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Magdalena Rouco nuda per InterviĂą

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, maggio 05, 2008



Magdalena Rouco nuda per Interviù

Magdalena Rouco


Indubbiamente Magdalena Rouco è una gran bella figliola,
una di quelle anime che non passano inosservate.
Se poi è anche la nipote di Antonio Maria Ruoco, l'arcivescovo di Madrid,
non si può davvero far a meno di gridare "Allelùia, Dio esiste!"

Il povero arcivescovo ha scoperto che l'Inferno esiste, per lui sicuramente!
Non sa più dove nascondersi per la vergogna.

Fa quasi pena. Ma noi abbiamo fede che tutto si risolverà
per il meglio, perché Magdalena è davvero troppo bella.
e nessun diavolo in terra oserà mai condannarla
per essersi mostrata come mamma l'ha fatta, bella e nuda.






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13 e 14 aprile 2008: l’Italia chiamata al voto e io voglio sposare un Berlusconi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, marzo 14, 2008





Osservazioni impopolari


ma necessarie
 
 

di  Giuseppe Iannozzi
 
 
 


 
iPod, audiolibri: un’arma a doppio taglio
 
 
Ho visto, con mia sorpresa uguale a zero, che alcuni editori adesso i libri li fanno in formato cda, cioè li stampano su 3, 4, 5 CD o più, perlomeno i bestsellers. Ottima iniziativa per i non vedenti, tanto più che il costo è quasi uguale a un libro cartaceo: mi chiedo però che utilità ci possa mai essere in un audiolibro per una persona che potrebbe leggerselo tranquillamente senza problemi e così, forse, imparare, se non a scrivere, a migliorare la sua propria improvvisata grammatica.
Ahinoi è una moda, spero non permanente, che ha coinvolto anche Francesco Piccolo, Sandro Veronesi, Gianrico Carofiglio e altri lettori eccellenti la cui voce è data in prestito (remunerato) agli audiolibri.
 
Gli mp3, per la musica acquistabile online e che sembrava dovessero sconvolgere il business musicale, stanno facendo cilecca: ora ci si è accorti che la gente scarica solo determinate canzoni e quasi mai un album intero o anche solo una compilation.
L’iPod doveva togliere di mezzo CD, musicassette e vinile: in parte questo processo gli iPod lo hanno avviato, però non senza gravi conseguenze per gli artisti e le etichette discografiche stesse;  un artista al suo primo album o non ancora affermato viene scaricato per una o due canzoni, non per l’album intero. Un discorso del genere affossa l’artista in erba che resterà, nel più fortunato dei casi, un emergente a vita; tuttavia gliene frega poco o niente ad artisti quali Elton John o Queen, perché sono già nella storia della musica leggera e continuano a vivere grazie a quei brani che li hanno resi famosi. Così adesso l’industria discografica deve poter offrire al pubblico CD a un prezzo ragionevole: non si può pensare di mandare sul mercato un album a 20€, non comunque di un artista che sta cercando di sfondare. Ma neanche i grossi nomi si possono permettere di proporre un CD a un prezzo che sia superiore ai 15€, anche se moltissimi ci tentano, quasi sempre per un fiasco, perché tanto la pirateria continua ad esistere. La pirateria non è affatto diminuita con l’iPod, anche se erano non pochi gli illusi che credevano ciecamente che questo fenomeno con gli mp3 legalizzati sarebbe scemato. La verità è che i CD costano ancora troppo e non possono essere tolti dal mercato, altrimenti gli artisti possono andare a passeggiare insieme ai discografici.
Per nostra fortuna qualche album esce (ancora) anche in vinile oltre che su CD e in formato digitale, perché quando ci si accorge che il nuovo non funziona, o funziona a metà, si torna indietro.
 
Tutto questo discorso per dire che l’audiolibro è un prodotto oggi di moda, veloce ed economico in alcuni casi, ma la cui utilità è dubbia nonostante il boom iniziale. Si finirà con lo scaricare solo alcuni capitoli in formato mp3, quelli che più piacciono all’orecchio del lettore-ascoltatore? E’ una possibilità da non escludere.
 
 
 
13 e 14 aprile 2008: l’Italia chiamata al voto
 
 
Da Berlusconi a Bertinotti a Fini fino a Casini, Mastella, Prodi e Veltroni fanno tutti a dir poco pietà alla stessa maniera, alla stessa maniera presi nelle maglie del Potere. Così forse Berlusconi è soltanto una vittima mediatica che ci sta bene nel ruolo che gli hanno dato i media, un ruolo che ovviamente sfrutta a suo favore.
 
