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Lucignolo il necrofilo
written by King Lear
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sabato, settembre 13, 2008


Lucignolo il necrofilo
di Giuseppe Iannozzi
Con inusata delicatezza lasciò cadere una rosa nera tra i seni della ragazza lunga distesa sul lettino.
La rosa cadde a piombo nell’aria e si posò proprio nel mezzo del petto pallido.
Lucignolo rimase qualche istante con lo sguardo attaccato al corpo, incapace di credere che fosse vero.
Gli pareva impossibile che a breve quel cadavere si sarebbe arreso allo scempio del tempo. Gli sembrava ingiusto che la morte potesse disporre della bellezza e corromperla fino a ridurla a una cosa senza più forma, odiosa all’occhio come allo spirito. Lucignolo sapeva bene che la putrefazione è una sorta di decomposizione delle proteine dovuta all’implacabile azione dei microrganismi anaerobici; ciò nonostante, ogni volta provava dispiacere, quasi che una lama gli penetrasse nell’anima. Il corpo che aveva davanti aveva perso l’afflato vitale nel giro d’un momento. Un incidente come tanti e Grazia aveva cessato d’essere. Una pastiglia di ecstasy e un drink di troppo a un rave party. Grazia s’era accasciata sulla pista da ballo in mezzo alla babele di voci di bassi sparati a tutto volume, di giovani illusi che nemmeno un dio avrebbe osato sfidarli. Era andata giù, come una bambola privata all’improvviso delle batterie. Avevano continuato a ballare fino all’alba intorno a lei, senza prestarle alcuna attenzione. Tutti erano dannatamente sicuri di non averla vista e chi l’aveva notata aveva pensato che stesse dormendo. La sua amica Luna, quando nel capannone cominciarono a filtrare i tardivi raggi d’un sole invernale, era inciampata nel corpo ed allora aveva gridato tirando fuori tutta l’anima, peggio d’una dannata: ma oramai non c’era più niente da fare, Grazia era fredda più del marmo nella sua minigonna e nel body di pizzo nero che le fasciava il corpo lasciandole nuda la schiena quasi per intero.
Lucignolo lo sapeva che l’autopsia non avrebbe rivelato niente: s’era fusa le cervella, non c’era mica bisogno di aprirla come una trota per capirlo. Entro meno di ventiquattro ore il medico legale avrebbe effettuato l’esame post-mortem. Lucignolo sospirò. Pulì come al solito, senza lasciare tracce: nel corso degli anni era diventato un esperto a levare le tracce di attività sessuale dalle vagine. Lui non era uno sprovveduto: usava sempre il preservativo. Le puttanelle: non si poteva mai sapere con chi erano state e se avevano qualche malattia venerea o l’Aids. Nessuno sapeva che era un necrofilo incallito: erano dieci anni buoni che si scopava i cadaveri che arrivavano: enterotomo, ago e filo, scalpello, forbici, forcipe dentato, sega manuale, sega vibrante, encefalotomo, costotomo, tutti strumenti che in quel buco aveva visto usare centinaia di volte dal medico patologo. Lucignolo gl’era sempre accanto, per ogni evenienza. Dopo aver ripulito la cavità vaginale e la pelle del cadavere, finalmente si tolse i guanti. Con dita leggere come il battito di ali d’una farfalla strappò via la rosa nera per riporla subito in una delle profonde tasche del camice.
In bagno, dopo aver tirato giù un grosso stronzo alto e bello come la torre di Babele, con le braghe calate, tenendo lo sguardo ben incollato sulla bellezza appena cagata, Lucignolo con la mano stretta sul pene cominciò a masturbarsi fino a farsi del male. Solo quando riuscì a imbiancare ben bene il cesso, depositando il suo seme proprio in coppa allo stronzo, si sentì appagato, percorso da un orgasmo elettrizzante. Lucignolo era consapevole d’essere un necrofilo, d’amare la morte e tutto ciò che essa rappresenta.
Per Lucignolo i giorni passavano tutti uguali: quando non c’erano corpi che valessero la pena d’essere penetrati, almeno una volta al giorno si masturbava in bagno, a volte cacciandosi due dita su per il buco del culo mentre con la mano libera lavorava sul suo uccello. I colleghi gl’avevano trovato un nomignolo, Cacarella. Tuttavia Lucignolo era un solitario, uno che non legava coi propri simili, cosicché ben presto tutti smisero di chiamarlo o anche solo d’invitarlo a prendere un caffè: Cacarella non era uno di compagnia, e a ben vedere incuteva timore quel suo modo alieno di trascinarsi fra cadaveri e silenzi. Le uniche volte che lo si vedeva felice, con l’abbozzo d’un sorriso sulle labbra, era quando usciva dalla sala di medicina legale o dal cesso. Dal canto suo Lucignolo non prestava attenzione ai colleghi: la sua sola preoccupazione, in tutti quegli anni, era stata una e una sola, non farsi beccare con le mani nel barattolo della marmellata.
All’inizio, molto all’inizio, quando Lucignolo era entrato a far parte del personale in pianta stabile, una certa Rosy s’era presa bene di lui; nelle sue fantasie di donna emancipata ma succube del cazzo Lucignolo era per lei il tenebroso, quello da conquistare per essere conquistata. Non era brutta Rosy, tranne per il fatto che non era neanche bella: magra, un bel culetto a mandolino, ma davanti piatta peggio d’una sogliola, così tanto che se solo avesse cambiato taglio di capelli e smesso il rossetto poteva essere fraintesa per un ermafrodita. Lucignolo e Rosy s’incontrarono al crepuscolo in riva al fiume, mentre il sole s’affogava nelle acque dolci e delle papere scivolavano sullo specchio d’acqua. Muti come pesci i loro occhi si studiavano di tanto in tanto, occhiate rapide. Lo stormire degli alberi si fece pian piano ossessivo e alla fine fu Rosy a prendere l’iniziativa: gli strinse la mano. Lucignolo rimase inerte, proprio come un morto. Poi quando lei lo baciò, semplicemente lasciò che lei cacciasse la lingua nel cavo della sua bocca. Fu una storia breve e devastante, per Rosy però. Lucignolo non l’amava, né la desiderava come oggetto sessuale. Per lui non era degna neanche d’essere considerata un trastullo. Quando Rosy comprese la verità chiese d’essere trasferita altrove. Ma era già tardi: Lucignolo era ormai un’ossessione nella sua mente, una malattia mentale che non riusciva ad asportare dalle pareti del cervello. Tuttavia non è del suo destino né del suo desio che ci interessa, pur ammettendo che in occasione più consona raccontare per intero la storia di Rosy si rivelerebbe un’impresa ardua e non poco ricca di colpi di scena; e chissà che Rosy non possa trovare accoglienza tra le pagine d’un racconto. Tornando a raccontare di Lucignolo, bisogna ora sottolineare che l’uomo non aveva destato sospetto alcuno dei suoi appetiti sessuali: agiva con perfezione chirurgica e per quanto l’assistente del segaossa avesse da tempo preso su di sé il nomignolo Cacarella, per quanto alieno lo si potesse vedere, nessuno pensava seriamente a lui come a un pericolo immediato per la morale della società. Peraltro era difficile incontrarlo e non vedendolo in giro i colleghi sospettavano che fosse in bagno alle prese con una delle sue coliche, perché uno che sta tanto tempo cacciato nel cesso non può che avere problemi d’intestino.
Quel giorno sul tavolo c’era un quarantenne. Era stato preso in pieno da un camion mentre si trovava a cavallo della sua moto. Sbalzato in aria era atterrato senza rompersi neanche un osso e subito si era rialzato, sorpreso lui stesso d’essere tutto d’un pezzo. Forse gli riuscì di gridare nella sua mente “Miracolo!” e basta, non ci è dato di sapere con certezza, ma dopo aver dato due passi era crollato sui ginocchi e quando l’ambulanza era arrivata non si era potuto far altro che constatarne il decesso. L’uomo era belloccio e Lucignolo, come sempre, era affamato. L’aveva girato in modo tale d’avere proprio davanti agl’occhi il suo bel culo che pareva gli sorridesse. Senza pensarci su, dopo aver espletato i controlli di rito che non ci fosse nessuno nei paraggi, gl’aveva esplorato l’ano riempiendoglielo di vaselina, dopodiché se l’era infilzato più e più volte venendo come un ossesso.
Accadde che un giorno stava per infilzarne un altro, quando si accorse che il cadavere era già stato usato: qualcuno l’aveva sodomizzato e non solo. C’erano evidenti tracce di sperma in bocca, nell’ano e sulle labbra della vagina. Non era quella sul lettino la vittima di uno stupro. Bellissima come poche, una modella della T****o bene, s’era sentita male dopo un festino in una villa collinare. Si era ripresa, almeno così gl’era stato detto ed era tornata fra gli amici. Non era difficile immaginare che il party era un coca party e che quella stupida gallina avesse tirato una pista di troppo: in ospedale c’era arrivata morta. Stando alle indiscrezioni ch’erano trapelate, i medici ne avevano constatato la morte e basta. L’avevano portata in obitorio e nel giro di dieci minuti subito la voce che si fosse sparata una dose che avrebbe messo al tappeto un elefante s’era fatta spazio. I familiari non avevano fretta, così gl’era stato lasciato ad intendere. La famiglia voleva che qualsiasi possibile scandalo fosse messo a tacere prima di nascere. La ragazza era morta, non c’era nulla da fare, quindi perché montare su uno scandalo? Sarebbe forse servito a riportarla in vita? No. Ed allora la richiesta era d’osservare il massimo riserbo. La misura del riserbo doveva aver fatto venire allo scoperto qualcun altro, che aveva fiutato l’occasione per farsela, tanto nessuno avrebbe mai detto niente: era stato chiesto, con soldi che cantavano, che dall’autopsia non doveva emergere nessun particolare imbarazzante. La voce s’era sparsa: quel tocco di femmina era la figlia d’un’importante famiglia per cui i soldi sono più importanti di qualsiasi affetto e verità. Lucignolo, anche uno come lui, era capace di fare uno più uno e arrivare a delle conclusioni plausibili: la ragazza se l’erano fatta, e non uno solo, dopo morta, forse quand’era ancora un poco calda, appena arrivata in ospedale. Lucignolo non si sentiva d’escludere questa possibilità. Dentro di sé sbottò: non ci voleva, gl’avevano rovinato la festa, quel corpo era oramai più sporco di quello d’una puttana da marciapiede.
