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Piccoli Buddha

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, maggio 01, 2008



Piccoli Buddha





In questi giorni nella Corea del Sud dove si stanno svolgendo
le cerimonie nel nome del Buddha,
che culmineranno il 12 maggio - giorno del compleanno.
Per celebrare il sorriso di Buddha otto piccoli monaci
per un mese intero si dedicheranno anima e corpo
a una vita di santità all'interno del monastero.



Sono questi Piccoli Buddha la Santità del Mondo.

Grandezza più grande davvero non c'è.


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 17:30 | amore, amicizia, saggi, santi, buddha, ultime notizie, videonotizie, fratellanza | clicca per commentare commenti (17)



Ivo Mej: Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, aprile 05, 2008







Ivo Mej



Moro rapito!


 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi. (Aldo Moro)
 
Il motto, l’idea, lo scopo della lotta armata, tutto per le Brigate Rosse è riassumibile nel loro motto, nel tragico slogan che ancora riecheggia nell’aria: “Colpiscine uno per educarne cento”. Le BR, di matrice marxista-leninista, fondate da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970, non sono morte: brigatisti nuovi di zecca sono a piede libero, e molti di quelli di vecchia data indicati come ex brigatisti sono o latitanti o nascosti chissà dove, e quasi certamente imprendibili. Nel giugno del ’77 Indro Montanelli viene gambizzato da Franco Bonisoli, che è legato al giornalista da un vincolo di amicizia, come si appurerà in seguito alla cattura del brigatista. Sul finire del 1999, neanche poi troppo a sorpresa, le nuove Brigate Rosse fanno la loro apparizione: Massimo D’Antona nel 1999 viene freddato; non passano tre anni che Marco Biagi, nel 2002, fa la stessa fine. Nel 2003 le Brigate Rosse occupano ancora le colonne dei giornali: due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti della Polizia Ferroviaria sono nel bel mezzo del fuoco delle pistole. Galesi e l’agente Emanuele Petri moriranno.
Nella storia italiana c’è una data che non sarà dimenticata, il 16 marzo 1978: quel giorno il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, era al suo battesimo. In via Fani un commando delle BR assalì l’auto con a bordo Aldo Moro. Moro non arrivò mai alla Camera dei Deputati, né la sua scorta. Furono uccisi tutti: i brigatisti non risparmiarono pallottole. Il presidente della Democrazia Cristiana fu sequestrato. Dopo 55 giorni il cadavere di Moro fu ritrovato nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani: l’auto era posteggiata nei pressi di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, ovvero vicino alla sede nazionale della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.
Dopo il 16 marzo l’informazione, il modo di fare informazione è cambiato: se non proprio radicalmente, ha però smesso di essere quello di Peppone e Don Camillo. Il perché ce lo dice Ivo Mej nel suo saggio “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: l’autore analizza nel profondo la notizia e come essa è stata trattata da giornalisti e testate giornalistiche. Il rapimento di Aldo Moro intercetta le coscienze assopite degli italiani e le proietta in una centrifuga mediatica, dove le notizie arrivano veloci e sconnesse, animate dall’apprensione, senza che dietro ci sia uno spirito del tutto razionale. L’emotività diventa parte integrante della notizia. La notizia, suo malgrado, diventa anche sensazionalità. Ivo Mej fa un’accurata analisi del fenomeno “terrorismo”, delle notizie che vengono portate all’opinione pubblica e come essa reagisce.
C’è più di un valido motivo per leggere il saggio di Ivo Mej, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: ci aiuta a comprendere la notizia e come essa viene confezionata e poi distribuita, ci indica in maniera netta come è cambiato il modo di fare informazione dopo il rapimento di Moro. Cambiare la Storia non è mai possibile; è però possibile comprenderla meglio, senza distorsioni, ed è appunto quanto si prefigge l’autore in questo saggio su Moro e l’informazione.  
 
Ivo Mej è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. All’attività letteraria e saggistica unisce quelle di fotografo, cuoco e sportivo. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.
 
Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti. - Ivo Mej - Prefazione: Francesco Cossiga – Barbera editore – collana Planet - Isbn: 88-7899-202-3 - Pagine: 143 - 15,50 €
 
 
    leggi un estratto
 


 
 
Intervista a



Ivo Mej



Moro rapito!

 
Personaggi. Testimonianze. Fatti
 
  
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
1. Una data, una sola per l’Italia, il 16 marzo 1978: quel tragico giorno il modo di fare e distribuire l’informazione è cambiato radicalmente. E se non fosse stato Aldo Moro a essere rapito, se fosse stato un qualsiasi altro personaggio politico, oggi nel nostro Paese l’informazione sarebbe quella che conosciamo, o sarebbe uguale a quella che si usava fare negli anni Sessanta e Settanta?
 
Se fosse stato rapito, per esempio, Andreotti, credo che il libro avrebbe avuto la medesima valenza. Il cambiamento del mondo dell’informazione e della società sarebbero stati assolutamente i medesimi, stante la rottura della “messa cantata” all’interno del rito informativo bolso e antico che vigeva nel nostro Paese. Certo, il fatto che sia stato rapito il fautore dell’allargamento del Governo ai Comunisti ha segnato in maniera diversa la Storia.
 
 
 
2. Nel tuo saggio, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”, esponi la teoria degli pseudo-events di Daniel Boorstin. Spieghi inoltre che “le BR sanno perfettamente che il giornalista, date certe premesse di produzione della notizia, si trova invischiato nella sua professionalità che lo porta a dire tutto, di tutto comunque”. Le BR di allora, che tipo di messaggio intendevano portare ai mass media, alla democrazia, all’Italia, rapendo e uccidendo Aldo Moro? E: sono riuscite nel loro intento di mettere a soqquadro le coscienze degli italiani?
 