In chi dovremmo credere oggi, in un Bertinotti, in quel signore lì che ha appoggiato la guerra una volta al governo e che solo pochi giovani idealisti hanno osato di sputargli in faccia?
 
L’Italia è messa male e non c’è un solo uomo, anzi un solo politico che si salvi.
La sinistra è solo più un’astrazione, la gamba di legno della destra, null’altro.
Come ebbe a notare Bertrand Russell, avrei orrore di vivere in una società soltanto comunista o capitalista. Lo diceva parecchi fa. Ma chissà quanti oggi se ne ricordano, oggi che Stalin te lo fanno passare per santo insieme alle spoglie di Padre Pio.
 
Il problema è che quando si è coinvolti in periodo elettorale, solo allora la sinistra si ricorda d’essere di sinistra. Passate le elezioni, purtroppo per noi, abbiamo visto come sono andate le cose: Bertinotti che parteggia per la guerra e che si fila gli americani - quelli guerrafondai, perché non bisogna assolutamente fare di tutti gli americani un fascio; ci sono milioni di americani che sono disgustati da Bush, dalla guerra, dalle ingiustizie sociali, e sono quelli che oggi perlopiù sono con Barack Obama, che mi auguro vinca con tutto il cuore o siamo rovinati, essendo gli USA il motore trainante della politica mondiale e degli assestamenti politici -, poi Prodi e Mastella che litigano in diretta senza sosta né vergogna alcuna, ed ancora Mastella che fa l’offeso e fa cadere il governo offrendo/regalando l’Italia su un piatto d’argento alla destra più sfacciata. Però Mastella dalla caduta del governo Prodi ha ricevuto in cambio l’insabbiamento dell’inchiesta Why Not, mica poco! E c’è da metterci la mano sul fuoco che otterrà ancora dell’altro.
 
Il precariato, grazie all’infausto Bertinotti che non ha fatto assolutamente niente di quanto aveva promesso nella precedente campagna elettorale, è aumentato in maniera vertiginosa; per non dire poi di Prodi - ancora invischiato nell’inchiesta Why Not, ma che sicuramente la farà franca in questa terra dei cachi -, che ha trasformato l’economia italiana in una barzelletta.
 
La generazione 1000 euro e bell’e morta, ed era una generazione che non sbarcava il lunario. Adesso siamo scesi alla generazione 500/700 euro, praticamente schiavi dei call center se si è fortunati, altrimenti in strada a battere la testa contro i muri, e tutto questo lo dobbiamo a Prodi e ai suoi compagni. Chiaro che Berlusconi, di fronte a tutto questo sfacelo, additato come il solo e unico Male dell’Italia - e non dico che non sia uno dei tanti mali italiani -, ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha quindi sfruttato la fama che i media gli hanno cucito addosso per invitare gli italiani a passare dalla sua parte. In fondo, prima di tutto, Berlusconi è un imprenditore e sa bene come gestire la pubblicità, anche quella negativa: non pensiamo che sia un fesso, perché non lo è.
 
Nell’intanto Fini scende in piazza in moto con tanto di saluto romano. E subito masse di giovinastri ignoranti (perché sono solo ignoranti e non ideologizzati) si riversano in strada sventolando bandiere con su grosse croci celtiche perché tutti le possano vedere, ecc. ecc.
 
Leggevo stamattina che almeno un terzo degli italiani è indeciso su chi votare, che non andrà probabilmente a votare. Che cosa dovrebbero i tantissimi indecisi, che cosa dovremmo votare, quale altro moloch? La sinistra di Berlinguer è un ricordo, sol più un ricordo purtroppo per noi, mentre la destra è quel che è. Stando così le cose non c’è differenza fra destra e sinistra, diventa sol più una vile questione di simpatia o antipatia per i leader del Popolo delle Libertà o L’Arcobaleno.
 
Per come la vedo io, non abbiamo uomini validi né a destra né a sinistra, ragion per cui non ho intenzione di fare lo sporco gioco dei politicanti che predicano bene e razzolano male: non andrò a votare e se ci andrò annullerò la mia scheda elettorale, in maniera civile, ma io non lo regalo il voto a un’altra dittatura sia essa di destra sia essa di sinistra.
 
 
 
Voglio sposare un Berlusconi
 
 
Giovane precaria: “Come può un giovane mettere su famiglia e affrontare un mutuo con la precarietà nel mondo del lavoro?”
 