Quel pomeriggio aveva posato gl’occhi sulla tv accesa, mentre addentava di malavoglia un tramezzino. Il bar era tutto concitato, cadeva l’11 settembre e le Torri Gemelle erano ancora l’argomento principe dopo sette anni. Si parlava dei corpi rimasti fra le macerie e mai venuti alla luce, ma anche di quelli ch’erano finiti in poltiglia e di cui non era stato possibile nemmeno ritrovare i corpi. Sul teleschermo sfilavano le immagini dell’abbattimento delle Torri Gemelle, immagini di repertorio che come ogni anno facevano venire la pelle d’oca ai più. Lucignolo provò ad immaginare che cosa avrebbe fatto lui se fosse stato uno dei soccorritori: un guizzo d’ebrietà maligna gli penetrò la testa. Si sentì avvampare, la faccia in fiamme. Pregò che nessuno l’avesse notato in quello stato, perché non aveva voglia di dare spiegazioni: qualcuno poteva equivocare e scambiare quel suo rossore per rabbia, mentre era invece vero il contrario, tutti quei morti lo eccitavano. Se qualcuno gl’avesse però chiesto avrebbe dovuto fingere, non era difatti consigliabile partorire la verità circa i suoi reali sentimenti: l’avrebbero linciato lì sul posto, senza neanche lasciargli il tempo di finire lo schifoso tramezzino che doveva essere il suo pranzo. Imbarazzato al pensiero che fosse stato notato, sgomitò tra la gente, tra gli infermieri e i dottorini di primo pelo e a fatica conquistò la cassa: trasse fuori dalle tasche qualche spicciolo, una manciata di monete da cinquanta centesimi e le buttò sul piattino proprio sotto il naso della cassiera, una donna in carne, flaccida con gli occhi porcini. Non contò neanche le monete, gl’interessava solo pagare e uscire all’aperto. Aveva ormai conquistato la porta quando si sentì chiamare: era la voce impastata di nicotina della cassiera che lo invitava a ritirare il resto. La donna gridava come un maiale al macello: “Il suo resto, Signor F***** Si è sbagliato…” Lucignolo non si voltò. Respirò a fondo e urlò che il resto era mancia, posò poi la mano sulla maniglia e dentro di sé esultò, troppo presto però, perché quella gridò che la mancia lui non l’aveva mai lasciata, che non era abitudine del locale accettare mance dai clienti e che in ogni caso era davvero troppo. Suo malgrado Lucignolo fu costretto a fare dietrofront, se non altro per mettere a tacere quella vacca grassa che non ne voleva che sapere di quietarsi. Raccattò il resto dalla mano grassoccia della donna trafiggendola con lo sguardo, poi sotto le occhiate degl’astanti si trascinò fuori. Solo una volta all’aperto si rese conto d’essere agitato come non mai: quella donna, quella donna… ma gliel’avrebbe pagata cara, tutto quel lardo che si portava addosso non sarebbe servito a salvarla. Rimuginava una vendetta, come in altre occasioni gl’era già capitato, anche in giovane età, ma era lui il primo a sapere che non avrebbe ammazzato nessuno perché in fondo in fondo era un vigliacco, uno che i morti se li infilzava perché inanimati e pronti alla corruzione della morte.
Lucignolo fissava il cadavere, quel corpo tanto bello e imbrattato dal seme di altri necrofili. Dalle tasca del grembiale trasse fuori la rosa nera. La tenne fra pollice e indice, per lo stelo, e ne contò i petali uno a uno, una cosa che non gl’era mai passata per la testa di fare. Li contò più volte, quasi non riuscisse a convincersi che il loro numero fosse proprio trentatré.
Il medico legale arrivò trafelato, a testa bassa, quasi vergognoso. Lucignolo aveva ripulito il cadavere: non si sapeva mai che cosa avrebbero potuto inventarsi, non era il caso di correre rischi inutili, tanto più che pulire i corpi era diventata la sua specialità in tutti quegli anni. Era un necrofilo, ma non era uno stupido: sapeva bene che quelli come lui venivano beccati per colpa dell’imprudenza che troppo spesso dimostravano. A malincuore quel corpo tanto bello, di cui troppi avevano già goduto, lo ripulì e basta.
L’autopsia fu condotta con estrema serenità, ovvero con la più preoccupata superficialità nel silenzio più assoluto: con tristezza egoista Lucignolo si rese conto d’essere circondato da una società necrofila. La scoperta non lo rese affatto felice, come qualche avventato lettore potrebbe pensare: la concorrenza era il male per un necrofilo incallito e Lucignolo voleva godere d’ogni cadavere in buone condizioni. Fu per lui una scoperta terribile: tutti quei benpensanti che giorno dopo giorno lo circondavano facendo finta di nulla, impetrando Dio e sbraitando contro i mali della società, contro pederasti fascisti e guerrafondai, in realtà non erano diversi da lui Lucignolo che preferiva di gran lunga il silenzio al teatro del perbenismo.
Lucignolo portò le chiappe in riva al fiume: le acque sporche e placide come sempre affogavano un sole paglierino. Sull’altra sponda erano visibili alcune figure, probabilmente pusher e zingari, rasta e anarchici, la feccia della società insomma. Forse c’era anche qualche necrofilo in incognito fra loro, non era da escludere. Una foglia si staccò da un albero e gl’accarezzò la guancia prima di posarsi sul pelo dell’acqua. Tirò fuori la rosa nera, la fissò commosso quasi fino alle lacrime, poi la lasciò cadere in acqua. Era superba, una macchia nera, e poco importava che fosse sintetica: una naturale non sarebbe durata che poche ore. Quella rosa sintetica invece era stata con lui per anni e anni senza mai corrompersi. Era stata la sua silente bellissima complice. Ora la corrente del fiume l’avrebbe portata lontano lontano, chissà dove. Continuò a tenere lo sguardo incollato sul punto nero ch’era diventata cantando Tenco con voce bassa e rauca: “E lontano lontano nel tempo/ l’espressione/ di un volto per caso/ ti farà ricordare il mio volto/ l’aria triste che tu amavi tanto/ E lontano lontano nel mondo…”
Dannati, sarà meglio per Voi
che alziate le chiappe dalle vostre comode sedie
e corriate a fare gli auguri a Chatterly
se non volete incorrere nella mia ira infernale

by kinglear
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4 chiacchiere con Giulio Mozzi: intervista raccolta e sbobinata da Iannozzi Giuseppe
written by King Lear
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mercoledì, agosto 27, 2008

- Giulio Mozzi in edizione South Park -
4 chiacchiere con
Giulio Mozzi
intervista raccolta e sbobinata *
da Iannozzi Giuseppe
- Buongiorno Signor Giulio Mozzi.- I miei salamelecchi!
- Cominciamo bene.
- Niente comincia, niente finisce.
- Come vuole lei.
- Ovvio che sì. Mica come vorrebbe lei.
- Signor Mozzi, lei che fa nella vita?
- Adesso prendo un caffè.
- Non intendevo in questo momento.
- Non l’ha specificato.
- D’accordo… di solito lei che fa nella vita?
- Tutti i giorni?
- Per la maggior parte dei suoi giorni nell’arco dell’anno, Signor Mozzi, lei a quale attività si dedica?
- Visto che non era così difficile fare la domanda esatta! Però… però…- Può rispondere ora?
- Sto bevendo il caffè.
- Dopo che avrà bevuto il suo caffè.
- Lei fuma?
- Ho smesso, grazie al cielo.
- Io no. Dopo il caffè mi piace fumare.
- Vorrà dire che mi risponderà mentre fuma. Io ascolterò.
- No, non è possibile.
- Perché mai?
- Lei è un ex fumatore e io no.
- E con questo?
- Non intendo invadere il suo spazio vitale con il fumo della mia sigaretta. E’ una questione di rispetto. Adesso mi lascerebbe bere il caffè in santa pace, nel nome del reciproco rispetto?
- Certo. Beva.
45 minuti dopo
- Le chiedevo prima…
- Prima quando?
- Prima prima.
- Non capisco. Sia più chiaro.
- Mentre si stava accingendo a bere il caffè.
- L’avevo già assaggiato il caffè?
- Non ci ho fatto caso. Ma è così importante?
- I particolari fanno la differenza.
- Comunque non ho prestato attenzione a questo particolare, a mio avviso insignificante.
- Se mi ha disturbato mentre già stavo centellinando il caffè allora non è un particolare di poca importanza.
- D’accordo, le chiedo scusa per l’eventuale disturbo che forse le ho arrecato poc’anzi.
- Io non ho detto che mi ha disturbato.
- L’ha fatto intendere.
- Mi citi dove e quando, e poi perché e come mi avrebbe disturbato. Iannozzi, non mi metta in bocca dichiarazioni che non ho fatto.
- Mi perdoni…
- Il perdono è divino.
- Sono d’accordo. Però uno ci deve credere a quel tipo lassù, altrimenti il perdono non può essere divino ma solo umano.
- Il perdono è divino, punto e basta, non c’è niente da discutere. Lo sanno anche i sassi. Iannozzi, non è colpa mia se lei non ha letto la Bibbia.
- Ma io non ho scagliato nessuna prima pietra!
- E invece l’ha fatto.
- Io volevo soltanto sapere che fa nella vita.
- Invasione della privacy.
- Ma lei è un consulente editoriale...
- E chi gliel’ha detto?!
- E’ scritto.
- Dove?
- Sul sito dei tipi Sironi: “La cura di indicativo presente è affidata a Giulio Mozzi: un narratore assai apprezzato anche per la sua sensibilità di talent scout”.
- Vede che non è come dice lei! “La cura…”
- Appunto, “la cura”.
- Non c’è scritto “consulente editoriale” come lei vorrebbe far credere.
- Ma io…
- Niente “ma”, qui comando io e solo io.
- E’ scritto sul sito che lei cura…
- Io curo, è diverso, non c’è scritto “consulente editoriale”.
