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Elvira Savino non è Alice nel Paese delle Meraviglie

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, maggio 18, 2008


Elvira Savino non è Alice nel Paese delle Meraviglie



Elvira Savino


non è Alice nel Paese delle Meraviglie
così bacchetta di santa ragione Dagospia
 
 

 
Elvira Savino scrive a Dagospia: «Non sono Alice nel Paese delle meraviglie. Quando ho accettato di essere candidata al Parlamento italiano ero ben consapevole che, se eletta, avrei dovuto sfidare tante diffidenze, anche maliziose. Ho trent’anni, una laurea in economia, un master e cinque anni di esperienza fra l’ufficio stampa di un partito e la redazione di un mensile: conosco bene le regole di Dagospia e del sistema mediatico. Se vengo dipinta come “topolona”, “pin-up di Montecitorio”, “miss Parlamento” oppure “onorevole tacco 12”, non posso che sorridere. […]
Ho una tale deferenza nei confronti delle istituzioni che ho sempre tenuto un comportamento decoroso e di grande rispetto nei confronti delle stesse. Se solo aver partecipato ad un (interessantissimo) dibattito fra personalità come Tremonti e D’Alema diventa occasione di commenti trash, non mi preoccupo per me. Resto turbata dalla somma di articoli e servizi televisivi, anche nei confronti di colleghe che hanno responsabilità maggiori delle mie, che tendono a dipingere la presenza parlamentare femminile (soprattutto quella del Pdl) come “leggera”, ed uso un eufemismo. Chi ha ruoli pubblici deve sapere di vivere in una casa di vetro, osservato da giudici severissimi (i media e i cittadini) […]
I parlamentari giustamente, non meritano alcuna indulgenza ma, altrettanto correttamente, le Istituzioni non possono essere messe alla berlina senza ragione, se non per il gusto del torbido. In un Paese in cui non si insegna più educazione civica e libri come “La Casta” diventano best seller, non abbiamo bisogno di farci del male gratuitamente. Va benissimo l’ironia, sacrosanto il diritto di cronaca, fondamentale l’esercizio della critica ma la volgarità è un’altra cosa, […]
Mettere un limite a questa perversione non toglierà nulla all’appeal di Dagospia e dei giornali (quotidiani come rotocalchi). In cambio, potrebbe favorire quel sentimento di fiducia nei confronti delle istituzioni che è vitale in ogni democrazia sana, come la nostra, nonostante tutto, è».


New Italian Epic - Chi l'ha duro... la vince!

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:40 | segnalazioni, politica, donne, personaggi famosi, spettacoli, rassegna stampa, primo piano, saranno famosi, notizie dalla rete, politically scorrect, sgarbi, ultime notizie, società e politica, notizieflash, last news, dalla parte delle bambine, bimbissima, new italian epic, diritti dei politici | clicca per commentare commenti (2)



Jurij Druznikov: è scomparso ieri uno dei più grandi scrittori russi del Novecento

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 16, 2008






E’ scomparso ieri Jurij Druznikov

uno dei maggiori scrittori russi del Novecento

autore del classico Angeli sulla punta di uno spillo
e del romanzo Il primo giorno del resto della mia vita,
appena pubblicato da Barbera Editore.



È scomparso ieri, all'età di 75 anni, Jurij Druznikov, considerato dalla critica uno dei più importanti scrittori russi del Novecento, candidato al Nobel per la letteratura nel 2001 e menzionato nello stesso anno come autore del miglior romanzo in traduzione (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera 2006) dall'Unesco. Druznikov, che viveva negli USA dal 1985, è morto nella sua casa di Davis, California, per le conseguenze di una grave polmonite che lo aveva colpito due settimane fa.
La partecipazione di Druznikov al Festivaletteratura di Mantova nel 2006 e la costante attenzione che la stampa italiana gli ha dedicato lo hanno reso noto anche in Italia, dove le sue opere sono state pubblicate solo di recente da Barbera Editore.
Scrittore, critico letterario, pedagogista, autore teatrale, Druznikov aveva pubblicato le sue prime opere durante il regime stalinista. Subito bollato come dissidente, era stato più volte censurato ed era vissuto per anni sotto lo stretto controllo del KGB. Nonostante fosse stato radiato dall'Unione scrittori sovietici, con il conseguente veto alla pubblicazione, continuava a diffondere i suoi scritti clandestinamente, fino al 1985, quando il samizdat (ciclostile) di Angeli sulla punta di uno spillo, il suo capolavoro, fu rinvenuto durante una perquisizione in casa di un amico. Arrestato, stava per essere internato in manicomio criminale, ma fu salvato da una petizione internazionale cui parteciparono intellettuali come Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel. Grazie a queste pressioni Gorbaciov decise di lasciarlo fuggire. Druznikov riparò prima in Italia e poi negli Usa, dove gli fu offerta la cattedra di Letteratura russa all'Università della California, dove ha insegnato fino alla morte.
Le opere di Druznikov, fra cui ricordiamo, oltre che Angeli sulla punta di uno spillo anche i romanzi Il primo giorno del resto della mia vita, pubblicato il mese scorso da Barbera Editore, Passport to yesterday, Superwoman, la raccolta di racconti Là non è qua (Barbera 2007) e i saggi Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov e Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, sono state pubblicate in 14 paesi e tradotte in altrettante lingue, fra cui inglese, russo, italiano, polacco, francese.