Direi che le BR sono arrivate al nocciolo di quanto desideravano politicamente: mettere in ginocchio la credibilità di un’intera classe di governo. Poi, naturalmente, bisogna considerare se le BR fossero o no manovrate (con cognizione o meno) dall’esterno. In questo caso, stabilire chi avesse il potere di manovra consentirebbe di capire anche se gli specifici fini di tali forze siano o meno stati raggiunti. Voglio dire che nel caso di indeterminate “forze reazionarie” (vedi teoria della P2), si può dire che il fine sia stato raggiunto solo parzialmente. I Comunisti non andarono al governo, ma il Paese non ebbe la svolta dittatoriale auspicabile da tali forze. Bisognerebbe sollevare finalmente il segreto di Stato dalle carte, cosa che il Governo Prodi non ha avuto il tempo di fare. Speriamo che lo faccia il nuovo, qualunque sia. Indubbiamente, le coscienze degli Italiani non furono più le stesse dopo il rapimento. Molto più dopo il rapimento che dopo l’assassinio di Moro. Il 9 maggio infatti è stato solo l’atto drammaticamente conclusivo di un processo mediale iniziato il 16 marzo.
 
 
 
3. Nell’introduzione, firmata da Francesco Cossiga, si può leggere: “Debbo dire che la televisione e la carta stampata seguirono gli eventi con grande cura e obiettività (la “dietrologia” fiorì molto dopo, dato che anche i dietrologi del dopo capirono che era il caso che tacessero: CIA, il KGB, il triangolo Stati Uniti-Regno Unito-Germania Occidentale, e in particolare il binomio Kissinger-Schmidt dietro gli avvenimenti dolorosi!).”
Mi sembra una considerazione, per così dire, postuma, poco chiara.
Che cosa intendeva riferire Cossiga?
 
Non mi azzardo certo a formulare ipotesi sul pensiero altrui, specie quello del Presidente Cossiga! Prova a chiedere a lui.
 
 
 
4. La produzione della notizia: come è stata confezionata? Forse con quella obiettività di cui accenna Francesco Cossiga nella prefazione?
 
Cosa intendi per “come è stata confezionata” la notizia? Da parte di chi? La notizia è stata confezionata da ogni testata come ritenevano giusto fare. L’obiettività non esiste neanche tra testimoni oculari come insegna il film Rashomon di A.Kurosawa; esiste solo una maggiore o minore verosimiglianza del fatto a come il fatto viene raccontato. Poi, comunque, nel giornalismo di stampo anglosassone (e l’hanno inventato loro, il Giornalismo!), esistono delle regole famose che non rispettare porta a non produrre informazione.
 
 
 
5. “La prima pagina di un quotidiano è il luogo di massimo risalto della notizia. Quando però l’evento è ricco di varie implicazioni non tutti i suoi aspetti possono trovare spazio in prima e vengono disposti nelle pagine interne in ordine di importanza. […]”
Chi o che cosa va oggi in prima pagina?
Chi decide quali notizie devono andare in prima e quali invece no?
 
In prima pagina dovrebbero andare i cinque-sei fatti caratterizzanti al giornata. Chi decide quali siano normalmente è il Direttore che definisce la rotta del giornale nelle scelte di tutti i giorni, normalmente ispirate ad un piano editoriale presentato al momento dell’insediamento (esempio: un giornale edito da Greenpeace avrà sicuramente un direttore favorevole alle fonti energetiche riciclabili, perciò darà sempre il massimo risalto ad un incidente nucleare rispetto ad un fatto di cronaca nera).
 
 
 
6. Il caso Aldo Moro: quando la notizia è diventata vecchia, se mai lo è diventata?
 
La notizia diventa vecchia quando non ha più una carica di novità riguardo a chi la fruisce. In questo senso la “notizia Moro rapito” è divenuta vecchia immediatamente dopo la sua comunicazione ai fruitori. Il 17 marzo la notizia era “Moro in mano alle BR”, i giorni seguenti la notizia era costituita dai comunicati BR e così via.
 
 
 
7. “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: chi dovrebbe leggerlo?
C’è una fascia di lettori cui questo saggio è maggiormente indicato, e se sì, per quale motivo?
 
Il libro si rivolge in primo luogo a chi studia i mass-media, studenti universitari e liceali. Troverei auspicabile che lo leggessero anche tutti coloro che per motivi anagrafici non hanno idea dell’evento di 30 anni fa. Trovo che sia anche molto interessante per chi, come me, vuole ricordare e avere una documentazione agile e veloce sull’argomento da consultare in futuro. “Moro rapito!” è l’ideale libro da acquistare insieme a qualsiasi altro libro che narra la vicenda Moro sotto altri punti di vista.






Puoi leggere la recensione a "Moro rapito" e l'intervista all'autore Ivo Mej anche su BombaSicilia, cliccando su Ivo Mej su BombaSicilia



by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 12:11 | libri, interviste, giornalismo, autori, saggi, critica, in libreria, ultime notizie, novità in libreria, br , brigatisti | clicca per commentare commenti (13)



IVO MEJ, "Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti" - Barbera Editore, collana Planet

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, febbraio 23, 2008


IVO MEJ
Moro rapito!

Personaggi
Testimonianze
Fatti


in libreria a Marzo


Un'analisi completa del fenomeno 'terrorismo' e del punto più alto di esso, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, non vi è ancora stata. Questo libro potrebbe fornire un contrubuto ad essa.

Francesco Cossiga

L'autore


Ivo Mej
è giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7. All’attività letteraria e saggistica unisce quelle di fotografo, cuoco e sportivo. Il suo primo libro, Le nuove mille e una notte, è stato pubblicato da Barbera nel 2006. Vive e lavora a Roma.