- Come vuole lei.
- Si capisce.
- Dunque, stavo cercando di chiederle che cosa fa nella vita…
- Tutti i giorni dell’anno solare o di quello lavorativo? Iannozzi, la privacy.
- Ma?!
- Non mi prenda per i fondelli.
- Non mi abbasserei mai a un simile livello, Signor Mozzi.
- Non faccia dello spirito.
- Quale spirito?
- Alludeva alla mia altezza.
- Ma che va pensando mai! Lei è una persona tutta d’un pezzo, nonostante il suo metro e cinquanta scarso.
- Vede che fa dello spirito. L’ho colta sul fatto. Mi chieda scusa.
- Ma…
- Niente “ma”. Mi chieda scusa.
- Non posso, non sono all’altezza.
- Vuol farmi forse credere che non sa porgere delle sentite scuse?
- Per l’appunto: non mi sento in dovere morale di porgere delle scuse per aver detto la sacrosanta verità, quindi non lo farò.
- Iannozzi, lei non mi piace.
- Signor Mozzi, se la cosa la può rendere in qualche modo felice anche a me lei non piace affatto.
- Perché?
- Sono due ore che cerco di avere una banalissima risposta a una domanda e lei continua a girarci intorno, o meglio ancora: saltella da un piede all’altro, peggio che se avesse le tarantole sotto i piedi.
- Io non nicchio.
- Non l’ho detto.
- L’ha pensato, ne sono certo.
- E come fa a essere certo di una cosa che io non ho pronunciato?
- Aristotelismo.
- Credo di non capire.
- La cosa non mi stupisce. Lei è un razzista.
- Cosaaaa?
- Non faccia il furbo. Con me non attacca.
- Io non faccio il furbo e non sono razzista.
- E invece sì.
- E di grazia, per quale assurdo motivo?
- Perché sono io che lo dico che lei è razzista, quindi non può che essere così. Non c’è niente da capire. Lei è razzista, punto e basta.
- Ma lei è fuori di testa!
- La mia testa è sulle spalle.
- No, è sul collo attaccata. E in ogni caso il fatto che ci sia una testa attaccata al collo non significa che la sappia usare nel modo più conveniente.
- Ecco la prova che è razzista: ce l’ha su con me perché non sono particolarmente alto.
- Non usiamo eufemismi. Diciamo la verità: lei è basso.
- Razzista.
- Insomma, o risponde o non risponde: che fa nella vita?
- In quale vita?
- In questa?
- Lei ammette dunque di non credere in una vita dopo.
- A lei, scusi, che gliene frega?
- Razzista.
- Mi dica semplicemente una cosa semplice semplice: se uno volesse pubblicare un libro…
- ALT! Non dica più niente.
- Perché?
- Lei conosce qualche assessore, è mio amico, appartiene al nostro club, è un affiliato dichiarato delle mafiette letterarie?
- Niente di tutto questo.
- Allora il libro è sicuramente brutto.
- Ma non conosce l’autore, non l’ha letto, non conosce neanche il titolo, per Dio!
- Non è importante. E’ un brutto libro, poco ma sicuro.
- Ma lei è un consulente editoriale!!!
- Uno, io sono uno che cura la pubblicazione di alcuni libri; due, il mio è un giudizio di valore, ma non pretendo che lei o chiunque altro lo accetti. Sono dell’avviso che i giudizi di valore non si possano motivare. E questo è quanto.
- Mi faccia capire: se non sono uno delle mafiette letterarie, se non ho un assessore che mi spalleggia, se non sono un suo amico intimo o occasionale, semplicemente non mi devo rivolgere a lei né in prima persona né per conto terzi.
- Io non l’ho detto. Le ho fatto una domanda e gliela ripeto: “Lei conosce qualche assessore, è mio amico, appartiene al nostro club, è un affiliato dichiarato delle mafiette letterarie?” Le sembra che abbia forse asserito che lei deve far parte di mafiette ecc. ecc.? Iannozzi, non metta in giro falsità sul mio conto.
- Ma io non sono riuscito a ottenere risposta ancora alla prima domanda che le ho posto oramai più di due ore or sono, come potrei spacciare notizie false sul suo conto se non ha risposto a una domanda una?
- Questa è già un’altra domanda.
- Poi dicono che i giornalisti si drogano!
- Che bofonchia? Guardi che la sento, Iannozzi. La sua voce arriva anche qui in fondo in basso da me, se non se ne fosse reso conto.
- Non lo metto in dubbio, la voce si propaga nell’aria.
- Ecco, colto in flagrante: lei sparge in giro voci sul mio conto.
- Io ho solo detto che la voce umana, di chiunque, si propaga.
- Allora non è l’unico a mettere in circolo cattive voci su di me. Ammette d’avere dei complici, ma lo sospettavo. Da un brutto ceffo come lei c’è da aspettarsi questo e altro.
- Giuro che non ce la faccio più. Lei è la persona più stressante che abbia mai incontrato in vita mia.
- Questo è un suo giudizio.
- Di valore.
- In che senso?
- Nel senso che è un giudizio di valore, e ci aggiungo pure che lei è una persona pericolosa per la cultura italiana, per l’editoria e anche per chi le sta accanto durante i suoi tanti viaggi in treno.
- Prenoto sempre due posti, uno per me, l’altro sempre per me, così sono sicuro di non venire scocciato da personaggi non pertinenti e impertinenti.
- Povere zecche di Stato, dev’essere una vera sofferenza per loro esser costrette a viaggiare su di lei.
- Porco. Maiale. Infame. Stronzo. Bastardo. Pezzo di merda secca. Io ci sputo addosso ai razzisti come lei.
- E riesce a prenderla bene la mira dalla “sua” altezza?
- Che insinua?
- La verità: che è alto due mele o poco più, quanto un puffo.
- I puffi sono blu e comunisti. Io sono bianco e democristiano e cattolico fondamentalista. Iannozzi, lei è un razzista di merda, mi fa solo schifo. Schifo, schifo, schifo…
- La sente?
- Eh?
- La canzone?
- Quella che sta passando.
- Dove?
- Alla radio.
- Siamo in un bar.
- Sì, però il barista ha la radio accesa in filodiffusione e adesso sta passando quella famosa canzone di Gino Paoli.
- Mai piaciuto quello, un anarchico. Io sono fondamentalista.
- Ascolti!
Eravamo quattro amici al bar
che volevano cambiare il mondo
destinati a qualche cosa in più
che a una donna ed un impiego in banca
si parlava con profondità
di anarchia e poi di libertà
tra un bicchier di coca ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e
proponevi i tuoi farò…
- Brutta.
- E perché mai?
- E’ un giudizio di valore. E poi se lo pronuncio io ha più valore ancora.
- Vada a farsi friggere. Passo e chiudo!
* Eventuali ambigui refusi sono stati lasciati vivi durante la sbobinatura e il riversamento dell'intervista su foglio di scrittura elettronico, per tener fede a una declinazione artistica à la Andy Warhol, come nel suo famoso romanzo “a”.
by kinglear
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La Prima Volta che ho incontrato Wu Ming Uno
written by King Lear
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domenica, agosto 24, 2008

La Prima Volta che ho incontrato
Wu Ming Uno
di Giuseppe Iannozzi
Questo racconto risale a qualche anno or sono. E' un racconto satirico, per certi versi umoristico, non poco grottesco e stracolmo di bullshits. Un racconto che fece scapigliare non poco Wu Ming 1 (Roberto Bui), che nonostante tutto lo prese con la forza per metterlo sul suo sito, cioè sul sito del collettivo Wu Ming. E' stato rimosso, per lo meno io non l'ho più trovato in nessun anfratto della rete wunghiana. E' tuttavia presente anche su Intercom. Io ho però piacere di proporlo di nuovo proprio qui, soprattutto a beneficio dei nuovi lettori che in questi ultimi tre anni (circa) hanno scoperto per la prima volta questo spazio virtuale. Godetevelo, è una vera chicca, il vero New Italian Epic.
E ricordate: chi l'ha duro... la vince!
g.i.
La prima volta che ho incontrato Wu Ming Uno, fu in un locale equivoco frequentato da castori e marmotte. Wu Ming Uno era già completamente brillo, e io ero il solo a essere lucido. Wu Ming Uno s’abbracciava a un castoro che gli mostrava i denti: in risposta, il povero castoro riceveva grandi sorrisi accondiscendenti.
Io non ci avrei fatto caso a quel tizio lì, ma lui s’è fatto subito appresso a me, abbandonando il castoro e allungandomi la zampa amputata del povero animaletto: “Piacere!”
”Piacere, di che? Chi ti conosce?”
”Piacere, di che? Chi ti conosce?”
“Appunto.”
“Non la capisco. Non ho preso alcun appunto.”
”Appunto.”
”Appunto.”
L’ho guardato storto: era chiaro che era uno dei servizi segreti, in pratica un completo fallito.
“Per favore, mi tolga da sotto gli occhi quella zampa. Mi fa orrore e tristezza.”
”Animalista?”
”No.”
”E allora, perché la disturba?”
”Animalista?”
”No.”
”E allora, perché la disturba?”
“Forse perché con quella zampa il castoro – che adesso sta affondando i denti nel legno del bancone, tentando d’arginare il dolore –, fino a pochi momenti fa, ci si grattava e veniva pure bene: è bianca di tracce grosse come sputi.”
“Per così poco!”
”Lasci giudicare a me se è poco.”
”Lasci giudicare a me se è poco.”
“Lei è il solito invasato: in ogni sputo ci trova l’ombra d’un apocalittico complottismo.”
L’ho guardato storto, un’altra volta: era chiaro che mi trovavo davanti a un malato di mente, a uno che ascolta solo Coltrane.
“No, io non trovo mai niente, men che meno in lei.”
“Intende forse dire che mi trova insignificante?”
”Solo insignificante. Senza dire che la ‘trovo’. Così mi suona meglio.”
”Solo insignificante. Senza dire che la ‘trovo’. Così mi suona meglio.”
“Quindi lei mi sta dicendo ‘insignificante’.”
”Se vuole metterla così, sì.”
”Se vuole metterla così, sì.”
“Ma le sto antipatico?”