Web:

www.barberaeditore.it
www.druzhnikov.com


JURIJ DRUZNIKOV – BIOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA SINTETICA
 
 
Jurij Družnikov (Mosca, 1933 – Davis, California 2008), scrittore e storico della letteratura, è considerato uno dei più importanti autori russi del Novecento. Nato da una famiglia di artisti e cresciuto fra intellettuali e scrittori, molti dei quali furono epurati da Stalin, compie il suo percorso di studi con fatica, essendo stato segnalato fin dalla scuola superiore come un “sottostimatore del ruolo di Stalin durante la guerra civile russa”. Dal 1953 al 1964 lavora come giornalista, fotografo, archivista, insegna letteratura russa in Kazakistan; tornato a Mosca, s’impiega nella stampa come editor, corrispondente e in seguito caporedattore di un quotidiano. Nel 1971 entra nell’Unione degli scrittori sovietici. Nello stesso anno pubblica il suo primo libro, un’antologia di racconti, Never Ever Goes My Way, accomunati dalla presenza ricorrente di personaggi tratti dalla vita quotidiana del popolo russo, e destinati al cronico  fallimento.
Nel 1974, dopo la pubblicazione e il conseguente ritiro di due saggi sull’educazione degli adolescenti (Boredom Prohibited e Never Stop Asking Questions, Boys ), mentre gli scritti di Družnikov sono rifiutati da editori di libri e di riviste perché considerati pericolosi (la raccolta di racconti del ’71 era stata pesantemente mutilata dai tagli della censura), il caporedattore della rivista Novy Mir decide di pubblicare i racconti Valedictory e February the Thirtieth, tornando poi sui suoi passi con la motivazione che la quota di testi di critica sociale concessa alla rivista era già stata esaurita con la pubblicazione dei racconti di Solzhenitsyn. Sempre nello stesso anno, la rivista femminile Rabotnitsa pubblica, con ampi tagli, un estratto da Money Goes ‘Round, un altro suo racconto. Ciò gli procura la stigmatizzazione dalle pagine del quotidiano Izvestiya, che lo accusa di essere un calunniatore del popolo sovietico.
Nonostante le censure e i tagli, Družnikov prosegue nella sua strada d’investigazione del ruolo dell’ideologia nella letteratura e nella cultura sovietica, affrontando un gran numero di argomenti controversi, che porteranno il regime a un sistematico blocco di tutte le sue opere. Caso esemplare è quello del suo primo romanzo, uscito letteralmente mutilato dai tagli nel 1976, con il titolo, imposto dalla censura, di To Sacrifice This Very Bird. Nel frattempo, viene proibita la rappresentazione della sua commedia Teacher in love.
Nel 1977 Družnikov viene definitivamente radiato dall’Unione degli Scrittori Sovietici ed è  dichiarato “traditore della patria” per aver partecipato al movimento sovversivo di pubblicazioni samidzat e per altre attività “illegali”. Così, durante gli anni Ottanta, il suo nome viene rimosso da tutte le pubblicazioni sovietiche. Družnikov descriverà queste vicende nelle memorie The Cancellation of Writer n. 8552, pubblicate dal Washington Post. Infatti, nonostante la censura, i suoi libri circolano fra gli oppositori del regime e vengono fatti uscire clandestinamente dall’Unione Sovietica, verso l’Occidente, dove sono divulgati. Družnikov stesso, come attivista del movimento samidzat, oltre a far circolare i suoi scritti clandestinamente, passa testi di autori proibiti a editori occidentali e organizza laboratori di scrittura clandestini. Lo scrittore riesce persino ad aprire una sua casa editrice, che viene tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia.
Nel 1985, non potendo far cessare le sue attività sovversive in altro modo, il KGB impone a Družnikov la scelta fra l’internamento in un campo di lavoro e quello in manicomio. Solo le proteste di scrittori occidentali fra cui Bernard Malamud, Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel, la mobilitazione di associazioni umanitarie e dello stesso Congresso americano lo salvano dall’arresto. Ma egli non desiste dalla sua linea dissidente e nel 1987 organizza una mostra dal titolo I dieci anni di un non-scrittore. L’iniziativa, ovviamente illegale, gli causa l’esilio definitivo.
Dopo aver lasciato l’Urss si stabilisce a Vienna e poi, definitivamente, negli Stati Uniti, dove tiene corsi di scrittura e lavora alla radio. Nel frattempo esce  Informer 001 or the Myth of Pavlik Morozov, il libro scritto in segreto e già diffuso capillarmente in Russia dal movimento samidzat. Questo saggio analizza e smaschera la creazione del mito di regime di Pavlik Morozov, che secondo la propaganda staliniana sarebbe stato ucciso dai controrivoluzionari kulaki, ma che in realtà, secondo Družnikov, morì per motivi molto diversi dalla politica.
Il più noto e acclamato romanzo di Družnikov, Angels on the head of a pin (Angeli sulla punta di uno spillo, Barbera Editore 2006), allude ironicamente al topos accademico “Il numero di angeli che possono stare sulla capocchia di uno spillo è pari alla radice quadrata di 2”, usato durante il regime sovietico per descrivere l’incalcolabile numero di dissidenti pronti a scatenare una rivolta. La vicenda si svolge intorno alla redazione di un quotidiano nazionale, Trudovaya Pravda (La verità dei lavoratori), nel momento più duro della reazione brezneviana, e nell’arco di 67 giorni: dal momento dell’infarto del redattore capo del giornale, Makartsev, fino alla sua morte, il 30 aprile 1969. La sua rovina inizia dal momento in cui trova sulla sua scrivania una traduzione del celebre (e proibitissimo) resoconto del viaggio in Russia, effettuato nel 1839 dal diplomatico francese Marchese de Custine. Il libro, considerato oggi uno dei più importanti documenti storici sulla Russia zarista, è stato a lungo censurato in Russia. Perciò, la scoperta della copia tradotta clandestinamente e recapitata chissà da chi e chissà come nel suo ufficio, getta Makartsev nel panico: ciò lo compromette irrimediabilmente col regime. Un infarto, dovuto probabilmente allo stato d’ansia in cui quell’episodio l’ha gettato, peggiora la situazione. Mentre i sospetti si addensano sulla sua testa, il controllo del giornale gli sfugge sempre più di mano, fino all’epilogo e alla conclusione del romanzo, che si chiude con l’arresto del giovane giornalista che aveva tradotto di nascosto De Custine e con la morte di Makartsev nel giorno stesso in cui tenta di reinsediarsi alla direzione del giornale.
Sotto il regime sovietico, il manoscritto di Angeli sulla punta di uno spillo non sarà mai pubblicato, a causa del suo contenuto pesantemente satirico nei confronti del meccanismo della propaganda e della censura. Una copia microfilmata viene avventurosamente portata fuori dalla Russia e pubblicata nel 1989 a New York, in russo. È quindi incluso nella lista dei “migliori dieci romanzi russi del XX secolo”. Ma, nonostante questo, né la glasnost né la perestroika  riescono a infrangere il muro di silenzio calato in patria sugli scritti di Družnikov. Qui il romanzo  uscirà solo nel 1991, dopo il colpo di stato di Mosca.
Alcuni anni dopo, l’edizione inglese viene inclusa nella lista dei migliori romanzi in traduzione dall’UNESCO, mentre arriva anche la candidatura al Nobel per la letteratura nel 2001.
I critici occidentali attribuiscono a Družnikov l’invenzione di un nuovo genere: il microromanzo. Brevità, ma completezza e organicità della trama, vasta, profonda, critica analisi sociale ne sono i caratteri salienti.
Družnikov ha iniziato a pubblicare microromanzi negli anni Settanta. Molti dei suo lavori sono poi stati raccolti nella raccolta Micronovels (New York 1991). I protagonisti dei microromanzi di Družnikov sono personaggi tratti dal quotidiano russo e americano; l’assurdità dell’esistenza, la mancanza di uno scopo e di speranza sono tratti comuni di queste storie.
Nell’ambito della storia e della critica della letteratura, due sono le opere fondamentali di Družnikov: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism, una psicobiografia del grande autore russo, e Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (pubblicato in russo nel 1995  e in inglese nel 1999), un’analisi polemica dello sviluppo della letteratura russa negli ultimi due secoli.
Fra i libri di memorie pubblicati da Družnikov, oltre al già citato  Cancellation of Writer n. 8552, ricordiamoanche I was born in a line, uscito sul Washington Post nel 1979. Anche quest’opera, successivamente pubblicata in russo, racconta le difficoltà con la censura, i rischi per la propria incolumità, l’attività clandestina.
Dal 1985, anno della sua fuga in Occidente, ad aprile 2008, Druznikov ha insegnato Letteratura russa all’Università di Davis, California.
 