Il libro


Il 16 marzo 1978 è cambiata definitivamente l’informazione nel nostro Paese.
Con il rapimento Moro, per la prima volta nella storia della televisione italiana, la “finestra è aperta” sul mondo di notizie che si affastellano una sull’altra nell’incertezza della verità.
Moro rapito! ha la forza travolgente dello sguardo all’indietro di chi ha ora l’esperienza, la rassegnazione e la consapevolezza che la democrazia è un organismo debole, delicato, del quale i vasi sanguigni più importanti sono rappresentati dai mezzi di comunicazione di massa.
Lo studio sul funzionamento di questo sistema vascolare in occasione del caso Moro può servire a prevederne le trombosi, delle quali è sempre di più, a rischio.
«Il rapimento di Moro, e la sua rappresentazione hanno rappresentato per chi li ha vissuti un gigantesco ed angoscioso psicodramma collettivo, in cui il sistema dei media per quasi due mesi, tempo ri-mediato che è sembrato a tutti veramente interminabile, ha costituito la principale voce narrante.
Due mesi con il fiato sospeso, passati tra annunci d’imminenti liberazioni, bollettini di arresti e d’interrogatori, immagini di posti di blocco, lettere cariche di preoccupazione e appelli al silenzio stampa, comunicati dei brigatisti, fino ad arrivare all’orribile beffa del Lago della Duchessa. Due mesi di snervante immobilità, passati in continua attesa di notizie, con l’orecchio costantemente rivolto alla radio, punteggiati dalle edizioni dei telegiornali, con una tappa obbligata in edicola ogni mattina.
L’interessante ed originale ricostruzione di Ivo Mej si snoda attraverso un’analisi del funzionamento dei media, dell’inaudita ampiezza delle platee d’ascolto dei vari media e della copertura giornalistica de gli eventi, con particolare attenzione agli inevitabili effetti di saturazione e di annullamento di tutti gli altri temi.»

Mario Morcellini


Ivo Mej - Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.- Prefazione: Francesco Cossiga - Postfazione: Mario Morcellini - Pagine: 143 - Isbn: 88-7899-202-3 - collana Planet - Barbera Editore



In libreria: marzo 2008


   leggi un estratto

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:25 | libri, editoria, comunicati stampa, saggi, in libreria, scrittori, ultime notizie, preview | clicca per commentare commenti (2)



Silvio Berlusconi ha scoperto "il punto G delle donne"

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - domenica, novembre 04, 2007


Silvio Berlusconi

ha scoperto il “punto G delle donne”
 

di Giuseppe Iannozzi
 
 
L’ultima sparata dell’ex premier Silvio Berlusconi mette di buon umore, difatti parla di donne e lo fa a modo suo, cioè da imprenditore. “Ho scoperto che cos’è il punto G delle donne... E’ l’ultima lettera di shopping”.
Una semplice battuta o una sacrosanta verità?
Il Cavaliere al termine di un breve giro tra gli stand della Fiera dell’Antiquariato a Verona dice la sua sulle donne, quasi avesse avuto un’illuminazione. C’è da dire anche che il Cavaliere, mai pitocco, ha regalato un bel bracciale in oro e corallo alla moglie di Alfredo Meocci, ex dirigente Rai ma oggi vicesindaco della Città.
 
Il Cavaliere sprizzava felicità da un po’ tutti i pori, ha persino scherzato insieme ad alcune signore piuttosto in età: “Vi vedo un po’ birichine, fate le brave con i vostri fidanzati”.
 
Poi qualcuno ci ha provato a rovinargli la giornata: “Presidente, lei è così allegro, ma il Milan…?” Inattaccabile, il Cavaliere non si è fatto rannuvolare e subito ha risposto: “Aspettate che torni Ronaldo e Pato e non ce n’è per nessuno”.
 
Sia come sia, per le sorti del Milan, questa volta Silvio Berlusconi ha espresso una sacrosanta verità, una verità che solo un uomo della sua levatura poteva cogliere: il punto G delle donne è l’ultima lettera di shopping. Non c’è dubbio alcuno che sia proprio così, ne so bene qualcosa anch’io che non mi posso permettere di portare ogni graziosa a fare shopping… e il risultato ultimo per me è quello che potete tristemente immaginare, facendovi una grossa risata alle mie spalle!





by Vany


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Cristian Adriano Porcino, “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesaâ€

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, ottobre 25, 2007


in esclusiva




Intervista a


Cristian Adriano Porcino


“Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa”
 
 

a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
 
Giuseppe Iannozzi raccomanda0. Cristian, tu sei credente, sì o no? E se sì, a quale chiesa (o religione) senti di appartenere?
 
Caro Giuseppe il credere è davvero una questione complicata. Parafrasando Gianni Vattimo ho la sensazione di credere, forse la speranza remota di accettare l’idea di un qualcosa che ha dato inizio alla nostra esistenza. Sono figlio di un pensiero filosofico che si ritrova nello scetticismo di Hume; il quale proprio in mancanza di prove si astenne dal sentenziare categoricamente sull’autenticità o sulla falsità di un dio. Di certo non appartengo a nessuna religione; perché credo che ogni cammino spirituale che porti l’uomo verso un senso di felicità e di pace con se stessi sia da ammirare, qualunque esso sia. Poiché come diceva Gandhi se potessimo cancellare il mio e il tuo dalla politica e dalla religione vivremmo in sintonia con il mondo.



1. Il titolo del tuo breve saggio, “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa”: pensieri, che tipo di pensieri?
 
I pensieri a cui mi riferisco nel mio libro sono dei pensieri che analizzano in sezioni diverse “le tre” persone che compongono la chiesa Cattolica odierna; è come dire che un nuovo “triteismo” smuove le acque della chiesa per tralasciare molto spesso la prima Persona del momento dialettico con l’uomo, Dio. Pensieri che oggi come oggi subiscono ritorsioni da un laicismo di facciata e da persone che sanno, pur non ammettendolo, di appartenere ad una sorta di Repubblica Pontificia Italiana.