“Dopo quello che ha fatto a quel castoro, sì.”
Wu Ming Uno, a questo punto, s’è cacciata la zampa in tasca.
“Ma lei lo sa chi sono io?”
“Chi è lei?”
“Wu.”
“Ahhh…”
“Ming.”
“Ahhh…”
“Uno.”
“Ahhh…”
“E ho scritto il libro perfetto, ‘New Thing’.”
“Adesso sì che m’è tutto molto ma molto più chiaro: lei è quel Wu Ming Uno, uno che ha scritto ‘New Thing’.”
“Esatto. Ora capisce pure lei!”
“Sì, capisco che lei stasera ha alzato il gomito. E ha l’alito pesante, lo sa? Non mi stia colla bocca incollata sulla faccia.”
A un certo punto ha aperto le cataratte, e giù lagrime come IO comanda: “Lei deve sapere che questo libro, ‘New Thing’, è il libro perfetto e Il Critico non se l’è cagato nemmeno di striscio, non una riga.”
“Il Critico?”
“Già, Il Critico. Adesso capisce pure lei perché sono tanto addolorato. Per smorzare il dolore non posso fare a meno d’amputare castori e marmotte che incontro sulla mia strada.”
“Psichedelico!”
“Il libro, l’ha letto?”
Ho glissato e mi sono limitato a sparare un falso complimento: ”Psichedelico, un Charlie Manson che se la prende cogli animali!”
Ho glissato e mi sono limitato a sparare un falso complimento: ”Psichedelico, un Charlie Manson che se la prende cogli animali!”
“E ascolto pure Coltrane, fino all’ultima nota.”
“Ci avrei scommesso che lei era uno di quelli lì. Vizioso!”
”Ho tutto il repertorio su vinile.”
”Ho tutto il repertorio su vinile.”
“Bravo. Immagino che ogni volta che amputa una zampa sente le note di Coltrane nella sua scatoletta nera.”
“Sì, giusto, sento le note che mi frullano in testa come un’ossessione. E lei come fa a saperlo?”
”Ho tirato a indovinare.”
”Ho tirato a indovinare.”
Wu Ming Uno si fece pallido come un cencio: “A indovinare?”
”Sì, mica è un peccato.”
”Sì, mica è un peccato.”
Biascicando: “Oggi è così che si fa la critica, tirando a indovinare.”
“Io non sono un critico.”
“Lei mi fraintende. Certo che lei non è un critico, ma io sì, sono pure un critico per hobby, modestamente. Insomma, ci sono rimasto perché lei tirando a indovinare ha capito subito che io per fare critica tiro a indovinare. Ecco!”
“Le ho fatto credere questo? Mi par strano, ma se lo dice lei che è Wu Ming Uno ed è pure un critico, mi sa che sono costretto ad ammanettarmi il cervello e di conseguenza a darle ragione.”
“Bravo, faccia così. Ma perché non ci mettiamo comodi?”
“E’ una proposta indecente? Come la devo intendere?”
“No, non mi fraintenda. Intendevo, di metterci a nostro agio:”
E così fu che ci mettemmo a nostro agio: Wu Ming Uno svolazzò sul suo trespolo – sì, proprio sul suo, con tanto di targhetta, ‘riservato a Wu Ming Uno’ –, mentre io m’accontentai d’una più classica sedia.
“Prende niente?”
“No, grazie. Per stasera ho dato.”
“Offro io. Baristaaa!”
“No, gliel’assicuro, per me niente. Ma come se avessi accettato.”
“Come vuole lei.”
Arrivò il barista a prendere l’ordinazione di Wu Ming Uno: “Per me uno, ma doppio, del solito.”
“Signore, lei non è un cliente abituale…”
“E allora? Solo perché non sono un abituale non mi posso permettere di prendere il solito doppio? C’ho pure il trespolo, che mi son portato da casa mia.”
Rassegnato il barista crollò il capo: “Come vuole lei, Signore.”
Dal suo trespolo, Wu Ming Uno cominciò a sfogarsi in una lunga geremiade: “Il fatto è che Il Critico non m’ha cagato manco di striscio, e io per ‘sto fatto ci sono stato male e ci sto male ancora oggi. E’ che non mi rassegno: sono fatto così, sono uno dal cuore tenero. Ecco, io credo d’essere il centro dell’universo, ma non per presunzione: è che sono il centro, e lo vedono tutti che è così. Ma quello lì, Il Critico, niente… m’ha ignorato: gliel’ho dico io che cos’è quel critico, è un ateo, un senza dio.”
“E allora? Anche se fosse un ateo, mica ha fatto del male a qualcuno!”
“Non ha fatto male a nessuno? Mi ha ignorato, non ha speso una sola parola per il mio romanzo.”
“Non era tenuto a farlo.”
“Anche lei è dalla parte di quello stronzo.”
“E poi sarei io l’apocalittico che soffre di manie e smanie di complottismo.”
“Sì sì, adesso mi vorrebbe far credere che lei non lo conosce Il Critico. Ma io l’ho capito subito che lei è uno dei suoi scagnozzi.”
“Da quando in quando i critici avrebbero gli scagnozzi al loro servizio? E’ già tanto quando si possono permettere una cicca e una puttana per una notte, e lei mi viene a parlare di scagnozzi.”
“Vede, vede che è come dico io: lei sa troppe cose.”
“No, io non so proprio niente. So solo che i Critici Professionisti si beccano tutta la merda di questo mondo, mentre gli scrittori, quelli che si dicono tali, avanzano pretese assurde…”
Interrompendomi: “Non m’inganno, non m’inganno, lei è del ramo, è sul ramo…”
Interrompendolo a mia volta: “No, si sbaglia: il trespolo è suo e non mi permetterei mai. Se l’è portato persino da casa tanto c’è attaccato. Rimanga pure comodo. E io, tanto per capirci, sono un idraulico specializzato in tubi. Giro il mondo, come Faussone, detto Tito.”
“Come chi?”
”Come il protagonista de ‘La chiave a stella’: Quanto è ostinata l’illusione ottica che ci fa sempre sembrare meno amare le cure del vicino e più amabile il suo mestiere!” *
”Come il protagonista de ‘La chiave a stella’: Quanto è ostinata l’illusione ottica che ci fa sempre sembrare meno amare le cure del vicino e più amabile il suo mestiere!” *
“L’ho già sentito questa cosa qui.”
“Ha vinto il premio Strega, nel 1979. Lo Strega è importante, mica robetta.”
“Sì, sarà, ma a me quelli che prendono lo Strega mi stanno sullo stomaco. Anzi, proprio non li posso digerire neanche allungati con della sana acqua sorgiva.”
“Secondo me lei è invidioso.”
“Invidioso? E di che, di chi? Io ho scritto il più bel romanzo degli ultimi cento anni. Figurarsi se me la prendo perché non m’hanno mai segnalato al premio Strega. E poi, lei che ne vuol capire? lei che è soltanto un idraulico?”
“Sì, ha ragione, io di letteratura non ne capisco un tubo. Però sono specializzato in tubi. Dovrà pur significare qualche cosa.”
“Che è specializzato.”
“Per l’appunto.”
Fra noi due irruppe il silenzio.
“A proposito, non le ho chiesto ancora il suo nome.”
“Non me la sono presa, gliel’assicuro.”
“Quindi non me lo dice il suo nome.”
“E a che le servirebbe? Io sono un idraulico specializzato in tubi e fognature di lungo corso. Direi che è abbastanza. Anche se le dicessi, per assurdo, che sono un parente alla lontana di Alessandro Magno, dopo?”
“Dopo, che?”
“Niente: è questo il punto. Tanto vale che lei non lo sappia il mio nome. Non se ne farebbe niente.”
Ci ha pensato su, poi ha acconsentito col capo, ma glielo si leggeva in faccia che non era convinto. Nell’intanto il barista era tornato con un vassoio in mano: “Il suo solito doppio!”, sputò lì, proprio addosso a Wu Ming Uno, con malcelato sarcasmo.
Wu Ming Uno prese il bicchiere, senza curarsi di capire cosa c’era dentro: sul suo bel trespolo, se lo tracannò senza batter ciglio. Poi se ne uscì fuori con una richiesta che al barista parve assurda: “Non è che avreste un po’ di Albert Ayler, di Archie Shepp o di Bill Dixon?”
Il barista gli sgranò gli occhi addosso: “No, Signore. Mi spiace, ma non sono cocktail che io conosca.”
Wu Ming Uno scosse il capo, profondamente rattristato: “Sono uomini di musica.”
Il barista rimase con gli occhi sgranati: “No, non conosco questi qui. Però ho Shakira.”“Shakira?”
“Sì, è molto di moda. Pensi che persino il Nobel per la Letteratura, Gabriel Garcia Marquez, è un suo incallito fan.”
Wu Ming Uno fece finta di capire, di fare mente locale, ma niente: Shakira era un nome che non gli diceva nulla. Però quel Marquez, quello lo conosceva, per fama.
“Se a Marquez piace, piacerà pure a me che sono Wu Ming Uno.”
Il barista azzardò un sorriso: “Le faccio servire il suo ultimo successo, La Tortura?”
“Sì, d’accordo. Però a volume moderato, mi raccomando.”
Il barista gli sorrise in maniera indecifrabile e portò via le chiappe. Dopo un paio di minuti, “La Tortura”, la voce di Skakira si diffuse nel locale.
“Non è male.”
“Sì, è carina.”
“Però non è John Coltrane.”
“E lo credo bene: è assai più figa.”
Wu Ming Uno storse il naso: “Lei mi sa che è uno di quelli fissati colla figa. Ce l’ha in testa la figa. Forse mi sbaglio…”
“No, non si sbaglia: io amo le donne. Lei no?”
“Sì.”, si affrettò a confermare Wu Ming Uno.
“Sa, io leggo poco, però quando leggo, da un libro pretendo che dentro ci sia anche una componente sessuale, altrimenti m’annoio.”
“Perché me lo dice?”
”Così, per non far morire nel nulla la conversazione. Non troppo tempo fa, non ricordo bene dove, ho incontrato una tizia che si faceva chiamare Sonia Langmut. Be’, questa signora m’ha detto, in un orecchio, che nessuno dovrebbe mai morire.”
