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Luisito Bianchi. I miei amici (diari 1968 - 1970). Sironi editore, collana indicativo presente
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sabato, maggio 17, 2008
Luisito Bianchi
I miei amici
(diari 1968 - 1970)
Il lavoro, la Chiesa e il potere:
il diario di un prete in fabbrica
e il suo tentativo di fedeltà all’Evangelo.
Il «giornale dell’anima» di un grande scrittore. «Per la prima volta, questa notte, con insistenza, a lungo, senza attenuanti, ho maledetto la fabbrica. Avessi avuto il potere taumaturgico di Cristo, i motori si sarebbero fermati, le tine sventrate, le ciminiere sgretolate. L’orgoglio del fico avrebbe ceduto allo squallore della desolazione. Mi è apparso, in tutta la sua crudezza, quello che vale l’uomo in fabbrica, macinato dal sistema: nulla. A che serve la mia vita? A fare un bel gesto? A vivere l’Evangelo? A preparare un tempo più autentico per la Chiesa? Ad assommare inutilità su inutilità, vanità su vanità? Veramente Dio tace. Siamo nel periodo del sepolcro vuoto e del silenzio del Risorto.»L’autore di questo diario è un prete, che fa l’operaio: «L’esperienza della fabbrica [...] era un fatto di coerenza: trovare il sostentamento nel lavoro per essere gratuiti nel ministero, per cercare di capire come poteva essere credibile la Chiesa. Io potevo esserlo, come persona, ma quello che mi interessava era che lo fosse la Chiesa. E quell’interrogativo rimane aperto ancora oggi, forse ancora di più».
Le sue sono annotazioni quotidiane: tumultuose, appassionate, dubbiose e drammatiche. E animate da un affetto sincero, pieno di arguzia e allegria, verso i compagni: quelli che condividono i turni nel reparto della Montecatini, a Spinetta Marengo.
Leggendo ci accorgiamo di essere entrati nella vita di questi amici: sappiamo tutto di loro e delle loro famiglie; tutto della Commissione interna di fabbrica e dei vari direttori; abbiamo imparato a fiutare l’odore chimico del reparto, abbiamo provato la lunghezza del turno di notte, condiviso gli innumerevoli thermos di caffè, attraversato i conflitti, visto gli incidenti e patito le morti.
È questa la ragione del titolo I miei amici, perché è attorno ai compagni che prende senso tutta l’esperienza di don Luisito Bianchi.
Ci passa la storia d’Italia in questo libro: il movimento operaio, i difficili anni post-conciliari, quel ’68 che ha scompigliato come un vento la società del nostro Paese. Ma, soprattutto, protagoniste sono la Chiesa e la Fabbrica: restituite senza ideologia e con la capacità di far emergere problemi e contraddizioni in cui ci sorprendiamo ancora oggi immersi.
Società, politica, teologia, cronaca: qui non sono concetti, ma forze che agiscono nella viva carne di una persona che a quarant’anni mette da parte tutto, tranne la propria coscienza, per esporre alla nuda prova della vita la sua vocazione e la sua umanità.
I miei amici sono un vero «giornale dell’anima», che non seleziona né gerarchizza, non censura né abbellisce, non ammaestra né moraleggia ma provoca con il semplice potere della verità.
Luisito Bianchi è nato a Vescovato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. È stato insegnante e traduttore ma anche operaio, benzinaio e inserviente d’ospedale. Ora svolge funzione di cappellano presso il monastero di Viboldone (Milano). Ha pubblicato: Salariati (1968), Gratuità tra cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino (2001), Simon mago (2002), Dialogo sulla gratuità (2004) e Monologo partigiano (2004). Sironi ha pubblicato Come un atomo sulla bilancia e La messa dell’uomo disarmato, il suo grande romanzo sulla Resistenza, elogiato da critica e pubblico.
Hanno detto di lui: «Un punto di riferimento per chi ama la letteratura, per i critici e per i lettori che hanno trovato nei libri di questo autore un seme di verità, una parola vera e necessaria» (Avvenire); «Un autore di densissimo spessore umano e spirituale» (La Stampa); «Don Luisito Bianchi è sempre stato ed è un prete "scomodo", di quelli pronti a mettersi in gioco» (L’Unità).
I miei amici - Luisito Bianchi - collana indicativo presente - Sironi editore - ISBN: 978-88-518-0100-7 - Pagine: 832 - 24 €
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Il titolo "I miei amici" di Luisito Bianchi è disponibile in tutte le più grandi librerie.
Altre info su Vibrisse, bollettino: I miei amici di Luisito Bianchi
Per commentare questo pezzo, su Vibrisse, bollettino, qui.
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Daniela Gambino. Abbi cura di te. Barbera editore
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lunedì, maggio 12, 2008

