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Daniela Gambino. Abbi cura di te. Barbera editore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 12, 2008


Daniela Gambino - Abbi cura di te


Abbi cura di te


Daniela Gambino


non è ancora pronta per i pantaloni
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
E’ questo un libro che appartiene al più classico (e freddo) filone lialesco, o se vogliamo essere più generosi e attuali coi tempi una storia à la Federico Moccia, pur non accogliendo in sé le isteriche potenzialità di un libro commerciale come “Tre metri sopra il cielo”.
Meglio mettere i puntini sulle “i” sin dall’inizio: Daniela Gambino è un’autrice con grandi potenzialità, di sostanza e di stile, come ha già ampiamente dimostrato nei suoi precedenti lavori; tuttavia questo suo ultimo “Abbi cura di te” non convince, non del tutto comunque. Poteva essere un romanzo completo, ed invece è una bozza, che restituisce poche emozioni al lettore, che lo coinvolge poco o niente nella storia. Se l’autrice ci avesse lavorato su, probabilmente sarebbe riuscita a sfornare un polpettone strappalacrime commerciale (vedi Moccia); non sarebbe stato un capolavoro della narrativa italiana, ma perlomeno avrebbe fatto sognare gli animi più sensibili e facili ad emozionarsi. Un peccato! “Abbi cura di te”, con più lavoro, avrebbe avuto in sé le qualità necessarie per dare all’autrice una bella soddisfazione commerciale tutta al femminile.
Messo in chiaro che non siamo di fronte a un capolavoro commerciale, possiamo accennare a quella che è la trama di questo “Abbi cura di te”, il cui stile - minimale purtroppo come impone oggi la moda scrittoria - non sostiene emozioni dionisiache ma au contraire una certa freddezza analitica. In alcuni tagli, la Gambino riesce ad essere come assente, quasi che gli eventi descritti siano solamente funzionali alla scrittura, estromette dunque l’emozionalità lasciando intatta la sola freddezza: i personaggi vengono fotografati in un lampo, l’ambiente che li contiene pure, ma sarebbe sbagliato asserire che la Gambino tenti un’operazione avantpop di polaroid à la Douglas Coupland, come nell’insuperato “Generation X: Tales for an Accelerated Culture”; e non è neanche possibile dire con troppa superficialità critica che l’autrice è l’ennesima vittima della Mtv generation perché non corrisponderebbe al vero. Daniela Gambino è al di sopra del semplicismo esplicato dalla Mtv generation, come ben dimostra in “Bukowski e babbaluci” e in “Macho macho”, nonché in alcuni racconti; tuttavia in questo “Abbi cura di te” non riesce a bucare la pagina, nonostante i rapidi e repentini cambi di scena, quasi degni di una sceneggiatura televisiva. E’ sì un libro che rientra nel lialesco, ma in quel filone algido e scevro di autentica passionalità. Se Federico Moccia è riuscito a tradurre sulla pagina l’isteria di una gioventù affamata di affetti a buon mercato, la Gambino, forse nel tentativo di non risultare isterica al femminile, ha dimenticato di dar l’afflato vitale ai suoi personaggi. Troviamo dunque Manuela, in piena crisi con sé stessa, incapace di tenere un lavoro ma soprattutto lontana dalla società, una alienata; poi un giorno qualsiasi un incidente la costringe in un letto d’ospedale, quindi l’inevitabile guardare al passato, l’altrettanto inevitabile battersi in pectore; ed ancora un fastidioso cercare di scoprire immobilizzata com’è quale sia l’identità del ragazzo che l’ha investita fuggendo, senza prestarle soccorso. Ed ancora Manuela si interroga sul volto di un uomo, che incontrava ogni mattino al semaforo. La storia di Manuela prosegue, o meglio si estende come una metastasi non prevista in quella di Michele e Sonia. Michele è da poco scomparso, nessuno sa che fine abbia fatto, e Sonia, la sua fidanzata, indarno cerca di sapere dov’è finito, se nel letto di qualche ex o triturato da chissà quale perverso meccanismo della società. Convergono altre microstorie dentro alle due principali, a volte sono proprio dei lampi e niente di più, però ci sono e sin tanto che non si arriva alla fine del romanzo non si può dire se erano veramente necessarie. Tanti accadimenti, troppa carne messa a cuocere al centro d’un freddo fuoco lialesco, dove si intuisce la fragilità dei personaggi ma più evidente è quella del costrutto narrativo.
Daniela Gambino non è ancora pronta per i pantaloni, ma forse meglio così, perché di Lara Cardella che subito bruciò le tappe oggi non sappiamo più nulla, mentre è nostro desiderio che la Gambino resti nel panorama letterario, al femminile e non, per crescere ancora e mettersi in discussione. Abbi cura di te, Daniela.
 
Daniela Gambino è nata a Palermo nel 1969. Scrive su La Repubblica. Ha pubblicato Macho macho (Castelvecchi, 1998), Cosa ti piace di me? (Castelvecchi, 2000), Bukowski e babbaluci (Edizioni Interculturali, 2005). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie: Italiane Duemilaquattro (La tartaruga, 2004), Peccati venali (Coniglio Editore, 2004), Essere magri in Italia (Coniglio Editore, 2005), Tua, con tutto il corpo antologia di racconti erotici al femminile (LietoColle, 2005).
 