”Così, per non far morire nel nulla la conversazione. Non troppo tempo fa, non ricordo bene dove, ho incontrato una tizia che si faceva chiamare Sonia Langmut. Be’, questa signora m’ha detto, in un orecchio, che nessuno dovrebbe mai morire.”
“E che significa?”
“Non lo so.”
“E allora perché l’ha ripetuto a me?”
“Lei è uno scrittore, e pure un critico – a tempo perso? – così m’è parso di capire: speravo potesse aiutarmi a capire.”
“Io non so niente. So solo che il 21 luglio 1967, St Peter’s Church, New York, il funerale di John Coltrane.”
“Ha partecipato?”
“Non m’hanno invitato.”
“E perché me l’ha detto allora? Non c’entra niente col discorso iniziato. E io ci capisco ancor meno di prima.”
“Sta facendo della satira, così mi par di capire.”
“Satira? Di preciso non saprei, questo glielo dico proprio come fossi suo amico. La satira è una cosa complicata, quindi io accantonerei qui e parlerei di tubi.”
“Lei sta facendo della mitopoiesi!”
“Be’, se è lei a dirlo, credo che possa esser così, anche se devo avvertirla che io di mito ecc. ecc. non ci capisco granché. Ma una volta ho avuto a che fare con uno che voleva che gli tirassi tubi per una lunghezza di cinque chilometri. Io gli spiegai che si trattava d’un lavoro lungo e difficile. E lui ha ribattuto che gl’andava bene, purché facessi presto. Al che ho cercato di fargli capire che ci avrei impiegato parecchio tempo. E lui ha ribattuto che gl’andava bene, purché facessi bene! Allora sono stato costretto a puntualizzare che io da solo quel lavoro non potevo farlo, e che non potevo dargli né una data né una sicurezza perché coi tubi non si sa mai come va a finire… Alla fine i tubi gliel’ho tirati per tutti e cinque i chilometri, impiegando cinque anni esatti, di lavoro: il problema è stato che i tubi nel giro d’un mese erano pronti, ma poi sono intervenuti altri fattori, soprattutto di tangenti. Ognuno voleva la sua fetta di torta per quei cinque chilometri di tubi.”
“Ma avevano dei diritti a vantare su quei cinque chilometri?”
“Sui tubi no, ma sui cinque chilometri forse, perché adesso ci passa il petrolio in quei tubi che son lunghi abbastanza.”
“E il petrolio da dove verrebbe?”
“Da una buco nel terreno, che è in mezzo al deserto.”
“Insomma una storiaccia come quella che Pasolini ha abbozzato nel suo ultimo romanzo, ma mai terminato, ‘Petrolio’.”
“Non ho mai letto questo Pasolini.”
“Allora avrà letto sicuramente ‘Scirocco’.”
”No, proprio per niente. Perché me lo chiede?”
”No, proprio per niente. Perché me lo chiede?”
“Perché c’è tutta quella mitopoiesi che Pasolini aveva iniziato in ‘Petrolio’, petrolio che è poi confluito in ‘Scirocco’ di Girolamo De Michele, un libro che ho fortemente voluto. Che ho spacciato al meglio delle mie possibilità in ogni angolo critico e acritico e acrilico.”
“Non è chiaro, ma forse è colpa della mia ottusità: io sono soltanto un idraulico specializzato.”
“Ha ragione, ha ragione.”
Rimanemmo in silenzio ad ascoltare Shakira: “No puedo pedir que el invierno perdone a un rosal/ No puedo pedir a los olmos que entreguen peras/ No puedo pedirle lo eterno a un simple mortal/ Y andar arrojando a los cerdos miles de perlas…” **
“Questa canzone mi sta torturando: sono dieci volte che la fanno passare.”
“A me non dispiace: certo non è Coltrane, ma bisogna sapersi accontentare. In fondo pure lei fa parte del Grande Progetto.”
“Quale?”
“Ma come, quale? Quello della Mitopoiesi, ovviamente.”
“E ‘New Thing’?”
“Ovviamente è mitopoiesi.”
“Le devo confessare che io quel libro l’ho letto per sbaglio.”
“In che senso?”
“E’ andata pressappoco così: ero andato in libreria per comprare ‘Cento colpi di spazzola’ di Melissa P., ma tutte le copie erano finite. Esaurite. Sold Out. E’ stato il cassiere, annoiato, a rifilarmi ‘New Thing’, assicurandomi che m’avrebbe tenuto il morale alto. Ma così non è stato. M’ha buggerato. Ma la colpa è stata mia: avrei dovuto capirlo che mi stava rifilando ‘na sola, ce l’aveva scritto in faccia, su quella sua faccia annoiata e schifata.”
“L’ha dunque preso per sbaglio…”
“Effettivamente sì, per sbaglio. M’ha molto annoiato. E’ finito nella Top 100 dei libri più noiosi che abbia mai letto.”
“Nella Top 100?”
“Sì. Il fatto è che io ho letto due libri in tutta la mia vita.”
“E allora perché l’ha chiamata Top 100?”
“Che io sappia, non s’è mai vista una Top 2.”
“Capisco.” E con quel capisco detto con un filo di voce, praticamente un pigolio nella strozza, Wu Ming Uno l’ho visto cadere in profondissima depressione caspica.
“Ho letto ‘New Thing’ e ‘Il mio primo libro di catechismo’, questi i soli libri della mia vita. Ma, in tutta sincerità, il catechismo è molto meglio del suo romanzo, per quanto io capisca poco o niente di letteratura, praticamente un tubo. Però uno che è ignorante come me, sì, pure uno che ignorante come me lo capisce subito quando un libro è noioso e quando invece no. Il suo m’ha spinto sul baratro della più profonda depressione: non le dico quante sedute psicosomatiche per venirne fuori.”
Wu Ming Uno tacque rassegnato, depresso, quasi rischiava di cadere dal trespolo su cui s’era accomodato.
Lo lasciai così, lì, da solo, mentre “La Tortura” di Shakira passava per l’ennesima volta.
Dopo aver conosciuto l’uomo che aveva scritto il libro più noioso del mondo, ho incontrato Il Critico, quello che aveva snobbato ‘New Thing’. Ci siamo incontrati per puro caso: lui, semplicemente, aveva bisogno che gli sturassi il lavandino e consultando le Pagine Gialle ha chiamato proprio me. Sono arrivato a casa sua: sul campanello c’era scritto, IL CRITICO. Ho suonato e me lo sono trovato davanti. Sono entrato nella sua casa: e subito ho visto una copia di ‘New Thing’, una copia abbandonata in un angolo. Ma io sono uno che certi particolari li nota subito, e subitissimo ho capito tutto.
“Lei è Il Critico.”
“Può dirlo forte.”
“L’ho capito subito. La targhetta sul campanello di casa.”
“Sì, non tutti sono acuti come lei. Spero sappia sturare bene i lavandini.”
“Sono il migliore sulla piazza.”
“Sì, certo, come no!”
“Posso farle una domanda imbarazzante prima di mettermi al lavoro?”
“Sputi!”
“Ho visto che ha una copia di ‘New Thing’: l’ha letto?”
“Ah! Sì, l’ho letto. Ma perché me lo chiede?”
“Pochi giorni fa ho incontrato l’autore.”
“E allora?”
“Abbiamo parlato. O meglio, è stato lui ad attaccare bottone con me.”
“Bene. Mi sembra che non ci sia nulla di male.”
“Il fatto è che m’ha parlato di lei.”
“Immagino.”
“Non sembra che la cosa la turbi.”
“No, non mi turba affatto: sono sulla bocca di tutti. I rischi del mestiere.”
“Capisco. A ogni modo, Wu Ming Uno s’è lamentato con me che lei non l’ha cagato manco di striscio.”
“Non ero obbligato.”
“Sì, è quello che ho cercato di fargli capire pure io.”
“E alla fine non ha capito.”
“E’ come dice lei: pretendeva che lei se lo cagasse. Assurdo.”
“Assurdo”, ripeté Il Critico – che aveva un naso esageratamente grande, lungo come il becco d’un pappagallo.
“Ma le è piaciuto il libro di questo Wu Ming Uno?”
“Se mi fosse piaciuto non starebbe in quell’angolo a tappare un buco.”
“C’è un buco in quell’angolo?”
“Sì. Un buco occupato da alcuni maledetti topi grossi come salmoni. Sono sicuramente dei topi che hanno subito qualche alterazione del DNA. Ma me ne occuperò a tempo debito, dopo che lei m’avrà sturato il lavandino. Per adesso ‘New Thing’ può bastare: quei bastardi non ce l’hanno mica il coraggio di rosicarsi quel libro! Lo temono più dell’Inferno. In fondo in fondo il lavoro di quel Wu Ming Uno è servito a qualcosa. Domani, se mi alzerò col piede giusto, magari gliele scrivo due righe. Ma adesso si occupi del lavandino… Le faccio strada.”
Ho seguito Il Critico senza osare più un’altra inutile parola.
E ho iniziato il mio lavoro.
Per la cronaca, dal tubo di scarico di quel lavandino ho tirato fuori la zampa d’un castoro, e altre cose così.
* Citazione da “La chiave a stella”, Primo Levi
** “La Tortura” performed by Shakira, da “Fijacion Oral Volume 1”, 2005
by kinglear
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Premio Strega 2008
written by King Lear
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domenica, luglio 13, 2008
Premio Strega 2008
di Giuseppe Iannozzi
Mi sveglio di colpo. Ho un gran cerchio alla testa, come se avessi una corona di spine.