Abbi cura di te
Daniela Gambino
non è ancora pronta per i pantaloni
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commenti (11)
Mario Favini. Centro commerciale. Cicorivolta edizioni.
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mercoledì, aprile 02, 2008

Centro Commerciale
Mario Favini
Il microcosmo che Mario Favini ci offre è surreale, a tratti gotico, spietato, crudele: non c’è rispetto per niente, per nessuno. Il cliente esiste in funzione della merce che caccia dentro al carrello, e non per altro. In una cornice surreale ma veritiera, Niki e la sua compagna finiscono col diventare parte integrante del Centro commerciale, loro stesse un prodotto.
Per altre info, i blog di Mario Favini:
http://mariofavini.splinder.com/
http://www.myspace.com/mariofavini

Il sito dell’editore, Cicorivolta Edizioni:
http://www.cicorivoltaedizioni.com
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commenti (16)
Fabio Della Seta. I silenzi di Joe. Portaparole edizioni
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lunedì, marzo 31, 2008

I silenzi di Joe
Fabio della Seta
Sam parla con il suo Dio, anche se questi ricusa caparbiamente di portargli delle risposte intelligibili e a portata d’uomo soprattutto. Dio è nelle Scritture e tutte le volte che ha parlato l’ha fatto per mezzo di complicate metafore, la cui interpretazione non è mai facile o possibile. Ma quando sì, pare che Dio si sia divertito molto di più a creare disgrazie che non a creare il mondo in quei fatidici sette giorni del Genesi. Eppure, nonostante tutto, Joe è sempre il fratello maggiore, il complice, l’amico e in qualche caso il nemico: Joe c’è sempre anche quando non c’è, e Sam questo lo sa bene. Però non può non fargli notare che proprio lui, Joe, il fratello maggiore ideale – e idealizzato – non poche volte s’è sottratto alle voci che nel corso dei secoli l’hanno impetrato.
1. “I silenzi di Joe”: perché dare proprio questo nome a D-o?E’ stato davvero molto gentile e paziente.
Questo pezzo è apparso sull'inserto culturale Scritture & Pensieri (n.18) a cura di Stefania Nardini, del quotidiano "Corriere nazionale", le cui 65 mila copie quotidiane sono presenti in Umbria, Siena, Arezzo, Grosseto, Viterbo. Vi propongo il pezzo già apparso sul "Corriere Nazionale" anche su queste pagine virtuali, in una versione più lunga, con degli interessanti extra, giacché in Rete non esistono problemi di spazio. Buona lettura. (g.i.)
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commenti (15)
Mafiosi e scrittori
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martedì, marzo 18, 2008