In Italia le sue opere sono pubblicate da Barbera Editore, che lo ha fatto conoscere ai lettori e alla critica con le due edizioni (rilegata ed economica) di Angeli sulla punta di uno spillo (2006) e con le due opere più recenti, la raccolta di racconti Là non è qua e il romanzo Il primo giorno del resto della mia vita, terminato a febbraio 2008 e uscito in anteprima mondiale nell’edizione italiana in aprile.
Altri scritti di Druznikov – racconti e saggi di politica russa.

 
BIBLIOGRAFIA SINTETICA

Raccolte

Sobranie sochinenii, 6 voll. (VIA Press, Baltimore, 1998);
Izbrannaya proza, 2 voll. (Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Izbrannoye, 2 voll. (U-Factoria, Yekaterinburg, 2001);

Narrativa e saggistica 

Chto takoe ne veziot. Collection of Short Stories
(Molodaya Gvardiya, Moscow, 1971);
Donoschik 001, ili Voznesenie Pavlika Morozova (OPI, London, 1987; Moscow, 1995);
Angely na konchike igly (Liberty, New York, 1989; Kultura, Moscow, 1991);
Microromany (Word, New York,1991);
Uznik Rossii. Cronicle One (Antiquary, Connecticut, 1992);
Dossier begletsa. Cronicle Two (Hermitage, New Jersey, 1993);
Uznik Rossii. Cronicle One and Two (Izograf, Moscow, 1997);
Kanikuly po-chelovecheski (APP, Moscow, 1992);
Russkie mify (Liberty, New York, 1995; Pushkinsky Fond, St.Petersburg, 1999);
Ya rodilsia v ocheredi (Hermitage, New Jersey, 1995; Chroniker, Moscow, 2002);
Informer 001 (Transaction, New Jersey, 1997);
Viza v pozavchera (Hermitage, New Jersey, 1998);
Contemporary Russian Myths: A Skeptical View of the Literary Past (Edwin Mellen, New York, 1999);
Prisoner of Russia: Alexander Pushkin and Political Uses of Nationalism (Transaction, New Jersey, 1999);
Vtoraya zhena Pushkina (Vagrius, Moscow, 2000);
Smert' izgoya (Seagull Press, Baltimore, 2001);
Duel s pushkinistami (Khroniker, Moscow, 2001);
Angels on the Head of a Pin (Peter Owen, London, 2002);
Uznik Rossii Trilogy (Golos Press, Moscow, 2003);
Superzhenshchina (Parad, Moscow, 2003).
 