Silvio Berlusconi, leader del Pdl, durante la trasmissione Tg2 Punto di Vista: “Da padre il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun’altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo”.
 
Da Bruxelles gli risponde Romano Prodi: “Credo che il problema sia serio, ho paura che diventi anche più serio per le difficoltà dell’economia mondiale che si sono sentite molto forti.”
 
Ci ho riflettuto su, ha ragione Lei, amatissimo signor Berlusconi: ho un gran bel sorriso anch’io, trentadue denti perfetti e non una carie e glielo posso assicurare da uomo a uomo, quindi mi consenta di far la corte a uno dei suoi figli, maschio o femmina che sia! Sono io uno di larghe vedute… cioè di grandi intese!
 
Grazie. 

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 18:01 | diario, appunti, lavoro, globalizzazione, satira, diritti umani, di voce e di rabbia, senza parole, provocazioni, costume, prima pagina, attualitĂ , vergogna, curiositĂ , ingiustizia, ultime notizie, socialismo, scandali, stalinismo, multimedialitĂ , villaggio globale, diritti animali, allarmi, societĂ  e politica, notizieflash, opinionismo | clicca per commentare commenti (41)



Il mondo del lavoro sta cambiando

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, marzo 05, 2008





Storie di Masche


Il mondo del lavoro sta cambiando *

 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Chi ancora pensa ingenuamente che oggi Torino sia la “capitale dell’automobile”, resterà deluso nell’apprendere che Torino è sol più un mito, una memoria d’altri tempi, memoria che morirà presto con gli ultimi grandi vecchi, quelli che videro i partigiani, l’esilio dei Savoia, coloro che diedero vita a figli per le catene di montaggio dell’industria automobilistica, figli oggi in pensione o già dimenticati in qualche loculo nostrano.
 
Torino ha preso lo stesso abbrivio caro a Milano e un po’ comune a tutte le città del Nord: l’impostazione lavorativa ricalca nettamente quella americana, impostazione che negli USA non ha trovato a suo tempo difficoltà ad attecchire, e, oggi, anche in Italia sembra esserci terreno ubertoso. La Fiat, ad esempio, che fino a vent’anni fa contava 115.000 unità lavorative (per la maggior parte operai), oggi ne conta più o meno 40.000; in un arco di tempo di 20 anni, il famoso marchio è stato capace di assumere licenziare e riciclare qualcosa come 220.000 unità lavorative. Torino città dell’automobile è ormai un mito relegato in un passato che si è fin troppo mitizzato quasi ad assurgerlo ad arcadia del lavoro, dell’occupazione.
 
Durante una visita in America, il dandy Oscar Wilde, in un articolo datato 1882 scriveva: “La prima cosa a colpirmi sbarcando in America fu che se gli americani non sono il popolo meglio vestito del mondo, sono quello vestito nel modo più adeguato. Anche laggiù si vedono degli uomini col terribile cappello a tubo di stufa, ma pochissimi sono gli uomini senza cappello; c’è chi porta l’orripilante giacca a coda di rondine, ma è raro vedere qualcuno privo di giacca. C’è insomma nell’aspetto delle persone un’aria di benessere in netto contrasto con quella che si vede in questo paese, dove troppo spesso si vedono persone in contatto ravvicinato con degli stracci.” Se un acuto osservatore come Wilde già sul finire del 1800 osservava ciò, ecco che l’America non è mai stato un mito reale, ma solo un mito costruito e confezionato per gli spiriti dei poveri, degli emigranti italiani dipinti con il cliché della valigia di spago e cartone in mano (e faccia scavata e ombrata da una barba di tre o quattro giorni), un mito comunque che non solo gli italiani hanno contribuito ad alimentare, bensì tutta l’Europa. Per rendersene conto basta appicciare la tv e guardare con attenzione un qualsiasi film made in USA: ogni pellicola hollywoodiana, o più modestamente di serie B punto e basta, non fa altro che mettere in scena gli stessi personaggi, ricchi e poveri, perbenismo e arrivismo, stereotipi tanto radicati nella società ormai da esser diventati una riserva di fantasia indispensabile all’uomo moderno per andare avanti giorno dopo giorno.

Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha voluto marcare il contrasto fra ricchezza e povertà; e in tempi neanche poi troppo lontani, la povertà è stata associata al male: basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe, in Piemonte note con il nome di masche. Oggi che le masche fanno ridere o quasi, relegate come sono nell’immaginario di pochi, oggi che si parla addirittura di due Italie, una del Nord e una del Sud, oggi che si parla di Unione Europea, oggi che si punta tutto sull’industrializzazione, si ha la sfrontatezza di parlare anche di lavoro in affitto. Il problema del lavoro non è nuovo: Karl Marx nei “Manoscritti economici-filosofici” (1844) già evidenziava come il lavoro ha naturale tendenza ad alienare il lavoratore dal mondo razionale; nulla di nuovo se si pensa che già un poeta romantico qual era George Byron aveva evidenziato il problema e che per tale atto gran parte degli amici gli divennero acerrimi nemici. La Rivoluzione Francese ha fatto anch’essa la sua parte: l’errore più grande commesso dalla rivoluzione fu senz’altro quello di credere d’aver vinto e per questo atto d’ignorante presunzione fu tosto consegnata alla Storia, al mito, quello facile e falso che vede vincitori il proletariato e ghigliottinato Luigi XVI… La realtà è tutt’altra: l’aristocrazia fu la vera vincitrice pagando un tributo di sangue reale, un sacrificio che di tanto in tanto si deve lasciar a una comparsa storica perché qualcuno possa alzare le braccia al cielo ed impetrare i Numi e domandarsi con malcelata ipocrisia perché l’acerrimo Fato non è mai stanco di bere il sangue degl’animi nobili, delle vittime.
Quanto sta oggi accadendo non è poi tanto diverso: tutti sono pronti a prestarsi per il ruolo della vittima, dell’agnello di Dio, un ruolo che non deve essere poi tanto male se ambito da tanti nomi illustri del panorama industriale; prima degli anni Ottanta la figura della donna manager non esisteva, oggi invece l’industria è piena di tanti e tanti manager asessuati… l’alienazione ha toccato allo stesso modo il mondo operaio e quello manageriale. La vita è tutta dedicata alla produzione: è tristemente nota la figura dell’operaio che muore tritato catturato terminato dalle maglie d’uno strano marchingegno produttivo, così come è nota quella dell’operaio che lavora da mane a sera per protestare in un secondo momento in piazza per un aumento di salario, ma con tanto di cellulare manageriale da mantenere al pari d’un figlio in carne e ossa.

L’operaio moderno è quanto di più vecchio la storia abbia mai prodotto: egli invidia la proprietà del ricco e non potendo ottenerla per via testamentaria, si adopera a star sotto il ricco e a chiamarlo padrone con piena fede di necessario odio verso colui che gli dà al medesimo tempo e la vita e la morte, una morte che però si rinnova ogni ventisette del mese, giorno di paga. Se il lavoro in affitto (o interinale) è diventato ormai una prassi, la colpa non è di certo tutta dell’imprenditore, anzi! Purtroppo le nuove generazioni si sono lasciate subito inglobare nella catena di montaggio, quella che vede al lavoro giovani uomini inquadrati con contratti di collaborazione nel migliore dei casi, giovani schiavi del lavoro in nero, giovani che a fine settimana spendono i pochi danari in discoteche alcol donne e morte a duecento all’ora alle cinque di mattina d’un sabato sera. Questi giovani lavorano solo per il gusto di metter in mostra una posticcia virilità, quella di chi lavora e si può dunque permettere di fare la dolce vita preconfezionata acquistata nel reparto surgelati, ovvero nel più vicino obitorio di Stato. Il mondo del lavoro si è subito reso conto di questa situazione e ha preso a sfruttarla sicuro che tanto nessun giovane scenderà mai a in piazza a protestare; se la prima metà degli anni Novanta è stata quella dei contratti di collaborazione, oggi che si è nel Duemila l’imprenditore non assume più, e si permette il lusso del lavoro in affitto. In termini pratici, il lavoro in affitto significa: una figura lavorativa si ammala e si mette in mutua, allora l’industria per non perdere il suo profitto si rivolge a una agenzia specializzata nel fornire lavoratori disposti a tappare il buco per una settimana o due, il buco viene tappato e l’azienda fa la sua bella figura agl’occhi del mondo, il lavoratore si dice contento d’aver avuto l’occasione d’aver fatto una simile esperienza, e vissero tutti contenti e felici.
 