 
Abbi cura di te - Daniela Gambino - Collana: Aiko – Barbera editore – 1a ediz. aprile 2008 - ISBN: 978- 88-7899-217-7 - € 9,90
 
 
 
I blog di Daniela Gambino:
 
http://danielagambino.splinder.com
 
http://www.myspace.com/danielagambino
 
 
Il sito ufficiale:
 
http://danielagambino.altervista.org





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Trudi Birger. Ho sognato la cioccolata per anni. Piemme, bestseller

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, maggio 03, 2008


Trudi Birger -- Ho sognato la cioccolata per anni



Trudi Birger


Ho sognato la cioccolata per anni
 

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Trudi Birger, sopravvissuta agli orrori dell’Olocausto, alla fine della guerra si è trasferita a Gerusalemme dove ha vissuto con la sua numerosa famiglia. Derubata della giovinezza, ha scelto di dedicarsi con tutte le sue forze ai bambini più poveri, di qualunque etnia e religione fossero, fino alla sua morte, nel 2002. “””Ho sognato la cioccolata per anni”, il racconto della sua esperienza nei campi di concentramento, è stato tradotto in tutto il mondo, suscitando grande commozione. Il seguito della sua storia è narrato in “””Da bambina ho fatto una promessa”. Entrambi i titoli sono disponibili nel catalogo Piemme, più volte e giustamente ristampati in diverse edizioni.
 
“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger, un romanzo autobiografico sì, ma per molti versi esemplare e unico nel suo genere, di denuncia degli orrori nazisti contro gli Ebrei.
Nella scrittura di Trudi Birger non ci sono inutili impronte del book in progress, come invece avviene per autori quali Mauro Covacich e Franz Krauspenhaar.
La Birger ci consegna, con assoluta modestia, un grandissimo libro che ci parla dell’Olocasuto, della guerra, delle proprie radici, di una madre e di una figlia che nel mezzo del dramma giurano a sé stesse di essere persone migliori nella speranza che un domani ci sarà. Una storia che guarda sì all’Olocausto ma con particolare attenzione alle radici della famiglia oltre che del proprio popolo. Questa pecularietà, dove la materia narrativa attinge direttamente al solipsimo, restituisce al lettore una emozione proiettata verso la Storia. L’azione balsamica, o terapeutica per usare un aggettivo molto di moda oggidì, grazie alla penna di Trudi Birger non è fine a sé stessa, congeniale al solo rapporto scrittore-lettore, ma al contrario si consegna alla Memoria, con commozione e autentica Pietas. La testimonianza della Birger ci insegna che mai ci si deve arrendere all’odio. Nella prefazione a firma di Jeffrey M. Green si legge: “Questa è la storia eccezionale di un essere umano: Trudi Birger, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, strappata alla morte poco prima di essere spinta nel forno crematorio del campo di concentramento di Stutthof. [...] Intenzione di questo libro non è semplicemente l’esposizione di una serie di fatti, quanto quella di far rivivere il vissuto personale dell’esperienza di Trudi”.
 
La rabbia, dovuta all’ingiusta e inclemente reclusione, una rabbia umana che è la forza di rimanere aggrappate alla vita nonostante tutto, la fame che scandisce i giorni ma non divora mai la speranza che un giorno gli Alleati metteranno a tacere l’orrore nazista, viene descritta dall’Autrice con sofferta emozione che non cede mai all’autocommiserazione:
 
“Al campo ero sempre affamata. Di notte sognavo tazze fumanti di cioccolata e croccanti panini con tanto burro. Erano sogni così intensi da sembrare reali e in pieno contrasto con le piccole quantità di cibo che ci venivano date. Malgrado le disumane condizioni della vita, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ancora ostinatamente attaccata alla vita e lottavo per tenere alto il morale mio e di mia madre. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli Alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno”.
 
Aleggia delicato il desiderio di rimuovere l’accaduto; e non accade, perché Trudi sa che quei cinque anni della sua vita fanno oramai parte non solo della sua vita ma della Memoria, e non sarebbe giusto dimenticare dimenticando così chi meno fortunato non ce l’ha fatta a vedere la luce del sole fuori dai campi di concentramento: 
 
“Ancor oggi una parte di me dice... Cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un’altra parte in me dice che cancellare il passato è un’offesa alla memoria di chi ha sofferto e all’immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell’Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell’Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c’è ancora chi la può raccontare”.
 
La storia di una bambina che viene strappata dalla quotidianità di Francoforte per trovarsi presto rinchiusa, come animale in gabbia, nel ghetto di Kosvo, in attesa di finire nel campo di concentramento di Stutthof. La storia di una bambina per l’appunto, la cui vita era appena all’inizio, di una bambina armata solo della sua innocenza. La storia di un grande coraggio là dove speranza non regna: la protagonista si lega alla madre, a tutto ciò che essa rappresenta per lei, per la Memoria del popolo ebraico intero. Un’intensità dolorifica e salvifica esposta senza censure né ritrosie, neanche quando annichilita nel corpo, ma non nello spirito, nuda e rasata a zero viene accompagnata verso il forno crematorio.

“Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger non posso fare a meno di consigliarlo a chiunque oggi tenta, bene o male, di parlare dei drammi personali e mondiali che si sono consumati prima durante e dopo la IIa Guerra Mondiale, per la lezione di umano coraggio, per la Pietas che in questa storia c’è, per la forza dilagante di non dimenticare mai le proprie radici familiari, e non da ultimo perché alto esempio di scrittura autobiografica però senza strascichi di ottusità lialesca, di book in progress.
 
 
Ho sognato la cioccolata per anniTrudi Birger - Piemme - Collana: Bestseller - Pagine 191 - EAN : 9788838488344 - € 9.00

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:15 | recensioni, cultura, libri, editoria, nazismo, autori, critica, in libreria, capolavori, casi letterari, nazisti, nazifascismo, capolavori contemporanei | clicca per commentare commenti (8)



Mario Favini. Centro commerciale. Cicorivolta edizioni.

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, aprile 02, 2008





Centro Commerciale


Mario Favini
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Non credo di sbagliare asserendo che il luogo deputato per gli incontri oggi è uno e uno solo, il centro commerciale: qui si radunano le più svariate forme di esseri, siano essi umani siano essi non-umani. Il centro commerciale, oggi come oggi, è per tutti quelli che hanno una qualsiasi necessità, reale o fittizia, perché semplicemente non si è se non ci si incontra nel suo dedalo ventre. Le icone della contemporaneità vivono e muoiono tra le varie corsie, tra gli sponsor e le standiste appostate a ogni angolo del centro, pronte a rifilare ai malcapitati un nuovo miracoloso prodotto dell’ingegneria alimentare.
Mario Favini, giovane autore al suo esordio nella narrativa, ci invita a entrare nel suo “Centro commerciale”, che è ricco di tutto, di tutto l’impossibile e il superfluo. Quello che ci offre Favini è un vero e proprio tour guidato all’interno del Centro, più che mai surreale, voluttuosamente splatter, dove ogni desiderio del cliente viene esaudito in un men che non si dica: basta avere le tasche gonfie di “reumi”, la sola valuta accettata. Protagoniste del “Centro commerciale” sono un’anonima signorina e la sua inseparabile amica Niki, oltremodo glaciale, senza mai una parola in bocca. Per nostra fortuna la protagonista, senza nome, parla con Niki e parlando con lei parla anche con noi e forse cerca anche di parlare con tutte le cose che, vive o morte, sono raccolte nei bancali, lungo le innumerevoli corsie.
Nel Centro commerciale c’è il superfluo soprattutto: le persone che lo frequentano sono lì per dar sfogo a uno shopping compulsivo, perché secondo la logica del consumismo – presente in ogni anima del Centro – le necessità nascono nel momento in cui l’individuo crede di non aver bisogno d’un dato prodotto. Il Centro soddisfa tutte le necessità della clientela e ne crea immediatamente delle nuove, estreme e surreali: in vendita ci sono pani cornuti con briciole di ossa, cani amputati, profilattici a dir poco bizzarri, spaghetti viventi, tavolini con criceto incorporato, neonati prematuri, polli sottoposti a chirurgia estetica, uomini-frigo… Nel Centro è possibile trovare questo e molto altro ancora: Niki si lascia accompagnare durante il suo giro, mette nel carrello, e non parla. Mai. Nessuno parla con nessuno. I neon illuminano ogni angolo dell’immenso ambiente, ma non ci sono ombre: quelle non si trovano, e non è possibile comprarle.
Il microcosmo che Mario Favini ci offre è surreale, a tratti gotico, spietato, crudele: non c’è rispetto per niente, per nessuno. Il cliente esiste in funzione della merce che caccia dentro al carrello, e non per altro. In una cornice surreale ma veritiera, Niki e la sua compagna finiscono col diventare parte integrante del Centro commerciale, loro stesse un prodotto.
Per questo romanzo breve, l’autore fa leva su frasi didascaliche come epitaffi: ognuna porta a una considerazione, a una macabra verità, un po’ come in quella mostra delle atrocità di J.C. Ballard.
“Centro commerciale” di Mario Favini è destinato a coloro che oggi, che ancora oggi, tra reality show e canali televisivi e in Rete dedicati allo shopping più sfrenato, hanno ancora l’assurda pretesa di pensare con la propria testa.   
 
 
Mario Favini – Centro commercialeCicorivolta edizioni – collana: i quaderni di Cico – pp. 97 -ISBN 978-88-95106-12-0 - € 11,00


Per altre info, i blog di Mario Favini:

http://mariofavini.splinder.com/
http://www.myspace.com/mariofavini



  Il sito dell’editore, Cicorivolta Edizioni:

  http://www.cicorivoltaedizioni.com 
 
  Per leggere un assaggio del romanzo, cliccare qui sopra.



