnato il confine tra cielo e terra,
lasciando l’anima libera di farsi ombra
d’un divenire tra occasioni ed imbrogli,
affogati orizzonti di albe e tramonti.
 
Nei silenzi dei saggi
ho seppellito un rifugio per una rosa
composta nel rosso d’una sfioritura.
 
Chi dirà questi tesori in un dove?
 
Ieri galoppava
la dura incomprensione.
 
Oggi si vive
la fredda mano della logica.
Oggi si sega
l’ostinato silenzio,
la libera fuga
d’un dorato luccio
preso dalle precipitose fughe
della nostalgica corrente.

E si fa primavera
in un dove che non so.
 
 
 
 
 
 
Signorina Anarchia
 
 
Ci fu un giorno non lontano che le carogne riunite si prestavano alle gogne come eroi, quasi mostrando smarrimento, però badando bene di tenere alto il capo per far mostra di sé in finto odor di santità.
 
E c’era chi, invece, si dava ad un sogno di libertà, semplicemente invocando bellezza di Signorina Anarchia.
 
Immerso nella luce dei riflettori, nell’ombra disegnato, cantavi l’amaro, l’amore e un po’ di rabbia, un po’ di vivo vino, e mai garantito fato in comunione d’affari.
 
Ma noi solo si poteva immaginare la fine della vita che s’apprestava al tuo fianco morbido di poesia.
 
Ed intanto la guerra menava alle porte la sua pazza gioia.
 
Solo alcuni lo capirono che il mondo devastato nel suo finire non era nuovo ai ricoveri dell’imbrunire.






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