Faccio per alzarmi dal divano e ce la faccio quasi, non fosse per quelle stramaledette bottiglie vuote di Strega che mi s’impicciano fra i piedi facendomi andare lungo disteso sul pavimento. A momenti mi spacco tutti i denti, anche quelli del giudizio che mi sono stati cavati anni or sono per tanto erano brutti cariati e grommosi. Ma coi denti del giudizio, così per lo meno mi ha spiegato il dentista, quasi nessuno è fortunato, perché spuntano e fanno un male cane e una volta che sono venuti fuori sono già buoni per le pinze. Il telefono continua a strillare peggio della Callas trapanata da Onassis nel suo migliore incubo. Cerco di rialzarmi ma la pianta del piede incontra ancora una bottiglia: lo Strega, sia stramaledetto, ti lascia la bocca impastata e una testa pesante più del piombo: sono certo che se mi cadesse adesso in testa una testata nucleare sarei l’unico a salvarmi nel raggio di chilometri e chilometri. Sono più sicuro io di qualsiasi bunker di Hitler, la mia testa è così pesante ma così pesante che manco Dio riuscirebbe a penetrarla anche solo con il pensiero. Come un verme striscio, non posso fare altro: il telefono grida peggio d’un ossesso, cioè della Callas che viene. Devo raggiungere a tutti i costi quell’aggeggio infernale o, poco ma sicuro, impazzisco e faccio una strage, che neanche il commissario Montalbano li ricuce insieme i pezzi del caso.
Ce l’ho quasi fatta. Le mie dita l’avevano pizzicata quella stupida cornetta, quando sono stramazzato al suolo: legato alle caviglie dalle mie stesse mutande imbollettate di tutto, dallo sperma sprecato e seccato alle strisce di cacca secca. Non sono mai stato uno che guarda ai particolari, soprattutto nell’intimo. Fatemene una colpa! Comunque il fatto è che la testa ce l’ho come ce l’ho e sono per terra legato alle caviglie dalle mie mutande sporche: roba che se entra qualcuno – perché io la porta di casa la lascio sempre aperta per ogni evenienza, non sono mica un maniaco di quelli che si chiudono dentro a chiave e chi si è visto si è visto! – ci faccio una figura di merda. Sbraito come un ossesso verso la cornetta del telefono caduta impiccata, che grida, “Pronto… pronto…!!! Grandissima testa di cazzo, sarà meglio per te che rispondi subito o alla prima occasione ti stritolo quelle cazzo di palle come noccioline americane con le mie mani. Mi hai sentito, grandissimo stronzo figlio di puttana…?”
Sbraito che sono legato, ma non sono mica sicuro che il messaggio penetri in quella cazzo di cornetta. Scalcio come un cavallo appena castrato, lottando contro l’elastico delle mutande, rischiando qualche frattura agli zoccoli… cioè ai piedi…, ma finalmente volano via, non so dove, ma prendono il volo. Sono libero come un uccel di bosco. Barcollante ma sono in piedi e la cornetta ce l’ho attaccata all’orecchio: Sandrone tira giù madonne santi e cristi tutti in una volta, è inarrestabile, un simile turpiloquio non lo si sente neanche in Via Prè a Genova nell’ora di punta, cioè a mezzanotte passata. “Si può sapere quanto cazzo ci impieghi a rispondere, per la miseria…! No, non me lo dire, non me ne frega un cazzo.”
“Potresti evitare di masticare un cazzo ogni due parole, Sandrone? Mi sono appena svegliato e ho la testa pesante. Fammi ‘sta cortesia.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Cortesia un cazzo, frocetto che non sei altro.”
“Perché… perché mi rompi le scatole allora?”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Ricordi il Premio Strega, quello a cui non volevi partecipare?”
“Seee”, brontolo. “E tu mi ci hai iscritto lo stesso. Cazzo di agente che mi ritrovo.”
“Sono il tuo agente e il tuo editor, ricordatelo. Senza di me tu non sei nessuno.”
“Seee, non sono nessuno senza di te. Me l’avrai ripetuto un milione di volte, però sono sempre nella merda fino al collo, chissà come mai! Sei nella merda pure tu, nonostante i soldi che ti imbottiscono il cervello, questo te lo devo proprio dire …”
“Adesso le cose stanno per cambiare”, biascica Sandrone inghiottendo di malavoglia le mie ultime osservazioni sulla merda che lo soffocherebbe.
“Dunque, ricordi che l’anno scorso lo Strega l’ha preso quello che c’ha il nome che sembra un purgativo?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“Vagamente. Un certo Manniti o giù di lì, giusto? E allora?”
“E allora? Solo questo sai dire? Era una cagata pazzesca ma ha vinto lo Strega.”
“E allora?”, ripeto nella cornetta cercando di rimanere in piedi attento: “Vuoi che gli faccia le mie congratulazioni o che altro?”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Senti frocetto, ti sto dicendo che sei in lizza.”
“Ah! Ecco, ora sei più chiaro. Dopo Manniti l’altro cazzone potrei essere io. E tu mi rompi le palle per questo? Ti pare giusto? No, dico io, ti pare una cosa normale?”
“Senti, testa di fringuello, quant’è che non paghi l’affitto?”
“Boh, non tengo memoria per ‘ste cazzate.”
“Quando ti daranno un calcio in culo vedrai che te ne importerà.”
Taccio. Uno a zero per lui.
Rimango appeso alla cornetta grattandomi i coglioni: avrei bisogno di un bel bidè o un bagno, ma… lasciamo perdere: ho altre cose per la testa, e poi io odio lavarmi con l’acqua e il sapone.
“Quanto prenderei per ‘sta marchetta?”
“Abbastanza.”
“E il libro?”
“El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“E il libro?”
“El Diablo? Quei coglioni in commissione hanno pensato che si tratta d’un’indagine sociale.”
“Cioè?”
“Che diavolo vuoi che ne sappia io? Vedila così, non capiscono un cazzo e ti ha detto bene.”
“A quanto mi danno?”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Vincente come il Cavallo della Regina!”
“Che coglioni patentati! Devono essere fuori di brocca di brutto.”
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“E’ quello che ho pensato anch’io.”
“Non mi hai ancora detto che dovrei fare per loro.”
Silenzio. Un silenzio imbarazzato dall’altro capo della cornetta. Sono un esperto in silenzi strategici e affini. Attendo, tanto Sandrone non scappa, non può, ci tiene troppo alla sua fetta per lasciarmi naufragare così, tanto più che adesso gli si è presentata l’occasione per farmi passare per un autore serio di quelli coi controcazzi, per uno come Moravia, perché Manniti non fa testo… per Dio, quello è più fuori di un Cristo clonato.
“Ripulirti, tanto per cominciare”, bofonchia Sandrone. “Con l’acqua il sapone e la lametta. Una bella ripulita.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“’Fanculo. Lo sapevo che c’era sotto qualcosa.”
“Senti, non è una tragedia. Un bagno non ha mai ammazzato nessuno.”
“Questo lo dici tu. Che mi dici di quello che mentre se la spassava nel bagnoschiuma un fulmine gl’è entrato su per il buco del culo? C’è rimasto secco proprio come Dio comanda. Non esiste che faccia anche solo una stronza doccia.”
“Sgancio io, in un centro benessere, okay?”
“Mi paghi per farmi pulire da delle puttanelle?”
“Hai capito bene.”
“Puttanelle quanto?”
“Quanto piace a te.”
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
Rifletto. L’idea mi stuzzica. Mi gratto i coglioni, che già li sento felici al solo palpazio feroce che, inconsciamente, la mia mano ha iniziato.
“Con El Diablo? Come cazzo ti è passato per la mente?”
“Non mi è passato per la mente. L’ho presentato e morta lì. Non ci speravo neanche un po’. Ma quei trucidi della commissione non so che diavolo ci hanno visto e così adesso sei in lista.”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
“D’accordo per il bagno nel centro. Ma la barba non la toccano, chiaro?”
Sandrone tace mezzo secondo. “Okay. Basta che ti ci fai fare un bello shampoo.”
Riappendo.
Chi l’avrebbe mai detto? Io in lizza per il Premio Strega. C’è il rischio che diventi famoso, non ricco, ma famoso per forza. Magari poi ci fanno pure un film. Oggi è così: vinci un cazzo di premio e il primo testa di cazzo che lo pagano meglio ci tira fuori uno di quei filmacci da botteghino. Tra diritti eccetera, eccetera, mi beccherei tanti soldi come non ne ho visti mai in vita mia.
Però la faccenda mi puzza. Sono uno di quelli che la sente la puzza, prima di chiunque altro.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
Sono sicuro che non si tratta d’una semplice marchetta. Non è questa puzza che sento. Quella che mi arriva è una puzza più feroce dell’Inferno intero.
Al Centro Benessere mi danno una strigliata che mette in allarme persino quelli della Raccolta Rifiuti. Le povere pollastre che mi hanno preso sotto la loro ala non potevano immaginare quanto sudiciume avevo incollato addosso. Quando finiscono di rendermi presentabile non lo sono più loro: invecchiate di venti anni come minimo, sembrano proprio delle streghe con la fregna moscia.
Quando Sandrone viene a casa mia - per spaccarmi le palle e per cos’altro sennò? – mi trova ripulito a dovere, solo la topaia gli fa schifo e il fatto che me ne stia lungo disteso sul divano fra cartacce e scarafaggi grattandomi i coglioni. Tuona peggio di Odino: “Che diavolo ti sei messo in testa? Non ho pagato per ridurti di nuovo a una bestia…” Tuona sì, ma vomita di brutto anche: si è appena reso conto d’aver schiacciato un paio di scarafaggi succulenti, e lui li odia, non quanto Kafka ma li odia.
“Adesso pulisci!”, gli grido tanto per prenderlo per i fondelli. E quello che fa? Prende la scopa e scopa, scopa come un forsennato: mai vista una cosa del genere. Il Sandrone con la scopa in mano che si aggira per il mio appartamento, un invasato peggio di quei rappresentanti che ti bussano alla porta per rifilarti le loro scope tuttofare.
Getto un’occhiata alla pelata madida di sudore di Sandrone: non c’è un solo capello, nemmeno per sbaglio. E’ così pelato da fare invidia a una palla da bowling. Non fosse per gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, sarebbe anonimo al cento per cento: ha un mostaccio glabro, solo due peli sul mento, le sopracciglia sottili e il naso piccolo e schiacciato come quello di un cane, le orecchie anch’esse piccole e attaccate al cranio in maniera esagerata, la bocca da rettile e piccola ma piena di turpiloqui adatti a ogni occasione. Sembra uno di quegli sfigati passati nel gorgo della chemioterapia. E’ brutto da far paura. Ha la faccia… la faccia potrebbe essere scambiata per quella d’un alieno tanto è anonima.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
Gli passo un fazzoletto. Lui non sta a indagare e se lo passa sulla pelata bagnata.