 
 
Bibliografia su Jurij Družnikov
 
John Glad, ed. Literature in Exile (Duke University Press, Durham, 1990): 149-151;
Martin Tucker, ed., Literary Exile in the Twentieth Century (Greenwood, New York, 1991): 215-216;
Vladimir Svisky. Proza Yuria Druzhnikova (Challenge, Washington, 1994);
Staffan Scott. Lenins alskarinna (Hjalmarson, Stockholm, 2000): 92-97;
Russkie pisateli 20 veka. Biograficheskii slovar' (Bol'shaya Rossiiskaya Entsiklopedia, Moscow, 2000): 245-247;
Fenomen Yuria Druzhnikova (Intercontact, Moscow-Warsaw, 2000);
Krizis ili metamorfpozy: sud'ba romana na rubezhe vekov. Na metarialakh pomana Druzhnikova “Angely na konchike igly” (Slavica Orientlia, Warsaw, 2001);
Lola Zvonareva, Wieslawa Olbrych. Sostoyavshiis'a vne tusovki: tvorchestvo i sud'ba pisatel'a Yuria Druzhnikova (Academia, Moscow, 2001);
Lev Anninsky. Russkie pl'us (Algoritm, Moscow, 2001): 13-20;
Istoria v zerkale literatury i literaturovedenia (Granit, Gdansk-Warsaw, 2002);
Ivailo Petrov. Yuri Druzhnikov: literaturnoe protivostoyanie (Axios, Bulgaria, 2004).
Zoya Mikhailova, ed. Yuri Druzhnikov: knigi i sud'ba. Bibliografocheskii ukazatel' (Ul'anovsk, 2002).
Perekrestki epoch. Almanac No.4, Moscow, 2003.
Kartina mira i cheloveka v literature i mysli russkoi emigratsii. Sbornik statei. Krakov, 2003.

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Ivo Mej: Moro rapito! Prensentazione del libro a Milano, venerdì 9 maggio ore 18.00

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, maggio 09, 2008






Moro rapito!


Personaggi, testimonianze, fatti

Media e terrorismo




Milano, venerdì 9 maggio ore 18.00,
Mondadori Multicenter Duomo – Piazza del Duomo 1


In Occasione della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo, verrà presentato il libro di Ivo Mej “Moro rapito! Personaggi, testimonianze, fatti” (Barbera editore) con: Gianluca Mazzini, Massimo Bernardini, Paolo Colombo e Giorgio Santerini. Saranno proiettati filmati audio e video dell’epoca.

Sono usciti molti libri sul caso del rapimento-omicidio del presidente Aldo Moro, ma questo è il primo che ricostruisce la vicenda con una documentazione stampa completa. Infatti, l’autore analizza come dal 16 marzo 1978 siano cambiati i media e il modo di fare informazione nel nostro Paese. Con il rapimento Moro, per la prima volta nella storia della televisione italiana, la "finestra si è aperta" sul mondo di notizie che si affastellano una sull’altra nell’incertezza della verità.
Questo sarà il tema al centro del dibattito a cui parteciperanno, insieme all’autore:
Gianluca Mazzini, capo-redattore di Mediaset, Massimo Bernardini, conduttore e autore di Tv Talk, Rai Educational, Paolo Colombo, professore di Storia della Politica presso l’Università Cattolica e Giorgio Santerini, già segretario FNSI.

Ivo Mej
è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.

Roma, 6 maggio 2008


Su questo blog leggi anche:


intervista a Ivo Mej a cura di G. Iannozzi


    leggi gratis un capitolo del libro

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L’inaugurazione della XXI Fiera insieme a Giorgio Napolitano. Ci salverà la bellezza.

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 08, 2008





Ci salverà la bellezza


L’inaugurazione della XXI Fiera

insieme a Giorgio Napolitano
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
Un gruppo di simpatizzanti dell’associazione Free Palestine ha tentato di esporre uno striscione proprio davanti al Lingotto, ma le forze dell’Ordine gliel’hanno prontamente impedito per ragioni di sicurezza. Ci sono stati momenti di tensione, infine la decisione di spostare una decina di manifestanti in una via laterale, in via Spotorno, dove hanno messo in mostra uno striscione recante la scritta “No al colonialismo sionista, stato unico per arabi ed ebrei in Palestina. Boicotta Israele, boicotta la fiera del libro 2008”.
 
Ad accogliere il capo dello Stato, il ministro uscente alle Politiche giovanili Giovanna Melandri e le autorità locali: il sindaco Sergio Chiamparino, i presidenti di Provincia e Regione Antonio Saitta e Mercedes Bresso, insieme al presidente della Fiera Rolando Picchioni.
 