In un primo momento il lavoro in affitto doveva essere una situazione temporanea e per il lavoratore e per l’industria; nessuno ha detto una parola, allora anche la grande industria, al pari di quella media e piccola, ha cominciato ad attingere dalle agenzie di lavoro interinale. Oramai la più parte dei giovani ritiene che prestare la propria attività lavorativa sia una cosa normale, e non protesta: il giovane moderno non ha un futuro, non ha neanche la speranza di diventare una puleggia in stile “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Qualcuno s’industria, si rende conto che così le cose non possono continuare, tenta di metter su una sua propria attività lavorativa, ma subito la burocrazia gli taglia le gambe peggio della mafia: le strade pullulano di poveri che s’illudono di diventare ricchi, alcuni muoiono fatti di ecstasy, altri s’accasciano come burattini il sabato sera in autostrada, altri si sono ormai abituati all’idea che è meglio lasciare di sé un bel giovane cadavere che non lasciarne affatto.
 
Pensare Torino capitale dell’automobile oggi non è più possibile. Probabilmente non è mai stata capitale di niente. Le auto che si producono sono macchine umane destinate a durare pochi anni per la dura legge del mercato, che vuole un continuo ricambio, così le automobili sono prodotte all’estero ed assemblate a Torino grazie al lavoro in affitto, automobili pagate in comode rate mensili  che però diventano il sabato sera groviglio confuso di lamiere e sangue.

A ben pensarci le masche esistono davvero, non sono una allucinazione, non sono allucinazione quelle auto sfracellate a duecento all’ora lungo un’autostrada; ed è possibile che quella Torino che i nonni ci descrivono come centro del lavoro e delle auto non sia mai esistita se non nel mito, nella finzione che l’uomo s’ingegna a costruire per sfuggire a sé stesso e consegnarsi così alla storia, come un prodotto di magia, occulto e ambiguo, quindi assurdamente più vero del vero!


* Questo editoriale è stato scritto all'inizio del Duemila. E' datato, troppo datato per essere ancora attuale?
Non credo sia da buttar via. Ci sono ancora degli spunti purtroppo più che mai attuali, di qui il perché di proporlo ai lettori di oggi. (g.i.) 

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Luca Casarini e Sandrone Dazieri: “Gabbie” per la collana Strade Blu Mondadori

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, dicembre 31, 2007





Luca Casarini e Sandrone Dazieri

Ecco perché “Gabbie” uscirà in primavera

per Mondadori nella collana Strade Blu

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 

 
Dov’è finito il caro buon vecchio Sandrone Dazieri, quello che un tempo – un tempo oramai lontano milioni di anni luce – viveva alla giornata, che stava dalla parte giusta, che frequentava i centri sociali?
Non c’è più. O per meglio dire, quel Dazieri lì è morto, quindi dimentichiamocelo.
Adesso c’è un altro Dazieri al suo posto, un uomo prossimo alla cinquantina, sposato, uno scrittore di gialli, insomma quel che si dice un perfetto borghese, ripulito anche nell’aspetto che è proprio quello di un cittadino modello.
In ogni modo, uno si veste come diavolo gli pare, non è questo il punto: bottone più bottone meno… però forse l’abito fa proprio il monaco ed allora un bottone, per quanto possa sembrare insignificante all’occhio del sarto inesperto, fa invece la differenza.  
 
Scrive Sandrone Dazieri sul suo blog Nero: “Non ne riparlerei se non avessi letto oggi sul Corriere della Sera, pagina 11, un articolo di Fabrizio Roncone che mi tira in ballo per aver portato Luca Casarini alla Mondadori come scrittore, e lo fa con i soliti argomenti e prendendo a pesci in faccia il suo intervistato, Casarini stesso. E, implicitamente, tutti gli scrittori di sinistra che pubblicano per Mondadori. Certo, se l’attacco fosse stato fatto a Camilleri, si sarebbero levati gli scudi, ma Casarini chi lo difende? Sta sul cazzo a tutti. Per questo questo attacco mi sembra ancora più volgare.”
 
Bene. Anzi male, molto male.
Che si pretendeva, che si prendesse Luca Casarini e lo si portasse in palmo di mano, che gli si facesse un plauso tanto forte ed accanito da consumarsi i palmi della mani?
 