“Ti sei dato un daffare del diavolo. La cosa puzza, di zolfo.”
“Tutto puzza a questo mondo. Sono il tuo agente e il tuo editor. E’ forse sbagliato che mi preoccupi per te?”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“Sì. Tu che ci guadagni, gran figlio di puttana? Non faresti niente per nessuno, sei la nemesi di Gandhi…”
“Si dice l’antitesi, coglione.”
“No, io intendevo proprio la nemesi.” Lo guardo in faccia, in quella faccia anonima che si ritrova. Sandrone non ha mai fatto un giorno di lavoro, è nato figlio di papà, la pappa pronta: l’hanno ficcato in M******** perché così ha comandato la sua famiglia e lui da un giorno all’altro si è trovato a fare il destino di teste di cazzo e di scrittorini.Ha imparato presto, come un vero pusher, pur non sapendo un’acca di editoria: l’intelligenza e i soldi sono le sole cose che non gli mancano. Per il resto è una merda d’uomo.
“Allora, tu che ci guadagni? Sputa il rospo o non mi schiodo.”
Sandrone deglutisce. Porca puttana, manco il pomo d’Adamo: c’ha ‘na nocciolina non un pomo. Giuro che fa impressione guardarlo dritto negli occhi per un secondo più del necessario: non è umano, non ha niente della scimmia, è filiforme, così magro che gli conti le costole sotto la giacca. Ma il bastardo ha una salute di ferro: peggio d’una lucertola. Il suo vecchio è più che centenario e sta ancora in piedi da solo, niente pannolone o badanti. Il figlio è uguale: sono a sangue freddo, entrambi. C’è di che aver paura. Se non fossi una persona razionale sosterrei il dubbio che sono degli alieni venuti da chissà quale pianeta.
Il mio agente deglutisce.
“Allora? Come cazzo è successo che sono finito in lizza per lo Strega? E’ una tua idea, confessa?”
Non risponde. E’ impassibile, peggio di uno schifoso rettile.
“O sputi il rospo o ti pianto in asso.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Chi mi assicura che non lo farai dopo?”
“Nessuno. Ma ti conviene parlare.”
“Non mi conviene no con te.”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Lo sapevo che c’era sotto qualcosa di grosso, porca puttana!”, sbotto incazzato nero: “Qualcosa di grosso…”
“Vuoi la verità? D’accordo. Gli serve uno di destra da premiare.”
“Che cosa?”
“Hai capito bene.”
“Ma io non sono di destra. Non sono neanche di sinistra. Non sono di centro. Non so neanche che cazzo sia la politica.”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Appunto. Non sai un cazzo, quindi sei di destra.”
“Ma questa è una stronzata senza senso…”
“Che ce l’abbia o meno, cazzo!, è così.”
“Perché vogliono uno di… di destra?”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Gli serve. I giornalisti chiacchierano, lo sai. Dicono che il premio va sempre a sinistra, che è un riconoscimento politico.”
“Ed è così?”
“Ovvio che no! Ti sembra che io sia il tipo che premia uno di sinistra?”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Ma i vincitori delle edizioni passate sono tutti di sinistra.”
“Di sinistra? Allora non hai proprio capito un cazzo. Quelli sono di sinistra come tu sei una Cenerentola vergine e santa dalla bocca al buco del culo.”
“Tutta apparenza?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Riducendo la cosa all’osso, sì.”
Lo fisso cercando di penetrarlo, ma i fondi di bottiglia sono troppo spessi. “Dimmi la verità, quella vera, non una stronzata: perché io?”
“Te l’ho già detto. Sei di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
“Non lo sono.”
“Non importa. L’importante è che loro ti credono di destra.”
Sbruffo. “La verità: in quanti hanno letto El Diablo?”
Adesso Sandrone sembra imbarazzato.
“Nessuno”, ammette dopo due minuti buoni. “E’ che non serve per cose di questo genere.”
Faccio finta di niente. “E tu, tu che ne pensi?”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Io non penso. A me sta bene che vinci lo Strega. Tutto qui.”
“Non hai capito”, puntualizzo con voce sottile come il sibilo di un serpente: “Voglio sapere il tuo parere su El Diablo.”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
Sandrone fa finta di pensarci, poi se ne esce in una risata: “Che vuoi che importi il mio parere! Comunque è un bel libro…”
“E?”
“E: cosa?”
“L’hai letto?”
Adesso fa schioccare la lingua contro il palato. Dev’esserci l’inferno in quella bocca, un mare di aridità.
Gli ripeto la domanda puntando il mio naso proprio sulla sua faccia da latticino andato a male. Lui deglutisce, a vuoto. “Allora?”, lo incalzo.
“Io… io non leggo mai… è il mio lavoro… non c’è bisogno che legga i tuoi lavori… sono tuoi… mi fido…”
Non ci vedo più. Una gragnola di pugni. Dove colpisco colpisco. Sandrone cerca di ripararsi con le braccia quella cazzo di faccia, ma soccombe dopo i primi pugni: oramai sono incazzato nero, picchio e picchio duro, con una forza che manco sospettavo d’avere. Glieli mollo sulla faccia anonima che si ritrova, non gli concedo un solo attimo di respiro, ci vado giù pesante, peggio d’un boxeur. Neanche quando perde i sensi mi fermo. Continuo a pestarlo: finalmente vedo un po’ di rosso, un po’ di sangue in quella faccia. Non posso proprio fermarmi, non ora.
Al Premio Strega ci sono tutti quelli che contano.
Vengo paparazzato non so neanche io quante volte: i flash mi vengono sputati addosso a tutta birra, manco fossi preso da una diavolo di fatwa. Finita ‘sta cazzata vado a troie, me ne prendo due esagerate e me le sbatto finché c’ho fiato.
Sandrone applaude. Sarebbe uguale a tutti gli altri – ma è chiaro che è un eufemismo – se solo non fosse tutto bende, praticamente più bello d’una mummia. Si vedono solo due occhietti come due capocchie di spillo e la montatura degli occhiali, per il resto il suo volto anonimo è tutto avvolto nelle garze bianche.
Quando si è ripreso non ha detto niente. Mi ha solo chiesto se avevo un’aspirina perché aveva un po’ di mal di testa. Adesso è qui. I giornalisti applaudono, finalmente hanno il loro cazzo di autore di destra, un picchiatore fascista. Ma non lo sanno loro che sono stato io a ridurlo così al mio agente, nonché editor, etc. etc. A loro basta pensarmi di destra: oltre la punta del loro naso non vedono. Sono contenti come Cristo risorto.
Il mio El Diablo non l’ha letto un cane. Posso solo sperare che qualcuno l’acquisti per sbaglio, prima che lo tolgano dagli scaffali delle librerie. Tempo tre mesi e lo leveranno, fascetta o non fascetta con su scritto PREMIO STREGA 2008. Dopo ci sarà l’edizione economica: dovrò sperare anche in questo caso che qualche pirla lo prenda per sbaglio. Intasco l’assegno, perché sono gli unici soldi che vedrò, tanto più che al Centro Benessere mi hanno scorticato ben bene la sporcizia che mi portavo addosso da anni, quindi qualcosa mi spetta di diritto. Faccio un sorriso deficiente a tutte le facce presenti: è quello che vogliono, un fascista confezionato in un sorriso a trentadue denti. Glielo lascio credere. Sandrone s’illude d’aver pagato lo scotto: non immagina che per il momento ha solo ricevuto l’anticipo. Tengo in braccio la coppa o quello che cazzo è: la riciclerò per farne un portacenere o giù di lì. Un simile peso dovrà pur trovare una sua collocazione utile nel mio appartamento, o no?
Mi afferra per la spalla destra una mano. E’ un tipaccio con una montagna di capelli neri, crespi come quelli d’uno sporco negro.
“Vorrei trarre un film dal suo libro…”
Ho già capito tutto. Forse, tutto sommato, qualche soldo in più lo vedrò. Gli stringo la mano, con più energia del necessario. Lui non fa una piega. Glielo leggo in faccia che non ha letto un emerito cazzo del mio libro; gli avranno rifilato una cartelletta stampa che avrà guardato annoiato, ma il film lo farà e nei crediti scriveranno che è stato tratto dal mio romanzo.
Sarò famoso per quasi due ore di proiezione. Mica quindici minuti come profetizzava Warhol!
‘Fanculo.
by kinglear
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Gaja Cenciarelli è "La gaia spogliarellista"
written by King Lear
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lunedì, luglio 07, 2008
La gaia spogliarellista
di Giuseppe Iannozzi

a Gaja Cenciarelli ovviamente,
per avermi regalato una notte fantastica!
Gaja è sempre stata un tipo tutto pepe, una di quelle che quando ti imprigionano fra le gambe non ti mollano più, finché non ti hanno spremuto ben bene anche l’anima. Gaja è una rossa da infarto, e non è solo per dire: una volta si era presa una mezza sbandata per un banchiere in pensione, e vuoi che a quello non gli prende l’infarto proprio sul più bello? Se la cavò piuttosto bene: fu una cosa leggera, però Gaja ruppe subito con lui, non voleva averci più a che fare. Non ho mai indagato sul perché si sono lasciati, se perché aveva paura che gli morisse a letto o se si sentiva offesa da quel maschio che si era fatto quasi prendere dalla Morte proprio mentre lei Gaja lo stava cavalcando.
Valle a capire le donne! Poi quando sono delle rosse naturali è l’incontro fra Inferno e Paradiso, un casino totale impossibile.
Gaja è una spogliarellista professionista, ma non le piace granché andare per locali a esibirsi, preferisce di gran lunga posare nuda davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Dice che non le piace spogliarsi davanti a uomini e donne che sbavano. Dice che preferisce che sbavino sulle sue foto. Dice che è una persona timida; però quasi nessuno le crede, men che meno io che sono il suo fotografo.