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Fabio Della Seta. I silenzi di Joe. Portaparole edizioni

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, marzo 31, 2008


Fabio Della Seta



I silenzi di Joe


Fabio della Seta


 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 


 
Chi è questo signore che Sam chiama, con triste affetto, Joe?
Un nome. Il Nome. O un infinito grido in forma di perché?
Sam s’interroga. Non può fare a meno d’interrogarsi. E’ un uomo, ha dei limiti, quelli d’ogni mortale: per quanto la sua coscienza gli dica, giorno dopo giorno, che durante la sua seppur breve vita, se paragonata a quella eterna di Dio, si è comportato nel miglior modo possibile, Sam ha dei dubbi, soprattutto su Dio, perché forse Dio un giorno sì e uno no ha giocato di sgambetto. Il dubbio – che è anche continuo interrogarsi – è che Dio abbia giocato con la sua vita e con quella dei suoi affetti, non intervenendo in suo favore quando sarebbe bastato davvero poco per evitare un dramma, spingendogli addirittura la faccia nel fango con la sua possente mano, giusto per vedere come Sam avrebbe reagito, se si sarebbe arreso soffocando o avrebbe tentato di rialzare il capo e maledirlo.

Sam parla con il suo Dio, anche se questi ricusa caparbiamente di portargli delle risposte intelligibili e a portata d’uomo soprattutto. Dio è nelle Scritture e tutte le volte che ha parlato l’ha fatto per mezzo di complicate metafore, la cui interpretazione non è mai facile o possibile. Ma quando sì, pare che Dio si sia divertito molto di più a creare disgrazie che non a creare il mondo in quei fatidici sette giorni del Genesi. Eppure, nonostante tutto, Joe è sempre il fratello maggiore, il complice, l’amico e in qualche caso il nemico: Joe c’è sempre anche quando non c’è, e Sam questo lo sa bene. Però non può non fargli notare che proprio lui, Joe, il fratello maggiore ideale – e idealizzato – non poche volte s’è sottratto alle voci che nel corso dei secoli l’hanno impetrato.
 
C’è una nutrita amara ironia à la Woody Allen ne “I silenzi di Joe” di Fabio Della Seta, ma non solo. Affrontare i silenzi che Fabio Della Seta mette nero su bianco è un’esperienza dell’animo e della mente, in verità una lettura molto umana ed edificante. Ci sono tante domande ne “I silenzi di Joe”, domande babiloniche che ognuno di noi si pone, anche il più ateo degli uomini: perché certe domande non sono solo di chi ha fede in un Aldilà, ma sono di tutti di fronte all’Immenso, al non-conosciuto. C’è la bellezza della vita e della poesia che essa è, c’è un po’ di affilata rabbiosa malinconia à la Leonard Cohen, e c’è la necessità di capire perché Joe non guarda mai negli occhi i suoi figli, togliendogli il bastone della vecchiaia, quasi per crudele dispetto. Ed ancora c’è la consapevolezza d’esser stati, in una certa misura, “belli e perdenti”, perché Joe c’è. Sicuramente c’è in foggia di perché.
 
 
Fabio Della Seta (Roma, 1924), ha esordito come giornalista nella stampa ebraica ricoprendo per circa dieci anni l’incarico di caporedattore del settimanale Israel. Ha iniziato la sua carriera in Rai con il radiodramma Josef impara a cantare, al quale sono seguiti numerosi altri radiodrammi e programmi di attualità culturale, fra cui Il ridotto, teatro di oggi e di domani (in coppia dapprima con R. La Capria e poi con W.Weaver); come dirigente ha ricoperto incarichi di responsabilità nella produzione e nella realizzazione di programmi culturali radiofonici e televisivi. Per molti anni ha diretto gli uffici Rai per l’America Latina. Ha pubblicato numerosi libri tra cui: Antico Nuovo Israele, saggio sulle origini dello Stato ebraico; Agnusdei, romanzo; Rivedere Petra, racconti; L’incendio del Tevere, storia della scuola ebraica di Roma; Roma in valigia, raccolta di sonetti romaneschi con cui è stato consacrato come il degno discendente di Giuseppe Gioacchino Belli). Come giornalista ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani su argomenti di cultura.
 
 
I silenzi di Joe - Fabio della Seta – illustrazioni di Irio Ottavio Fantini - Portaparole edizioni – collana: i venticinque - 64 pagine – 9,50 Euro – ISBN: 978-88-89421-50-5
 
 
  
Intervista a

Fabio Della Seta
 

a cura di Giuseppe Iannozzi
 

 
 
1. “I silenzi di Joe”: perché dare proprio questo nome a D-o?
 
A fianco dei molti nomi - o non nomi - che gli ha attribuito la tradizione, un nome brevissimo, di carattere familiare. Come è chiaramente detto nel testo: “per rendere l’approccio più facile”.
 
 
2. Come sono maturate le riflessioni contenute ne “I silenzi di Joe”? In un tempo più o meno lungo, o diversamente? E, per quale necessità dell’anima?
 
Dal momento in cui le leggi razziali del 1938 mi hanno posto di fronte alla realtà del mio essere ebreo, in precedenza consistente quasi unicamente nel fatto di non frequentare nella scuola statale le lezioni di religione. La scuola ebraica che ho frequentato da allora, messa in piedi a prezzo di grandi sforzi, ma con un corpo di docenti di altissimo livello, fra cui il più amato, Enzo Monferini, allievo di Augusto Monti (con Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Massimo Mila e tanti altri) ha reso liberi e orgogliosamente consapevoli del nostro essere ebrei me e i miei coetanei. Alcuni di noi hanno scelto la realizzazione pionieristica israeliana (in chiave laica o religiosa), altri la lotta partigiana e la militanza politica, altri l’approfondimento delle proprie radici, sentite come parte integrante della propria personalità d’italiani ed ebrei ed europei.
 