Sinceramente, ‘sta storia degli scrittori che pubblicano per Mondadori, quindi per il Cavaliere Berlusconi, e che poi si tirano la parte degli anarchici, dei comunisti convinti, a me non mi ha mai convinto. Non dico che non si debba pubblicare con Mondadori, ma c’è un MA grosso quanto una casa ed è questo: se sei uno scrittore impegnato sul fronte politico e sociale, e ti affidi a un colosso come Mondadori – che è di Silvio Berlusconi –, tu sedicente scrittore all’opinione pubblica trasmetti un messaggio inequivocabile, cioè che l’unico comunista buono (per sé stesso) è quello coi soldi che non disdegna affatto di mettersi in saccoccia un bel gruzzoletto per un romanzetto. Ci sono scrittori, tantissimi, che della politica e dello stato sociale non gliene frega un emerito cazzo; sanno scrivere più o meno decentemente, conoscono le persone giuste, ed allora pubblicano per editori come Mondadori e Rizzoli, ad esempio, tanto non devono portare avanti nessun messaggio socio-politico, in quanto loro scopo precipuo è quello di far divertire i loro lettori. Ora, un Luca Casarini che per anni ha propagandato idee un po’ così e così, cioè contro la globalizzazione, e che oggi mi fa la faccia felice perché è riuscito a farsi pubblicare da Berlusconi, io non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
 
Luca Casarini durante l’intervista dice: “Infatti. Ma, vede, io non saprei scriverlo un saggio politico. Così ho scelto la strada del giallo-denuncia e…”.
Eccolo il punto: giallo-denuncia.
Ovvio e più che mai giusto che Fabrizio Ronconi ribatta: “E se lo fa pubblicare dalla Mondadori, la casa editrice di cui è proprietaria la famiglia Berlusconi. Complimenti per la coerenza.”
 
Ed ancora… Fabrizio Ronconi: “Dica la verità: come c’è arrivato a una casa editrice così prestigiosa?”
Luca Casarini:
“Merito di Sandrone Dazieri”.
 
Ah!!! Ora è tutto molto più chiaro: Casarini viene pubblicato da Mondadori, cioè da Berlusconi, in quanto Sandrone Dazieri l’ha introdotto.
Lo ha introdotto.
Casarini, sempre nell’intervista rilasciata a Fabrizio Ronconi, tenta di spiegare le sue personalissime ed opinabili ragioni: “Esatto. Sandrone scrive gialli, è consulente per la Mondadori e ci conosciamo da una vita, da quando lui, per capirci, frequentava il centro sociale Leoncavallo… La faccenda è più chiara, ora?”
Sì, molto più chiara: Casarini viene pubblicato perché Sandrone Dazieri l’ha introdotto.
 
Il libretto di Luca Casarini dovrebbe uscire nella collana Strade Blu, il titolo dovrebbe essere “Gabbie”, protagonista Nico, un avvocato che difende gli immigrati e milita con i no global.
 
L’intervista che Fabrizio Ronconi ha fatto a Luca Casarini ci ha spiegato tutto in maniera indelebile e più che mai chiara.
 
Tutto quello che volevamo sapere (e che c’era da sapere) sul libretto di Casarini è in quella intervista.
Non ci servirà davvero comprare e leggere il libro di Casarini introdotto in Mondadori da Dazieri.
 
E’ d’obbligo ringraziare Fabrizio Ronconi, de Il Corriere della Sera, che ci ha illuminati in maniera precisa ed ineguagliabile.
 
 
Qui l’intervista di Fabrizio Ronconi a Luca Casarini:
 
http://jujol.com/2007/12/27/luca-casarini-coerenza/






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Federica Zarri, pornostar entra in politica con la Brambilla e Berlusconi

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - lunedì, dicembre 17, 2007





Federica Zarri, pornostar

è stata folgorata dalla politica


e apre un Circolo delle Libertà




di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
Federica Zarri, 30 anni, rinomata attrice porno, oggi è anche fondatrice del Circolo delle Libertà di Lecco, sì, di uno di quelli del movimento fondato dalla rossa e bellissima Michela Brambilla.

A sentire Federica Zarri, sarebbe stata folgorata dall’irresistibile fascino latino di Silvio Berlusconi ma anche da quello di Michela Brambilla, così non ci ha pensato su due volte e ha deciso di profondere buona parte del suo impegno nella politica di Destra.
 
Oggi, forse, c’è un buon motivo, almeno uno, per essere di Destra a Lecco: entrare nel Circolo della Zarri.
 