2. Perché la necessità di parlare di Benedetto XVI, come libero cittadino?
 
Ho sentito la necessità di parlare come libero cittadino di papa Ratzinger, perché non accetto l’idea che egli sia intoccabile, un non umano che in virtù della sua posizione e della sua autorità in campo di fede, possa esimersi dal confronto razionale con gli altri esseri umani. Il papa è per i cattolici il successore di Pietro e il vicario di Cristo, ma questa “successione”non toglie all’uomo che ne incarna i ruoli, la propensione all’errore. Ci tengo comunque a precisare che il mio scritto non è assolutamente un libro contro qualcuno. Ratzinger è analizzato in quanto attuale pontefice della chiesa Cattolica.



3. Nei tuoi “pensieri” citi più volte il saggio di Corrado Augias/Mauro Pesce, “Inchiesta su Gesù”: a mio avviso gli autori portano al pubblico (e alla Chiesa) una visione abbastanza cattolica di Gesù, non ci sono invece molti segni di un’inchiesta laica. Per gli autori sembra assodato che Gesù è esistito realmente, che ha fatto dei miracoli in quanto in grado di farli, che aveva natali ebraici. Lo ritengo un libro inutile, utile alle masse affamate di spiritualità e agiografia spicciola.
 
Beh! Ammiro lo stile colloquiale e preciso che Corrado Augias ha nell’affrontare diverse problematiche. Per altro nel suo “Inchiesta su Gesù”, Augias affronta senza preconcetti la storicità del Messia Cristiano. Semmai non è nelle domande di Augias che bisogna ricercare la mancata laicità, ma nelle risposte del professor Pesce che su certe questioni tira il freno e si ritorna nel “limbo”del dubbio. Poi se la massa si sente attratta da un testo come questo ben venga. La cosa preoccupante è quando la massa si riversa su personaggi come Melissa P. e simili trovate pubblicitarie.



4. Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) è un papa rivoluzionario o retrogrado? Perché?
 
A mio parere Benedetto XVI non può essere considerato un papa riformatore nel senso più alto del termine. Egli sembra essere pervaso da una grande inquietudine che col tempo è diventata consapevolezza della propria mancanza di carisma. Ratzinger sa di non saper cavalcare, a differenza del suo predecessore, l’onda mediatica, e pertanto si ostina ad arroccarsi su questioni morali e sessuali che almeno gli conferiscono una connotazione caratteriale personale. Davvero un peccato per un teologo come lui che in passato ha affermato diverse cose importanti. Ad esempio il suo ultimo libro “Gesù di Nazareth” è poco assimilabile al lavoro dello studioso Ratzinger, ma sempre più vicino ad un lavoro di un rappresentante religioso che intendeva scrivere una enciclica ben più estesa, dettagliata e approfondita. In ogni pagina le fonti storiche vengono tralasciate per far posto alle allegorie e alle metafore evangeliche e veterotestamentarie; considerate dall’autore vere fonti di studio. Il libro di Ratzinger pur essendo un libro appassionato e appassionante non ci restituisce però la figura storica di Gesù, ma bensì il “vero”Gesù della fede cattolica. Forse perché un libro scritto da un pontefice non può di certo rivelare aspetti nuovi sulla figura di Gesù!



5. E Carol Wojtyla che ebbe a dire, “L’omosessualità è un’offesa all'amore di Dio”, e ancora, “La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca”, che tipo di papa è stato?
 
Wojtyla è riuscito in oltre 26 anni di pontificato a trovare una chiave di registro per parlare con il mondo. Nella sua vita da papa ha spesso ammesso che egli non era immune dall’errore e a differenza di Benedetto XVI non ha mai attaccato coloro i quali non appartenevano alla chiesa o alla religione che lui stesso rappresentava. Inoltre un papa non deve essere solo un ottimo teologo, ma soprattutto un raffinato politico che attraverso il proprio acume riesce a tenere ben saldi i rapporti con il mondo intero. Questo Wojtyla dall’alto della sua cultura e grazie all’aiuto del forte carisma di cui era in possesso è riuscito in parte a compierlo. Ratzinger invece non ha mai fatto mistero nella sua vita, che non essere cattolico significa essere un dannato per l’eternità. Vedesi la “Dominus Jesus”. Pertanto Wojtyla è un papa che accetta la propria umanità e non la rifugge, ciò non toglie gli errori che egli stesso ha commesso e la sessuofobia che ha pervaso il suo pontificato.



6. Nel tuo saggio parli anche del Limbo, che per volere di papa Ratzinger non esisterebbe più. Dunque un papa come Ratzinger sarebbe in grado di cancellare in un momento, con la sua parola, il Limbo, ne consegue che dovrebbe essere capace di far fuori anche l’Inferno e il Paradiso se solo lo volesse. Che strano papa è questo, per i cattolici credenti, per i cristiani, un papa che è forte quanto Dio se non di più! Com’è possibile tutto ciò - che per un credente ha del miracoloso, o del diabolico? 
 
Come dico nel mio libro, il papa sembra essere seduto su un trono un gradino più in alto di Dio. Poiché il pontefice essendo infallibile emana dogmi per sancire “verità” inoppugnabili. Chi si mette contro queste emanazioni “regali” è destinato ad essere scomunicato. La massa comunque sembra non risentire molto della persona che veste i panni del pontefice, poiché o Wojtyla o Ratzinger si esaltano come forsennati durante le celebrazioni ufficiali; e ciò ci fa comprendere che non è tanto la persona ma la carica che il volgo acclama! Questo fenomeno di isteria collettiva e in parte idolatria, l’ ho potuto constatare mentre mi trovavo a piazza San Pietro ed una donna ha baciato il suolo dove prima era passata la papamobile. Che dire! Ế evidente che la chiesa può creare e disfare ogni cosa che più gli aggrada. Mentre un comune fedele si esalta della miracolosa potenza ecclesiastica, personalmente trovo terrificante pensare che in quel momento si contraddice tutto ciò che Gesù predicò ai suoi discepoli.