 
3. Sam è una persona come tante, mortale e con tante domande nell’anima prima che nella testa. Sam ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, e anche se ormai anziano non si è rassegnato all’idea che D-o possa essere soprattutto di dolore. Che cos’è il dolore per Sam?
 
Sam si domanda: che senso ha il dolore? E la domanda che Israele si pone da millenni, in forma sempre più drammatica e perentoria. E’ la domanda, per rifarsi a testi relativamente più prossimi a noi, di Giobbe e di Koheleth (l’Ecclesiaste). Il dolore, come la gioia, è parte essenziale della vita, né il credente né l’ateo possono trovare una spiegazione. Perché sì, è la risposta che a Sam sembra di udire, senza dimenticare l’altra domanda che si pone Koheleth: chissà se il respiro dell’animale scende in basso e quello dell’uomo sale su in alto?
 
 
4. E’ scritto che D-o ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’uomo è (i) mortale e (ii) imperfetto. Dobbiamo forse dedurne che anche D-o ha gli stessi difetti di ciò che avrebbe creato?
 
Prima di Nietzsche già il filosofo greco aveva osservato: se i cavalli concepiscono un dio, lo pensano in forma di cavallo. Il racconto biblico della creazione fa parte di una tradizione mitica che, con varianti più o meno significative, si trova nel patrimonio tradizionale di tutti i popoli antichi. Così Israele, nel suo millenario itinerario spirituale, è passato da un malcelato politeismo – “in principio Elohim (plurale) creò il cielo e la terra” - al riconoscimento di un Dio che presiede unicamente ai suoi destini, per arrivare finalmente con i profeti, soprattutto con Isaia, alla concezione di un Dio universale, padre e signore di tutti i popoli, in nessun modo raffigurabile, e dallo stesso nome mantenuto rigorosamente segreto. Un percorso assai lungo, e non poche volte conflittuale, come attestato da quello che Martin Buber ebbe a definire il più orgoglioso dei miti: il patriarca Giacobbe che trasforma il proprio nome in Israele, che significa: colui che combatte con Dio.
 
 
5. Si dice che gli Ebrei possano raccontare barzellette su sé stessi, ma se un non-ebreo scherza sull’Ebraismo va incontro all’ira di D-o e non solo. C’è qualche cosa di vero in ciò, e se sì, per quale ragione?
 
Non mi risulta che esistano statistiche che quantifichino le storielle riguardanti gli ebrei specificandone l’origine ambientale, se ebraica o altrimenti. E’ ben nota la propensione ebraica per l’autocritica. Peraltro l’unico punto di spartiacque a mia conoscenza divide le barzellette spassose da quelle che divertenti non sono.
 
 
6. Ma Sam, Sam come lo interpreta l’amore di D-o? E soprattutto, D-o è in grado di provare amore o solo vive nella Fede degli uomini ma con divina indifferenza?
 
Sam ignora “il prodigio che schiude la divina indifferenza”. La sua disperazione nasce da una ricerca del tutto priva di risultati. Anche se s’impone d’interpretare come segni di approvazione i silenzi di Joe. Come Giobbe e come K. accetta di essere processato. Ma, a differenza dell’eroe kafkiano, si ostina a proclamare la propria innocenza.
 
 
7. In che misura è importante l’ironia per cercare di comprendere il piano di D-o? Qual è il limite che non si dovrebbe mai superare parlando di D-o?
 
Nessun limite all’uomo impegnato nella ricerca di Dio e nel tentativo di colloquiare con Lui. Tale è il significato della storiella talmudica posta in epigrafe a “I silenzi di Joe”. La Legge è ormai in terra, ad interpretarla non vale neppure una “kol”, vale a dire una voce proveniente dal cielo. E’ la riaffermazione del primato della ragione, così come orgogliosamente proclamato in campo cristiano da San Giovanni della Croce: “Un solo pensamiento del hombre vale màs que todo el mundo”.
 
 
8. In nome di Dio si sono fatte, e si continuano a fare – ahinoi! -, molteplici guerre in tutti gli angoli del mondo; si giustificano alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Ogni religione, seppur con le dovute sfumature, parla di un Dio d’amore: com’è dunque possibile che Dio permetta che l’uomo uccida i propri simili nel suo Nome?
 
Ogni popolo, ogni condottiero ha raffigurato in Dio la giustificazione delle proprie imprese guerriere. Soltanto Isaia, forse il più grande dei profeti, ha osato sognare un mondo davvero pacificato, in cui l’uomo farà vomeri e falci delle sue armi. Ed è giunto a dire parole che risuonano ancora oggi di sconcertante attualità:
 
“In quel giorno vi sarà una strada dall’Egitto in Assiria,
gli Assiri andranno in Egitto e gli Egiziani in Assiria,
e gli Egiziani serviranno l’Eterno con gli Assiri.
In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto ella con l’Assiria,
e tutti e tre saranno una benedizione in mezzo alla terra.
L’Eterno degli eserciti li benedirà dicendo:
Benedetti siano l’Egitto, mio popolo,
l’Assiria, opera delle mie mani,
e Israele, mia eredità.”
                       (Isaia, X IX, 23 - 25).
 