Giorgio Napolitano questa mattina ha visitato la Fiera del Libro di Torino, al Lingotto: “La scelta di ospitare Israele alla Fiera del Libro coincide con la nascita sessanta anni fa di questo Stato deliberata dall’assemblea delle Nazioni Unite. Non c’è nulla che possa essere contestato. Si tratta di un contesto e di un clima che non possono essere turbati e deviati da contese politiche o da intrusioni pretestuose. I valori essenziali che la Fiera esprime è quella del confronto e del dialogo tra culture, posizioni di pensiero, esperienze creative”. E ancora: “Non c’è dialogo se si muove dal rifiuto della legittimità dello Stato di Israele, delle ragioni della sua nascita e del suo diritto a esistere nella pace e nella sicurezza.” E ribadisce in maniera netta e chiara che “l’opposizione alla presenza di Israele alla Fiera del libro stravolge politicamente e culturalmente l’evento… non c’è dialogo se si nega ad Israele il diritto di esistere”, specificando anche che “il diritto di esistere di Israele deve combinarsi con il diritto del popolo palestinese ad avere il suo stato”.
 
“Grazie di vero cuore al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la sua forte presa di posizione, quest’anno, quando nei mesi passati, ci sono stati tentativi e appelli a boicottare la Fiera del Libro per la presenza di Israele”. Così l’ambasciatore di Israele in Italia Gideon Meir si rivolge al capo dello Stato, seduto in platea, in occasione della cerimonia di inaugurazione della 21esima edizione della Fiera del Libro.”Esprimo ufficialmente tutta la riconoscenza e la stima del popolo che io rappresento al presidente Napolitano per la sua ferma posizione presa subito contro queste voci e per aver dato testimonianza pratica con la sua presenza qui oggi che ci onora. La Fiera sia un’occasione di dialogo tra culture, posizioni di pensiero, esperienze creative senza confini impenetrabili e senza preclusioni. Si tratta di un contesto e di un clima che non possono essere turbati e deviati da contese politiche o da intrusioni pretestuose. Non c’è dialogo se si muove dal rifiuto della legittimità dello Stato di Israele, delle ragioni della sua nascita e del suo diritto a esistere nella pace e nella sicurezza. Diritto che può e deve combinarsi con il diritto del popolo palestinese a dare vita a un suo Stato”.
 
Subito dopo l’inaugurazione, Napolitano ha benevolmente firmato una bandiera di Israele.
Le parole di Napolitano sono “ottime e chiare”, così si esprime Piero Fassino. E aggiunge il cardinal Poletto che sono parole “molto equilibrate”. Sergio Marchionne, per l’ad del gruppo Fiat, non nasconde il suo entusiasmo per quello che definisce “un bellissimo discorso”.
 
Dopo la cerimonia di inaugurazione, il presidente della Repubblica ha fatto ancora un breve giro tra gli stand della Fiera, e poi, poco dopo le 11,30, ha lasciato il Lingotto per tornare a Roma.
 
 
 
 
LA FIERA DEL LIBRO
Israele e la libertà dal pregiudizio
 
Caro Direttore, «cultura e boicottaggio sono due parole incompatibili fra di loro. L'essenza della cultura è il dialogo ». Così David Grossman, lo scorso febbraio, commentava le polemiche nate dopo l'invito a Israele di partecipare come ospite d'onore al Salone del Libro di Torino, aggiungendo: «La mia impressione è che si veda come illegittima non soltanto la presenza alla Fiera del Libro, ma la stessa esistenza di Israele». Non si può dire che gli avvenimenti degli ultimi giorni, con le critiche rivolte da un noto intellettuale del mondo arabo alla giustissima decisione del presidente Giorgio Napolitano di essere oggi al Lingotto e con le contestazioni culminate il 1Ëšmaggio nelle bandiere israeliane bruciate in piazza, abbiano nel frattempo dato torto alle affermazioni di Grossman. Al contrario. Della prima è evidente l'intima verità: come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura, negare ascolto alle loro parole è difficile capire.
 
Tanto più quando si tratta di autori che sostengono l'unica possibilità che israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze, il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura e sicuri del proprio futuro, degli altri a vivere in un loro Stato indipendente. Ma qui entra in gioco la seconda affermazione di Grossman, la sua «impressione» che il vero bersaglio sia esattamente lo Stato di Israele, nel sessantesimo anniversario della sua fondazione. E' proprio di questo che pare trattarsi. A preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha sempre torto, la «colpa» è sempre sua, anche quando il coraggio di chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre.
 
Le conseguenze pericolose si annidano nel lato più oscuro di questo fenomeno, nel fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in causa l'intero popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un «non detto», che però nulla toglie ai rischi di un risorgente antisemitismo, di fenomeni di intolleranza e di discriminazione oggi più evidenti di ieri, purtroppo. A volte questi rischi si nascondono dietro le parole e i termini usati. Un anno fa il presidente Napolitano esortò a combattere «ogni rigurgito di antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo », perché «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele».
 
Parole coraggiose e nette, che io sono convinto possano essere, per i democratici, la perfetta bussola da seguire. Lo dico con la convinzione di chi, da sindaco di Roma, non incontrò l'allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, che s'era rifiutato di rispondere a un giornalista solo perché israeliano. E lo dico con la determinazione di chi non ritiene ci sia più posto, tra i riformisti, nell'identità del Pd, per alcuna forma di ostilità e di pregiudizio verso Israele, verso un Paese democratico, civile, ricco di cultura, con una società aperta, plurale e dinamica. Verso un popolo, per dirla sempre con Grossman, che ha diritto ad avere, oltre a una concreta sicurezza, quella «normalità politica universale » che significa riconoscergli laicamente ragioni e torti e che invece gli è sempre stata negata, sostituita dal «trattamento speciale» di cui ha parlato ieri su queste colonne Pierluigi Battista.
 