7. La chiesa, sotto papa Benedetto XVI, ha forse intenzione di ritornare al medioevo più (o)scuro?
E’ solo una mia impressione?
 
Non è soltanto una tua impressione, caro Giuseppe. A differenza del Medioevo dove la cultura in qualche modo riusciva a farsi strada, e dove i filosofi combattevano a suon di trattati per trovare la presenza di Dio, nel mondo odierno la chiesa tenta di allontanare gli uomini dalla verità. Quando le alte gerarchie vaticane sentenziano sulla vita degli uomini, sulle loro condizioni di vita, e di intelletto, in verità mostrano al mondo il vuoto che si cela dietro quelle uniformi. Tutta la rabbia, la frustrazione che i “generali”del papa mettono nell’offendere gli omosessuali, i non cattolici etc, scrivono una pagina di storia oscura e retriva che si pensava potesse non ritornare mai più.



8. Joseph Ratzinger è ancora più intollerante rispetto al suo predecessore, Giovanni Paolo II. E’ contro i Dico, contro i gay, assurge la famiglia tradizionale in un’ottica ostinatamente cattolica e discriminatoria. Un papa capace di molta intolleranza verso culture, religioni, tendenze sessuali… a mio avviso il peggiore papa degli ultimi cinquant’anni. Forse solo Pio XII (Giovanni Pacelli) è stato tanto oscurantista e crudelmente bigotto come Joseph Ratzinger. La tua opinione in merito?
 
Dal vile silenzio di Pio XII sulla morte degli ebrei si è arrivati all’intolleranza ad ogni forma di diversità. L’accanimento del papa così come del suo entourage contro il disegno di legge dei Dico e via dicendo, mostrano quanto in primo luogo la politica italiana sia influenzata e direttamente manovrata dalla chiesa. L’unico Stato democratico che non se la sente di riconoscere, tramite una legge, che l’amore fra due persone adulte e consenzienti sia legittimo. Questo perché teme non solo la ritorsione di una parte politica tendenzialmente pro papista, ma perché teme la non approvazione del papa in persona. Non ho mai capito perché il papa si accalora tanto per la famiglia quando lui stesso non ne ha creata una tutta sua. Se ha così a cuore la riproduzione della specie perché non manda i suoi preti a farsi una famiglia ufficiale invece di scandalizzarsi quando un suo ministro – in maniera ufficiosa - ne ha più di una, omo o etero che sia! Così come sono stanco di vedere i politici accapigliarsi di entrambi gli schieramenti per difendere una famiglia che nemmeno loro hanno tenuto in piedi o che nemmeno hanno creato. Se non si abbasseranno i toni, così come ci ricorda la storia, l’intolleranza spesso si è conclusa con genocidi, e stermini di massa.



9. Bertrand Russell, in un suo famoso saggio datato 1927, “Why I’m not a Christian”, scriveva: “Having granted the excellence of these maxims, I come to certain points in which I do not believe that one can grant either the superlative wisdom or the superlative goodness of Christ as depicted in the Gospels; and here I may say that one is not concerned with the historical question. Historically it is quite doubtful whether Christ ever existed at all, and if He did we do not know anything about him, so that I am not concerned with the historical question, which is a very difficult one. […] I must say that I think all this doctrine, that hell-fire is a punishment for sin, is a doctrine of cruelty. It is a doctrine that put cruelty into the world and gave the world generations of cruel torture; and the Christ of the Gospels, if you could take Him as His chroniclers represent Him, would certainly have to be considered partly responsible for that. […]
Oggi invece, Augias e Pesce, ci portano sulla via di credere che Gesù fu sostanzialmente un uomo buono. Come mai? Che cosa è cambiato nella chiesa, nella società laica e in quella cattolica, perché Gesù venga indicato in tutto e per tutto come un modello morale?
 
Russell aveva ben ragione nel sostenere quanto da te citato, ma la sua analisi consistette nel porre in evidenza l’assurdità di ogni forma di peccato e soprattutto dell’ossessione della colpa presenti nei movimenti religiosi di ispirazione cristiana. Vedi si può essere o non essere cristiani, ma non credo che non si possa non ammirare il pensiero di Gesù così come quello di Socrate o di Buddha. Corrado Augias nel testo citato sente la necessità di indagare un fenomeno storico e religioso come quello di Gesù. Di certo il ritratto che viene fuori studiando le fonti antiche, portano ad un dato percorso. Oggi si avverte maggiormente la necessità di trovare punti fermi e ideologie che possano confortare l’uomo. Stragi, guerre e attentati terroristici in quest’ epoca in cui in un secondo ti “godi” in diretta l’annientamento di uno Stato, accresce maggiormente il senso di impotenza degli uomini. Come dico nel mio saggio, ogni religione ha costruito le proprie fortune sulla paura della morte. Pertanto rinfrancarsi in una escatologia cristiana che vede un al di là dove vige la giustizia, in un certo senso rincuora in parte gli animi umani sulla non morte del proprio spirito e dall’altra parte li tutela maggiormente rispetto ad una legge umana che fa acqua da tutte le parti. In questo senso non trovo nulla di male nel prendere Gesù come modello morale.



10. “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa”: che cosa offre al lettore, domande o risposte?
 
In “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa” non posso fornire al lettore se non le domande e le perplessità di un individuo che convive da anni con una realtà storica che vede il massimo presenzialismo del papa e dei suoi esponenti in tutti gli aspetti sociali e non della nostra quotidianità. Così come tento di azzardare delle risposte senza avere la presunzione papale che ciò che dico sia infallibile o quantomeno non criticabile. Spero che il lettore si possa riconoscere in parte nelle mie riflessioni.