Sono trascorsi all’incirca venticinque secoli da quando queste parole vennero pronunciate: Le sembra che sia prossimo il momento della loro attuazione?
 
 
9. E se Dio, alla fin dei conti, non fosse altro che un eterno perché gridato nell’Immenso?
 
E’ questa precisamente la conclusione del mio libro. Con una ineluttabile conseguenza: nel momento delle decisioni supreme l’uomo è solo con la propria coscienza: è la sua vittoria e la sua dannazione. E Lui non c’entra.
 
 
10. E se D-o fosse di sesso femminile? Magari è un ermafrodito!
 
Domanda del tutto pertinente, che porta a constatare quanto la nostra civiltà, religioni comprese, sia impregnata di maschilismo. E ancora oggi l’ebreo devoto è tenuto a benedire colui che l’ha creato maschio. Mentre la donna si limita ad esaltare chi l’ha creata secondo la sua volontà.
 
 
11. Domanda palesemente provocatoria: ma l’uomo non vivrebbe assai meglio se non dovesse fare i conti con l’idea che, da qualche parte, debba per forza di cose esistere un Demiurgo, un Essere Superiore?
 
Forse, ma nessuno è in grado di affermarlo con certezza assoluta. L’idea stessa d’eternità è nata con l’uomo, e ad essa, ateo o credente che sia, rimane attaccato. Quanto a Lui, come è stato acutamente affermato, che ci sia o non ci sia, costituisce sempre un problema. Anzi, il problema.
 
 
12. Non è da escludere che l’uomo sia apparso sulla Terra per puro caso. A suo avviso, perché ancora oggi si ha paura del darwinismo?
 
Le religioni in quanto cristallizzazioni di riti, nonché strumenti di potere e sovrastrutture, sono e saranno sempre nemiche della ricerca e del nuovo. La religiosità, lo slancio verso l’assoluto e verso l’ignoto, sono tutt’altra cosa, come chiarito da Martin Buber. Senza dimenticare che esiste anche una religiosità dell’ateismo: si pensi a Spinoza, a Leopardi, a Kafka, per fare solo tre nomi.
 
 
13. Lei, Fabio Della Seta, crede nel Paradiso? Perché?
 
Una premessa: non sono religioso, quanto meno nel senso tradizionale della parola. Ho riscoperto e apprezzato i valori storici e spirituali dell’ebraismo così come mi sono appassionato alle vicende della civiltà greco-romana.. In quella grande raccolta di testi risalenti a diverse epoche che chiamiamo Bibbia (vale a dire “libri”) non esiste nessun accenno a un mondo dell’aldilà, e meno ancora a luoghi di espiazioni e di ricompense (quanto al Purgatorio, è fantasia medioevale).
 
 
14. “I silenzi di Joe”: che cosa aggiunge a quanto nel corso dei secoli è stato scritto e detto su Dio?
 
“I silenzi di Joe” è un tentativo di riproporre in chiave contemporanea situazioni e interrogativi che firmano parte integrante della tradizione ebraica. Quanto al risultato, non spetta a me valutarlo. E’ compito dell’eventuale lettore.
 
 
Grazie infinite.
E’ stato davvero molto gentile e paziente.
Con ammirazione e stima, Le auguro ogni bene.


Questo pezzo è apparso sull'inserto culturale Scritture & Pensieri (n.18) a cura di Stefania Nardini, del quotidiano "Corriere nazionale", le cui 65 mila copie quotidiane sono presenti in Umbria, Siena, Arezzo, Grosseto, Viterbo.

Vi propongo il pezzo già apparso sul "Corriere Nazionale" anche su queste pagine virtuali, in una versione più lunga, con degli interessanti extra, giacché in Rete non esistono problemi di spazio. Buona lettura. (g.i.) 

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Luca Casarini. La parte della fortuna. Strade Blu, Mondadori

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, marzo 25, 2008



Luca Casarini

La parte della fortuna








Sandrone Dazieri balla felice come una pasqua



Un'altra volta Casarini

di Fabrizio Roncone


fonte: Il Corriere della Sera
 

- Compagno Luca Casarini, proprio lei, il gran capo dei no global…

“Proprio io, cosa?”

- Beh, si è messo a lavorare… anzi, a scrivere per Berlusconi.

“Un attimo, ora le spiego”.

- Sì, un attimo. Dovevate fare la rivoluzione, e poi invece…

“Invece che? Mi ascolti, posso chiarire tutto”.

- Eh…

“Eh un bel niente. C’è poco da ironizzare. Io ho solo scritto un romanzo”.

- Genere?

“Diciamo un social-noir”.

- Genere sconosciuto Casarini.

“Infatti. Ma, vede, io non saprei scriverlo un saggio politico. Così ho scelto la strada del giallo-denuncia e…”.

- E se lo fa pubblicare dalla Mondadori, la casa editrice di cui è proprietaria la famiglia Berlusconi. Complimenti per la coerenza.

“Ma che c’entra?”

- C’entra. Quanto le danno?

“Mi pagano il minimo. Una manciata di euro, come sempre capita agli scrittori esordienti”.

- Dica la verità: come c’è arrivato a una casa editrice così prestigiosa?

“Merito di Sandrone Dazieri”.