Il cammino della pace è già abbastanza ricco di ostacoli senza che si aggiunga l'incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi dichiara giusto «boicottare» Israele. «So che debellare completamente l'antisemitismo — ha detto Yehoshua — è un obiettivo proibitivo. Ma non lo è combatterlo. L'Europa lo deve combattere con tutta la sua forza. Non per il bene degli ebrei ma per il proprio bene». Attenzione e determinazione non dovranno mai mancare. Anche quando protagoniste di gesti gravissimi come quelli degli ultimi giorni sono poche persone. La migliore risposta, ne sono certo, verrà già dalle prossime giornate torinesi, dalle migliaia di cittadini che affolleranno il Salone del Libro, per leggere e ascoltare le parole degli scrittori della terra d'Israele.
 
Walter Veltroni
(lettera pubblicata in data odierna su Il Corriere della Sera)

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Fabio Della Seta. I silenzi di Joe. Portaparole edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 31, 2008


Fabio Della Seta



I silenzi di Joe


Fabio della Seta


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Chi è questo signore che Sam chiama, con triste affetto, Joe?
Un nome. Il Nome. O un infinito grido in forma di perché?
Sam s’interroga. Non può fare a meno d’interrogarsi. E’ un uomo, ha dei limiti, quelli d’ogni mortale: per quanto la sua coscienza gli dica, giorno dopo giorno, che durante la sua seppur breve vita, se paragonata a quella eterna di Dio, si è comportato nel miglior modo possibile, Sam ha dei dubbi, soprattutto su Dio, perché forse Dio un giorno sì e uno no ha giocato di sgambetto. Il dubbio – che è anche continuo interrogarsi – è che Dio abbia giocato con la sua vita e con quella dei suoi affetti, non intervenendo in suo favore quando sarebbe bastato davvero poco per evitare un dramma, spingendogli addirittura la faccia nel fango con la sua possente mano, giusto per vedere come Sam avrebbe reagito, se si sarebbe arreso soffocando o avrebbe tentato di rialzare il capo e maledirlo.

Sam parla con il suo Dio, anche se questi ricusa caparbiamente di portargli delle risposte intelligibili e a portata d’uomo soprattutto. Dio è nelle Scritture e tutte le volte che ha parlato l’ha fatto per mezzo di complicate metafore, la cui interpretazione non è mai facile o possibile. Ma quando sì, pare che Dio si sia divertito molto di più a creare disgrazie che non a creare il mondo in quei fatidici sette giorni del Genesi. Eppure, nonostante tutto, Joe è sempre il fratello maggiore, il complice, l’amico e in qualche caso il nemico: Joe c’è sempre anche quando non c’è, e Sam questo lo sa bene. Però non può non fargli notare che proprio lui, Joe, il fratello maggiore ideale – e idealizzato – non poche volte s’è sottratto alle voci che nel corso dei secoli l’hanno impetrato.
 
C’è una nutrita amara ironia à la Woody Allen ne “I silenzi di Joe” di Fabio Della Seta, ma non solo. Affrontare i silenzi che Fabio Della Seta mette nero su bianco è un’esperienza dell’animo e della mente, in verità una lettura molto umana ed edificante. Ci sono tante domande ne “I silenzi di Joe”, domande babiloniche che ognuno di noi si pone, anche il più ateo degli uomini: perché certe domande non sono solo di chi ha fede in un Aldilà, ma sono di tutti di fronte all’Immenso, al non-conosciuto. C’è la bellezza della vita e della poesia che essa è, c’è un po’ di affilata rabbiosa malinconia à la Leonard Cohen, e c’è la necessità di capire perché Joe non guarda mai negli occhi i suoi figli, togliendogli il bastone della vecchiaia, quasi per crudele dispetto. Ed ancora c’è la consapevolezza d’esser stati, in una certa misura, “belli e perdenti”, perché Joe c’è. Sicuramente c’è in foggia di perché.
 
 
Fabio Della Seta (Roma, 1924), ha esordito come giornalista nella stampa ebraica ricoprendo per circa dieci anni l’incarico di caporedattore del settimanale Israel. Ha iniziato la sua carriera in Rai con il radiodramma Josef impara a cantare, al quale sono seguiti numerosi altri radiodrammi e programmi di attualità culturale, fra cui Il ridotto, teatro di oggi e di domani (in coppia dapprima con R. La Capria e poi con W.Weaver); come dirigente ha ricoperto incarichi di responsabilità nella produzione e nella realizzazione di programmi culturali radiofonici e televisivi. Per molti anni ha diretto gli uffici Rai per l’America Latina. Ha pubblicato numerosi libri tra cui: Antico Nuovo Israele, saggio sulle origini dello Stato ebraico; Agnusdei, romanzo; Rivedere Petra, racconti; L’incendio del Tevere, storia della scuola ebraica di Roma; Roma in valigia, raccolta di sonetti romaneschi con cui è stato consacrato come il degno discendente di Giuseppe Gioacchino Belli). Come giornalista ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani su argomenti di cultura.
 