11. Si dice che la religione è oppio destinato ai poveri di spirito. Tu che ne pensi? L’umanità ha davvero bisogno di un Dio e di un Cristo in cui credere? Non sarebbe molto meglio vivere e basta, senza cercare la Fede?
 
La fede negli altri sta alla base del patto civile dell’uomo. Si crede nella pacifica convivenza coadiuvata dallo Stato che attraverso le leggi tutela i diritti degli uomini. Si crede nell’amore eterno tra persone e pertanto mi risulta davvero difficile immaginare un mondo senza fede in un dio. L’unica cosa che manca è la fede che gli uomini hanno in se stessi. L’uomo sembra avere poca fiducia nel proprio apparato critico ed è questo che terrorizzandolo lo getta nelle braccia del primo “venditore di felicità”che gli capita vicino. Marx non sbagliava a dire che tutto ciò che esalta dio vanifica l’uomo. Perché se l’uomo viene ridotto a pura pedina in un gioco più grande in cui il supremo giocatore è dio, allora tutto è vanificato.



12. Ma che cos’è la Fede per l’uomo? Un tuo pensiero a riguardo.
 
Fino a quando come diceva Francesco Bacone, filosofo inglese, l’uomo non si libererà dagli idola fori e theatri, non potrà intraprendere un percorso importante per la propria crescita intellettiva e quindi del proprio raziocinio. Pertanto considero fede tutto ciò che criticamente mi porta a scontrami e ad incontrami con quello che la mia ragione non riesce a comprendere. La fede in sé non è male, lo diventa quando questa si fa portavoce di integralismi – che possono esistere in ogni culto religioso –, oppure quando non si riesce più a valutare che il credere è frutto del dubbio e non delle inamovibili certezze.


 
13. Progetti per il futuro?
 
Ho molti progetti per il futuro. Valutare bene prima di procedere è la cosa più importante. Purtroppo questa editoria, come scrivi da anni tu nel tuo blog, sembra rifiutare ogni istanza innovatrice che provenga dalle giovani leve. Pertanto spero che il mio prossimo libro possa essere ben supportato da parte dell’editore, così come oggi accade a questo ultimo mio lavoro, poiché in passato ho dovuto spesso scontrarmi con la casa editrice per vedere valorizzato il mio lavoro precedente.
 


Grazie Cristian, sei stato molto gentile e disponibile.
Ti auguro tutto il meglio.
 
Grazie a te Giuseppe per avermi dato questa opportunità e ti continuerò a leggere.
 
 

Cristian Adriano Porcino
nasce a Catania il 7 aprile del 1980. Dopo essersi diplomato inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche. Nel 2005 si laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Catania. Nel 2006 esordisce nel mondo della critica letteraria con la pubblicazione del saggio: “Diabolus. Seminario di Letteratura Busiana” per Kimerik Edizioni, e incentrato sull’opera dello scrittore contemporaneo Aldo Busi.

 
Cristian Adriano Porcino - Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa - Il Rovescio Editore - Collana «ANTITESI» 2 - 66 pagine - Edizione tascabile su carta riciclata. Prima edizione. - ISBN 978-88-901884-2-8 - 7,00 Euro



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Marco Malaspina, La scienza dei Simpson - intervista all'Autore

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, settembre 12, 2007


La scienza dei Simpson - Marco Malaspina


Intervista a



Marco Malaspina


La scienza dei Simpson
 


 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
 
 


Marco Malaspina1. In primo luogo, chi è Marco Malaspina, autore de “La scienza dei Simpson” in uscita nel mese di ottobre (2007) per Sironi Editore, nella collana Galápagos?
So che sei un giornalista scientifico di Bologna, che lavori all’ufficio comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e che scrivi per le pagine di salute del settimanale «Oggi»; inoltre conduci Pigreco Party, un programma in bilico fra scienza e società, di Radio Città del Capo. Vuoi aggiungere qualcosa, delle note di colore circa le tue tante attività?
 
Come attività lavorative, direi che possono bastare: sono già più che sufficienti a lasciarmi stremato, anche perché sono piuttosto pigro. In fin dei conti, comunque, è un’attività sola, la mia: fare interviste. Ed è ciò che adoro. Che poi vadano in video (è il caso dell’Inaf), su carta (come avviene con Oggi) o alla radio (Pigreco Party), quello che continuo a trovare impagabile è l’opportunità di poter incontrare e parlare con centinaia di persone diverse. E interessanti: perché ricercatrici e ricercatori, soprattutto quando si lasciano un po’ andare, hanno davvero parecchio da raccontare.
 
 
 
2. “La scienza dei Simpson”: è un saggio atipico, ma neanche troppo, difatti ogni puntata dei Simpson include alcuni elementi scientifici e sociali. Springfield, questa cittadina di omini gialli e isterici, rappresenta le nevrosi le paure le aspettative dell’America di oggi, o sbaglio?
 
Sì, sono d’accordo. Ma penso che potremmo allargarci anche all’Europa, e soprattutto all’Italia. Perché dall’inquinamento agli Ogm, dall’obesità alla precarietà, i problemi che si trovano ad affrontare li viviamo pure noi sulla nostra pelle, anche se non è né gialla né a stelle e strisce. E aggiungerei che non ci sono solo nevrosi, paure e aspettative: traspare anche un ottimismo sconsiderato, un’irrefrenabile gioia di vivere, nei Simpson. Mi piacerebbe che pure quest’ultimo tratto potesse dirsi rappresentativo della nostra società. Ma non ne sono tanto sicuro.
 
 
 
3. Homer Simpson è ben più che un semplice personaggio, è il ritratto dell’americano medio, un ritratto dissacrante in uno stile molto avantpop. Ma anche a un pasticcione imbranato sfigato come Homer, di tanto in tanto, riesce di mettere a segno una homerata. Chi è dunque Homer Simpson, e soprattutto che analisi ha dovuto subire una volta finito sotto la tua analitica penna?
 