- L’autore di “Attenti al gorilla”.

“Esatto. Sandrone scrive gialli, è consulente per la Mondadori e ci conosciamo da una vita, da quando lui, per capirci, frequentava il centro sociale Leoncavallo… La faccenda è più chiara, ora?”

- Il cavaliere lo sa?

“Che mi pubblicherà un libro? No, non credo sappia niente”.

- I suoi compagni di Roma, l’altra sera, gli hanno tirato le uova…

“Centrandolo, peraltro… ah ah ah!”

- Guardi, sono sghignazzi inutili. Ormai lei lavora per lui. Si regoli.

“Ma davvero le sembra così strano? “

- Il problema, Casarini, è se strano dovesse sembrare anche ai suoi compagni no global…

“E Claudio Bisio, allora?”

- Bisio?

“Bisio, che è di sinistra, non lavora a Ziling, su Canale 5? E poi, che ne so? Altri scrittori tipo Lucarelli o Saviano? Anche loro: pur essendo di sinistra, pubblicano con la Mondadori. E comunque, guardi, il mio vero problema è un altro”.

- Quale?

“Allora: io e altre tredici compagni siamo in Corte D’Assise, a Cosenza, per un faldone dei fatti del G8″.

- E allora?

“La Presidenza del Consiglio dell’epoca, cioè Berlusconi, ci ha chiesto cinque milioni di euro per 'Danni all’immagine dell’Italia' … e così…”

- Capito.

“Non è fighissimo? Se Berlusconi vuole quei soldi, deve cominciare a pagarmi… Senta, ma non parliamo un po’ anche della trama del romanzo?”

- Un'altra volta Casarini.

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Visconte di Lascano Tegui, "Sogno senza fine", Barbera editore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - martedì, marzo 11, 2008





Visconte di Lascano Tegui

Sogno senza fine


Il crimine, il sesso, il desiderio
d’un dandy nel mezzo della Senna


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
“Di stupore in stupore si resta soggiogati. Meravigliati. Un libro cinico e brutale. Disincantato e visionario. Le mosche, la sifilide, i gesuiti, i gobbi, consentono al Visconte digressioni tanto stravaganti quanto spassose”. (Le Canard Enchainé)
 
“Ha il dono letterario di sorprendere il lettore, passando impercettibilmente da un‘osservazione apparentemente banale a una imprevedibile.” (Le Monde)
 
 
 