 
I silenzi di Joe - Fabio della Seta – illustrazioni di Irio Ottavio Fantini - Portaparole edizioni – collana: i venticinque - 64 pagine – 9,50 Euro – ISBN: 978-88-89421-50-5
 
 
  
Intervista a

Fabio Della Seta
 

a cura di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
1. “I silenzi di Joe”: perché dare proprio questo nome a D-o?
 
A fianco dei molti nomi - o non nomi - che gli ha attribuito la tradizione, un nome brevissimo, di carattere familiare. Come è chiaramente detto nel testo: “per rendere l’approccio più facile”.
 
 
2. Come sono maturate le riflessioni contenute ne “I silenzi di Joe”? In un tempo più o meno lungo, o diversamente? E, per quale necessità dell’anima?
 
Dal momento in cui le leggi razziali del 1938 mi hanno posto di fronte alla realtà del mio essere ebreo, in precedenza consistente quasi unicamente nel fatto di non frequentare nella scuola statale le lezioni di religione. La scuola ebraica che ho frequentato da allora, messa in piedi a prezzo di grandi sforzi, ma con un corpo di docenti di altissimo livello, fra cui il più amato, Enzo Monferini, allievo di Augusto Monti (con Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Massimo Mila e tanti altri) ha reso liberi e orgogliosamente consapevoli del nostro essere ebrei me e i miei coetanei. Alcuni di noi hanno scelto la realizzazione pionieristica israeliana (in chiave laica o religiosa), altri la lotta partigiana e la militanza politica, altri l’approfondimento delle proprie radici, sentite come parte integrante della propria personalità d’italiani ed ebrei ed europei.
 
 
3. Sam è una persona come tante, mortale e con tante domande nell’anima prima che nella testa. Sam ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, e anche se ormai anziano non si è rassegnato all’idea che D-o possa essere soprattutto di dolore. Che cos’è il dolore per Sam?
 
Sam si domanda: che senso ha il dolore? E la domanda che Israele si pone da millenni, in forma sempre più drammatica e perentoria. E’ la domanda, per rifarsi a testi relativamente più prossimi a noi, di Giobbe e di Koheleth (l’Ecclesiaste). Il dolore, come la gioia, è parte essenziale della vita, né il credente né l’ateo possono trovare una spiegazione. Perché sì, è la risposta che a Sam sembra di udire, senza dimenticare l’altra domanda che si pone Koheleth: chissà se il respiro dell’animale scende in basso e quello dell’uomo sale su in alto?
 
 
4. E’ scritto che D-o ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’uomo è (i) mortale e (ii) imperfetto. Dobbiamo forse dedurne che anche D-o ha gli stessi difetti di ciò che avrebbe creato?
 
Prima di Nietzsche già il filosofo greco aveva osservato: se i cavalli concepiscono un dio, lo pensano in forma di cavallo. Il racconto biblico della creazione fa parte di una tradizione mitica che, con varianti più o meno significative, si trova nel patrimonio tradizionale di tutti i popoli antichi. Così Israele, nel suo millenario itinerario spirituale, è passato da un malcelato politeismo – “in principio Elohim (plurale) creò il cielo e la terra” - al riconoscimento di un Dio che presiede unicamente ai suoi destini, per arrivare finalmente con i profeti, soprattutto con Isaia, alla concezione di un Dio universale, padre e signore di tutti i popoli, in nessun modo raffigurabile, e dallo stesso nome mantenuto rigorosamente segreto. Un percorso assai lungo, e non poche volte conflittuale, come attestato da quello che Martin Buber ebbe a definire il più orgoglioso dei miti: il patriarca Giacobbe che trasforma il proprio nome in Israele, che significa: colui che combatte con Dio.
 
 
5. Si dice che gli Ebrei possano raccontare barzellette su sé stessi, ma se un non-ebreo scherza sull’Ebraismo va incontro all’ira di D-o e non solo. C’è qualche cosa di vero in ciò, e se sì, per quale ragione?
 
Non mi risulta che esistano statistiche che quantifichino le storielle riguardanti gli ebrei specificandone l’origine ambientale, se ebraica o altrimenti. E’ ben nota la propensione ebraica per l’autocritica. Peraltro l’unico punto di spartiacque a mia conoscenza divide le barzellette spassose da quelle che divertenti non sono.
 
 
6. Ma Sam, Sam come lo interpreta l’amore di D-o? E soprattutto, D-o è in grado di provare amore o solo vive nella Fede degli uomini ma con divina indifferenza?
 
Sam ignora “il prodigio che schiude la divina indifferenza”. La sua disperazione nasce da una ricerca del tutto priva di risultati. Anche se s’impone d’interpretare come segni di approvazione i silenzi di Joe. Come Giobbe e come K. accetta di essere processato. Ma, a differenza dell’eroe kafkiano, si ostina a proclamare la propria innocenza.
 
 
7. In che misura è importante l’ironia per cercare di comprendere il piano di D-o? Qual è il limite che non si dovrebbe mai superare parlando di D-o?
 
Nessun limite all’uomo impegnato nella ricerca di Dio e nel tentativo di colloquiare con Lui. Tale è il significato della storiella talmudica posta in epigrafe a “I silenzi di Joe”. La Legge è ormai in terra, ad interpretarla non vale neppure una “kol”, vale a dire una voce proveniente dal cielo. E’ la riaffermazione del primato della ragione, così come orgogliosamente proclamato in campo cristiano da San Giovanni della Croce: “Un solo pensamiento del hombre vale màs que todo el mundo”.
 