Ovviamente la Zarri ha già una sua proposta per riformare il settore hard, la già famosa legge Zarri. Attualmente la Zarri, in prima persona, sta battendo tutti i club italiani a luci rosse per mostrare dal vivo la qualità nonché la genuinità della sua proposta e accalappiare così grandi consensi. “Altro punto importante è abolire la legge che, attualmente, vieta di girare film pornografici nel nostro Paese”, spiega Federica Zarri. Ma non solo: “Tutti gli attori sul set dovranno essere muniti di certificato medico, che sarà controllato prima di iniziare le riprese. Per ogni film, non si potranno girare più di tre scene di sesso ed il compenso per gli attori sarà minimo di seimila euro per le donne e cinquemila per gli uomini”. Ci sembra giusto: l’attore porno maschio deve essere giustamente un po’ castrato, 1.000 € in meno in busta paga rispetto alla pornostar di turno. Mi sa che così Federica Zarri parte con il piede sbagliato: non so quanto le convenga inimicarsi i tanti John Holmes nostrani in procinto d’erezione.
In ogni caso la Zarri è inarrestabile, un fiume in piena: “I disco sex dovranno, almeno un giorno alla settimana, far esibire un’attrice hard.” Ed ancora: “Potranno avere la qualifica di pornostar, solo le ragazze iscritte in un apposito albo ed abbiano girato almeno un film di produzione italiana. Lavorando in questo settore da tempo, mi sono resa conto che serve una nuova regolamentazione.”

Insomma, se la Zarri dovesse ottenere consensi popolari, si preparano tempi assai duri per gli attori porno, difatti glielo vogliono mettere dritto in quel posto senza vaselina né alcun altro lubrificante.
 
“Con Michela Brambilla ci sentiamo e posso dire che è una persona molto motivata e con tanta voglia di mettersi in gioco per il bene dei cittadini. Ho aderito a questa splendida idea dei circoli che ha avuto il presidente Silvio Berlusconi, poiché occorre un forte movimento, che sappia dare impulso al centrodestra, per raggiungere nuovi traguardi, maggiore coerenza programmatica e maggiore coesione. Lavorerò per sollevare l’Italia caduta in grave difficoltà, certamente non a causa nostra, ma di una classe politica lontana dai problemi della gente e che fa troppa demagogia.”
 
Per il momento Federica Zarri mi ha fatto levare solo una gran risata di gola e di petto.
 
E’ proprio vero che sesso e politica, a ben guardare, sono poi la stessa cosa!