Si faceva chiamare Visconte di Lascano Tegui, ma Visconte non lo era. Fu soprattutto un dandy, anche se non al pari di Oscar Wilde o del più nostrano Gabriele D’Annunzio; ciò nonostante riuscì ad avere una certa notorietà per la sua epoca, soprattutto grazie a un romanzo, “Sogno senza fine”, che sarebbe più giusto indicare come metaromanzo. Il libro gli attirò subito alcune simpatie, in particolare fra i circoli letterari: “Sono estremamente imbarazzato a parlare di questo libro, che [….] è sicuramente una delle cose più originali, più singolari che abbia mai letto. In cosa consiste la sua originalità? Io sento che in queste pagine c’è qualcosa di inafferrabile, che sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi spiegazione”. Francis de Miomandre, nel 1930 con queste parole presentava la sua traduzione dell’edizione francese di “Sogno senza fine”. Miomandre fu un celebre ispanista: si fece in quattro per difendere Louis-Ferdinand Céline quando venne accusato di turpiloquio, e non si risparmiò quando promosse all’attenzione della critica e del pubblico autori monumentali quali Claudel, Valéry, Proust e Gide. Miomandre nel 1908 ricevette il prestigioso premio Gouncort per il suo lavoro più celebre, “Ecrit sur de l’eau”. Viene così ammesso tra i grandi letterati del tempo e ha la possibilità d’incontrare artisti quali Jean Cocteau, Debussy, Paul Valéry, Oscar V. Milosz, e molti altri. Miomandre inizia a collaborare per riviste importanti, Nouvelles littéraires e Cahiers du Sud, alternando l’attività di pubblicista con quella di traduttore. Muore quasi del tutto dimenticato, nonostante il grande impegno di tutta una vita per promuovere artisti e cultura. Solo negli ultimi anni alcuni illuminati intellettuali lo stanno risollevando dall’ingiusto oblio in cui fu precipitato dagli intelletti del suo tempo. Tuttavia, nel 1930, Francis de Miomandre era una voce autorevole che veniva ben accolta e ascoltata: “Sogno senza fine” ottenne visibilità proprio grazie a Miomandre che lo presentò ai francesi curandone in prima persona la traduzione.
Lascano Tegui nacque in un paesino della provincia argentina di Entre Ríos. Di famiglia assai modesta, presto si trasferì a Buenos Aires. Emilio Lascano Tegui (1887-1966), oltre che scrittore, fu traduttore per L’Ufficio internazionale delle Poste. Viaggiò parecchio, soprattutto a piedi, in Francia, Italia e Nord Africa. Proprio in Nord Africa si attribuì il titolo di Visconte e pubblicò la sua prima opera, una raccolta di versi, che subito venne accolta con discreto entusiasmo dagli intellettuali del suo tempo. Nel 1913 fu a Parigi e qui strinse amicizia con Apollinaire e Picasso. Non gli bastò: per sbarcare il lunario fu costretto a svolgere diversi mestieri, venditore ambulante, arredatore, meccanico, dentista, e nell’intanto esponeva alcuni suoi dipinti presso importanti mostre collettive. Uno spirito bizzarro, un dandy ma anche un instancabile viaggiatore modernista. Fu in seguito un diplomatico i cui incarichi lo portarono a Boulogne Sur Mer, Cherbourg, Parigi, Caracas (dove realizzò un gigantesco murale) e Los Angeles. Di lui si dice che fu squisito maestro dell’arte culinaria e bon vivant. Collaborò a importanti pubblicazioni in patria e all’estero, e senz’ombra di dubbio fu uno dei precursori della nuova sensibilità modernista.
Oltre a “Sogno senza fine”, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1925, nel 1936 diede alle stampe altri due romanzi piuttosto singolari, “El libro celeste” e “Album de famiglia”, e nel 1954 i versi di Muchacho de San Telmo. Dandy, provocatore, cosmopolita, morì a Buenos Aires. La sua opera, riscoperta negli ultimi anni dalla critica, ha avuto edizioni in Francia, Olanda e Germania.
“Sogno senza fine” è senz’altro l’opera più conosciuta del Visconte, un racconto lungo che nelle sue quasi centotrenta pagine dispiega una storia difficilmente inglobabile in un genere letterario, in quanto accoglie in sé briciole di storia, di aneddoti, di scienza, di sapienza andata perduta, ma anche un fortissimo spirito di ribellione e di iniziazione al sesso e al crimine.
In quest’opera il protagonista scopre il sesso, con le donne dei postriboli, con ragazzetti facili a darsi, e diventa suo malgrado un Don Giovanni sifilitico, un poeta dell’amore carnale e soprattutto un poeta del crimine artistico.
Il giovane protagonista lo incontriamo quand’è ancora un bambino: senza temere le acque della Senna, si getta nei suoi gorghi per recuperare i cadaveri che affiorano a pelo dell’acqua e che nessuno osa portare a riva. Questo suo “lavoro di salvataggio” gli permette di ottenere il rispetto dei coetanei, che non possono non guardarlo con rispetto e paura, perché chi altri, a parte lui, oserebbe gettarsi nelle acque della Senna e trascinare a riva le salme pesanti e gonfie, perché siano da tutti viste e ammirate per poi esser alfine seppellite? Nessun altro. Il rispetto gl’è dunque dovuto. Il ragazzo cresce e nell’arco degl’anni viene a contatto con personaggi a dir poco bizzarri, un cocchiere ex prete sconsacrato che racconta storie trasudanti spirito vittoriano, vecchi amici dei bei tempi lungo la Senna, e uomini e donne senza morale eppur tutti ammantati d’una poesia fragile quanto maligna. E c’è la prima donna, non il primo amore, che è la prima avventura completa, non solo sessuale: lei è già avanti con gl’anni quando il giovane protagonista finisce nel suo letto, è una spiritista ed è una vedova il cui marito è morto annegato nel fiume. E’ poi il turno della sgualdrinella Gabriela, animo tormentato e più che mai shakespeariano, che la dà a tutti da quando il padre, proprio di fronte a lei, completamente sbronzo s’è tagliato l’uccello, lasciando di sé vivo uno zampillo di sangue e l’assenza dell’organo sessuale. Incubi e fole, intrecci impossibili che solo la raffinatissima penna del Visconte di Lascano Tegui poteva tenere assieme.
Un racconto, un romanzo breve, per un’opera che non accetta la prigione d’un genere letterario: la materia narrativa in “Sogno senza fine” è magma bollente, che completa la schizofrenia di José Lizama Lima e di Gabriel Garcia Márquez, Nelle pagine di quest’opera è tracciata la via verso il Capolavoro: crimine, sesso e desiderio confluiscono tutti nelle vene del dandy, che noi lettori conosciamo quando ancora ragazzino impegnato lungo il fiume a recuperar cadaveri e che abbandoniamo a malincuore nel momento in cui è Don Giovanni fatto, pronto a scrivere le sue memorie, ma non prima d’aver vergato col sangue la sua poesia più bella completa e matura, in uno stile che è al tempo stesso vittoriano e decadentista.
“Sogno senza fine” è imperativo che venga letto: per troppo tempo, come pecore al pascolo, abbiamo brucato l’erbetta innocua e scevra di stile di tanti scrittorucoli contemporanei - che hanno avuto l’adire di spacciarsi per bon vivant tra le chiacchiere degli showmen e dei talk-show -, è dunque giunta l’ora di affrontare il Visconte di Lascano Tegui e rifarsi il palato. L’alternativa è la vergogna di continuare a vivere una dieta d’ignoranza.
 
 
Sogno senza fine - Visconte di Lascano Tegui – Barbera Editore – Collana Radio Londra - Isbn: 88-7899-204-7 – 132 pagine – 14,50 Euro


   Leggi l'incipit del romanzo in formato pdf

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:45 | recensioni, libri, letteratura, fiction, editoria, scrittura, critica, in libreria, prima pagina, decadentismo, artisti, scrittori, ultime notizie, casi letterari, novitĂ  in libreria, dannunzianesimo | clicca per commentare commenti (4)



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