Diciamo subito che la mia penna, nei suoi confronti, è stata assai indulgente. Lo difendo a spada tratta, lo paragono al Falstaff dell’Enrico IV di Shakespeare (e non in modo troppo avventato: su Shakespeare, ci ho scritto la mia tesi di dottorato). Perché Homer è assai più dell’americano medio: è al tempo stesso un archetipo che più classico non si può e l’eroe della postmodernità. Un tipo in grado di regalarti una perla di saggezza come «provare è il primo passo verso il fallimento» e subito dopo di scambiare Batman per uno scienziato, o Stephen Hawking per Larry Flint, per dire. Sarò sincero: io sono convinto che tra quattro o cinque secoli gli studenti si troveranno come tema per l’esame di Stato titoli del tipo: “Il candidato commenti la frase «per tutta la vita sono stato un uomo obeso intrappolato nel corpo di un uomo grasso» del protagonista dei Simpson”.
 
 
 
4. La famiglia Simpson, nel corso delle stagioni, è andata allargandosi, accogliendo spesse volte dei personaggi particolari e realmente esistenti: famosi cantanti, uomini di spettacolo, scienziati, politici corrotti, assassini… Springfield è solo fintamente una cittadina innocua, di periferia dove il grosso della distrazione è portato da quel bietolone locale che è Homer, da Krusty il Clown e da Grattachecca & Fichetto in tivù, e ovviamente dal bar di Moe. E’ giusto dire che Springfield, episodio dopo episodio, cresce e con essa cresce la sua isterica popolazione? perché?
 
Springfield cresce proprio perché i Simpson sono un cartone postmoderno: danno la cittadinanza a tutti (anche se Apu fatica un po’, per ottenerla), da Tony Blair a Ronaldo. E la loro cifra è che trattano chiunque allo stesso modo: un modo perfido e affettuoso al tempo stesso. L’aspetto straordinario mi pare un altro, però: e cioè, che tutti ci vogliono andare ad abitare, a Springfield, prestando la propria voce e la propria immagine alla serie. Pur sapendo che non verranno certo trattati con i guanti: Ignazio La Russa, per dire, è stato entusiasta di doppiare (devo dire, magistralmente) uno tra i personaggi più malvagi della serie. E non credo sia un esempio di masochismo collettivo: è proprio un tributo alla genialità dei loro autori. 
 
 
 
5. Homer e Marge hanno tre figli: Bart, Lisa e Maggie. Sono degli eterni bambini, Bart è il più anarchico mentre Lisa è quella con la testa sulle spalle ma profondamente infelice, e Maggie succhia sempre il suo succhiotto. Soprattutto Bart è diventato un’icona presso i giovani - di tutte le età -, tanto che il suo vocabolario è stato preso a prestito non solo dalla cultura avantpop, ma anche dai media. Com’è stato possibile?
 
È che sono personaggi a tutto tondo, ricchi, complessi. E per di più, gli hanno messo in bocca certe battute che i migliori attori di Hollywood si sbranerebbero, per averle. Bart è così vispo che non lo incastri in nessuna cornice. Nel mio libro, a un certo punto lo riconduco a Tom Sawyer, ma è un po’ riduttivo, come paragone: Bart è Tom Sawyer e Huckleberry Finn insieme, sa essere crudele e struggente, geniale e meschino. Quanto a Lisa, ti dirò che secondo me la vera anarchica è proprio questa Mafalda gialla di fine millennio. È il “pensiero indipendente” di Lisa a mettere in allarme il direttore Skinner. È lei quella che più spesso si trova a combattere in assoluta solitudine, contro tutto e contro tutti. Per esempio, quando si trova a difendere Darwin dall’ondata neo-creazionista, per attenerci a un tema quanto mai attuale anche dalle nostre parti. Certo, questo contribuisce a renderla la «bambina più infelice della seconda elementare», come si definisce lei stessa. Però non le impedisce di godersi Grattachecca e Fichetto esattamente quanto se lo gode Bart. Maggie, infine, è un capolavoro: con quel succhiotto e con gli occhi riesce a comunicare una tale gamma di emozioni che si resta incantati.
 
Parlando dell’influenza sui media, poi, non possiamo scordarci di Kent Brockman, il mezzobusto di Springfield: pensa che una sua frase, «e in quanto a me, darò il benvenuto ai nostri insetti signori supremi...», è stata così ripresa dai titolisti americani che ora la si studia nei corsi di giornalismo e media studies. Provare per credere: metti su Google le parole “I for one welcome our * overlords”, proprio con l’asterisco, e guarda cosa salta fuori.
 
 
 
6. Springfield accoglie una quasi sempre contestata centrale nucleare: Mr. Burns e Smithers, sono loro a tenerne le redini. Insieme ad Homer Simpson però, che non è proprio ligio al suo compito, infatti ha messo in pericolo la piccola cittadina più di una volta per colpa delle ciambelle, delle troppe distrazioni che si è concesso. Il “nucleare” è un tema tanto scientifico quanto sociale di grande impatto sulla piccola comunità di Springfield. Come affronti il tema “nucleare sì, nucleare no” in “La scienza dei Simpson”?
 
Gli dedico un capitolo intero, il primo. Però, non prendo una posizione. Un po’ perché non ne ho una così netta nemmeno io, un po’ perché non era mia intenzione. Quello che faccio è proporre confronti fra il modo in cui temi quali la sicurezza, lo smaltimento delle scorie o la comunicazione del rischio sono affrontati a Springfield e il modo, a volte spaventosamente simile, in cui sono stati affrontati nella realtà.
 