Mafiosi e scrittori
2. Sconsiglio vivamente di uscire, soprattutto nelle ore del crepuscolo: c’è sempre qualche scrittore in libertà vigilata con una stilografica in mano pronto a piantarla in mezzo alle scapole del malcapitato, quand’è fortunato. No, perché ci sono pure gli scrittori-attentatori-mafiosetti che tendono dei veri e propri agguati a critici e giornalisti. Se non dispongono d’una pistola, non si fanno mica problemi: li accoppano con risme di carta da 500 e passa fogli, e poco importa che si tratti di cartaccia riciclata o di autentica polpa di abete, perché quando te la danno sulla capoccia il cervello trema tutto, peggio di un budino finito sulla sedia elettrica. Poi c’è anche da dire che non si accontentano di un colpo e basta, giusto per portare un avvertimento: ci vanno giù e ancora giù e ancora giù pesante, fino a che non vedono la loro vittima a terra, esanime, senza più un alito di vita. Se non vedono la testa spaccata che versa sangue nel primo tombino utile, quelli non si fermano. Sono terribili, peggio di qualsiasi Padrino. Sono scrittori fondamentalisti per cui portare la Morte è una vera e propria missione di sangue.
3. Ho l’impressione che la deriva che hanno preso alcuni scrittori sia quella del capolavorismo - neologismo davvero brutto, più d’un colpo da tempia a tempia -, per cui ogni libro perché stampato non può che essere assolutamente bello, in quanto sopravvive il pregiudizio, pregiudizio assai ingenuo ma non troppo, che il semplice fatto di scrivere con un minimo di grammatica faccia di qualunque broccolo un mezzo genio un angelo e in alcuni casi persino un Rimbaud caduto. C’è gente che la meritocrazia non sa dove stia di casa, per il semplice fatto che la meritocrazia la odiano, proprio come Lucifero si dice avveleni da sempre il cuore di Dio col suo odio. Sono in molti a non capire che il capolavorismo è quella peste di cui parlava Camus. C’è gente che di fronte a una stroncatura non può fare a meno di gridare “Allo scandalo!”. C’è tanta gente, sempre in numero più alto del necessario. Ahinoi, tutti sono uguali a tutti, topi che squittiscono, che fuori dai tombini vengono alla luce, partoriti dalle fogne solo per rimettere un bolo di sangue e subito morire, lasciando occhietti neri fissi al cielo che eppure è azzurro. Il capolavorismo è così: una volta che entra nell’individuo ci resta, fino a che o morte o guarigione. Peccato che la guarigione sia qualcosa che sfida il concetto stesso di miracolo... ne consegue che gl’individui colpiti vivono di peste finché l’organismo e lo spirto glielo consentono, dopodiché muoiono, finalmente consegnati all’Oblio. Però sin tanto che riescono a respirare, nonostante bubboni e boli di sangue in gola a strozzargli la voce, non riescono davvero a trattenersi dall’evitare di contagiare chiunque gli capiti a tiro, a portata di bocca - con un bacio di Giuda -, a portata di orecchio - con un sussurro di Jago. E’ così che accade, ahinoi, è questa la tragedia del nostro tempo. E’ questo il motivo precipuo per cui evito che la gente mi si faccia troppo dappresso, che tenti di baciarmi agli angoli della bocca o su di essa con o senza lingua. E’ per questo motivo che evito di ascoltare la tanta gentaglia che vorrebbe confessarmi nell’orecchio parole, parole, parole d’amore di odio di convincimento. Di appestamento.
4. La quarta di copertina è un piccolo gioiello, spesse volte migliore di quello che dovrebbe essere il libro vero e proprio firmato dell’autore. Ho letto anche bellissimi libri di soli riassunti. Praticamente una testa d’uovo si è preso il disturbo di leggersi, che so!, un centinaio di libri e di questi cento ne ha fatto il riassunto, roba da fumati!, che uno direbbe proprio inutile; ed invece quell’unica testa era riuscita a trasformare quelle che in realtà, nonché in origine, erano delle autentiche ciofeche in piccoli gioielli della letteratura. Leggere la quarta di copertina ha fatto sì che molti autori siano stati risparmiati dalla mia ira, perché se neanche quella fosse stata buona, allora li avrei scagliati nel caminetto affinché l’inferno li consumasse con amorevole lentezza.
5. Charles Bukowski è stato uno dei pochi veri scrittori della Letteratura contemporanea perché non era uno scrittore, era uno che stava comodamente tra scarafaggi emorragie e blatte, tra corse di cavalli puttane e timidi brufoli, proprio nell’occhio di una anarchia lontana dagli idealismi di destra o di sinistra. Era un gran stronzo, con un cuore di cazzo. Era tutto quello che oggi le fighe e i fighetti non saranno mai.
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commenti (10)
Visconte di Lascano Tegui, "Sogno senza fine", Barbera editore
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martedì, marzo 11, 2008

Visconte di Lascano Tegui
Sogno senza fine
d’un dandy nel mezzo della Senna
Leggi l'incipit del romanzo in formato pdf
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commenti (4)
















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