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José Saramago, La caverna

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, dicembre 15, 2007






José Saramago


La caverna





di Giuseppe Iannozzi



José Saramago è nato ad Azinhaga nel 1922: narratore, poeta e drammaturgo, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere, tutte originalissime e scritte con stile inimitabile, è d’obbligo segnalare almeno i seguenti titoli: L’anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Teatro, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, L’uomo duplicato, Saggio sulla lucidità, Le intermittenze della morte, Poesie.
«L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d'estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: "José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell'albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un'altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause più lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: "E poi ?” [...] Molti anni più tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell'insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura». (José Saramago - Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre 1998)
La caverna, uno degli ultimi lavori del Premio Nobel per la Letteratura, José Saramago, si ispira e si confronta con il più classico mito della cultura occidentale, quello della caverna, la caverna raccontata da Platone nel VII libro della Repubblica, una lucida allegoria del processo della conoscenza umana: «Strana immagine è la tua - disse - e strani sono quei prigionieri» - «Somigliano a noi – risposi.» (Platone - Repubblica, Libro VII)
J. Saramago, parlando delle sue opere, ha detto che i suoi “primi romanzi sono quasi sculture che rappresentano persone e/o storie.” Con La caverna, Saramago sfida quella che è l’apparenza della verità cercando di mettere a nudo la verità, quella reale. Ma la verità reale esiste? E’ questo l’inquietante interrogativo che Saramago si pone e a cui tenta di dare una risposta. Saramago costruisce la sua storia facendo stretto riferimento all’immagine della caverna platonica: uomini, forse schiavi in catene, costretti in un luogo chiuso da dove è possibile solo scorgere ombre che si proiettano su un muro, l’unica realtà del mondo esterno che riescono a vedere direttamente. Per loro, ma soprattutto per noi che siamo l’umanità, la verità è ciò che si crede di vedere e non ciò che realmente si vede; l’immagine del mondo, quindi la realtà della verità, è forse il mondo creato dal Dio inventato dall’uomo, ma anche dai mezzi di informazione, da chi sta al potere.
La caverna dovrebbe concludere la trilogia iniziata con Cecità e proseguita con Tutti i nomi. Saramago, ne La caverna, mette a confronto i suoi personaggi “infrastorici” con un universo orwelliano, in pratica due storie parallele e allo stesso tempo convergenti: da una parte i protagonisti, gente normalissima, antieroi per eccellenza, che non faranno mai la “storia” ma che ne rifiutano l’ineluttabilità, e dall’altra una costruzione quasi infinita e maligna come la Biblioteca di Borges, come il manicomio-lager di Cecità, come l’Archivio del Signor José.
Il Centro detta legge su tutto e tutti: è una sorta di città nella città che divora la città stessa, ma è anche un universo in continua evoluzione, che è espressione fisica di una folle esagerata globalizzazione. Dentro al Centro non mancano i mezzi per vivere, o meglio per sopravvivere a sé stessi: abitazioni, negozi, luoghi di svago, ospedali, un cimitero, aria purificata e temperatura costante e ottimale; tutto è controllato, sorvegliato e spiato da occhi invisibili, quelli del ‘potere’. E’ il ‘meglio’ che si possa desiderare contrapposto a un mondo esterno dove il traffico, i pericoli, la delinquenza e l’inquinamento sono all’ordine del giorno! Ma il prezzo da pagare per questa fittizia sicurezza è davvero alto, troppo alto. I protagonisti del romanzo sono tre: un vasaio, sua figlia e il marito, che lavora nel Centro come guardiano, cui si devono aggiungere un’altra donna, segretamente innamorata del vasaio e un cane molto, molto speciale.
La storia ha inizio il giorno in cui al vasaio viene rifiutata la solita fornitura di piatti e stoviglie che il Centro gli comprava da sempre: l’artigiano si trova così costretto a inventarsi un altro prodotto e, soprattutto, a confrontarsi con il Centro, a frequentarlo e a cercare di scoprirne il terribile spaventoso segreto racchiuso nelle sue profonde viscere. E quando scopre il segreto del Centro, la verità si rivela ai suoi occhi: ma è la verità quella che vede? O è solo l’immagine di una verità costruita artificialmente perché potesse essere scoperta dal vasaio o da un qualsiasi altro curioso?
La caverna di José Saramago è un grandissimo romanzo di fantascienza umanistica, che non risparmia velate ma pesanti accuse contro il movimento della globalizzazione; Saramago non si nasconde e prende posizione. La caverna è un romanzo moderno che per forza espressiva, per contenuti sociali e politici, per ricchezza immaginativa, è in certi momenti addirittura superiore a 1984 di George Orwell. Lo stile di José Saramago, sospeso fra realtà e irrealtà, è di una limpidezza allucinante: la realtà si sposa alla forza immaginativa dando corpo ad una poesia sociale attualissima. Saramago scava dentro l’Io umano come se aprisse una grotta a forza di colpi di piccone, e l’Io umano si sgretola dolcemente sotto la penna dell’autore, ma lo sgretolamento non è totale. Saramago sta ben attento a scavare una grotta all’interno dell’Io, una grotta che gli serve solo per esplorare l’Io e portare così alla luce la verità che nelle sue latebre custodisce: l’autore non demolisce l’Io per scavarci dentro, si limita semplicemente ad aprirlo al mondo, a quello reale o che noi riteniamo essere reale.
La caverna del grande autore portoghese è un altissimo esempio di fantascienza umanistica impegnata. E’ incredibile: i migliori romanzi di fantascienza sono quasi tutti scritti da autori che non hanno mai sognato di dichiararsi autori di genere. Ottima la traduzione di Rita Desti, un romanzo assai difficile da tradurre in italiano senza mortificarne la poesia e la forza espressiva. Se non lo leggerete oggi, è sicuro che domani lo prenderete in mano, forse memori del mio consiglio, forse perché la globalizzazione avrà soffocato i vostri talenti e le vostre identità.
Sia chiaro: non è un romanzo profetico, nessuna paranoia dickiana, molto più semplicemente è una accurata analisi dell’uomo contemporaneo e delle sue aspirazioni sociali, di quelle che vanno tanto di moda. E’ il tentativo da parte di un grande autore, di José Saramago, di portare alla luce il vero Io nascosto dentro l’Io dell’umanità intera.


La Caverna – José Saramago – Einaudi, collana Supercoralli – 17,56 Euro

La Caverna – José Saramago – Einaudi, collana ET – 11,00 Euro






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by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 00:44 | segnalazioni, cultura, libri, letteratura, globalizzazione, fiction, editoria, scrittura, global, critica, in libreria, attualitĂ , societĂ , scrittori, casi letterari, villaggio globale, novitĂ  in libreria, societĂ  e politica, jujolcom | clicca per commentare commenti (2)



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