 
 
7. Smithers, il segretario di Mr. Burns: si intuisce che la devozione di Smithers per Burns è qualche cosa di più. E’ giusto dire che Smithers nutre un amore sconsiderato per il suo padrone? Ne è sì succube, ma è anche sinceramente innamorato dell’uomo, di Burns, non del padrone che esso è e rappresenta. Solo un amore platonico non ricambiato, o incapacità da parte di Smithers di ribellarsi al suo padrone, o piuttosto un amore di quelli “tragici & impossibili”?
 
Qui esuliamo dalle mie competenze, è un tema che nel libro non tratto. Però posso darti il mio parere spassionato, da telespettatore: mi sa che è proprio un amore del terzo tipo, di quelli che definisci “tragici & impossibili”. Almeno, mi piace pensare che sia così: è forse il personaggio più infelicemente romantico della serie, Smithers, fa proprio tenerezza. E non posso fare a meno di tifare per lui, anche se razionalmente gli auguro di cuore che il suo amore non venga mai corrisposto, visto il carattere del “principe azzurro”. Che poi, chissà: come coppia, in fondo, funzionano meglio di tante altre.
 
 
 
8. Come ti è venuta l’idea di scrivere un saggio che parla della scienza all’interno del cartoon più famoso del mondo, quello della famiglia Simpson?
 
Dovevo scrivere una tesi per un master in comunicazione della scienza. Dopo quella di laurea e quella di dottorato, ero nauseato, dalle tesi. Così mi sono detto: va bene, mi tocca, almeno che sia su qualcosa che mi appassiona davvero. Ma cosa? E mentre ero lì che meditavo, ecco arrivare dalla TV accesa nella stanza accanto la voce di Homer che ordina a Lisa di rispettare la legge della termodinamica. Insomma, l’idea me l’hanno data loro stessi.
 
 
 
9. Quanto c’è di vero nella scienza del mondo di Springfield? E quanto c’è di “giallo” nella scienza del mondo reale?
Solo qualche accenno, non di più. Non pretendo che tu, Marco, riscriva il saggio “La scienza dei Simpson - una guida non autorizzata”.
 
Molto in breve: a parte gli episodi della serie “La paura fa novanta”, che sono fanta-horror, la scienza dei Simpson è estremamente realistica, zeppa di riferimenti colti, dalle formule matematiche alla teoria di campo unificata. E non è un caso: molti sceneggiatori dei Simpson sono “autori rubati ai laboratori”, come li ha definiti una volta Martha Fabbri, la curatrice della collana Galàpagos, nella quale è pubblicato mio libro (frase che ho subito rubato per un titolo): gente uscita dalle migliori facoltà scientifiche americane, Harvard e Princeton in testa.
 
Di giallo nella scienza del mondo reale ci sono alcune realizzazioni divertenti, tipo il Pomacco, un incrocio fra pomodoro e tabacco nato prima nel cartone e poi nella realtà. Ma c’è soprattutto il modo in cui la scienza e la tecnologia vengono a contatto con il microcosmo famigliare. Detto altrimenti, così come Freud analizzava i grandi personaggi letterari per capire più a fondo i suoi pazienti, secondo me i sociologi della scienza—ma anche chi si occupa di politica ambientale, di bioetica, di didattica—possono trarre parecchi spunti utili al loro lavoro proprio dai Simpson
 
 
 
10. Dopo aver letto “La scienza dei Simpson”, noi poveri mortali avremo trovato qualche risposta alle domande che da sempre ci assillano, tipo “chi siamo”, “da dove veniamo”, “dove andiamo”, etc. etc.?
 
Domande enormi, quelle che poni. Mi fanno venire in mente quella di sapore Zen che viene posta a Bart in un episodio: «che suono ha l'applauso di una sola mano?». Bart non è certo il tipo che si lascia intimidire dalla retorica: semplice, dice, colpendo con le quattro dita il palmo. E producendo un suono. Non pieno come un vero applauso, ma comunque un suono. Io non ho la genialità di Bart, ahimè. Però mi auguro che il mio libro possa offrire a qualcuno lo stimolo a tentare di rispondere in modo altrettanto irriverente e concreto. Io ce l’ho messa tutta, ma il lavoro grosso temo che tocchi ai lettori.
 
 
 
11. In che modo hai proceduto per scrivere “La scienza dei Simpson”? a quali fonti hai attinto? Ed è stato un lavoro semplice, complesso, lungo?
 
La fonte sono gli episodi, visti e rivisti per anni, su Fox, su Italia 1, in Dvd e in VHS. Poi mi hanno aiutato moltissimo i siti specializzati, www.snpp.com in testa (anche nella versione italiana). Per quanto riguarda la parte più scientifica, libri, giornali, riviste (sono un divoratore di riviste divulgative) e colleghi. È stato un lavoro lunghissimo, ma anche abbastanza semplice. E, soprattutto, divertente.
 
 
 
12. Oltre agli amanti della serie televisiva i Simpson, a chi altri è destinato il tuo saggio e per quali motivi?
 
È pensato per tre categorie di lettori: quelli che amano i Simpson, quelli che amano la scienza e quelli che amano entrambi. Ma la mia ambizione segreta, mentre scrivevo, era che potesse far cambiare almeno un po’ idea anche a qualche lettrice o lettore del quarto tipo, quelli che non amano né i Simpson né la scienza. Il motivo è semplice: sia i Simspon che la scienza sono dei veri e propri «integratori» di senso critico. E io penso che il senso critico faccia un gran bene. Molto più del selenio o del betacarotene, tanto per citare altri integratori che pure vanno alla grande.
 
 
 
Grazie, Marco Malaspina, sei stato molto gentile e disponibile.
Ti auguro di riuscire a mettere a segno tante e tante homerate.
 
Grazie a te, e un saluto alle tue lettrici e ai tuoi lettori.
 
 
 
 
La scienza dei Simpson – Marco Malaspina – Sironi EditoreCollana Galápagos – 192 pp. – 14 €

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