Gaja non l’ho mai vista piangere, tranne in un’unica occasione: le era morto il gatto, proprio in maniera fisica. La vidi piangere seduta in un angolo, con addosso solo una vestaglia giapponese di pura seta; se ne stava scalza, accucciata come una bambina che della vita conosce solo l’innocenza, e piangeva. Non l’avevo mai vista in uno stato simile. Mi avvicinai a lei e scherzosamente le chiesi se per caso le era morto il gatto. Come una tigre la vidi balzare in piedi e appiopparmi uno schiaffo. Me le ricordo ancora quelle cinque dita stampate sulla faccia rasata di fresco. Poi tornò a piangere, disperata e sola, accucciata e dimentica di tutto il mondo d’attorno.
Me ne andai confuso, incapace di pensare. Solo ipotizzai che doveva aver perso la brocca. Qualche giorno più tardi venne a chiedermi scusa, ma per finta, con un buffetto sulla guancia e mi spiegò che Kitty, la sua gattina, era morta. Non sapevo allora che Gaja avesse una gatta e soprattutto non sapevo che potesse essere una fanatica, una gattofila. In ogni modo, quella fu la prima e ultima volta che il suo volto fu solcato dalle lacrime: non la vidi perdere una sola goccia di dolore né in quel maledetto 11 settembre, né durante la guerra in Iraq, né quando tirò le cuoia il mio compagno in un incidente di moto. Quel giorno mi venne vicino e mi diede la tragica notizia così, su due piedi, senza battere ciglio. Poi per confortarmi mi accarezzò le labbra con le punta delle dita, o meglio con le unghie lunghe, smaltate di rosso. Quella voleva essere una carezza. Una carezza, la più ambigua che essere vivente mi abbia mai dedicato. Rimasi chiuso in me per due settimane e allo studio non mi feci vedere: Gaja non sprecò un solo minuto per telefonarmi.
Malgrado ciò è la mia migliore amica, o forse si può dire che è il mio investimento migliore: le sue fotografie le vendo bene, i giornali se le contendono, e Gaja non è mai sazia di stare davanti all’obiettivo. Molti scatti me li lascia dicendo che a lei non interessano, che posso venderli a chi voglio. Una volta per tirare su un po’ di extra ho venduto alcuni scatti di Gaja a uno di quei giornaletti porno – sui quali si masturbano pubescenti e vecchi impotenti. Glielo dissi. Niente. Lei rimase allegra, tranquilla: la cosa da un orecchio le entrò e dall’altro subito le uscì. Lei è così, prendere o lasciare.
Fa freddo. Il riscaldamento non funziona. Non è servito a niente telefonare alla compagnia S****: uno di quei mocciosetti del call center mi ha risposto di stare calmo, che tutto si sarebbe risolto entro breve. Non si è risolto un cazzo. Ho chiamato di nuovo, un altro mocciosetto. Ho mandato a farsi in culo tutti quanti e siamo rimasti all’addiaccio.
Nonostante il freddo Gaja non ha rinunciato a mettersi in posa. Si è spogliata rimanendomi davanti tutta nuda, come mamma l’ha fatta: solo un paio di scarpe con il tacco alto, numero 12. Forse per colpa del freddo impossibile un brivido mi è corso lungo la schiena. E’ stato un attimo. E’ passato e le foto le abbiamo fatte senza altre complicazioni, lei nuda davanti all’obiettivo e io con l’occhio dietro la Nikon.
Nevica di brutto e il crepuscolo invernale è oramai un sudario indelebile su persone e cose. Le strade sono tutte bianche, gli automobilisti sono stati sorpresi impreparati.
Provo a chiamare un taxi ma niente, non risponde nessuno, la linea è sempre occupata. Di andare a piedi non se ne parla neanche: il mio studio è ai margini della periferia cittadina. Gaja si è rivestita. Anche la debole luce crepuscolare sta scemando e non abbiamo una macchina con le catene per poter sgommare via verso casa.
Solo dopo un’ora di vani tentativi al telefono mi dichiaro sconfitto: “Per questa notte ci dovremo arrangiare. Dormiremo qui.”
Gaja non batte ciglio, si avvicina allo stereo, guarda i cd e ne mette uno dentro il lettore: Leonard Cohen, tanto per cambiare. Lei lo adora e anch’io: abbiamo cantato, non so quante volte, tutte le sue canzoni insieme. La sua voce di rasoio, roca e dolce allo stesso tempo, ci fa stare bene. La voce di Cohen satura subito l’aria fredda: “As the mist leaves no scar/ On the dark green hill/ So my body leaves no scar/ On you and never will/ Through windows in the dark/ The children come, the children go/ Like arrows with no targets/ Like shackles made of snow…” *
Gaja canticchia a mezza voce: il pigolio di un passerotto sul filo del rasoio! Fa tenerezza vederla così, indifesa e infreddolita, una madonnina nuda che ti guarda con i suoi occhi felini.
“Hai freddo, vero?”
“Non posso dir di no.” Sorride, mettendo in mostra un sorriso di una bianchezza vergine.
Quasi mi si stringe il cuore a vederla così tremante, che si passa le mani sulle braccia nel tentativo di riscaldarsi almeno un po’. “Cohen mi fa sempre venire i brividi… caldi e freddi insieme.”
“Mi spiace per questa situazione.”
“Non è mica colpa tua.” Tossisce debolmente. “Ti aspettano?”
“No. Sono libero come un uccel di bosco.”
“Non hai trovato…”
“Non è facile. E tu?”
“Libera. Cioè no. Be’, un po’ con uno, un po’ con un altro, ma nessuna storia seria.”
“Non è facile. E tu?”
“Libera. Cioè no. Be’, un po’ con uno, un po’ con un altro, ma nessuna storia seria.”
“Dovremmo prepararci per affrontare la notte...”, le faccio notare, imbarazzato perché non c’è nemmeno una coperta, solo straccetti che uso per vestire le modelle che fotografo.
“Qui è tutto un ghiaccio.” Sorride e mi fissa con i suoi occhietti di gatta che va al lardo.
Scoppio a ridere e lei anche.
Ci accoccoliamo vicini vicini per tenerci caldi. Non fosse per il freddo che ci fa accapponare la pelle e ci fa colare il naso, potremmo essere scambiati per una coppietta in cerca di un po’ di solitudine e di romanticismo.
“Quand’è che hai capito di esserlo?”
“Tanto tempo fa. Ti lascio immaginare che scandalo fu per i miei. Negli anni Ottanta se uno diceva che era gay lo crocifiggevano.”
“Perché, oggi no?”
Sorrido in tristezza: “No, non è cambiato poi molto in tutti questi anni.”
Sorrido in tristezza: “No, non è cambiato poi molto in tutti questi anni.”
Lei mi abbraccia ma non per consolarmi: si stringe contro il mio corpo per cercare calore. Le dita le lascia scivolare sulla patta dei miei jeans, poi prende la mia mano e se la mette dentro le mutandine: “Lei è la passerina, lei è la vita.”
Resto in silenzio. Ma tolgo la mano da quel posticino caldo e serico e la porto sulle sue terga: “Questo è il mondo.”
Lei lascia che le mie dita esplorino il suo fondoschiena. Trema, non so se di piacere o per via del freddo. All’improvviso mi trovo le sue labbra incollate sulle mie. Prima che possa obiettare, la sua linguetta snella e astuta si fa strada nel cavo della bocca per incontrare la mia lingua. In sincerità pensavo peggio. E’ la prima volta che una femmina mi bacia, o meglio, è la prima che non ho rifiutato con pieno disgusto.
Continuiamo a pomiciare dimentichi del freddo a morderci le chiappe e non solo.
Sono dentro di lei: i nostri sessi si sono congiunti. E’ stata lei a prendere l’iniziativa, ne sono certo, perché io non avrei mai avuto il coraggio di entrare dentro una femmina facendo appello alla mia volontà.
Lo facciamo per tutta la notte. Non per amore, non per sesso. Il nostro è un accoppiamento animale di due esseri soli e infreddoliti, che si compenetrano per salvare i propri corpi dalla morte. Un incrocio di anime asessuate. Farlo con Gaja è stato tutto questo.
Ancora abbracciati quando uno spicchio di sole ci lava la faccia sporca di sonno.
“E’ mattino…”
“C’è il sole…”, bofonchio.
Parliamo come al solito. Entrambi sappiamo che la notte è alle nostre spalle e che niente fra di noi è accaduto sul serio. Però Gaja ha un’ombra di tristezza che le solca il viso e che si sforza di mascherare con il suo bel sorriso d’avorio. E’ un’ombra impercettibile, che forse solo io vedo. Che forse solo io mi illudo di scorgere, riesumando da chissà quali precordi dell’istinto animale un po’ di quell’inutile orgoglio virile tipico del maschio.
Dalla finestra il sole invernale ci guarda sonnacchioso, avvolto da un leggero alone di brume.
“A quest’ora non dovrebbe essere difficile trovare un taxi.”
“Se il telefono funziona, credo che avranno oramai messo tutti le catene.”
Funziona.
Il taxi arriva in dieci minuti.
Saliamo a bordo.
Lungo tutto il tragitto non parliamo, e per fortuna il taxista non è né un chiacchierone né un brontolone.
Gaja scende prima di me. La saluto semplicemente con un bacio sulla guancia. La guardo scivolare dentro il portone di casa sua. Adesso starà veramente al caldo.
Gaja scende prima di me. La saluto semplicemente con un bacio sulla guancia. La guardo scivolare dentro il portone di casa sua. Adesso starà veramente al caldo.
Spiego al taxista dove abito. Non sto a indicargli quale strada gli conviene prendere per evitare il traffico e trovare la minuscola via dove ho la mia cuccia. Che si arrangi da solo, tanto io non ho fretta e posso sonnecchiare, senza a nulla pensare, adagiando il capo contro il finestrino appannato dal mio fiato. Il vetro è gelato, così tanto che mi brucia la pelle: è uno schiaffo, uno schiaffo non dissimile da quello che Gaja mi appioppò quando Kitty, la sua gatta, era morta e io non lo sapevo.
Ho sonno, tanto sonno: mi addormento con la guancia incollata al finestrino, cullato dal dolore di quello schiaffo nel tempo lontano ma non nello spazio.
* True Love Leaves No Trace, from “Death of a Ladies’ Man”, Leonard Cohen, 1977