 
8. In nome di Dio si sono fatte, e si continuano a fare – ahinoi! -, molteplici guerre in tutti gli angoli del mondo; si giustificano alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Ogni religione, seppur con le dovute sfumature, parla di un Dio d’amore: com’è dunque possibile che Dio permetta che l’uomo uccida i propri simili nel suo Nome?
 
Ogni popolo, ogni condottiero ha raffigurato in Dio la giustificazione delle proprie imprese guerriere. Soltanto Isaia, forse il più grande dei profeti, ha osato sognare un mondo davvero pacificato, in cui l’uomo farà vomeri e falci delle sue armi. Ed è giunto a dire parole che risuonano ancora oggi di sconcertante attualità:
 
“In quel giorno vi sarà una strada dall’Egitto in Assiria,
gli Assiri andranno in Egitto e gli Egiziani in Assiria,
e gli Egiziani serviranno l’Eterno con gli Assiri.
In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto ella con l’Assiria,
e tutti e tre saranno una benedizione in mezzo alla terra.
L’Eterno degli eserciti li benedirà dicendo:
Benedetti siano l’Egitto, mio popolo,
l’Assiria, opera delle mie mani,
e Israele, mia eredità.”
                       (Isaia, X IX, 23 - 25).
 
Sono trascorsi all’incirca venticinque secoli da quando queste parole vennero pronunciate: Le sembra che sia prossimo il momento della loro attuazione?
 
 
9. E se Dio, alla fin dei conti, non fosse altro che un eterno perché gridato nell’Immenso?
 
E’ questa precisamente la conclusione del mio libro. Con una ineluttabile conseguenza: nel momento delle decisioni supreme l’uomo è solo con la propria coscienza: è la sua vittoria e la sua dannazione. E Lui non c’entra.
 
 
10. E se D-o fosse di sesso femminile? Magari è un ermafrodito!
 
Domanda del tutto pertinente, che porta a constatare quanto la nostra civiltà, religioni comprese, sia impregnata di maschilismo. E ancora oggi l’ebreo devoto è tenuto a benedire colui che l’ha creato maschio. Mentre la donna si limita ad esaltare chi l’ha creata secondo la sua volontà.
 
 
11. Domanda palesemente provocatoria: ma l’uomo non vivrebbe assai meglio se non dovesse fare i conti con l’idea che, da qualche parte, debba per forza di cose esistere un Demiurgo, un Essere Superiore?
 
Forse, ma nessuno è in grado di affermarlo con certezza assoluta. L’idea stessa d’eternità è nata con l’uomo, e ad essa, ateo o credente che sia, rimane attaccato. Quanto a Lui, come è stato acutamente affermato, che ci sia o non ci sia, costituisce sempre un problema. Anzi, il problema.
 
 
12. Non è da escludere che l’uomo sia apparso sulla Terra per puro caso. A suo avviso, perché ancora oggi si ha paura del darwinismo?
 
Le religioni in quanto cristallizzazioni di riti, nonché strumenti di potere e sovrastrutture, sono e saranno sempre nemiche della ricerca e del nuovo. La religiosità, lo slancio verso l’assoluto e verso l’ignoto, sono tutt’altra cosa, come chiarito da Martin Buber. Senza dimenticare che esiste anche una religiosità dell’ateismo: si pensi a Spinoza, a Leopardi, a Kafka, per fare solo tre nomi.
 
 
13. Lei, Fabio Della Seta, crede nel Paradiso? Perché?
 
Una premessa: non sono religioso, quanto meno nel senso tradizionale della parola. Ho riscoperto e apprezzato i valori storici e spirituali dell’ebraismo così come mi sono appassionato alle vicende della civiltà greco-romana.. In quella grande raccolta di testi risalenti a diverse epoche che chiamiamo Bibbia (vale a dire “libri”) non esiste nessun accenno a un mondo dell’aldilà, e meno ancora a luoghi di espiazioni e di ricompense (quanto al Purgatorio, è fantasia medioevale).
 
 
14. “I silenzi di Joe”: che cosa aggiunge a quanto nel corso dei secoli è stato scritto e detto su Dio?
 
“I silenzi di Joe” è un tentativo di riproporre in chiave contemporanea situazioni e interrogativi che firmano parte integrante della tradizione ebraica. Quanto al risultato, non spetta a me valutarlo. E’ compito dell’eventuale lettore.
 
 
Grazie infinite.
E’ stato davvero molto gentile e paziente.
Con ammirazione e stima, Le auguro ogni bene.


Questo pezzo è apparso sull'inserto culturale Scritture & Pensieri (n.18) a cura di Stefania Nardini, del quotidiano "Corriere nazionale", le cui 65 mila copie quotidiane sono presenti in Umbria, Siena, Arezzo, Grosseto, Viterbo.

Vi propongo il pezzo già apparso sul "Corriere Nazionale" anche su queste pagine virtuali, in una versione più lunga, con degli interessanti extra, giacché in Rete non esistono problemi di spazio. Buona lettura. (g.i.) 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:56 | segnalazioni, recensioni, letteratura, religione, cronaca, editoria, scrittura, autori, rassegna stampa, in libreria, pubblicità, scrittori, ultime notizie, novità in libreria, editoriale di g iannozzi | clicca per commentare commenti (15)



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